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Autore: gigliofucsia    13/05/2017    0 recensioni
Alisea é una ragazzina abile con la spada e con problemi al cuore, nata in una famiglia dalla professione centenaria di assassini, decide di scappare di casa per costruirsi una vita al di fuori della famiglia poiché non ne condivide gli ideali. Trova rifugio in un'organizzazione chiamata TMG votata a migliorare le condizioni di vita delle persone. Dopo tre anni, però il capo della TMG decide di dare la caccia alla famiglia di Alisea. Dopo molti interrogativi decide di salvare quelle persone che non hanno mai preso parte agli omicidi, gli Innocenti, cioè donne e bambini prima che il capo della TMG metta in atto l'attacco.
Genere: Avventura, Azione, Drammatico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Capitolo 2

Tre anni dopo...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Basto poco e Alisea divenne subito una delle più popolari dell'organizzazione. Nemmeno lei stessa si sarebbe aspettata una cosa simile. Non pensava seriamente che le sue abilità fossero così sopra la norma.

Quel giorno era seduta alla mensa. Una sala enorme, che sembrava non finire mai. Le pareti erano alte e dal soffitto scendevano candelieri di legno. Nella parete sinistra al portone d'ingresso c'era un palco che occupava un terzo della parete su cui era attaccato. Non c'erano tendaggi e in genere era vuoto.

Intorno a lei c'era il solito chiacchierio mattutino, la sala era semipiena. Alisea, si sentiva a suo agio in quella sala nonostante la sua antipatia per i luoghi affollati perché a casa sua c'era sempre un gran fracasso al contrario di in quella sala.

Tutti i tavoli erano apparecchiati già da un po', Alisea si dovette solo mettersi a sedere poi, arrivò una persona con un pentolone in mano che gli servì la colazione direttamente nel piatto. Aveva scelto un tavolo solitario così da stare un po' tranquilla e invece, appena si sedette, il tavolo cominciò a riempirsi di gente che non vedeva l'ora di stare accanto a lei per chiacchierare del più e del meno. Ad Alisea non dava fastidio più di tanto perché ormai ci era abituata e aveva capito che nessuno lì dentro voleva fargli del male anzi, si sono dimostrati tutti molto solidali.

Quando il cameriere arrivò a quel tavolo molto più chiassoso degli altri la conversazione girava solo su una frase:

– Non riesco a capire come fai a combattere così bene con il cuore a pezzi –

Alisea rise dicendo:

– Basta essere preparati, precisi e veloci, se il combattimento finisce prima che io mi stanchi non ci sono problemi, nel mio caso, il combattimento può durare al massimo trenta minuti, altrimenti in un caso o in un altro perdo.

La ragazza accanto a lei sorseggiò la minestra e disse:

– Dai non è possibile che sia tutto qui! –

Alisea era stupita della loro incredulità, pensavano che lei fosse chissà chi, con chissà quale segreto ma invece:

– è tutta strategia, – disse sorseggiando la minestra di un colore verdognolo che sapeva di aceto, non gli piaceva un gran che però... poco importava finché sarebbe stata lì si sarebbe trovata bene, sarebbe andata bene anche la minestra di verdura della nonna, quella con le verdure mollicce sul fondo che ti fa venire voglia di andare a mangiare tutt'altro.

– ma, sarà... ma per me non me la racconti giusta – disse la ragazza seduta di fronte a lei.

Alisea forse aveva capito la questione.

Tutti la guardarono con gli occhi seri e le bocche piene:

– Come fai a saperlo? – disse quella alla sua sinistra.

– Chiamala intuizione, ma comunque non dovete fare per forza come faccio io per essere brave, ognuno è un genio a modo suo –

Fu in quel momento che una voce familiare si intromise nella questione. Aveva già sentito la presenza di qualcuno alle sue spalle ma non aveva avuto il tempo di sapere chi era. Quando si girò vide un ragazzo biondo con atteggiamento fiero, Adrian, ma il suo sguardo era serio e risentito.

– Questo non può essere vero perché altrimenti non si spiega perché alcuni siano superiori e altri delle nullità –

Alisea lo guardò dalla testa ai piedi. La superava di vari centimetri ma Alisea era, tutto fuorché agitata.

– Coloro che si rivelano delle nullità in un contesto possono spiccare in un altro – rispose con tutta la calma del mondo.

Il tavolo scoppiò in un coro di sussulti. Il viso di Adrian divenne rosso come un peperone.

– Mi stai sfidando? – sembrava fare di tutto per mantenere la calma ma i suoi pugni stretti e il suo sguardo parlavano chiaro.

