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Autore: Giulia Nardella    15/05/2017    0 recensioni
Racconto (vago canto a Pasolini) sull'omosessualità giovanile (super affrontata, super attuale), e di un amore, interrotto ogni tanto da "stasimi" ispirati alla tragedia greca.
Genere: Drammatico, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Lo studente (Pier Paolo)

 

PRIMO STASIMO

Coro. Ridon gli uomini, e in frescura beata si delizian contenti del domani.

Dimentican le disgrazie, e l'accidenti che l'orcio olimpio emise dai labbri suoi.

Luttuose memorie parò per loro, e per l'umane genti a venire.

Luttuosi canti, e oscuri presagi, feron i cieli per l'avvento proprio.

Ahi!, me sventurata... qual discesa feroce vedrò colli occhi miei stanchi...

Perché permesso fu all'anima mia d'esser carne?, se nel vivere non v'è più gusto...

V'è da domar un animo irascibile: esso è facile, e osceno; ma l'animo che tace, e

sempre contiene, esso è crudele e aspro, e a ragione... non v'è toro che posto

sulla via fermar possa l'avanzata dell'uomo ingiuriato: e treman i popoli!

Guarda il pastorello giocar con la vergine all'ombra del dendro,

e il cieco cantor che marcia i sentieri suoi antichi, fremente d'ascoltator...

Guarda le danze allegre, e la musica di spasmi trastullar colle fronde...

Guarda gli eroi d'un tempo, star al sole portentosi nell'oro dell'elmo loro.

Ma che ridan!, che tutti ridan!, nell'incoscienza loro che non fia salvezza...

 

PRIMO EPISODIO

Tre compagni in particolare mal sopportavano Pier Paolo. Lui non li odiava con asprezza, crudele, perché lui prima di tutti non si amava; ed una fosca rassegnazione disperdeva ad ogni occasione ogni tentativo di risponder con l'ostilità, tanto meno con la vendetta. S'infuriava certamente, e per lungo tempo gli tremavano le mani, come avesse visto uno spirito in un camposanto, ma nulla di più davvero: nulla di più.

Pier Paolo stava infilando la strada dei campi che faceva per allungare prima di tornare a casa. Camminando, camminando, sul bordo d'una roggetta, non prestò caso ai rumori, tant'era pensieroso, finché gli s'accostò una macchina, che frenò d'un tratto stridendo. Ne scesero i tre, creature orripilanti, sdentate e butterate, con l'ilarità e gli occhi di maiali. Gli s'avventarono di sopra, e lo impedirono prima che cadesse nell'acqua. Con una fitta tela nera gli coprirono la testa, da cui filtrava solo il sole. Lo piegarono come un pezzo di carta, che s'adattasse al baule di dietro, e fatta un po' di strada si sentì buttar giù da tre, quattro manone, e in uno strattone inviolabile cadde, cadde, in una fanghiglia tutta densa, di cui aveva conosciuto l'odore un paio di chilometri prima. La macchina arrancò via ridendo, e lui s'alzò sui gomiti per scoprirsi il capo. Rigettò acqua e saliva, con quell'odore gli impediva lo stomaco. I colli sapevano, ma stavano zitti. Si sentiva un po' come loro, un rilievo di mill'anni, e tutto fermo.

Era certo più vicino a casa, ma ora camminava col letame fin nelle ossa. Si denudò allo specchio, e guardò quel viso giallo che lo guardava, che pareva in qualche maniera sereno. Col freddo che gli accapponava la pelle, Pier Paolo pulì coll'acqua alla bell'e meglio gli abiti nel lavandino, con il puzzo di sé che gli scuoteva dal fondo le narici, e s'infilò nella doccia, per guardarsi poi i piedi coll'acqua rovente sul collo. Sua madre tornò, e lo scoprì nudo, nei vapori, magro quanto un albero ustionato. Teneva la tristezza più nera in faccia, i piedi storti, la tinta ai capelli smunta, e la cellulite che le usciva dal maglione infeltrito, e scolorita gli disse: Cos'è successo? Pier Paolo non fece a tempo a rispondere che lei prese a piangere, e buttò via in aria il barattolo del sapone, e il pettine, Che vita dimmerda... questa è la vita dimmerda che vuoi farmi fare?, e se ne andò via colle spalle coll'artrosi che si scuotevano. Quando tornò in camera, fu attento che lei non fosse lì, per non vederla di nuovo piangere, e lanciar le cose. Si mise il pigiama, e prese i libri di scuola, ma s'addormentò però nel letto senz'aver concluso niente, colla testa che gli pulsava, lo stomaco vuoto dalla fame di tutto un giorno, e l'immagine dell'Hermes incollato al muro collo scotch giallo, che prendeva come un'aurea coll'anima.

 

SECONDO STASIMO

Coro. Si dice, secoli or sono, d'un bambin bellissimo, che chiamavan Giacinto.

Le terre tutte d'Arcadia cantavan la bellezza sua beata, e due dei l'amaron feroci.

