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Autore: Luce_Della_Sera    16/05/2017    1 recensioni
Lavinia si è laureata con un anno di ritardo in interpretariato e traduzione; dopo un viaggio premio pagato dai suoi parenti come regalo di laurea, si mette alla ricerca di un lavoro. È consapevole che in Italia c’è la crisi, ma vuole comunque provare a vedere cosa la sua nazione può offrirle…riuscirà a trovare un impiego fisso?
Genere: Generale, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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The research

Capitolo 1: La ricerca ha inizio

Davanti allo schermo del computer, rilessi per la terza volta i dati del mio curriculum vitae: nome e cognome, sesso, recapito telefonico, città di residenza, indirizzo mail. Laurea in interpretariato e traduzione, presa da poche settimane: l’avevo messa; avevo anche citato i corsi in lingua straniera che avevo fatto durante i miei studi, mentre avevo evitato di citare il diploma di scuola superiore. Esperienze lavorative: nessuna, dato che cercavo il primo impiego: avevo fatto ripetizioni mentre ero una studentessa universitaria, ma non credevo si potesse considerare un vero lavoro per cui avevo deciso di soprassedere.
Nella sezione facoltativa, avevo messo che ero arrivata quarta ad un concorso letterario per poesie, e che avevo scritto due romanzi che stavo iniziando a proporre agli editori: non era molto, visto che nel primo caso non avevo vinto soldi ma solo una targa, e un conto era aver pubblicato qualcosa e un conto era voler fare dei tentativi, ma volevo dare un po’ di colore al tutto, per risultare almeno un po’ interessante. Dopotutto, avevo avuto occasione di conoscere persone che avevano avuto la sfacciataggine di scrivere che amavano la musica e le uscite in discoteca: quindi, per quale motivo non dovevo far vedere che amavo la cultura?
Aggiunsi un paio di virgole, poi passai alla lettera di presentazione: non avevo la benché minima idea di come farla, e quindi la avevo praticamente copiata quasi del tutto da internet. Iniziavo con il dire come mi chiamavo, quanti anni avevo, che tipo di qualifica avevo e dove la avevo conseguita; aggiungevo inoltre che ero iscritta all’ufficio di collocamento da nove anni, e che pur non avendo mai lavorato mi ritenevo una persona dinamica, comunicativa, affidabile, desiderosa di imparare, capace di gestire le situazioni di stress e dotata di grande spirito di iniziativa, tutte cose che mi facevano ritenere di essere adatta per quella data offerta. Mentivo spudoratamente, perché nonostante mi ritenessi affidabile, non ero di certo comunicativa e dinamica, e le situazioni di stress cercavo di evitarle il più possibile: ma qualcosa dovevo pur dire. Era un gioco che faceva parte dell’arte di sapersi vendere, ed ero certa che le varie aziende lo sapessero: i colloqui di lavoro esistevano per quel motivo, a mio parere.
Iniziai a scrivere una breve mail ad una agenzia di interpretariato e traduzione, a cui allegai sia il curriculum che la lettera di presentazione; poi feci lo stesso con una agenzia viaggi. Stavo giusto per cercare altre strutture come quelle, quando sentii la porta di casa aprirsi.
“Lavinia? Ci sei?”.
Uscii dalla stanza. “Eccomi! Ciao”.
Mio padre si chiuse la porta alle spalle, e mi fissò, torvo.
“Eri di nuovo al computer?”.
“Mi ci sono messa poco fa. E grazie per avermi salutato”.
“Ti saluterei se ti trovassi in giro per casa, una volta tanto”.
“Guarda che ho pulito tutto la mattina! Posso cercare lavoro, ogni tanto, o la cosa ti disturba?”.
“Ma quale cercare lavoro? Stare su internet è il modo migliore per non trovarlo! Quante volte ti ho detto che per trovare un impiego devi andare all’ufficio di collocamento, fare la fila e chiedere? Ma tu no, preferisci stare al computer: hai così paura di parlare, che neanche hai coraggio di andare. Poi, lo sai che ti serve il libretto del lavoro per iniziare, vero?”.
Alzai gli occhi al cielo. Da quando ero tornata dal viaggio che i parenti mi avevano regalato per la laurea, non facevamo altro che litigare su quell’argomento…era già venerdì, e praticamente avevamo passato quasi tutti i pomeriggi così.