– Dovrei chiederlo io a te –

Adrian, con il respiro pesante come quello di un toro infuriato disse:

– fra mezz'ora, nel cortile d'addestramento – e se ne andò.

Alisea si rimise a mangiare in tutta calma. C'era qualcosa oltre la maschera fiera di quell'uomo.

 

Trenta minuti dopo era nel campo d'addestramento. Un rettangolo erbato chiuso in un recinto al centro di quattro edifici, anch'essi circondati da mura. Era lo stesso cortile in cui Alisea si era addestrata quando era appena entrata. In quel momento non c'era nessuno perché erano tutti a colazione.

Al centro c'era solo Adrian e i suoi due compagni appoggiati con la schiena alla capanna degli attrezzi. Adrian era pronto di tutto punto, con lo sguardo beffardo guardava Alisea come se avesse la vittoria in pugno.

Alisea pensava che sarebbero stati soli, ma invece dopo pochi minuti alcuni passanti cominciarono ad entrare nel cortile per vedere il duello. Persino le compagne di tavolo di Alisea erano lì a borbottare.

– Non ti dispiace se ho invitato un po' di gente vero? – disse Adrian con l'aria di chi si stava divertendo.

Alisea odiava stare al centro dell'attenzione e quei borbottii rischiavano di farla distrarre anche se molti di quei incitamenti erano rivolti a lei stessa. Ma aveva la soluzione.

Mentre Adrian si preparava con tutta calma, sfilando la spada e sollevandola al sole come se fosse un gioiello, Alisea mise una mano sull'elsa e gridò alla folla:

– Mi raccomando di fare silenzio, il nostro amico Adrian si deve concentrare – molti risero, poi cominciò a farsi silenzio.

Adrian si mise in posizione, con la spada a due mani davanti a se. Alisea si tolse il mantello e lo gettò alle sue spalle. Questo venne raccolto da qualcuno la cui faccia, Alisea, si sarebbe ricordata. Poi sfilò la spada e si mise in posizione.

Quando guardò il suo avversario notò varie cose. Era davvero concentrato, nel silenzio i due aspettavano che l'altro attaccasse. Il vento fischiò. Alisea, di certo non poteva prevedere che tipo di mossa avrebbe fatto ma erano tre anni che si batteva con lui e ormai sapeva qual'era il suo modo di combattere. Qualunque mossa avrebbe fatto, avrebbe saputo come rispondere.

Adrian si lanciò su di lei con un grido di battaglia capace di far tremare le pietre. Alisea si concentrò. Adrian attaccò da destra. Alisea aveva il cuore che si scagliava sul petto.

Alisea si spostò in avanti, afferrò il polso armato con la mano tirandolo sul suo fianco. Poi fece partire la lama verso il collo fermando la punta poco prima che lo toccasse.

Adrian guardò la lama con i sudori freddi e il fiato sospeso.

Ci fu una pausa di tensione, in cui Adrian guardava la lama e Alisea guardava Adrian con occhi freddi e seri. Adrian voltò di poco gli occhi incrociando lo sguardo della ragazza. Poi scattò come se si fosse trovata davanti ad un mostro. Quando lo fece, Alisea fece un breve respiro ritornando al suo solito sguardo impenetrabile. Liberando Adrian dalla presa disse:

– Tutto qui?, ti devi allenare! bello – lo disse con pesantezza perché temeva di averlo spaventato troppo questa volta.

Il pubblico applaudì. Adrian si riscosse e rinfoderò la spada. Mentre Alisea prendeva al volo il suo mantello per rimetterselo sulle spalle.

– Cos'era quello sguardo? – gridò Adrian come se avesse subito un torto – avevi intenzione di uccidermi? –

Alisea si girò e disse:

– certo come no – rispose ironica – ti sarebbe piaciuto vero? Così i tuoi compagni potevano fornire a Eleonora una buona motivazione per mandarmi via... ma fidati Adrian, quando ti dico... che se avessi voluto ucciderti l'avrei già fatto da tempo –

Adrian la guardò facendo un passo indietro :

– Quindi fai sonni tranquilli e preparati, la prossima volta voglio arrivare ad una battaglia di almeno cinque minuti –

E così facendo tornò nell'atrio. Una stanza dall'aria di salotto. Il camino acceso, gli arazzi sui muri. Le panche e la bacheca solitaria sempre circondata da volontari curiosi.

Alisea si avvicinò per vedere se c'era qualcosa di interessante da fare. I suoi punti forti erano soprattutto l'astuzia e la velocità quindi si mise a cercare una sfida che avesse un problema che richiedesse testa ma sembrava che in giro ci fosse solo da aiutare sfollati, senzatetto o protestare per i diritti di qualcuno. Niente di che.