Un d'essi lo chiaman le navi, per tornar dalle donne; un d'essi i poeti.

Questi l'amava molto, e dimentico d'ogni dovere gli offerse le libagioni proprie;

e fama e virtù non portan agli uomini gli dei che faccian i sudditi.

Non v'eran più cetre, o archi, sol la contesa col signore dei venti.

Questi, superbo, s'intromise nel gioco degli amanti, e collo strumento suo,

fèu!, ahi!, col disco infranse la vita del principe; ed al suol cadde spezzato.

Un fior proprio ne fece il dio piangente, ed il dolor incise sui petali suoi.

La più dolce di tutte è Cipride tranquilla, ch'abbia infuso un affetto moderato.

Ma l'amor feroce, di frecce intinte nel desiderio: dea splendida!, non riservar mai

al mio destino!, che la giornata mia si concluda piuttosto prima!

 

SECONDO EPISODIO

Eran in macchina nei campi, Pier Paolo, la sorella Lisa, e la madre. Faceva notte, e s'aspettava che il papà tornasse da lavoro, dalla serra lì vicino. Quando i campi sono neri, si fanno fitti più che il giorno, e le spighe si moltiplicano, e il cielo è un mantello di una fiaba. A Pier Paolo piacciono molto quelle tenebre, che stanno fuori dai finestrini colla luce gialla dell'abitacolo di dentro; a Lisa e alla madre fanno invece paura, perché pensano sempre che qualcuno stia fuori lì a guardarli per rubargli i soldi e ammazzare qualcuno. Non sanno che di notte nelle Langhe, poi, a nessuno interessa il denaro, perché lì ci vivono i poveretti. Lisa stava vicino a lui nei sedili di dietro, e si toccava le trecce da bambinetta che aveva. Teneva pure le cosce di fuori, e la maglia stretta, e pensava che l'apparecchio ai denti la facesse bella: s'era fatta grande da poco, e aveva pure il fidanzato. I brufoli nella luce timida parevano pomodoretti, tutti sulle guance e in fronte, e si masticava la cicca. La mamma di fronte aveva il portachiavi in mano, e ci si toccava le pellicine alle dita: star lì fuori l'innervosiva. Pier Paolo invece guardava fuori cogli occhi da gatto, e si sentiva piccolo d'improvviso, in un luogo di mondo che conosceva solo lui. La radio l'avevano spenta, e gli angoli dei vetri erano gialli e grigi di sporco, come pure i tappetini. Si sentivano solo i denti di Lisa, e le chiavi che si cercavano. Poi, s'udì qualcosa di fuori, che forse non era niente, ma che fece saltar tutti per aria. Da dov'era venuto, nessuno sapeva dirlo, perché l'avevano sentito lì vicino. Lisa faceva la tranquilla, e la mamma dice che se devono aspettare ancora per tanto se ne vanno più vicini, alla serra, anche se il campo è in maggese. Non c'è un lampione, non c'è niente. Pier Paolo c'ha il cuore tra le clavicole, e si stringe le braccia per i gomiti. Un uomo da solo li supera per il sentiero, e di nuovo si sente come qualcosa di soffice che cada sulle zolle. Lisa ora un po' si agita, e lui guarda fuori tutto esaltato. Si sente la testa tutta annacquata, e le luci buone della serra sono sospese di lontano. Allora, col riso sulla bocca, si mette la maglietta fin sopra il naso, e fa un bisbiglio: Sono dietro di voi... Gli esce una voce paurosa da film che non s'aspettava per nulla, e le due femmine fanno gli occhi da gufo. Stanno lì un attimo paralizzate, ma Pier Paolo non fa a tempo a schivare dalla mano pesante di Lisa, che gli lascia un'impronta di fuoco sul braccio, e una tra l'orecchio e la guancia. La madre gli tira giù tutto il calendario, e pure lei gli lascia un'impronta. A Pier Paolo viene comunque da ridere, e si sente ignorante. Allora con la macchina si spostano più in avanti perché lì non si può restare più, e finiscono sotto le porte. La Lisa piange ancora per lo spavento, e la madre riattacca colla tiritera. Quando poi esce il papà, hanno tutti il muso. Lui non se ne accorge, e dice che l'hanno messo in cassa integrazione. Allora viene il silenzio, e pure a cena. La televisione è accesa, guardano tutti lo schermo per i fatti propri, e nessuno dice niente, e a Lisa cade qualche capello nel salmone.

 

TERZO STASIMO

Coro. Ma il Cronide fu detto d'aver voluto la morte, e l'amor dell'Egeo d'aver preteso colle divine frecce, ché d'un atto atipico s'era fatto custode il grembo bianco santo,

di cui mai si dice parola, o si tiene memoria. Salgono a ritroso le sorgenti i fiumi,

e tale fu quell'evento, e su di un'isola bizzarra il frutto dell'abominio divenne occulto.

Essa detiene una vergine d'Artemide, e del regno suo non fece mai potenza,

perché il mare già tutt'attorno le appartiene, ed il cielo, e le rocce enormi.

