Crossover
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Autore: Rory Drakon    14/05/2017    2 recensioni
Il Regno di Arcadia è avvolto nell'oscurità. Gli dèi dell'Olimpo, protettori di questo mondo, sono stati sconfitti e imprigionati sull'Olimpo.
C'è solo un modo per sconfiggere le forze del Male che si stanno lentamente impossessando di Arcadia: trovare le Dodici Pietre Olimpiche, simbolo ed incarnazione dei poteri degli dèi, ed usare i loro immensi poteri a scopi benefici.
Un'antica profezia pronunziata da un Oracolo declama che solo un semidio, guidato dai leggendari Cavalieri del Drago potrà adempiere ai voleri del Fato.
Questa è la loro storia.
Genere: Avventura, Fantasy, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Yaoi | Personaggi: Anime/Manga, Cartoni, Film, Libri, Videogiochi
Note: AU, Cross-over, Missing Moments | Avvertimenti: Spoiler!, Triangolo, Violenza
Capitoli:
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"Un semidio degli dei superiori
Compirà vent’anni seppure tra guai e dolori
I Cavalieri del Drago alla sua chiamata risponderanno
Insieme il potere degli dei riuniranno
E mentre una vita nel male trascinerà
L’anima malvagia una lama maledetta mieterà
Una sola scelta porrà ai suoi giorni fine,
e dell’Olimpo il trionfo decreterà, o la caduta infine."


EPISODIO 6 – A CASA DI MERLINO (Prima parte)



Il castello di Dave era così grande che c’era persino un luogo che era stato soprannominato “infermeria”, per via dei letti tutti vicini e gli armadi ripieni di cassette del pronto soccorso.
«Davvero, Ro, non è necessario…» protestò debolmente Percy, seduto su uno dei letti bianchi, mentre Rory gli tamponava con una pezzuola intrisa d’acqua le ferite sul petto nudo e muscoloso.
«Zitto, Testa d’Alghe» borbottò Rory, burbera. «Lo decido io se è necessario o meno. Ed io dico di sì».
«Ti conviene assecondarla, Percy» ridacchiò Jack, appoggiandosi al bastone di legno. «Non sarebbe una buona idea farla arrabbiare».
«Lo so, Jack» ridacchiò Percy.
«Avete finito di prendermi in giro?!» sbottò Rory, scatenando l’ilarità dei due ragazzi. «Jack, vieni qua, che do una sistemata anche a te.»
«Non credo proprio, non mi sono fatto un graffio, sono un pezzo di ghiaccio, io! E comunque non corro pericolo, perché sono uno spirito, sai?»
«Jackson Overland Frost! Dove credi di andare? Torna subito qui!»
Ma Jack rise, e sollevandosi in volo, uscì dall’infermeria. Rory sbuffò, scocciata, quindi tornò ad occuparsi di Percy. Il figlio di Poseidone aveva dei piccoli tagli sulle braccia e sul petto, e uno grande sul labbro inferiore e sullo zigomo, entrambi sanguinanti. Quelli sul petto, ora impregnati d’acqua, si stavano lentamente risanando.
«Ringrazia gli dei che ti risani grazie all’acqua» borbottò Rory.
«Appunto, non c’è bisogno che ti prodighi così tanto» replicò Percy. «Hai un brutto taglio al labbro anche tu, e a te suppongo faccia male».
Percy allungò le dita per toccarle la ferita, ma lei si scostò con malagrazia. «Falla finita. Sto bene». Gli tamponò le ferite sul volto. «Non avresti dovuto metterti in mezzo» disse, piano.
Percy la guardò, incredulo. «E che cosa avrei dovuto fare, allora? Lasciare che quel tizio ti facesse del male?»
«Io non voglio che ti accada niente di male per colpa mia» deglutì Rory, arrossendo.
Percy la guardò dritto negli occhi. «Il dolore non era niente al pensiero di quello che temevo potesse farti quell’essere immondo.»
«Non ho paura di lui. E me la so cavare benissimo da sola».
«Non è stato Pitch a ferirmi, comunque» disse Percy, indicandosi lo zigomo. «Sono stati quei cavalli, come si chiamano… gli incubi purosangue, nel tentativo di immobilizzare me e Jack. Pitch ci voleva catturare, vivi, e incolumi».
«Allora è per questo che vi ha fatto aggredire da loro!» esclamò Rory. «Ma perché? Che cosa voleva?»
«Non lo so» ammise Percy. «Ha detto di servire uno che voleva sia me sia Jack, ma me in particolare». Scosse il capo. «L’Uomo Nero, Jack Frost, Peter Pan… quanti altri personaggi delle fiabe dovremo ancora incontrare?»
«Se quello è davvero l’Uomo Nero delle leggende, ed è al servizio di qualcuno di ancora più terribile, non c’è da star tranquilli. Dovremo cercare di saperne di più, tutti quanti» disse Rory, pensierosa. «Jack ci ha nascosto qualcosa. Non hai notato come si sono parlati, lui e Pitch? Evidentemente già si conoscevano, e Jack non ci ha detto nulla».
«Penso che sia proprio questo di cui ci vogliono parlare lui e Rinoa, stasera» affermò Percy.
«Spero che tu abbia ragione. Non ci devono essere segreti in una squadra» replicò Rory, posando la pezzuola. «Ecco, ora puoi rimetterti la maglietta» aggiunse, imbarazzata, porgendogliela.
«Grazie mille». Percy le schioccò un bacio sulla guancia, prese la maglietta e scappò via.
Rory, incredula e mezza rimbambita, rimase ferma lì dov’era, con aria, sognante.
«Oh miei dei» mormorò, mentre sulle sue labbra si disegnava un sorriso ebete. Poi crollò sdraiata sul letto.