Ma non voleva perdersi d'animo, in ogni caso le regole dell'organizzazione specificavano che doveva eseguire, almeno una missione al mese e non aveva comunque l'intenzione di stare lì a poltrire. Ne avrebbe scelta una anche per passare il tempo. Se la mettevano alla prova era anche meglio.

All'improvviso una voce femminile di tono basso ma sicuro disse:

– Niente di interessante? – L'aveva sentita arrivare ma non avrebbe saputo dire che fosse lei.

Si voltò alle sue spalle e il viso di Eleonora gli apparve davanti raggiante, come se avesse trovato lo scopo della sua vita:

– Niente che richieda le mie abilità in ogni modo – rispose Alisea alzando l'angolo di un foglio per vedere meglio di cosa si trattava. Stava per prendere parte alla questione “sfollati dell'est”, per mandare persone da un posto all'altro sarebbero comunque servite delle capacità organizzative.

Ma poi Eleonora le posò una mano sulla spalla dicendo:

– Non preoccuparti, ho trovato io un lavoro che ti interesserà – Alisea la guardò negli occhi – coinvolgerà tutta l'organizzazione, oggi pomeriggio farò un discorso alla mensa e ti voglio in prima fila, capito? – sembrava davvero eccitata.

Alisea rispose con aria di sufficienza ma ironica:

– Quello che vuoi tu non mi appartiene –

Eleonora invece di offendersi diede un pugno affettuoso sulla spalla di Alisea dicendo:

– Dai, non fare sempre la scontrosa unisciti alla gente normale una volta tanto –

Alisea scosse la testa:

– Ma anche no! Grazie... comunque non preoccuparti, ci sarò –

Eleonora poi fece qualcosa che ad Alisea piaceva poco ma che ormai era abituata a lasciar correre. Le cinse le spalle con il braccio ed esclamò:

– Posso sempre contare su di te amica mia... devo confessarti che quando ti ho mandato agli allenamenti non pensavo che fossi un tale portento, forse mi sono lasciata ingannare dalla tua statura e la tua malattia ma ti giuro che non ti avrei dato un centesimo, invece in poco tempo ai superato tutti, adesso, Adrian al tuo confronto sembra un principiante. –

Ad Alisea sembrava incredibile come Eleonora non si facesse problemi con lei, la prima volta che si erano visti le era apparsa quasi come una persona seria. E invece da quando hanno cominciato a frequentarsi ha scoperto che quella del capo era solo una maschera. In verità era una persona piuttosto alla mano.

– Grazie, Sembri piuttosto su di giri... comincio a pensare che tu abbia trovato qualcosa di veramente grosso questa volta –

Eleonora divenne rossa:

– Grossa?!... – si coprì il sorriso con la mano e disse – non farmi parlare altrimenti ti rovino la sorpresa. Se riusciremo a risolvere una cosa del genere diventeremo ancora più forti, sarà il modo migliore per dimostrare al mondo il nostro scopo e le nostre capacità e dato che tu sei la migliore dell'organizzazione vorrei che tu stia in prima linea... a proposito hai qualcosa da fare? Vorrei un tuo consiglio per una faccenda. –

Alisea rispose:

– Sì, meglio comunque che stare qui a far nulla – rispose.

Detto questo lasciò stare la faccenda degli sfollati e seguì Eleonora fino al suo ufficio:

– Sai, non è una questione facile – disse Eleonora mentre camminavano fuori dal dormitorio aggirando il campo di addestramento che si era già riempito di giovani.

C'era chi si allenava con la spada, il gruppo che era seduto in cerchio a discutere e altri ancora. In particolare la colpì il gruppo di Adrian. Con il suo solito sorriso e armatura lucida come uno specchio cercava di ammaliare i nuovi arrivati. Più i ragazzi che gli adulti. Lo vide all'improvviso cambiare espressione per accanirsi contro un ragazzino che doveva avere al massimo sedici anni e mentre parlava irritato il resto del gruppo rideva.

Alisea non lo odiava, era bravo ma... forse un po' geloso della sua posizione.