Radi son i sudditi suoi, ma dettar legge conosce, e l'ubbidiscono pure gli uccelli.

Tiene una serva, onòmati Melitta, questo è il nome suo, e l'armatura inusata.

Dolce è per l'animo crudele e difforme lo star tra le braccia d'un uomo che l'ami.

Caro è il miele d'una giornata ordinaria, e d'un'occasione comune.

Sventurata è la creatura che nasce morente, e col grembo che le pare stretto.

Sventurata è la genia umana intera, che nulla sa di quel che è davvero.

Sventurato è il torrente, che corre senza saper per dove.

 

TERZO EPISODIO

Quell'amore fu per Pier Paolo ciò che si chiama amore a prima vista. S'anche l'incontro fosse stato incorniciato da circostanze differenti, e se per esempio non si fosse verificata la possibilità d'una conoscenza personale, ma d'una visione unica e materialmente distante, non avrebbe fatto alcuna differenza, e Pier Paolo avrebbe amato comunque.

Le circostanze comunque vollero che Pier Paolo prendesse parte alle lezioni una settimana dopo l'inizio, e ch'entrasse in classe che tutti lo guardavano dal basso, cioè dai banchi. L'insegnante era una donna giovane e cortese, e gli aveva liberato il posto accanto ad una ragazza bella robustella. Sulle prime Pier Paolo teneva la testa bene bassa, e faceva fatica pure a stringere la mano alla compagna. Notò Gennaro mentre l'insegnante parlava di poesia: lui stava seduto più in avanti, e si scambiava i biglietti col vicino. Gli era indifferente la sua presenza, e nonostante facessero tutti così, lui, con quei capelli leggeri e con l'aura, il collo spesso e il naso diritto, lo faceva in modo speciale. Pier Paolo sentì una voglia immediata, come di un'energia magnetica, e si convinse persino d'averlo già conosciuto. Gli s'avvicinavano, gli dicevano: Di dove sei? Di Alba... E dov'è? Vicino Torino... E perché sei qui a Milano? Mi trasferisco con i miei..., ma Gennaro venne lì solo per presentarsi, perché l'avevano fatto tutti: portava una maglietta a maniche corte, dato che era primavera, e tornò in classe con un panino. La compagna di banco, Virginia, quel giorno gli prestò le penne e le matite, e lui si commosse quasi per quel gesto, perché Gennaro s'era appena seduto.

Finché i genitori non avessero trovato un impiego ed una casa per tutti, Pier Paolo stava con la sorella da quella del padre. Si vestiva da comunista, non si faceva la tinta, e aveva due gatti che le facevano da bambini. E così aveva in qualche modo soddisfatto la sua voglia d'essere madre, un'alternativa alla sua intima natura di zitella coll'alito di fogna, e negli anni si era ingentilita: gli dava tutti i giorni il tè, i biscotti, e gli permetteva d'uscire. E mentre Lisa si lavorava il vicino ricco, Pier Paolo conosceva Milano.

Eh, sì. Milano è bella. Non si vuole far amare, ma la si ama comunque. Certo, deve piacere: non ci son le estasi visive delle Langhe, o la lentezza dei pomeriggi scanditi dal letame, e dai greggi. Ma ci son le strade vaste, e brulicanti, e la fretta di chi deve prender la metropolitana, o soltanto un cappuccino, ma è comunque su di giri. Milano fa un po' quello che vuole, ma rimane sempre quella, e si fa riconoscere tra mille. Si adatta, si stabilizza, non è mai finita.

E Pier Paolo pure: s'inserì nel giro d'amici, e prese la moda loro d'uscire il sabato sera, e veder i bar e il Duomo. Non gl'interessavano davvero, eran disincantati e senz'interessi, noiosi consumatori dell'esperienze flaccide della vita in quelle uscite nervose. Eran bravi a fare le battute, ma ignoranti dell'entusiasmo vero che prende il modo di veder le cose: a Pier Paolo importava di Gennaro, ch'era diverso, e pure uscire con altri gli dava l'idea di star camminando sul limitare d'un paesaggio. Quando poi loro stavan con le ragazze, e s'avvicinavano col respiro grosso e le mani pesanti, colla musica sotto che metteva l'ansia, e Gennaro stava lì fermo, e non si faceva avvicinare: a Pier Paolo veniva voglia di tornar a casa, tra i gatti e la zia rossa, così da guardare quell'immagine quanto voleva.

 

QUARTO STASIMO

(nel salone vasto del palazzo)

Melitta. Che hai, basileia?

Faidra. Che ho, Melitta?

Me. Non chiedo altro.

Fa. Rifletto.

Me. E ti preoccupi, noto dal viso tuo.

Fa. Immagino... Eros ha fallito, e v'è più mistero nella sua assenza che nella sua prepotenza.

Me. Non capisco il vostro intendimento...