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***


Erano le sette di sera quando Aladdin, Lara, Percy, Lily, Jack, Dave, Cassim, Jasmine e il Genio si riunirono nella sala grande del castello di Dave, assieme a Rinoa e Jack, come i due avevano loro chiesto.
«Allora? Di che cosa dovevate parlarci, ragazzi?» li incalzò Lara.
Rinoa lanciò un’occhiata a Jack. Lo Spirito della Neve si schiarì la gola e disse: «Immagino che tutti voi abbiate notato che io e… be’, Pitch, il tizio con cui ci siamo scontrati ieri sera, ci conoscevamo. Vedete, lui è l’Uomo Nero. Intendo dire quello vero, quello che striscia sotto i letti di notte e fa fare brutti sogni ai bambini».
E Jack raccontò di come amasse passare il tempo facendo divertire i bambini e provocando bufere di neve girando per tutto il regno di Arcadia, di come era stato scelto dalla Luna come nuovo Guardiano, di come conobbe i Quattro Grandi: Babbo Natale, la Fatina del Dentino, Sandman e il Coniglietto di Pasqua, di come divenne uno di loro, di come divenne una delle 5 Leggende. Disse che aveva già raccontato questa storia ad Aladdin, Rory e Rinoa, e si scusò per non averla condivisa subito con tutti; non voleva che si preoccupassero del fatto che lui soffrisse ancora perché non sapeva nulla del suo passato.
«Va bene, se la metti in questi termini, ti perdoniamo» borbottò Lara. Ma non sembrava molto convinta.
«Che storia incredibile!» esclamò Peter. «E poi cos’è successo?»

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«Mi sembra ovvio, Peter» disse Cassim. «Jack ha incontrato te e gli altri».
«È vero. Quello che non vi ho ancora detto è che noi Cinque Leggende abbiamo il compito di proteggere i bambini dal nostro nemico mortale, che è appunto Pitch Black. Perciò io e lui ci siamo già incontrati, o dovrei dire, combattuti. Lui ha tentato di convincermi a passare dalla sua parte, e rendere il mondo esattamente come noi due: nero come Pitch e freddo come Frost» confessò Jack, a fatica.
«Che essere spregevole» fu il commento asciutto di Rory.

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«Lo so. Ma non posso nascondervi il fatto che sono stato tentato di accettare. Prima di diventare un Guardiano nessuno mi vedeva, né sentiva. Ero solo con me stesso, e triste. Però ho capito che Pitch intendeva fare del male ai bambini, di costringerli a credere, imprigionarli in una morsa di paura. Ed io questo non lo volevo. Perciò ho rifiutato e mi sono schierato con Nord, Dentolina, Sandy e Calmoniglio. E col tempo, alcuni umani hanno iniziato a vedermi. Voi siete un esempio». E regalò loro un bel sorriso. «Ma sono veramente pochi. La maggior parte fa ancora fatica».
«Grazie, Jack, per esserti confidato con tutti noi» disse Rinoa. Poi si rivolse agli altri. «Comunque, vi abbiamo chiamato perché noi due abbiamo riflettuto al lungo sull’attuale situazione». Fece una pausa, forse aspettandosi che qualcuno di loro dicesse qualcosa, ma tutti tacquero. «Da quanto abbiamo capito, Pitch, e anche Ade, Uncino, Scar e Jafar sono al servizio di qualcuno di potente che a quanto sembra vuole farci la pelle, ma soprattutto vuole catturare Jack e Percy».
«E per cosa, poi? Per invitarli a bere il tè a casa sua?» ridacchiò Peter.
«Peter, è una cosa seria!» lo fulminò Lara.
«Va tutto bene, Lara» disse Rinoa, con dolcezza. «Comunque, Peter, magari fosse questo il motivo, ma io temo che questo tizio sia più interessato ai poteri che Jack e Percy controllano, e che per questo li voglia avvicinare a sé».
«Non ne siamo sicuri, e non abbiano prove» replicò Jack. «Io e Rinoa siamo convinti che dovremo saperne di più. Dovremo capire chi sia questo tipo che Pitch, Scar, Jafar, Uncino e Ade servono, scoprire le sue intenzioni e prepararci nel caso sferrasse un nuovo attacco».
«Già, facile come bere un bicchier d’acqua» borbottò Percy. «Dove volete che andiamo a cercarlo, su Wikipedia?»
«Mmm… no, non credo che sia una buona idea!» esclamò il Genio, facendo comparire un computer dal nulla e pigiando sui tasti. «Non si riesce a trovare nessun risultato!»
Rory diede un colpetto di tosse che avrebbe potuto benissimo dissimulare una risata.
«Non abbiamo mai detto che sarà una ricerca facile» ribatté Rinoa. «Ma io conosco qualcuno che potrebbe esserci d’aiuto».
«Davvero? Chi?» domandò Dave.
«Mio nonno» rispose Rinoa. «Mago Merlino».
Tutti rimasero a fissarla a bocca aperta.
«Tuo nonno è Merlino?» domandò Rory, come se non avesse sentito bene.
«Sì» rispose Rinoa, sorridendo alle loro facce stupite.
«Merlino? Il mago più potente di Arcadia? Il famoso veggente?» boccheggiò Dave.

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«Sì, sì e sì!» replicò Rinoa, divertita. «Partiremo subito, ed io vi accompagnerò lui per chiedergli di rispondere alle nostre domande».
«Affare fatto!» esclamò Lara. «Siete tutti pronti per affrontare quest’avventura?»
«Sì! Io sono superpronta!» esclamò Rinoa.
«Dave?»
«Sono con te, Lara!» esclamò il giovane.
«Jack?»
«Pronto all’azione!» rispose lo Spirito dell’Inverno, imbracciando il bastone. «E ovviamente lo è anche Dente Da Latte». La fatina colibrì fischiò, agitando i piccoli pugni.
«E tu, Peter?» chiese ancora Lara.
«Eccome! Io e Trilli siamo con te!» esclamò il ragazzino dai capelli rossi, sguainando il pugnale. Trilli tintinnò in segno di assenso.
«Rory?»
«Puoi scommetterci!» esclamò la figlia di Atena.
«Percy?»
«Conta pure su di me!» replicò il figlio di Poseidone.
«Aladdin?»
Il giovane ladruncolo si irrigidì. «Oh, ehm, ecco, io…» balbettò, lanciando un’occhiata a Jasmine.
La principessa gli sorrise. «Sta’ tranquillo, tesoro! Tu va’ e salva il mondo! Io ti aspetterò…»
Cassim gli mise una mano sulla spalla. «Non preoccuparti, figliolo! Staremo bene! Mi prenderò cura io di Jasmine».
«Oh, Al!» Il Genio spalancò le braccia e stritolò Aladdin in un abbraccio. «Mi mancherai tanto! Per me sarai sempre il mio MAPS!»
«Il tuo cosa?» rise Aladdin.
«MAPS! Migliore Amico Per Sempre!»
«Grazie papà, grazie Jasmine, grazie Genio, vi adoro!» disse Aladdin, abbracciando i suoi familiari. «Io e Abu siamo con te, Lara!» sentenziò poi il giovane ladruncolo.