Eleonora disse:

– Sai quante persone chiedono di te nelle lettere che mi mandano? –

Alisea non poteva immaginarselo ma sicuramente erano tante:

– Non che non mi faccia piacere però io sono da sola e ho solo due mani, non posso moltiplicarmi, vorrei ma non posso –

Eleonora alzò le spalle e rispose:

– Va bè, era per dire, ti immagini quante persone entrerebbero nell'organizzazione se sapessero che al campo di addestramento ci sei tu ad insegnare alle reclute? –

Evidentemente aveva notato che stava guardando il campo di addestramento ma di rimando disse:

– Davvero esistono persone così superficiali? Entrare a far parte di un'organizzazione non è una cosa da prendere alla leggera –

Eleonora alzò le spalle e disse:

– Sai come si dice, l'amore e cieco –

Alisea rise:

–E non solo l'amore... la gente mi adora ma ti assicuro che per risolvere i loro problemi “irrisolvibili” serviva solo un po' di testa, certo sono felice di aiutare ma... non mi sembra di essere questo gran portento, ecco –

Eleonora e Alisea arrivarono davanti ad un edificio massiccio e maestoso. Era privo di qualsiasi decorazione se non i merli sul tetto e sulle torri. Lì era dove si amministrava l'organizzazione e la giustizia sopratutto.

Non sapeva quante volte era entrata lì dentro ma sperava di non entrarci mai per essere messa in prigione.

– Secondo me ti stai sottovalutando Alisea – disse Eleonora aprendo il portone. Entrarono in un corridoio in cui vide passare varie persone, tutte indaffarate. Eleonora si diresse lungo il corridoio, salirono le scale a metà di quel corridoio fino ad arrivare al primo piano. Lì passarono ancora lungo il corridoio pieno di porte ed entrarono dentro all'ultima porta del corridoio. Lì dentro c'era l'ufficio di Eleonora.

Una stanza non troppo grande con una panca, una libreria, la scrivania e una finestra. Eleonora afferrò tre volumi rilegati in pelle dalla scrivania e, guardandoli uno ad uno li rimise sulla libreria. Alisea chiuse la porta.

– Sai quel ragazzo che ha assassinato un suo compagno di scuola? – chiese Eleonora dirigendosi verso la scrivania.

– Non era molto interessante – rispose Alisea seguendola. Eleonora si sedette sulla sedia, aprì un cassetto e tirò fuori una lettera e delle pergamene.

– Ecco, quel ragazzo è ora detenuto nel nostro carcere –

Alisea si concentrò:

– E qual'è il problema? – chiese

Eleonora rispose:

– Il tribunale della sua città lo ha ritenuto un condannato a morte. Prima era detenuto nel carcere di Pasin, una città marittima del sud, è riuscito a scappare ma l'abbiamo preso noi. Anche secondo i nostri giudici è da condannare a morte, ma sono io che devo decidere se accettare la sentenza o no, ma poi la madre ha saputo che lo teniamo in custodia noi e ci ha mandato questa lettera.

 

Le consegnò in mano una lettera che diceva:

 

Illustrissima Eleonora,

Le scrivo per chiederle pietà per mio figlio. Il suo gesto non è stato altro che un atto sconsiderato di un giovane messo sotto pressione dalla vittima e dalla famiglia. Le assicuro che lui non voleva fare del male a nessuno.

Confesso che i torti non li ha solo Alberto ma anche la sua famiglia che non gli ha prestato attenzione quando aveva detto a noi che il suo compagno di classe lo prendeva in giro e lo obbligava a commettere crimini. Siamo stati noi a spingerlo a quell'atto sconsiderato dicendogli che doveva imparare a difendersi e a diventare un uomo.

 

Io come madre ho il dovere di andare in prigione al posto suo, per non averlo ascoltato e capito.

La prego di risparmiarlo anche solo per la sua giovinezza. Le do la mia parola che un fatto simile non si ripresenterà più.

 

Con riguardo:

Elena Magalli

 

 

Leggendo la lettera ad Alisea venne in mente una cosa:

– Ma tu l'hai visto questo ragazzo? –

Eleonora annuì:

– Ma davanti a chiunque resta muto come un pesce e anche se parla non riesco a fargli capire che ciò che ha fatto è sbagliato. È incredibilmente testardo.

Alisea scosse la testa.

– Non è una questione di giusto o sbagliato. É sempre una questione di utilità, a cosa gli è servito distruggere una vita?. Un minimo di buon senso avrebbe dovuto averlo. Prima di uccidere qualcuno bisogna sempre domandarsi se è necessario o no, lui avrebbe potuto affrontarlo, evitarlo, risolvere il problema senza abbassarsi allo stesso livello del suo avversario –

Eleonora annuì dicendo:

– Ho capito, ma ora che cosa faccio con lui? Tu lo condanneresti o no? –

Alisea si afferrò il mento per un paio di lunghi secondi poi rispose:

– Se gli facciamo capire la portata di quello che ha fatto non ci sarà bisogno di condannarlo –

Eleonora spalancando gli occhi disse:

– Lo so, ma come? Lui non vuole sentire ragioni. Nemmeno la lettera di sua madre lo ha smosso dall'affermare che la vittima meritava di morire. Come farai a convincerlo del contrario?