Fa. Hai ragione, prendo a far delirio. Dunque, meglio partir dal principio. Lo straniero stamani venuto con la donna sua, l'hai veduto pure tu: cercavano infatti una dimora per il momento, che li ospitasse nella lunga fuga loro dalla terra patria che tradirono per amore l'un dell'altra. S'appellarono all'ospitalità, all'amarezza del destino loro, che se concesse le gioie dell'amore, e la fortuna d'un talamo sinceramente condiviso, sottrasse loro la patria, e la benevolenza d'ogni amico, primo dolor per cui piangere, e che mai si può augurare: ma questo hai veduto pure. Ed io l'ospito ora, alle stanze di sopra, nei letti miei opulenti, nel calore d'una casa che li protegge. Ma s'Afrodite, come si sa per l'Ellade tutta, impose l'amore reciproco cogli strumeti impietosi del figlio proprio, essa non decise del brucior che mi sento in cuore. Il mio è forse un evento unico: gli dei tutti m'han dimenticata, come gli amici del povero. Ed io son sola, col fastidio alle membra che mi sento.

Me. Parli forse di Santia?, ché parlar d'egli non vi conviene...

Fa. D'egli invero...

Me. Misera... non dirai il vero...

Fa. Non saprei più mentire, amica...

Me. E' profonda la discordia che pone l'amico contro l'altro.

Fa. Non potevo aspettarmi altro commento, Melitta: e ti perdono.

Me. Pandora nacque con l'animo di cagna; e tu, basileia, hai l'animo irremovibile...

Fa. Anche s'io taccio, non fermo il pensiero mio.

 

QUARTO EPISODIO

L'invitarono a fare uno scherzo a uno, e Pier Paolo finì nei bagni con Gennaro. Lui teneva i pantaloni stretti, e coll'acqua e il palloncino ci fece il gavettone. Mi fai il nodo? Non ci riesco. Gennaro gli fu tanto vicino che gli sentì l'odore. Si mettono in un bagno, e si chiude a chiave. Pier Paolo sta lì contro la parete perché non sa come muoversi, finché lui si fa prendere sulle spalle, e si sente il pacco di jeans contro il collo, e colle mani gli tocca le ginocchia dure. Tiene la testa tutta per aria. Arriva, arriva...!, mettimi giù!, e col culo gli sfrega tutta la testa. E non si sa come, né perché, ma apre e schizza fuori, e ci sono due amici che svuotano in faccia a Pier Paolo un secchio pieno pieno di piscio. Se lo prende un po' in bocca, e va a vomitare nel cesso accanto, perché non gli viene in mente di farlo in quello che ci sta dietro. Loro ridono, ma non fa caso a se rida o no pure Gennaro, e quei vestiti pisciati se li lava da solo più che può col sapone al lavandino che fa una fatica allucinante a uscire.

Poi c'è la gita con la classe a Palazzo Reale, e Gennaro sbriciola le fette biscottate che si è portato per darle ai piccioni del Duomo. L'insegnante di educazione fisica con loro è un montone, e lo tira su sulle punte per l'orecchio perché hanno il tempo contato, a lui e ad un amico, e Gennaro salta su, un po' per l'orecchio, un po' per ridere. Allora vanno al Motta per fare colazione: è mattino presto, e in Duomo ci sono arrivati col pullman, ed è l'ora che la piazza è più bella, non c'è nessuno nessuno. Gennaro non si fa sentire da nessuno, e gli viene vicino col cappuccino. Si scusa per l'altro giorno, e gli dice che pure se sa che ora non serve lo hanno costretto. Pier Paolo porta il giubbotto di pelle all'americana, e ci si stringe. Gli esce che lo sa, e che non fa niente. Allora Gennaro si mette il cucchiaino in bocca inumidito di zucchero e se lo lecca per bene, mentre lo ascolta che lui gli risponde alla domanda se gli piaccia Milano, e si fa subito tempo d'andare. Vedono le opere degli artisti, e Pier Paolo si sente particolarmente empatico. Gennaro si mette sempre per terra appena si fermano un po', e guarda per aria che fa la farfalla colle ginocchia, e si becca i rimproveri e le tirate su d'orecchio.

 

QUINTO STASIMO

(nella camera di Faidra)

Faidra. Ti son grata per la tua venuta.

Santia. Non m'è chiaro tuttavia perché tu m'abbia convocato.

Fa. Non è chiaro a me nemmeno; ma, te ne prego, serviti.

Sa. Basileia, non è per ingenua voglia d'offesa, ma son sazio.

Fa. E' probabile ch'io abbia l'offesa facile, e con me la serva mia, Melitta, che ha preparato per te il banchetto: e per te solo.

Sa. Il mio debito è dunque moltiplicato. Ma mi servo. (si siede alla tavola, e osserva le cibarie) Ahi...

Fa. Tì pàscheis?, che cosa?

Sa. Son certo ch'esso cibo sia avvelenato.

Fa. E perché?

Sa. V'è un bollor strano.

Fa. Ma ti dico: non hai da temere.