***


«Ma bravo!» esclamò Luke, stizzito. «Eccolo qui, tutto il potere di cui tanto ti vanti! Ti sei fatto battere come un idiota!»
«Taci, inutile figlio di Ermes!» scattò Pitch, furibondo.
«Non osare chiamarmi in questo modo, tu, sudicio…»
«Ora basta!» tuonò il Signore della Fortezza Oscura.
«Sì, padrone» fu costretto a rispondere il semidio, chinando lo sguardo.
«In quanto a te, Pitch» esordì il Padrone, rivolgendosi all’Uomo Nero. «Spero che tu abbia una valida giustificazione per il tuo misero fallimento!»
«È stata tutta colpa di quella ragazza!» ringhiò Pitch. «È stata lei a trovare il modo di far fuori i miei incubi in un colpo solo, suggerendolo a quella maghetta da quattro soldi!»
«Quale ragazza?»
«La figlia di Atena!»
Sulla sfera al centro della sala comparve il volto di Rory.
«Ah! Sospettavo che avrebbe potuto recarci qualche grattacapo. Maledetto il sangue di sua madre!» imprecò il Signore della Fortezza Oscura. «Ma ora basta, abbiamo perso anche troppo tempo con questi inutili ragazzini. È tempo di dedicarsi alla ricerca delle pietre».
«Certo, mio signore» intervenne la donna nell’ombra dalla voce lievemente rauca. «Stavo giusto per informarla che sono riuscita a trovare il custode del libro».

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«Ottimo lavoro. Va’ dunque da lui, rubagli il libro e portamelo qui. Lo voglio tutto, fino all’ultima pagina!» ordinò il padrone.
«Non la deluderò, mio signore» disse la donna.
«Se per puro caso incontri quei fastidiosi eroi, sai cosa devi fare.»
«Certamente. Catturare il figlio di Poseidone e il Guardiano del Divertimento.»
«Precisamente» replicò il Signore della Fortezza Oscura. «Ma comincio a credere che quella figlia di Atena sia molto più forte e scaltra di quanto dia a vedere. Potrebbe essermi molto preziosa per i miei piani…»
«Lasciate allora che vada anch’io, mio signore» intervenne Luke. «Alla ragazza ci penserò io».
«Ti ho forse dato facoltà di parlare?» domandò il Signore della Fortezza Oscura, minaccioso.
«N-no, mio signore…» balbettò Luke. «Stavo solo pensando che…»
«Tu non devi pensare, piccolo servo. Ho deciso di mandare lei, e lei andrà. Mi porterà il libro e le persone di cui ho bisogno, nel caso le incontrasse, compresa la figlia di Atena. Sono stato abbastanza chiaro?»
«Sissignore».
«Puoi andare, mia cara» disse il Padrone, rivolgendosi alla donna, che svanì in un lampo verde.


***


Merida cavalcava spedita verso la foresta, aggrappata alla criniera del suo fedele cavallo Angus, mentre le lacrime le rigavano il volto, copiose.
Non sapeva da quanto tempo stesse cavalcando, né dove stesse andando, e non le importava. Le importava solamente di fuggire, correre senza più fermarsi e non guardarsi mai indietro, andare dove la smettessero di rovinarle la vita, di toglierle la sua libertà e dirle sempre quello che doveva fare o come doveva comportarsi.

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Era stufa marcia di quella vita da principessa, la odiava. Lei non era così. Lei era uno spirito libero, una guerriera. Non voleva perdere tempo con stupide cerimonie, stupidi insegnamenti e soprattutto stupidi matrimoni. Come potevano averle fatto questo, i suoi genitori? Prometterla in sposa a qualcuno che nemmeno conosceva, che non aveva mai visto in vita sua? Come pretendevano che lei prendesse tutto questo alla leggera? Si trattava di toglierle la sua libertà, di condannarla per sempre a una vita che non voleva. Questo non poteva perdonarglielo, né poteva accettarlo.
Perciò aveva deciso di scappare di casa, di lasciare il castello doveva sempre vissuto, abbandonare i suoi fratellini e i genitori che aveva creduto di amare; e non c’era niente, niente, che le avrebbe potuto far cambiare idea.
Cavalcò ancora per un po’, finché giunse nella foresta. Non ordinò ad Angus di rallentare, né di fermarsi, lasciò che proseguisse per la strada; i rami degli alberi le si impigliavano nel vestito, nei folti e ribelli capelli rosso carota e le lasciavano profonde ferite sulle braccia, ma il dolore era nulla, nulla in confronto alla voragine senza fondo che le scavava il petto, agli occhi che le bruciavano come carboni ardenti.
Angus continuò a correre e a correre, finché infine raggiunse un’immensa pianura, dove si fermò bruscamente e s’impennò; Merida venne balzata via dalla sella e cadde per terra con un tonfo sordo.
«Angus!» singhiozzò la principessa, in tono di protesta; il cavallo le rispose con un nitrito di scusa e dispiacere.
Merida si asciugò le lacrime e si guardò intorno, sollevandosi in piedi. Si trovava all’interno di una specie di cerchio di rocce altissime ed appuntite, che aveva un’aria decisamente sinistra. Angus nitrì, nervoso.

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Ad un certo punto Merida udì uno strano verso melodioso, simile al canto d’un uccello e la nota di un flauto. Si voltò e vide una strana fiammella azzurra, ad alcuni metri dinanzi a lei, che sembrava avere occhi ed un minuscolo corpicino; con le esili braccine le faceva segno di avvicinarsi.
«Un fuoco fatuo» mormorò Merida, incantata, cominciando ad avvicinarsi lentamente alla strana fiammella; Angus nitrì, preoccupato, ma lei non ci badò. Ricordò ciò che sua madre su quelle magiche creature, che secondo la leggenda guidavano coloro che li vedevano verso il proprio destino; sentì una fitta al cuore ripensando alla madre.
Appena la principessa fu a un centimetro di distanza dal fuoco fatuo, quello le scomparve davanti non appena lei cercò di sfiorarlo delicatamente con la mano.