“Il libretto del lavoro si usava trent’anni fa, quando eri giovane tu. Adesso non esiste più. Sai come funziona, ora? Tu vai all’ufficio di collocamento, chiedi, e loro ti dicono di visitare il loro sito web per trovare le offerte. Punto”.
“Se fosse così, allora avrebbero chiuso, a che servirebbe stare aperti? Perché non ammetti che sei pigra e hai paura, non sia mai che ti prendano da qualche parte? Sei una codarda, tutto qui”.
“Codarda io? Tu invece sei coraggiosissimo, vero? Sarà per questo che mandavi sempre me dalla nonna quando era malata, e sei andato da lei solo quando hai saputo che le rimanevano pochi giorni di vita!”.
Mi pentii quasi immediatamente di quello che avevo detto: pur restando dell’idea che mio padre avrebbe dovuto essere più vicino alla madre durante la malattia, sapevo che non si poteva paragonare la ricerca di un lavoro ad una morte, per di più così fresca visto che era avvenuta tre mesi prima.
Vidi il viso di mio padre contrarsi dalla rabbia.
“Non è la stessa cosa! Tu hai ottime potenzialità, perché diamine non le sfrutti? Potresti andare all’estero come Giacomo, visto che conosci quattro lingue, e invece no, te ne stai qui a casa, in quelle quattro mura, a fingere di impegnarti per diventare autonoma. Almeno uscissi, poi: invece no, se non sei qui sei in giro con Margherita, che è una perdigiorno come te”.
L’aveva fatto apposta, ne ero sicura. Sapeva perfettamente che non sopportavo le critiche verso Margherita, anche se non conosceva il vero motivo e per quanto mi riguardava non l’avrebbe conosciuto mai.
“Lei non è una perdigiorno! Ed è mia amica, per cui sei pregato di rispettarla. Io rispetterei i tuoi amici, se tu ne avessi!”.
“Io ho degli amici!”.
“Sì, quattro gatti che chiami solo per le feste comandate, e neanche tutti gli anni!”.
“Io non li frequento spesso perché ho una famiglia. Tu cosa hai invece? Sei una che a ventiquattro anni non sa ancora cosa deve fare della sua vita, e passa il suo tempo con una tizia che ha quattro anni meno di lei! Il che non sarebbe un problema se avessi anche altri amici!”.
“Io sto bene così!”
“Sei stupida: lei ti limita. Non ti fa crescere!”.
“Sono già cresciuta. Ho ventiquattro anni, come mi fai sempre notare quando ti fa comodo!”.
“Sei una eterna Peter Pan, Lavinia. Finché non capirai questo, non te ne andrai mai da qui”.
“Senti, ma invece di rompermi quello che non ho e sputare sentenze assurde su cose che non sai e non vuoi capire, perché non te ne vai a fan…”
In quel preciso istante la porta si aprì, rivelando la figura di mia sorella.
“Oh, ciao”, esordì, spostando lo sguardo da me e nostro padre, e viceversa. “Non state di nuovo litigando, vero?”.
“Ciao Paola”, le risposi io, “Stiamo facendo a gara a chi è più rompiscatole. Io ci provo, ma vince sempre lui!”.
Seguii mia sorella nel corridoio, senza degnare mio padre di uno sguardo.
“Allora, come è andata la giornata? Ti sei divertita con la tua comitiva?”, domandai, mentre la raggiungevo in camera sua.
“Sì. Però sai, a volte vorrei poter stare fuori fino a tardi…”.
“Lo sai che non puoi. Hai ancora quindici anni, mamma e papà non te lo permetteranno mai!”.
“Lo so. Però mi piacerebbe essere indipendente, fare quello che mi pare. Come vorrei avere diciotto anni!”.
“Non lo dire: anche io non vedevo l’ora, ma poi non è cambiato niente. Ho avuto la possibilità di prendere la patente e di votare, quello sì, ma riguardo all’indipendenza, guarda dove sono!”, esclamai, indicando con un braccio il muro che separava le nostre stanze.
“Giacomo invece è andato via. Hai mai pensato di fare come lui?”.