Sa. T'onoro, basileia, e tu hai salvato me e la moglie in più d'una occasione ormai: e di questo terrò i simboli nostri, e sacrifico agli dei, e t'onorerò dando il nome tuo alla città che fonderò seguendo i segnali che m'hanno indicato i tre sacerdoti. T'ho rispettato, e la donna ch'è venuta con me pure, e mai penso d'aver danneggiato la quiete dell'esistenza tua solitaria, su quest'isola cara agli dei: correggimi se dico il falso. Non comprendo, appunto, perché tu abbia ideato questo piano. Se t'è cresciuta in cuore l'ostilità naturale dell'ospite che non trova più piacere nella compagnia costretta d'uno straniero, e s'è inevitabile ch'io muoia per la volontà tua, lascia andar la donna mia: le basterà l'imbarcazion più picciola, e terra per approdare. È questo infatti l'ultimo bisogno ch'io ti chiedo prima di lasciarti come t'abbiam trovata, ciascuno alla maniera propria.

Fa. Parli sempre della donna tua, e hai letto il pensier mio: ma ella non è più qui. Ella è già per mare, e d'essa non voglio più sentir dire. Ma ora, serviti, e finisci le portate tutte.

Sa. Non posso saper ch'accadrà?

Fa. Finisci le portate tutte, ti dico. Starò qui a guardarti.

Sa. Ubbidisco.

 

QUINTO EPISODIO

Pier Paolo vide il pene di Gennaro, e fu assolutamente inaspettato. Tra amici avevano l'abitudine bizzarra di trovarsi a casa d'uno, di mettersi in cerchio, e farsi una pugnetta coi pantaloni di giù. Un giorno venne invitato pure lui, e vedeva che tutti si confrontavano le misure, e si guardavano le palle. Lui era uno che ce l'aveva più lungo, e Gennaro gli venne lì di fronte per guardarglielo colla minchia già tra le dita. Se la teneva con le punte per scappellare bene, e pareva non capire che un pene colla carne di fuori è pure più bello. Non ce l'aveva tanto lungo, si poteva anzi dire il contrario; ma le palle gli pendevano belle morbide, e parevano soffici d'una peluria biondastra. Lui sì che aveva un bel cazzo, dritto e tenero, come quello che hanno le statue: e Pier Paolo si gasò tutto, e gli se lo prese davanti. Gennaro si fece indietro cogli occhi bassi, e nel cerchio che avevano fatto nel solaio gli si mise quasi vicino. Quello che aveva la casa aveva chiesto di non sporcare, e tutti stavano lì con la mano a coppetta a prendersi lo sperma.

Così quando Gennaro fece a Pier Paolo se volesse andar a casa sua che gli presentava il gemello, l'unica novità era quella. Hai un gemello? Sì. Ah... non lo sapevo mica... Eh, va be'. Ora lo sai. Abitava nella zona Forlanini, in un condominio ch'era sozzo che si vedeva pure da fuori. C'era un giardino intristito senza bambini, e nel pianerottolo ci avevano pure messo una lavatrice coi fili per aria, e un gattaccio ci dormiva sopra. Gli dice, Quando entri ti levi le scarpe, per favore?, e Pier Paolo ubbidisce che sono ancora di fuori. La casa pure è un buco lurido per topi, e ci stanno non si sa come dei mobili antichi, e poi accanto le persiane tutte storte e la muffa sui muri. Sul divano il gemello di Gennaro si presenta a gambe aperte come Pietro. Sono sputati, ma Gennaro è più bello, e Pier Paolo non sa che dire, e gli viene che il giardino di fuori è bello. Pietro allora mette un braccio sulle spalle di Gennaro, e coll'altra se lo accarezza con la faccia impassibile. Gli fa la domanda da dove viene, e che fanno i genitori, e pure: Sei ricchione? Boh... Come boh? O sì o no. Eh... allora sì. Allora, gli dice che lui e Gennaro stanno assieme, e che se vuole gli fanno vedere come si fa. Sulle prime Pier Paolo non sa cosa dire. Va bene..., e mentre i gemelli si baciano gli viene da guardare solo la bocca di Gennaro. Pietro poi gli chiede se ha mai baciato qualcuno, e lui dice di no. Sei carino. Se vuoi puoi darci un bacio. Ma no... fa niente, non mi va. Gli prendono a tremare le gambe perché sta in piedi da troppo, e rimangono in silenzio mentre Gennaro fa i giochi con i capelli che gli stanno lunghi, e che il fratello porta più corti. Pier Paolo fa finta che ha da fare, e chiede se lo possono accompagnare giù. Si alza subito Gennaro, che lo chiama e si ferma sul portone, finché fa il timido con gli occhi, e si allunga per dargli un bacio. Ma è davvero la tua prima volta? Sì. E com'è? Buono. Son bravo? Sì. Tanto. Ma non è che ti piaccio? Si sente ancora sotto il naso il suo odore, e lo guarda un attimo com'è, bianco, contro lo sfondo delle caselle di plastica della posta. No... Ah... allora ci vediamo a scuola. Va bene, ciao. Ciao... Si allontana che si sente il portone chiudersi dietro, ed è contento che si sia alzato il vento perché gli caccia indietro le lacrime: perché, poi, gli son salite non lo capisce.