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Sollevò lo sguardo e vide davanti a sé un sentiero, nel quale di lì a poco comparvero una decina di fuochi fatui tutti in fila, che le facevano segno di avvicinarsi.
«Vieni, Angus» disse la principessa, voltandosi verso il cavallo ed invitandolo con un gesto.
Il cavallo sbuffò, visibilmente contrariato, ma seguì lo stesso la padroncina che s’inoltrava sicura nel sentiero, seguendo i fuochi fatui che sparivano man mano che avanzava.
Quando tutti i fuochi fatui sparirono e Merida giunse alla fine del sentiero, vide davanti a sé un immensa collina con un incavo così grande che avrebbero potuto benissimo entrarci dentro lei e Angus.
«Perché i fuochi fatui ci hanno portato qui?» chiese Merida ad alta voce, accarezzando il muso di Angus.

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All’improvviso un tuono squarciò l’aria, e in mezzo secondo netto, la pioggia cominciò a cadere scrosciante, bagnando la principessa e l’imponente cavallo nero.
«Oh santo Zeus! Non ci voleva!» imprecò Merida, calandosi all’istante il cappuccio nero sul capo. «Presto, Angus, rifugiamoci sotto l’incavo di questa collina!»
Il cavallo non se lo fece ripetere due volte, ed insieme alla principessa entrò nell’incavo, che sembrava fatto apposta su misura per loro.
Dopo pochi minuti, Angus si sistemò ben bene e si addormentò, russando rumorosamente. Merida invece non riuscì a prendere sonno. Stava pensando ai suoi genitori e a quanto si sarebbero preoccupati non vedendola tornare a casa. Santo cielo, si sarebbero presi un colpo. Ma cosa le era preso? Come aveva potuto andarsene via così? Ma sul serio credeva di poter vivere nella foresta, lontano dagli affetti di chiunque e senza nessuno con cui poter stare in compagnia, a parte forse Angus?
Era già tentata di svegliare il cavallo e ordinargli di riportarla indietro, ma poi si fermò, chinando il capo mestamente.

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Era davvero questo che voleva? Tornare a palazzo, per ricongiungersi con i suoi familiari, che l’avrebbero comunque costretta a farle fare quello che non voleva? A sposarsi con qualcuno che nemmeno conosceva? Toglierle per sempre la libertà di cui godeva?
“No” pensò con convinzione. “Non lo farò. Non tornerò mai”.
Avrebbe vissuto nella foresta per sempre. L’incavo di quella collina sarebbe stata la sua casa; di giorno sarebbe andata a caccia, avrebbe trovato qualche animale e l’avrebbe cacciato col suo inseparabile arco o con la sua spada. Era o non era un’abilissima arciera, una guerriera e un’esperta di sopravvivenza? Lei, che aveva persino scavato le cascate dei grandi re? Sarebbe stata libera per sempre, in quella foresta, libera da tutti, nessuno più le avrebbe cosa doveva fare o chi doveva essere.
Allora perché quel pensiero la rattristava? Perché le lacrime si ostinavano a scenderle dagli occhi? Infine decise di non trattenersi, decise di sfogarsi; pianse a dirotto, e il rumore del suo pianto si perse nel rumore scrosciante della pioggia che cadeva.
«Oh santo cielo!»
Merida quasi saltò in aria nel sentire quella voce femminile profonda, da contralto, e dolce. Alzò gli occhi e vide davanti a sé una ragazza di circa diciotto anni, alta, snella, dalla carnagione chiara, i capelli biondo chiaro intrecciati in uno chignon, due grandi occhi azzurri e labbra rosse come una rosa. Indossava un lungo abito regale con un mantello e in testa aveva una coroncina dorata con una pietra azzurra. Quando la vide, Merida avvertì una nettissima sensazione di deja vu. Sentiva di averla già vista, da qualche parte, ma non ricordava dove.

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«Ti senti bene?» le domandò la ragazza, preoccupata.
Merida si asciugò le lacrime e recuperò l’aria spavalda e sicura che adottava sempre. «Sì, tranquilla, tutto bene! Tu piuttosto? Fuori sta diluviando! Non vorresti venire qui sotto a ripararti?» La principessa dai capelli rossi si scostò un poco e le fece posto.
La giovane bionda si sedette cauta, e le sorrise. «Grazie, io mi chiamo Elsa, neo-regina del regno di Arendelle».
«Io sono Merida, principessa del clan dei Dun Broch».
Rivelarono la propria identità come se niente fosse. Poi entrambe si accorsero di quello che avevano detto e si guardarono con gli occhi sgranati.
«Tu sei una principessa? Accidenti! Non posso crederci! Anch’io lo sono! Ma che cosa ci fai tutta sola in questa sperduta foresta!?»
Si interruppero, rendendosi di aver pronunciato entrambe la stessa identica frase e all’unisono; si guardarono reciprocamente come avrebbero guardato un perfetto idiota, e poi scoppiarono a ridere a crepapelle.
«Prego, prima tu» la invitò Elsa, educatamente.
«No, no, prima tu.»
«No, suvvia, insisto, prima tu».
Merida infine si arrese e decise di raccontarle la propria storia. «Be’, ecco, io… sono scappata di casa» esordì, timida.
Elsa la guardò attentamente. Non sembrava affatto sconvolta della notizia. «Davvero? E perché mai?»
«Perché i miei genitori vogliono accasarmi con il primogenito del clan degli Haddock.»
«E tu non lo ami?»
«Peggio! Non lo conosco nemmeno!» scattò Merida, indignata. «E se i miei genitori mi credono una donzella da quattro soldi, si sbagliano di grosso! Sono una tipa indipendente e voglio di più!»
«Mi sembra una decisione quantomeno legittima, quella di andartene, anche se rischiosa» commentò Elsa. «Non è giusto che la gente ti imponga come vivere la tua vita».
Merida le sorrise, ringraziandola mentalmente per quelle parole incoraggianti.