Alisea si mise a ridacchiare:

– Non devo convincere il ragazzo che la vittima era innocente ma che lo era la madre della vittima. Probabilmente il bullo se lo meritava, ma la madre del bullo aveva colpa? –

Eleonora alzò un sopracciglio:

– Cosa intendi dire? –

– La lettera che mi hai fatto leggere mi ha fatto capire che questa madre soffrirebbe moltissimo se suo figlio morisse. Anche tu credi che per la madre della vittima sia stata la stessa cosa? Secondo te la madre di quel bullo si meritava di provare un simile dolore?

Il viso di Eleonora si illuminò:

– Tu mi stai dicendo che il dolore della madre della vittima potrebbe smuoverlo a pentirsi? –

Alisea annuì:

– Convoca la madre della vittima e falla parlare con lui –

Eleonora annuì e prendendo un foglio di pergamena intinse la penna per scrivere. Ma prima che la punta toccasse il foglio lei si girò verso Alisea e disse:

– Prima però credo che tu debba parlarci – Alisea si chiese perché, – tu sai essere molto persuasiva, potresti prepararlo in modo che reagisca come vogliamo che reagisca. Insomma vorrei che tu cercassi di... ammorbidirlo un po, insomma –

Alisea appoggiando sulla scrivania la lettera rispose:

– Va bene –

 

 

Eleonora e Alisea uscirono dall'ufficio, scesero gli scalini fino ad arrivare al sotterraneo. Una serie di corridoi bui erano impregnati di un fetore di muffa e urine. Quando entrò in quel posto illuminato solo da fiaccole, non vide altro che sbarre lungo i suoi fianchi e gente che si sbracciava verso di lei sperando che fosse venuta a liberare uno di loro.

Eleonora passò in mezzo a quella gente senza degnargli di uno sguardo. Alisea aveva il viso impenetrabile ma guardando in mezzo a quei carcerati sentiva una strana empatia verso di loro, non poteva fare a meno di domandarsi com'era stare li dentro, di sicuro non piacevole.

Vide anche donne e ragazzi nelle celle, non più di due o tre carcerati per cella.

All'improvviso, mentre li guardava camminando una mano grande e ruvida la afferrò per il braccio. Alisea si fermò guardando un uomo dalla corporatura rotonda e barba folta che, con voce bassa, esclamò:

– Ti prego parla con il tuo superiore, gli dica che non ha idea di come si vive qui sotto. Senza la luce del sole, senza cibo sano, dormo con i topi, non posso vivere così.

Fu in quel momento che Eleonora sfilò la sua spada dalla federa e la puntò sul prigioniero. Lui tremando mollò il braccio di Alisea che disse:

– In ogni caso ti assicuro che non ci resterai per molto –

Il cuore di Alisea cominciò a pulsare più veloce del solito. Non era niente di pericoloso ma non andava bene che si stressasse. Si sfiorò il petto e per sicurezza si sentì il polso. Un'abitudine che non si sarebbe mai più scrollata di dosso.

Eleonora le appoggiò la mano sulla spalla e si avvicinò sussurrando:

– Tutto a posto? –

Alisea annuì poi Eleonora si fermò davanti ad una porta.

– è questa la cella. Se hai qualche problema io sono qui fuori –

Alisea annuì. Poi Eleonora tirò fuori la chiave della cella. La infilò nella serratura e con un lieve cigolio questa scattò. Usando la stessa chiave come una maniglia la tirò. Questa si aprì su un terreno di fieno.

Alisea vide un ragazzo sporco dalla testa ai piedi alzare lo sguardo verso di lei. Un buco sul soffitto era l'unica cosa che gettava luce in quella cella.

Alisea senza scomporsi per il fetore avanzò due passi e Eleonora chiuse la porta alle sue spalle facendo cigolare di nuovo la serratura.

Alisea si prese del tempo per respirare. Non poteva negare che vedere un giovane ridotto in quello stato fosse una cosa poco piacevole ma non poteva lasciarsi andare a sentimentalismi.

– Ciao, Alberto – disse. Prima di sedersi davanti a lui. Alberto di risposta spostò le gambe sul petto abbracciandosele facendo tintinnare le catene. Poi appoggiò la guancia sulle ginocchia, rimanendo in silenzio.

Alisea rise:

– Lo so che la tua non è una bella situazione ma quanto meno un ciao me lo potresti dire –

Lui strinse i pugni ma rimase in silenzio. I suoi occhi lucidi erano colmi di rabbia. Le sopracciglia erano incrociate e il suo respiro si sentiva appena.