 

SESTO STASIMO

(nei giardini)

Faidra. Ami i fiori.

Santia. Màlista ghe, molto invero.

Fa. E te ne sei vestito. Son più belle ancora le rose sulla pelle tua.

Sa. Qui tutto m'è lecito: e persino d'esser vestito di fiori. Son in questo palazzo da lungo, ormai, e v'è tutto ciò che un uomo possa volere. Ma non vedo più il mare, che m'ha cresciuto, se non dalla piccola finestra della stanza mia, né vedo alcuno che non sia te, basileia. M'offri riparo, e non vado in guerra, e mai rischio la vita. Ma son stanco d'esser prigioniero, e ti chiedo di concedermi un'uscita.

Fa. Molto ritorniamo su questo argomento, ogni giorno invero; e per quello che tu mi dici, che non vai in guerra, v'è solo da essermene grato. Preferiresti morir sotto i dardi rapidi?, o conoscer l'orribile Discordia? Molti preferirebbero sicuramente veder solo un luogo, che star nelle vaste pianure a veder marciare il nemico. Questo, per quel che riguarda la tua sicurezza. Per quello poi che m'hai detto sull'uscita che vuoi, non son ancora decisa. Tu non mi ami, ed io lo so bene: il veleno mio non t'ha ucciso, ma ha forse ucciso me, perché con esso intendevo legarti per sempre. Ma l'amore per la donna tua ch'è partita, è forse troppo vero per esser sconvolto. Ma d'essa non devi più pensare, perché non v'è modo per ritrovarla.

Sa. Sarò onesto con te, perché so che sei buona. Io l'amo ancora, e chiamo il nome suo di nascosto. Ma s'io non t'amo come una moglie, io posso amarti come amica, e come compagna: ed è già tale il mio affetto per te, perché tutto m'hai dato.

Fa. L'armatura ch'io porto, è di sicuro bronzo: ma se le parole tue fossero piume, ne farebbero liquido tutto.

Sa. Se vuoi ch'io ti ami ancora, concedimi un'uscita, in tua compagnia pure. Andar sulla spiaggia: che male potrà farmi mai?

Fa. E sia. Ma ora taci, e torna nelle stanze tue, che fa per tramontare.

Sa. Pèithomai sòi, ubbidisco.

 

SESTO EPISODIO

Vicino alla piscina ci stava un palazzo che pareva abbandonato, con tutta la muffa e le edere di fuori. Doveva evocare un patrimonio della memoria collettiva, perché chiunque lo vedesse pensava che poteva stare in un film dell'orrore. La costruzione era nuova, perché a parte l'abbandono pareva moderno, ma non convinceva, e dicevano che ci dormivano gli immigrati. Capitava che si sentiva un chiasso dalle finestre, e spuntava qualche negro dai piani di sopra che diceva di avere fame, e i neri sono stupratori, e chiunque subisse un furto o cadesse per una storta, era colpa dei negri come quelli. Da quando il palazzo era stato evacuato e messo in vendita, e nessuno l'aveva comprato, il portone era sigillato, e così era rimasto tutto: i clandestini non uscivano, ed erano come gli internati che c'erano prima nei manicomi. Qualcuno doveva tenere la cosa bella in silenzio, perché la sinistra non aveva ancora fatto scandalo: comunisti del cazzo.