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«E invece tu?» domandò poi ad Elsa. «Perché sei qui?»
La principessa di Arendelle fissò attentamente la giovane dai capelli rossi, come per valutare se potesse fidarsi di lei. Poi tese il palmo della mano, e sotto gli occhi stupefatti di Merida, un fiotto di ghiaccio vi danzò sopra.
«Ma… ma… ma come hai…» balbettò la principessa dai capelli rossi.
«È per questo che sono qui» mormorò Elsa. «Ci sono nata, con questi poteri. All’inizio, quando ero bambina, era divertente. Lo usavo per giocare e far divertire i miei amici…»
«Aspetta! Ora ti riconosco!» esclamò Merida, puntandole un dito contro. «Io e te eravamo amiche, da piccole! Tu sei Elsa, la principessina dai poteri glaciali! Quella che ci faceva divertire con le nevicate anche in estate!»
«Ma allora tu… tu sei Merida, la principessina dai capelli rossi, a cui piaceva il tiro con l’arco!» esclamò Elsa. «Non posso crederci!»
Le due ragazze, al colmo dell’eccitazione, si strinsero in un abbraccio fraterno.
«Oh, Elsa… ma com’è possibile?» mormorò Merida. «Da quant’è che non ci vediamo? Se eravamo amiche, perché non ti ho più vista?»
Elsa s’incupì. «Davvero non te lo ricordi?»
«Mi dispiace… sono passati tanti anni…» si scusò Merida.
«Ti ricordi quella volta che siamo andati al laghetto?»
«“Siamo andati?”» domandò Merida. «C’era qualcun altro con noi?»
Elsa ridacchiò appena. «Ma non ti ricordi proprio di nessuno degli amici che avevamo?»
«No-o-o!» esclamò Merida, scocciata.
«Be’, insomma, siamo andati a giocare al lago, e io l’ho congelato con i miei poteri perché volevamo fare pattinaggio sul ghiaccio. Ma poi…» La voce di Elsa s’incrinò. «Poi è arrivato que… quell’uomo…»
«Uomo? Quale uomo?» domandò Merida, e mentre Elsa continuava a raccontare, in quello stesso istante i ricordi la investirono come una secchiata d’acqua gelida.


***


La piccola Merida stava giocando, ridendo, sulla superficie di un lago ghiacciato, assieme ai suoi migliori amici e compagni di giochi: Elsa, una bambina poco più grande di lei dalla treccia bionda, Jack, un diciottenne dagli occhi e dai capelli marroni, Hiccup, quindicenne dagli occhi verdi e capelli castani spettinati, Sdentato, un giovane esemplare di drago della specie delle Furie Buie, Lara, una ventenne dai capelli castano scuro legati in una coda e Rory, una bambina dell’età di Merida dai lunghi capelli castani.
I sei amici si stavano divertendo tantissimo, ma ad un certo punto Sdentato cominciò ad emettere un ringhio basso, come sempre quando avvertiva un pericolo incombente; fu così che Rory, Merida e Lara lo videro arrivare.

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Era un uomo alto e secco, dalla pelle grigia come la pietra, i capelli dritti e neri, una lunga veste oscura con una scollatura a V sul petto e grandi occhi gialli. Sulle labbra sottili era stampato un sorriso agghiacciante, ed avanzava verso di loro tenendo le mani dietro la schiena e quest’ultimo ritta, ritta.
Alla fine anche Elsa, Jack e Hiccup si accorsero dell’uomo; i sei ragazzi si strinsero tra di loro ed istintivamente indietreggiarono, mentre Sdentato apriva le immense ali e ringhiava, più forte di prima.
«Ahhh, mi era sembrato di sentire le risate di sei preziosi bambini» mormorò l’uomo, con voce falsamente gentile, scrutando i ragazzi.
La piccola Merida si nascose dietro le gambe di Hiccup; questo, istintivamente, la prese per mano e si mise di fianco a Sdentato, Jack prese Elsa in braccio e cercò di nascondere Rory dietro di sé, mentre Lara aprì le braccia, coprendo i suoi amici in una sorta di scudo.
«Ma che gruppetto adorabile…» commentò l’uomo, continuando ad avanzare, il sorriso malevolo che si allargava sempre di più.
«Ho paura… chi è quel signore?» mugugnò la piccola Elsa.
Jack le accarezzò dolcemente i capelli. «Va tutto bene, piccola…ci siamo noi qui…» disse, e con la mano libera afferrò istintivamente quella di Rory, che si strinse al suo braccio.
«Chi sei?» domandò Lara, rivolgendosi allo sconosciuto col tono spavaldo e autoritario che adottava sempre. Sdentato si portò al suo fianco, senza smettere di ringhiare, e puntò la testa verso l’oscuro figuro, più minaccioso che mai.
Lo sconosciuto smise di avanzare, lanciò un’occhiata divertita al rettile nero di fianco e Lara e poi fece un plateale inchino. «Permettetemi di presentarmi: il mio nome è Pitch Black. Ma tutti mi conoscono semplicemente come… l’Uomo Nero, il guardiano degli incubi, incarnazione della paura».
La piccola Elsa trasalì a quelle parole, e si aggrappò con le manine al collo di Jack, seppellendo il visino nel suo petto.
«Ma… l’Uomo Nero non esiste…» obiettò Hiccup. «È solo una leggenda, creata per spaventare i bambini che non vogliono andare a letto!»
«Ma davvero?». Pitch Black si voltò a fissare il ragazzo dritto negli occhi, facendosi improvvisamente minaccioso. «Ti sembro forse una fantasia? Ti sembro forse una mera leggenda? Eppure sono qui, davanti a te, in carne ed ossa, e tu riesci a vedermi benissimo, Hiccup Horrendous Haddock III».
Al sentire pronunciare il suo nome completo, Hiccup trasalì.
«Che cosa vuoi?» intervenne Jack, fissando l’Uomo Nero con sguardo truce.
Pitch ridacchiò, congiungendo le mani come se dovesse pregare. «Avevo sentito parlare di una piccola principessina dagli sbalorditivi poteri di ghiaccio… sono venuto a cercarla non appena ne ho sentito parlare, e finalmente l’ho trovata…» rispose, allungando la mano verso la piccola Elsa, stretta in braccio a Jack, che tremava visibilmente; Sdentato ruggì appena, e l’Uomo Nero ritrasse la mano, visibilmente infastidito dall’enorme rettile.
Si voltò nuovamente verso Jack. «Consegnami la bambina che tieni in braccio, Jackson Overland Hawkins».
«Mai» ribatté Jack, coraggiosamente.
«Cosa vuoi da Elsa? Lasciala stare!» si intromise la piccola Merida, avanzando verso l’Uomo Nero.
«Merida, no!» gemette Hiccup.
Pitch ridacchiò alla vista della bambina dai capelli rossi che incoccava il suo minuscolo arco e lo puntava verso di lui, e del giovane Hiccup che la prendeva in braccio e la allontanava.
«Tutto quello che voglio, mia cara principessina, è solamente sfruttare i meravigliosi poteri della tua amichetta Elsa per creare un mondo a mia immagine e somiglianza… poiché niente si sposa meglio con il freddo dell’oscurità» mormorò, lanciando alla bambina dai capelli biondi uno sguardo avido, ed avanzando di nuovo con la mano tesa.
«Stai lontano» intimò coraggiosamente la piccola Rory, agitando i pugni. «Se provi a toccarla, io e Sdentato ti picchiamo forte!»
Sdentato, a voler confermare quanto aveva detto, spalancò le enormi ali e ruggì.
«Attenta, dolce bambina, o tu sarai la prima» minacciò Pitch dolcemente.
«Jack» sussurrò Hiccup. «Al mio segnale porta Rory, Elsa e Merida via di qui».
Jack annuì impercettibilmente, facendo salire Elsa sulle sue spalle ed afferrando la manina di Merida.
«Non ho capito cosa diavolo tu abbia in mente, ma se vuoi Elsa, dovrai passare sui nostri cadaveri» affermò Lara, truce. «Non ti lasceremo portarcela via».
«Capisco. Be’, in tal caso…» Pitch sollevò le mani e un cumulo di sabbia nera danzò sopra i palmi.
«Jack, portale via di qui! Ora!» gridò Hiccup, montando sul dorso di Sdentato, che non aveva smesso di ringhiare neanche per un momento.
«No, io voglio restare con Hic!» protestò la piccola Merida, ma Jack la prese in braccio tra le sue proteste, afferrò la mano di Rory e corse via.
«Dove credete di andare?» sogghignò Pitch, avanzando, ma Lara, Hiccup e Sdentato gli sbarrarono la strada.
«Di qui non passi» sibilò Lara; aveva un rozzo arco di legno in mano e puntava una freccia infuocata verso l’Uomo Nero.