Mentre veniva lì aveva progettato una strategia per farlo parlare, non poteva certo aspettare che si facesse avanti lui.

– Certo che puzzi un sacco eh? – disse in tono provocatorio.

Probabilmente se gli avesse parlato con dolcezza il ragazzo, arrabbiato già di per se avrebbe pensato che fosse un tentativo per convincerlo ad abiurare.

Lui strinse ancora di più i pugni intorno ai suoi luridi pantaloni e affondò gli occhi nelle ginocchia. Adesso sembrava disperato. Era così espressivo che Alisea si convinse che non sarebbe stato necessario che parlasse.

– Va bene come battuta faceva pena... Non sono qui per convincerti a fare nulla. ok? Questa organizzazione è nata per le persone che hanno bisogno di aiuto e tu ne hai bisogno. Non puoi pensare di uscire da qui comportandoti come se non te ne importasse nulla, è solo questo che vogliono, che tu dimostri di aver capito cosa hai fatto –

Il ragazzo rimaneva ancora silenzioso. Alisea volle tentare una piccola imprudenza. Si alzò e si sedette accanto a lui mettendosi più o meno nella stessa posizione. Lui alzò un poco lo sguardo verso di lei poi lo rimise dov'era.

– Lo sai chi sono? – chiese.

Lui la guardò fissa come se non avesse capito il motivo della domanda. Alisea non lo guardò negli occhi ma comunque rispose:

– Io sono stata accolta in questa organizzazione dopo che ho ucciso cinque o sei uomini –

Fu in quel momento che il ragazzo alzò uno sguardo spalancato verso di lei che annuì:

– sì! Eppure io sono libera e tu sei imprigionato perché? Perché la mia è stata legittima difesa. Quei banditi mi volevano uccidere, che cosa potevo fare se non difendermi? Ora, perché ti dico questo? Perché il massimo che quel bullo poteva farti, era convincerti a rubare mele al mercato. Ora posso capire che queste cose alla lunga possono infastidire una persona coscienziosa e magari anche sensibile ma non vale la pena patire tutto questo per un simile scarto della società, non credi? –

Almeno adesso il ragazzo la guardava.

– Di un po', c'è qualcosa che non ti torna nel discorso che ho fatto? –

Il ragazzo alzò la testa dalle ginocchia e chiese:

– Perché mi dici tutto questo? –

Alisea prese in mano la catena arrugginita che congiungeva alla parete il polso del ragazzo:

– Perché voglio liberarti da queste catene. Il tuo, come ha detto tua madre, probabilmente è stato un gesto impulsivo dettato dall'accumulo di esperienze negative. Io non lo posso sapere ma ci sono persone che meritano la pena di morte più di te. Quello che è successo non è una cosa bella, né per te né per i familiari della vittima, ma sono cose che succedono. Fra qualche giorno arriverà la madre della vittima per parlare con te e se tu riuscirai a farti perdonare da lei, in pochi giorni potrai tornare dalla tua famiglia e scordarti questa brutta storia.

Lui rimase in silenzio:

– Lo dici come se stessi per fare una recita –

Alisea scosse la testa:

– Non è quello che intendevo. Sono stata io a darti questa possibilità. La direttrice mi ha chiesto un consiglio perché non sapeva se condannarti o meno. Sono stata io a dirgli di farti parlare con la madre della vittima. Lo scopo era di farti capire che, se il bullo, in linea di massima se l'era cercata... sua madre invece non credo che si sia meritata il dolore che gli hai procurato e neanche tua madre merita di vedere suo figlio morire così giovane. O sbaglio?

Lui rimase a fissare il vuoto per un po' senza dire nulla.

– Te l'ho detto! io non voglio convincerti a fare nulla e non voglio convincerti a pensare quello che penso io. Solo pensa a quello che ti ho detto e scegli la via migliore per te, ok? –

Lui annuì. Detto questo, Alisea gli diede due pacche sulle spalle e si alzò:

– Allora ciao, è stato bello parlare con te. Stava quasi per battere sulla porta per farsi aprire quando il ragazzo le disse:

– Non mi hai detto come ti chiami –

Alisea non riusciva a capire che cosa ci trovasse la gente, di così importante, nei nomi, non se lo scelgono nemmeno.

– Mi chiamano Alisea –

Alberto la guardò alzando la schiena:

– Posso rivederti? –

Alisea guardò in alto come a pensarci poi disse:

– Considerata la tua situazione e il fatto che ti sei aperto solo con me... sì, chiedi di me alle guardie, a meno che io non sia in missione sarò qui appena riceverò il messaggio... –

e detto questo bussò alla porta. La serratura scattò e quando la cella si aprì di nuovo Alisea uscì.