Fatto sta che ci andavano i ragazzi che volevano vedere se erano coraggiosi, e Gennaro ci portò Pier Paolo, così, dal nulla. Lisa era sparita da due giorni, e non si sapeva dov'era, e il trasloco era agli inizi. Era estate, alle nove c'era ancora il sole, e Gennaro tirò fuori una sigaretta. Non sapevo che fumavi. Ho appena cominciato. Ah. Fece uno sforzo per far partire l'accendino, e finalmente si mise il filtro in bocca come fosse sul punto di scoprire nuove verità, e il fumo era la palla di vetro. Fumava che pareva l'amore, un doloroso dovere, e il cielo che si tingeva dei rossi e dei viola gli prendeva i capelli. Vuoi...?, gli fece serio. Ma sì, dai..., ma più che altro fece finta, perché sapeva della tosse. Gli piacque solo l'idea di star mettendo la saliva su quella di Gennaro, e di farci una mistura. Lui fa un paio di salti per caricarsi, e lo precede verso lo scalone d'entrata. Fanno il giro del giardino, che pare un quadro impressionista, e a Pier Paolo viene voglia di prendergli la mano, e di sentirgli le dita. Gennaro trova un buco nel muro, con delle crepe così che scoprono i mattoni di sotto, e si accartoccia tutto per entrare coi jeans che gli scendono e gli scoprono la riga. Pier Paolo gli viene dietro, e lui si copre cogli occhi spiritati. Hai paura? Ma va'... ce l'hai la torcia? Eh-no... Ah... Dentro c'era un buio strano, perché dove finiva la luce che veniva di fuori cominciava netta la tenebra. Gennaro si mette le mani sotto i gomiti, e gli dice che può scegliere lui dove andare. Fa un passo indietro, e tiene la voce bassa. Ma me l'hai chiesto tu di venire... Ma cosa ti cambia? Dai, scegli tu. Sono giunti in un mezzo salone, che forse era la portineria. La polvere in certi angoli minaccia d'arrivare ad altezza uomo, e di fronte si alza uno scalone che porta ad un solaio crollato e ai piani superiori. Sotto invece c'è come l'ingresso ad una cantina. C'è il silenzio, ma è pieno di suoni che non arrivano a loro. Pier Paolo va per la cantina, e Gennaro dietro, e gli si mette così vicino che si sente le sue dita fredde sull'avambraccio. Gli spazi lì sono quelli, e quando Pier Paolo si gira lui lo guarda allucinato. Cosa facciamo? Eh, bo'... vai avanti, dai..., e prendono una scala stretta stretta, che scendono con le mani per aria come due ciechi. Trovano uno spazio con delle porte, e sul pavimento coperte e cartoni. L'odore di merda e sperma è allucinante, e a Pier Paolo sale subito un conato. Proprio allora, però, le coperte e i cartoni si muovono, e fanno i versi, e spunta una dozzina di negri, che si sollevano a fatica come zombie disturbati, in un macinare di bocche e saliva. Lui e Gennaro allora corrono via col culo in mano, e non si sa come non inciampano manco una volta. Arrivano fuori che gli sembra di aver visto la Madonna. Gennaro si è pisciato sotto, e se lo stringe con una mano. Che figura..., fa. Ma va'... non preoccuparti. Pure io mi sono spaventato. Andiamo di là, va', prima che quei negri del cazzo ci trovano... ma chi me l'ha fatto fare a me, mi chiedo io... chi me l'ha fatto fare... S'avvicinano allora ad una siepe, dietro a un bagno arrugginito per i muratori, e Gennaro si tira via i pantaloni per metterli ad asciugare. A Pier Paolo viene da guardarlo, e si mette a controllarsi le scarpe. Ma perché mi guardi? Ma non è che ti piaccio? Ma se ti ho già detto di no... Ma guarda che io l'ho capito... Gennaro gli viene di fronte, e si tira su le mutande per farglielo vedere bene. Secondo me, io ti piaccio. Pier Paolo sta zitto. Te lo posso succhiare? Eh? Ma sì, dai... tanto sei frocio, e le sue mani sono già lì. Ma va'... Ma se l'hai detto. Dai, posso? Non sono il tuo tipo? Ma no... non è quello... Sono brutto? Ma no... Sono carino?, e lui tutt'a un tratto si sente la febbre. Sì, però... E allora. Poi vede che ce l'ha già duro, e, Allora ti piaccio, gli dice. Glielo prende tutto in bocca, e se lo lavora che è una meraviglia, se potesse pure coi gomiti. Pier Paolo crede di morire, quando finalmente riesce a sborrare sul prato. Gennaro si pulisce le ginocchia dalla terra, e si mette di nuovo in piedi. Sei brutto, lo sai? Sì. Ti piaccio? Sì. Io non sono un frocio, mi piacciono le ragazze. Mio fratello e io ci facciamo ma perché così... niente di che. Ah. Ad esempio, te l'ho succhiato ma... non vuol dire niente. Lo faccio sempre. Sì. Gli prende la faccia tra le dita, e gli respira quasi in bocca. Sei brutto, gli fa di nuovo. Sei brutto, Pier Paolo. Spero che muori. Lui non sa come rimanerci, e si fa dare i baci. Poi lo guarda rivestirsi, e vede che ce l'ha davvero moscio. Mi accompagni a casa?, fa quasi buio. Lungo la strada parlano della verifica di storia di settimana prossima, e Gennaro si fa fare delle domande su Garibaldi, e azzecca tutto tranne le date. Sotto il portone, gli dà ancora dei baci, e Pier Paolo osa mettergli una mano sulla schiena. Si sente ancora sedato, colla testa per aria, che gli dà un bacio timido sul collo, e lui schizza via. Sei brutto, gli ripete, e se va. Buona notte. Buona notte.

Il giorno dopo a scuola ci viene con un occhio nero e la bocca mogia. Pier Paolo gli va vicino, e non fa in tempo a dire niente che Gennaro gli fa, Vieni in bagno. Lì piange scontento, e si fa abbracciare coi singhiozzi. Gli dice che l'ha pestato il padre, ma non gli spiega bene il motivo. Pier Paolo allora gli domanda se vuole pranzare a casa di sua zia rossa, e Gennaro fa di sì con la testa, come un bambino colla coda tra le gambe. Lisa ancora non c'è, e quando sono in camera da soli Pier Paolo, in una questione di venti minuti, non è più vergine, e a guardare Gennaro che si mette prono colle palle schiacciate sul copriletto con Topolino, docili fra le cosce semiaperte, gli viene voglia d'uccidere chiunque gli s'avvicini.