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«Non farai del male ai nostri amici» affermò Hiccup; Sdentato ringhiò minacciosamente.
Pitch sorrise, malevolo, agitò le mani e creò un raggio di sabbia nera che scagliò contro di loro.
«GIÙ!!!» strillò Lara, tuffandosi di lato; Hiccup e Sdentato seguirono il suo esempio.
Il raggio di sabbia nera li mancò, ma continuò la sua strada, ed in un lampo Hiccup capì che l’attacco non era stato indirizzato a lui o a Lara.
«JACK, ATTENTO!» urlò con tutto il fiato che aveva in gola.
Il ragazzo dai capelli corti e bruni udì l’urlo di Hiccup e fece l’errore di smettere di correre sulla superficie gelata del lago assieme alle tre bambine, si voltò in tempo per vedere un raggio di sabbia nera diretto contro di loro; si spostò, ma non abbastanza in fretta, e lui e le bambine vennero sbalzati via.
«Aaahhh!!!»
La piccola Elsa cadde a terra e si sbucciò le ginocchia. La bambina cominciò a piangere disperatamente, e la superificie gelata del lago cominciò ad incrinarsi pericolosamente.
Il cuore balzò in gola a Jack. Il giovane vide la piccola Rory in piedi, dove la superficie era più incrinata, fissare terrorizzata sotto di sé. Non riusciva a muoversi, era paralizzata dalla paura.
«Rory!»
Jack si alzò in piedi, stando bene attento a dove metteva i piedi.
«Sta’ tranquilla, andrà tutto bene!» le gridò.
Un’ombra strisciò alle spalle della bambina. «Che c’è, piccolina? Hai paura?» sogghignò Pitch, accarezzandole i capelli.
Rory trasalì, cominciando a tremare; sul suo volto si disegnò un’espressione di puro terrore.

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«Non la toccare, mostro!» gridò la voce di Lara, ed una freccia volò a pochi centimetri sopra la testa dell’Uomo Nero, che distolse la sua attenzione dalla bambina.
«Rory» la chiamò ancora Jack, con voce dolce e morbida. «Andrà tutto bene. Non guardare giù, guarda… guarda me!»
«Jack… io ho paura…» mugolò Rory, mentre il ghiaccio sotto di lei s’incrinava.
«Lo so!» disse Jack, cercando di muovere un passo verso di lei. Il ghiaccio sotto di lui s’incrinò pericolosamente. «Ma… andrà tutto bene. Non cadrai lì dentro. Ci… ci divertiremo un mondo, invece!»
«No, non è vero!»
«Ti direi mai una bugia?» chiese Jack, sorridendole sornione.
«Sì, tu dici sempre le bugie!» protestò Rory.
«Be’, sì, ma…» Jack provò di nuovo ad avanzare, con tutta la leggerezza che poteva. «Non… non questa volta! Te lo prometto, andrà tutto bene, andrà tutto bene…» ripeté, per rassicurarla. «Devi credere in me…»
Il ragazzo notò il ramo di un albero caduto a terra dalla forma uncinata. Istintivamente lo raccolse e lo puntò verso la bambina.
«Facciamo un gioco, okay?» disse Jack, con un sorriso malandrino. «Se riesci ad afferrare l’estremità ricurva del bastone magico, hai vinto!»
La piccola Rory rise, divertita, e tese le manine verso il bastone, muovendo appena i piedi. Il ghiaccio sotto di lei s’incrinò ancora di più.
«Forza, ci sei quasi!» la esortò Jack.
La bambina afferrò l’estremità del bastone con entrambe la mani, e con un gesto, Jack lo scagliò via, spedendola sulla terraferma, lontano dal laghetto ghiacciato.
«Jackie...» chiamò un’altra vocina, impaurita.
Jack si voltò e vide la piccola Elsa in lacrime, inginocchiata sulla superficie gelata del lago. Attorno a lei c’erano degli spuntoni di ghiaccio affilati come rasoi.
Dietro di lei, Hiccup portava la piccola Merida sulle spalle, cavalcava Sdentato e assieme a Lara combatteva come un leone, cercando di impedire all’Uomo Nero di avvicinarsi alla principessa.
Jack cercò di muovere un passo verso Elsa. Di nuovo il ghiaccio si incrinò.
«Elsa, vieni via da lì! Subito!» disse il giovane protendendo la mano libera verso di lei.
«Jackie…» piagnucolò la principessina. «Ho tanta paura…». A quelle parole, gli spuntoni di ghiaccio si moltiplicarono, e crebbero ancora di più, ma Jack li ignorò, e avanzò verso di lei.
«Stai tranquilla, piccola, ci sono qui io» disse il giovane. «Non avere paura… dammi la mano».
«Ti prego, stammi lontano…» singhiozzò la piccola Elsa. «Non voglio farti del male…»
«E non lo farai» replicò Jack. «So che non lo farai. Coraggio, prendi la mia mano. So che puoi farcela».
Elsa lo guardò con le lacrime agli occhi, ma si fece coraggio e afferrò la mano calda e morbida di Jack. Il ragazzo la prese in braccio e stando bene attento a dove metteva i piedi, cercò di raggiungere la sponda del lago.
Ma ad un certo punto, la superficie gelata sotto i suoi piedi nudi si crepò con uno scricchiolio sinistro. La piccola Elsa urlò e Jack la scagliò via con un gesto, mentre il ghiaccio sotto di lui si spaccava.
«JACKIE!» urlò la bambina, agitando involontariamente la mano mentre era in volo; un raggio glaciale partì dal palmo e colpì il giovane, un attimo prima che affondasse completamente nelle acque gelide.