“Continuamente. Ma sai bene che mamma non reggerebbe: ti ricordi la crisi di ansia che ha avuto a gennaio? Ed erano passati due mesi dalla sua partenza per Dublino. Per non parlare di quelle che ha avuto dopo, e della pressione che le si alza più spesso di quanto facesse prima…pensa se partissi anche io cosa potrebbe succedere!”.
“Le resterei io”.
“E saresti in grado di sostenerla? Comunque, Giacomo non è solo, c’è Angelica con lui. Io invece sarei sola”.
“Margherita non verrebbe con te?”.
Paola aveva volutamente abbassato la voce: conoscendo il nostro genitore, entrambe sapevamo che probabilmente si era già piazzato in salotto davanti al suo pc, ma era capitato che ascoltasse le nostre conversazioni e quindi era meglio essere prudenti.
“No, è molto legata alla famiglia e non lascerebbe mai i genitori da soli. E, beata lei, ha fiducia nella nostra nazione. Dice che la crisi non può durare per sempre, che siamo nate qui ed è qui che dobbiamo provare a trovare un lavoro”.
“Da quanto tempo state insieme, ormai?”.
La sua domanda era praticamente un bisbiglio, e altrettanto lo fu la mia risposta.
“Dopodomani facciamo un anno di fidanzamento!”.
“Wow! Cioè”, si corresse, accorgendosi di aver strillato troppo. “Quindi vi vedrete?”.
“Sì”.
“Ragazze, ma invece di comunicare come gli agenti segreti, perché non vi mettete a fare cose serie? Paola, tu devi studiare!”.
La voce proveniva dal corridoio; io sbuffai, seccata.
“I miei voti non ne risentiranno mica se parlo cinque minuti con mia sorella, sai?”, rispose Paola aprendo la porta di scatto e fissando mio padre che era appoggiato al muro poco più in là. “Mio fratello è a Dublino, posso almeno parlare con lei o devo prima sottoscrivere un accordo firmato con il sangue?”.
“Ma lascialo perdere, lo sai che non sa fare altro che rompere!”.
Ne approfittai per tornare velocemente in camera mia e chiudere la porta, sapendo che, se mio padre avesse voluto litigare ancora, sarebbe venuto da me e avrebbe lasciato in pace Paola: ero la più grande, quindi era sempre colpa mia per tutto. Anni prima mi accusava di rendere mio fratello una femminuccia, poi più in là aveva iniziato a dire che influenzavo troppo il modo di vestire e di parlare di mia sorella. Ma era forse colpa mia se Giacomo era più sensibile degli altri ragazzi, da adolescente, ed era forse colpa mia se Paola tendeva a prendermi a modello? Oltretutto, mio padre avrebbe dovuto sapere che entrambe le situazioni non sarebbero durate in eterno, così come lo sapevo io; infatti, il primo non aveva subito particolari danni da questo suo aspetto del carattere, anzi, si era rivelato il più furbo e intraprendente della famiglia, visto che conviveva all’estero con la sua fidanzata da quasi otto mesi; mentre la seconda stava già iniziando a seguire altri modelli di comportamento, ossia le sue coetanee.
Contrariamente a quel che pensavo, mio padre non venne: evidentemente, una figlia adulta per lui era più gestibile di una figlia adolescente. O forse, semplicemente Paola era in grado di zittirlo meglio di me.
Guardai l’orologio appeso alla parete della mia stanza; era troppo presto per farsi sentire su WhatsApp, Margherita era ancora a lezione; ma lo feci lo stesso. Dopodiché, accesi la tv, comportandomi esattamente come tutti i giovani disoccupati che conoscevo.

***

Un’ora e mezza dopo, arrivò mia madre: io nel frattempo avevo trovato anche un sito internet che conteneva offerte di lavoro, mi ci ero iscritta creando ben quattro curriculum diversi a seconda delle mansioni per cui mi proponevo, e avevo anche inviato la mia candidatura per diverse offerte. Gliene parlai e lei, pur condividendo con mio padre la poca stima per le ricerche via web, si mostrò felice per me. Dopo cena, poi, tutta eccitata riportò il computer di mio padre in sala e chiamò tutti quanti, perché ci mettessimo davanti allo schermo.
“Giacomo ha detto che chiamerà presto!”.