 

SETTIMO STASIMO

(in spiaggia)

Faidra. Apollo, padre mio, Terribile, Guaritore, Esperto d'archi: se mai ho onorato il nome tuo, e se mai t'ho ubbidito, grata e contenta del sangue mio con l'erezione di templi e col rispetto quotidiano delle libagioni e dei sacrifici; se mai t'ho riservato le carni più pingui, e se mai ho esitato a chieder l'aiuto tuo, perch'io non ti fossi disturbo: parlami ora. Non m'hai dato il dono di guardar nel domani, e di farne figure come fosse presente; né quello di guarir i malati, o di far di poesia, di cui non so nulla invero: m'hai custodita solo su quest'isola, perch'io non svelassi il mistero della nascita mia atipica, e m'hai indossata quest'armatura, e questo copricapo d'oro, ch'io non smetto d'indossar dal giorno che scoprii la mia giovinezza. Il dono mio fu quello di saper di che viver sola, e di non bisognar dell'amore in maniera alcuna: ma non fu questo oggetto tuo, ma conseguenza piuttosto della solitudine, che mi fu sempre compagna, e amica. Sol ora mi struggo, e mi par d'aver perduto le gambe mie: esso io non comprendo. Hai visto tu pure, immagino io, ch'egli, Santia, è fuggito: l'aspettava fra l'onde la donna sua, e fu deciso d'andar con lei, come l'avesse meditato per lungo istante. Dov'egli sia andato, io l'ignoro, e non trovo gusto nell'esser qui. Non discuto dell'assenza sua, o dell'esser mio di nuovo sola, e persin senza il padre mio, quanto piuttosto dell'uomo in genere: che gusto trova infatti nel viver?, e nell'esser qui beato?, com'egli trovasse un modo d'esser immortale? Io son qui, e ho vissuto il dovere ch'è la vita; ed or che la creatura che amavo m'ha negata, io son misera, e me misero. Un segnal solo, che sia un'onda bizzarra o nuvola che volteggi nell'urano, mi basterebbe a confermar ch'io non son più tenuta a viver, e ch'io possa restar chiusa, o trovar morte gentile, chè nulla v'è ad attendermi, e che Santia mio è sempiternamente perduto. Dimmi, padre mio: perché io t'onoro.

 

SETTIMO EPISODIO

Gennaro se n'andò ch'era estate. Lo volevano fare studiare all'università, e diventare qualcuno di rispettabile. A Milano non andava bene, quindi fece il biglietto per l'America, e con Pier Paolo si salutarono in strada in mezzo a tutti all'uscita da scuola, il giorno del termine dell'esame, per cui poi s'erano preparati assieme. Gli disse, Ciao, eh, e lui non sapeva che dire.

Furono mesi terribili, i mesi di quell'estate, col caldo ch'entrava da tutti gli spifferi. Gli metteva l'ansia, e il padre in più era stato licenziato, e facevano economia su tutto, pure sulle angurie. La madre piangeva e si lamentava sempre, e quelle volte che uscivano per fare i giri sui navigli si facevano tutti i fatti propri, e parevano una famiglia di becchini. Lisa era tornata, e il padre le alzava sempre le mani perché ci provava cogli uomini ricchi. Gravava un'atmosfera ripugnante, pure su quella merda di cibo che si facevano, come il calore africano di fuori, e c'era sempre un silenzio squallido, ignorante, triste, senz'ironia. Pier Paolo certo era cresciuto, e si sentiva un uomo, e faceva la ginnastica per mettere su i muscoli. La notte però faticava a dormire, e si faceva le pugnette per passare il tempo. Era tutto molto deprimente, e fu quella la prima vera occasione che comprese quanto gli fosse dannosa la negatività.

Allora, pure lui fece il biglietto, e disse che avrebbe comprato il pane, ma finì dritto in Stazione. Voleva andare in America, trovare Gennaro, e fare con lui il muratore e comprarsi una casa dove vivere e star insieme: se pensava al futuro, si vedeva proprio così. Ma come fare?, e poi con Gennaro le cose erano sempre state instabili, e scherzare col fuoco non è mica cosa da ridere.

Arriva ad Alba che c'è il mercato, e i soldi per una fetta d'anguria ce li ha. Si mette in piazza colle gambe larghe, sulla panchina di fronte alla chiesa, a star sotto il sole col fazzoletto in mano per sputarci i semini. Lì si sta proprio bene, e guarda la gente passare, passa pure uno che assomiglia un po' a Gennaro. Fa caldo pure lì, ma si sente come avesse un appiglio, o una base, a cui tornare in caso di bisogno, nonostante per lui non ci sia più nessuno. Si mette subito a camminar per campi, e a cercar una fattoria che bisogni d'un ragazzo. La prima notte la passa sotto una balla di fieno, collo stomaco che gli fa male dalla fame: ma al mattino si sente più in forma, e guarda le stelle indietreggiare piano. 

F I N E

   
 
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