***


Elsa terminò il suo racconto; ormai le lacrime le scendevano dagli occhi, copiose.
Merida era toccata dal dolore, la tristezza e dai ricordi che quella storia le aveva suscitato. Guardò con compassione Elsa che piangeva, e sentì un groppo in gola. Avrebbe tanto voluto consolarla, dirle qualcosa per rincuorarla, ma non le veniva in mente niente; alla fine le prese le mani e gliele accarezzò con dolcezza.
Funzionò; Elsa si asciugò le lacrime e le sorrise appena.
«Da quel giorno, non ci permisero più di stare insieme, né di vederci» singhiozzò la principessa dai capelli biondi. «I miei genitori mi chiusero nel castello, sola con me stessa, lontana dal mondo, finché non avrei imparato a controllare questi poteri». Si guardò le mani con disgusto. «Limitarono i miei contatti con le persone, finché non arrivò il mio diciottesimo compleanno. E allora una parola si formò nella mia mente. BASTA».
«“Basta”?» domandò Merida.
«Sì. Dissi basta a questa repressione di sentimenti, a questa libertà vigilata. Volevo essere libera di fare ciò che volevo, senza che nessuno mi contenesse o mi fermasse, volevo essere libera di essere me stessa, senza fare del male a nessuno. Così, durante i festeggiamenti per il mio compleanno, scappai via».
«E ti rifugiasti qui, nella foresta» concluse Merida.
«Sì» rispose Elsa. «Per un po’ vagai da sola nella foresta, finché giunsi a una casetta sperduta in questo bosco. Vi abitava mago Merlino. Disse che sapeva che sarei venuta, un giorno, perché era un veggente e vedeva nel futuro. Mi invitò a restare con lui, mi insegnò ad usare i miei poteri, ed io, in cambio, gli tengo compagnia, e all’occorrenza, gli tengo in ordine la casa, perché è un gran disordinato e distratto!».
E scoppiò in a ridere, coprendosi appena la bocca con la mano, come per contenersi.
«Aspetta un momento!» esclamò Merida. «Tu abiti assieme a…Merlino? Il più grande mago di tutti i tempi? Il chiaroveggente più abile? Quel Merlino?»
«Sì!»
«Misericordia!» fu tutto quello che riuscì a dire Merida, scatenando l’ilarità di Elsa.
All’improvviso il volto di quest’ultima s’illuminò.
«Ho un’idea! Perché non ti fermi almeno per una notte a dormire da noi? Così avrai il tempo per rifocillarti, dormire e magari passare un po’ di tempo con me» le propose. «Dopotutto eravamo amiche, e voglio rifarmi del tempo che ci hanno impedito di passare insieme. Allora che ne dici?»
«Dico che è un ottima idea!» esclamò Merida balzando in piedi e sbattendo la testa.
«Ahia!» si lamentò, massaggiandosi il cranio.
«Attenta!» ridacchiò Elsa.
Per fortuna fuori aveva smesso di diluviare ed il sole era tornato a risplendere nel cielo.

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Merida diede una pacca sulle imponenti cosce di Angus, facendolo svegliare di colpo.
«Angus! Sveglia, dormiglione! Dobbiamo partire!»
«È il tuo cavallo? Caspita, quant’è grosso!» esclamò Elsa, colpita.
Merida le sorrise, prese le briglie di Angus ed insieme alla principessa dai capelli biondi uscì dall’incavo dell’albero.
«Be’, allora ci fai strada, Regina delle Nevi?» la provocò Merida, salendo con un gesto sulla groppa di Angus ed aiutando l’amica a fare altrettanto.
«Ma certo, principessa Dun Broch» la provocò Elsa, con un sorriso a trentadue carati. «Da quella parte!»
«Vai, Angus!» lo incitò Merida.
Il cavallo nitrì e partì al galoppo verso il folto della foresta, portando sulla groppa le due ragazze.
Queste non si erano accorte che qualcuno le aveva osservate per tutto il tempo, stando bene attenta a non mostrarsi a loro. Ella uscì dal folto degli alberi, ed il sole ne illuminò i lineamenti.

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Era una donna alta dalla pelle verdognola, con occhi gialli e un copricapo a forma di due corna nere. Vestiva un ampio mantello nero all’esterno e violaceo all’interno; indossava anche un anello d’oro con incastonata una grossa pietra ovale nera e portava con sé uno scettro con una sfera verde, sul quale era appollaiato un corvo nero dall’aria fin troppo intelligente.
«Eccellente» mormorò la donna. «Adesso trovare il covo di Merlino ed impossessarmi del libro magico sarà uno scherzo. Il mio Signore sarà molto soddisfatto di me».
Si rivolse al corvo appollaiato sul suo scettro. «Non perderle di vista, mio diletto».
Il corvo si sollevò in volo e seguì la scia del cavallo.