 

Eleonora richiuse la cella e chiese:

– Allora? Com'è andata? Ti ho sentito chiacchierare un sacco –

Alisea ed Eleonora cominciarono a riattraversare i corridoi della prigione mentre Alisea rispondeva:

– Meglio di quello che pensavo. Non credevo sarei riuscita a farlo parlare. Mi sono solo limitata a dire quello che mi veniva in mente. Lui mi ha chiesto pure se potevo rivederlo.

Eleonora spalancò la porta d'ingresso della prigione e disse:

– Non so davvero come fai. Tu...sei magica, hai qualcosa di particolare; non riesco a capire cosa, ma riuscirò a scoprirlo.

– Non ti eccitare – rispose mentre salivano le scale – forse sono stata solo sincera, sai l'impressione che mi ha fatto era di chi ne aveva sentite di tutti i colori e pensavo che stare lì a fargli la paternale su quello che è giusto e sbagliato fosse la tattica peggiore da usare. Ho cercato di immedesimarmi nel suo punto di vista e di fargli vedere le cose in modo da indirizzarlo nella direzione giusta, facendogli comunque intendere che lui ha il diritto di scegliere il suo destino –

Eleonora e Alisea arrivarono al corridoio:

– Allora io torno nel mio ufficio, ci vediamo questo pomeriggio alla mensa per il discorso –

Alisea la salutò alzando una mano, poi, mettendosi le mani nelle tasche dei pantaloni si diresse verso l'uscita.

 

 

 

Quel pomeriggio Alisea era nella mensa. Aspettava il discorso come tutti gli altri che erano appollaiati in quella sala a borbottare fra di loro come tanti piccioni. Alisea però assisteva, appoggiata al muro lontano dalla folla. Da lì riusciva a vedere il palco spoglio e, anche se era bassa, gli altri erano seduti.

Stava ancora pensando a quel ragazzo, Alberto, era contenta di quello che aveva fatto per lui. Era felice di aver accettato di entrare in quell'organizzazione quel giorno. Era il suo sogno aiutare la gente come aveva fatto con Alberto. Anche se aveva il cuore debole e probabilmente non avrebbe vissuto a lungo, era comunque contenta di quello che era diventata e di essersi costruita una nuova vita in quell'organizzazione. La vita di prima sembrava ormai appartenere ad un remoto passato, se ne era quasi scordata. Sapeva che i membri della sua famiglia, probabilmente, la stavano ancora cercando in giro ma loro non potevano sapere che si trovava proprio lì e perciò non l'avrebbero mai trovata finché se ne stava lì, di certo nessuno lì dentro avrebbe permesso a qualcuno di fargli del male. A parte forse Adrian ma lui era troppo poco esperto per dargli preoccupazioni, non sembrava nemmeno tanto furbo.

 

All'improvviso la gente inizio ad applaudire. Alisea si unì a loro solo perché c'era Eleonora sul palco che, a quanto pareva, aveva trovato una bella gatta da pelare questa volta. Il suo sguardo era raggiante e le sue mani non riuscivano a stare ferme.

Eleonora salì sul palco e cominciò a agitare le mani in segno di fare silenzio. Quando la mensa si fece silenziosa Eleonora cominciò:

 

– Membri della TMG – che stava per “Togliamo il Mondo dai Guai” – vi ho riuniti in questa sala per rendervi partecipi di una scoperta che cambierà la nostra condizione in un modo o in un altro. – disse e già a questo punto il pubblico applaudì – Ho in mano una missione che ci catapulterà verso un nuovo livello, una missione che coinvolgerà tutti noi, rendendoci più uniti di quanto non lo siamo già. – il pubblico sembrava sulle spine, non vedeva l'ora di sapere di che tipo di missione si trattasse – Da oggi in avanti combatteremo insieme per sradicare la fonte di tutti i mali. –

Addirittura! Doveva essere una cosa importante se Eleonora la definiva in quel modo, oppure stava rendendo le cose così teatrali per fare in modo di ottenere l'aiuto dei suoi sottoposti per una causa che da sola non avrebbe potuto sventare.