“Che ore sono a Dublino?”, domandò Paola, mentre ognuno di noi prendeva una sedia per sedersi.
“Quasi le nove di sera!”.
Davanti a noi, sullo schermo, la piattaforma di Skype; conoscendo mio fratello e la sua abitudine a prendersela con calma quando doveva chiamarci, pensavo ci sarebbe voluto parecchio, invece dopo appena due minuti di attesa sentimmo il suono che preannunciava la chiamata.
“Eccolo, eccolo! Ciao, amore!”, fece mia madre, parlando quasi senza respirare e contemporaneamente cliccando sul pulsante che attivava la videocamera.
“Ciao”, fu la sua piatta risposta. Angelica, che era seduta accanto a lui, fu più espansiva.
“Come state? Cosa si dice di bello? Lavoro? Università? Tutto bene?”.
Non avevo bisogno di guardarlo per sapere quanto Giacomo si potesse sentire imbarazzato da quel fuoco di fila di domande: succedeva ogni volta che chiamava via Skype, ma ero sicura che non ci avrebbe mai fatto l’abitudine. Doveva fare la parte dell’uomo duro, non quella del bambino, quando la sua fidanzata era presente!
“Tutto bene”, fece, con voce annoiata. “Ma abbiamo una notizia da darvi: la famiglia si allarga!”.
Per poco ai miei non prese un infarto: io invece ero felice. Stavo per diventare zia, era evidente!
Vidi Angelica abbassarsi come se dovesse prendere qualcosa da terra, e per qualche secondo non fu più visibile dalla telecamera: poi si rialzò e lei e Giacomo si fecero da parte per far sì che l’oggetto recuperato fosse ben visibile al di là dello schermo. Era una gabbia, con al suo interno un criceto grigio chiaro con una piccola striscia nera verticale che partiva dalla testa fino ad arrivare alla coda. 
“La vedete?” chiese mio fratello, mentre sia lui che la sua fidanzata erano ancora fuori fuoco. “Lei è la nostra Spoonie, la abbiamo presa ieri pomeriggio in un negozio di animali poco distante da casa”.
“La famiglia…si allarga…perché c’è lei, allora?”. Mia madre voleva proprio essere sicura di non stare per diventare nonna.
“Certo! Perché, cosa avevate pensato?”.
Per poco non caddi dalla sedia: era abbastanza ovvio, possibile che non ci arrivasse?
“Come fate a sapere che è femmina?”, chiese Paola, mentre i nostri interlocutori riprendevano i loro posti.
“Ce lo ha detto il negoziante. Non ci ha dato la certezza assoluta, in realtà, perché non la ha potuta guardare bene, ma ha detto che al 90% è femmina”, le rispose Angelica.
“Direi 100% netto, in realtà: ha un bel caratterino ed è rompiscatole come le femmine umane, quindi non può essere un maschio!”.
A questa impudente affermazione seguirono le lamentele mie, di Angela e di Paola.
“Guarda che vengo lì a picchiarti personalmente, sai?”.
“Ma tu sei già stata qui a Dublino, quando hai fatto il viaggio post laurea!”.
“Infatti, tu ci sei già stata, lascia che ci vada io!”, si intromise Paola.
“Per me non ci sarebbero problemi, ma cosa fai da sola? Io non stavo mica a casa loro, ero con Margherita in un albergo!”.
“Paola potrà andare da sola all’estero quando avrà diciotto anni, non prima!”, tuonò mia madre, fulminandoci entrambe: dovevamo tornare a rivolgere la nostra attenzione a nostro fratello, dato che chiamava tanto di rado.
E così facemmo: Paola raccontò a lui e Angelica della sua giornata con il suo gruppo di amici, io raccontai che da lì a due giorni avrei visto Margherita: non ci fu bisogno di ulteriori spiegazioni, perché entrambi sapevano. I miei fratelli sapevano di me, i miei genitori no: ero sicura che, se avessero saputo, mi avrebbero reso la vita impossibile.
Poco prima di andare a dormire, scambiai un po' di messaggi con Margherita: eravamo entrambe su di giri per il nostro primo anniversario; quando mi infilai sotto le coperte, il mio ultimo pensiero prima di addormentarmi fu per lei.

  
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