***


Merida ed Elsa continuavano a galoppare, finché raggiunsero la parte più cupa e tenebrosa della foresta, piena di rovi e di alberi morti. Non certo il posto ideale per una bella cavalcata.
«Fermati, è qui!» gridò Elsa.
Merida tirò le briglie di Angus e lo fece arrestare. Le due ragazze scesero da cavallo con un balzo, e si ritrovarono davanti ad una piccola casetta di paglia con accanto un pozzo, dal quale stava prendendo l’acqua un burbero uomo magro dalla lunghissima barba candida, occhialini, tunica e cappello a punta blu.
Merlino.

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«Tempi oscuri davvero» borbottò burbero Merlino, mentre tirava a cui era appeso il secchio con dentro l’acqua che aveva appena preso nel pozzo. «E maledettamente scomodi!» sbuffò, continuando a tirare e a tirare. «Niente idraulica…niente elettricità…niente di niente… Uuhuu!!!»
Nell’afferrare il secchio sospeso sopra il pozzo, Merlino si era sporto troppo e per poco non vi era caduto dentro.
«Merlino!!!» gridò Elsa, preoccupata, correndogli incontro.
«Ah, Elsa!» esclamò Merlino, afferrando il secchio con entrambe le mani e riuscendo infine a tirarlo su, versandosi però un po’ d’acqua addosso. «Poffarbacco!» imprecò sbuffando il mago.
«Serve una mano?» domandò Merida, avanzando cautamente.
«Ah, no, no, Merida, tutto sotto controllo» borbottò il mago, facendosi per andare verso la casa, ma qualcosa lo bloccò.
«E adesso che c’è? Che c’è? Chi è chi mi tira la coda?» sbottò esasperato, notando che attorno alla caviglia si era attorcigliata la catena del pozzo; si liberò con un gesto e le tirò un calcio. «Brutta catena infernale!» imprecò, sbuffando.
Merida ed Elsa scoppiarono a ridere a crepapelle, poi la principessa dai capelli rossi si accorse di una cosa.
«Ma… ma voi mi avete chiamata Merida, signore!» esclamò, rivolgendosi a Merlino. «Come fate a sapere il mio nome?»
«Perché io sono un veggente, mia cara, ovvio» rispose Merlino. «Sapevo che saresti arrivata da un bel po’ e che avresti incontrato Elsa nella foresta, per questo mi sono preoccupato di prendere l’acqua per preparare il tè».
«Non sbagli un colpo, Merlino!» commentò Elsa.
«Direi proprio di no! Ah, Merida, dammi pure del tu, e chiamami Merlino. E resta qui quanto vuoi, finché le cose da te non si aggiusteranno. Vedrai che qui non riuscirà a trovarti nessuno!» concluse il vecchio signore, e borbottando qualcosa su genitori irresponsabili e poveri giovani incompresi entrò dentro la propria casa, reggendo il secchio pieno d’acqua.
Merida era rimasta di stucco e le era caduta la mascella per lo stupore.
Elsa le mise una mano sulla spalla. «Non preoccuparti, è scioccante e stupefacente allo stesso, ma ti ci abituerai. Ci sono passata anch’io. Ti assicuro che è un tipo davvero molto simpatico, generoso e mattacchione. Coraggio, entriamo».
Merida, ancora un po’ stupita e titubante, seguì l’amica che entrava nella casetta.

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L’interno era molto più grande di quanto desse al vedere l’esterno.
C’erano una miriade di oggetti sparsi in giro, sedie, tavoli, alambicchi, libri e pozioni di ogni colore. Su uno scaffale c’era persino un gufo impagliato molto accurato e realistico.
«Merlino!» esclamò Elsa, in tono di protesta, guardandosi intorno. «Ma che hai combinato? Avevo messo a posto tutto proprio stamattina!»
«Scusami, Elsa cara, dovevo far posto al tavolo» rispose Merlino in tono sbrigativo, mentre si accingeva a versare l’acqua dentro un calderone sul fuoco.
Merida notò che al centro della sala c’era una grossa tavola rotonda apparecchiata con piattini, biscotti, dolciumi, tazze da tè, cucchiaini e una teiera; in tutto c’erano almeno undici sedie.
«State aspettando… cioè stai aspettando qualcuno, signo… cioè, Merlino?»
«Cosa? Ah, sì, Merida cara, certo!» rispose Merlino, tirando fuori un orologio da taschino e guardandolo. «Dovrebbero arrivare qui tra… diciamo… mezz’ora».
«Chi? Chiii? Mi piacerebbe saperlo, chi?!» sbottò una voce burbera.
Merida cacciò un urletto acuto. «Il gufo ha parlato!» esclamò, indicando il volatile appollaiato su una mensola.
«Ragazzetta maleducata! Certo che parlo! E sicuramente molto meglio di te!» sentenziò l’uccello, sollevandosi in volo e andando ad infilarsi in quella che sembrava una casetta costruita apposta per lui.
«Credevo che fossi impagliato!» esclamò Merida.
«Impagliato!? Bada a come parli!» sbottò il burbero uccello, gonfiando le penne del petto.
Elsa ridacchiò, sommessa. «Perdonalo, vedi, lui è un po’ permaloso» sussurrò a Merida.
«Oh, andiamo, Anacleto, sii carino, adesso!» intervenne Merlino. «Voglio presentarti Merida, primogenita del clan dei Dun Broch».
«Puah! Un’altra principessa scappata di casa? Bah! Questa catapecchia sta diventando l’ostello dei ragazzacci!» sbottò Anacleto.
«Ehi! Ragazzaccia a chi? Bada a come parli, pennuto petulante!» ribatté Merida, che non era tipo da sopportare scortesie.
«Ma come ti permetti, brutta...!»
«Smettetela subito voi due o vi trasformo in passerotti!» minacciò Merlino, burbero, scatenando l’ilarità di Elsa.
«Ma insomma, Merlino, chi deve arrivare? A giudicare dalla quantità dei posti, sembra che tu voglia tenere una conferenza di maghi!» disse la Regina delle Nevi.
«Eh, eh! Lo vedrai molto presto, Elsa cara! Ora, se per favore tu e Merida potete aiutarmi a preparare il tè… saranno qui tra mezz’ora!»
«E tu ovviamente lo sai perché sei un veggente, giusto?» domandò Merida.
«Tzé! E dici che verranno qui entro una mezz’ora?» borbottò Anacleto, sempre burbero e scontroso. «Be’, staremo a vedere!»
«Lo vedrai, Anacleto, lo vedrai» sentenziò Merlino, come se la questione fosse chiusa per sempre.

   
 
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