Ma Eleonora non lo disse subito. Aspettò che il pubblico si silenziasse e dopo pochi istanti disse con un tono molto più quieto e serio:

– C'è un'organizzazione criminale di origine sconosciuta, che è responsabile di notevoli omicidi, rapimenti e casi irrisolti. Di sicuro ne avreste sentito parlare. – la gente cominciò a mormorare – Mercenari silenziosi e senza scrupoli, allenati fin da piccoli ad uccidere e gettare infelicità, criminali che fin'ora nessuno ha mai trovato o visto. Il loro nome si sente nel vento. La nostra missione... é trovarli e consegnarli alla giustizia! – e così alzò di nuovo la voce – Tutti! Nessuno escluso! –

Sembrava una faccenda seria, quasi quasi si stava interessando. Tutti gridarono eccitati, poi, quando tutti si zittirono Eleonora disse:

– L'organizzazione di cui sto parlando prende il nome di … Reggioli –

Alisea rimase senza fiato. Il suo cuore cominciò a pulsare incontrollato. Era la sua famiglia quella che volevano distruggere! Il suo stomaco si ribaltò. Afferrandosi il petto cercò di respirare. Eleonora voleva mandare in prigione tutta la sua famiglia, se avesse scoperto che anche lei ne faceva parte avrebbe subito la stessa sorte, e quello che era peggio, loro non potevano saperlo ma, c'erano persone innocenti lì dentro, persone come anziani, donne e bambini che non avevano alcuna colpa. Se li avessero trovati non avrebbero risparmiato nessuno, sarebbe stata una strage. Loro non sono un'organizzazione di mercenari ma una famiglia di assassini e le sparizioni di cui parlano riguardano solo le donne e gli uomini entrati a far parte della famiglia tramite il matrimonio. Ma loro non l'avrebbero mai capito e se l'avesse detto a qualcuno era più probabile che la prendessero come una dichiarazione.

Doveva fare qualcosa, ma non poteva certo dire a Eleonora tutta la verità, non sapeva come avrebbe potuto reagire.

– D'ora in poi, ogni informazione è preziosa per la cattura di questi pericolosi mercenari. Chiunque abbia informazioni su di essi dovrà mandare una lettera alla mia segretaria Marianna, chi non lo farà sarà considerato complice ma sono certa che nessuno qui vuole proteggere dei simili mostri. Organizzeremo delle squadre di investigatori, squadre di ricerca e non ci fermeremo finché non avremo assicurato quei criminali alla giustizia! –

Tutti esultarono.

Alisea si sentiva sempre peggio. Sentiva una pressione al petto che cominciava a toglierle il respiro. Non sapeva come agire. Dopo tre anni pensava che le questioni con la sua famiglia fossero ormai chiuse. Ma non poteva negare a Eleonora di avere ragione su una cosa. Erano una famiglia di assassini e mercenari e dovevano comunque essere puniti. Ma non tutti, gli innocenti dovevano essere liberi.

– Siete tutti con me? – gridò Eleonora alzando un pugno in segno di sfida. Tutti alzarono i pugni affermando con voce rimbombante. Alisea cominciava seriamente a sentirsi male. Tenendosi il petto si fece strada tra la gente ignorando i cori e le chiacchiere. Arrivò al portone e ne uscì correndo verso le scale. Cominciò a girargli la testa e le gambe cominciarono a cedere già a metà della scalinata. Non si sentiva così male da tanto tempo. Entrò in camera sua, si chiuse la porta alle sue spalle e cercò di riprendere fiato.

Si sedette con la schiena sulla porta chiusa e serrò le palpebre.

La sensazione era che ci fosse un masso che le schiacciava il petto, ma ormai ci aveva fatto l'abitudine. In genere accadevano molto di rado perché sapeva come evitarlo ma quando le capitava di sorpresa così, c'era poco da fare. Se non cercare di rilassarsi e sperare che il dolore non si estendesse a più di cinque minuti, altrimenti sarebbe stata in guai seri.

Dopo due minuti tutto tornò allo stato normale. Alisea si ascoltò il polso che era tornato regolare. Il suo pensiero tornò a sua madre.

L'unica persona che l'aveva aiutata a scappare da quel posto e l'unica persona per cui valeva la pena morire per salvare. Se non fosse stato per lei non sarebbe riuscita ad arrivare da nessuna parte.

 

Si sentiva debole per via del suo cuore e avrebbe continuato a pensarlo se lei non gli avesse dato un buon motivo per lottare, non voleva che rischiasse la vita. Doveva parlare con Eleonora, ma come fare senza che lei sospettasse?

Loro parlavano sempre di tutto di certo sarebbe rimasta sorpresa se avesse saputo la verità, ma avrebbe potuto dargli una mano, come rivoltarsi contro di lei. Se si fosse saputo in giro poi sarebbe stato anche peggio, Eleonora era brava a parlare ma si lasciava troppo trascinare dalle masse e se tutti avessero deciso che avrebbero dovuto mandarla alla forca insieme agli altri, questo sarebbe successo nonostante tutto. Eleonora non l'avrebbe risparmiata solo per la sua amicizia, avrebbe deciso la cosa migliore per tutti. No! non poteva rischiare.

 

  
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