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Autore: MarcoBacchella    16/05/2017    0 recensioni
Dopo anni in cui Marco essenzialmente non aveva fatto altro che vivere da vegetale, inizia l'università. O meglio. Ci è iscritto. Che poi venga denunciato per contrabbando, si innamori due volte a settimana di tutte le donne che vede sui mezzi pubblici e che tenti di applicare i rudimenti di morale alla sua vita familiare sono un altro paio di maniche.
"E c'è gente che ancora si ostina a dire che questi sono i giorni più belli della mia vita
Beh, belli son belli. Instabili. Sentimentalmente instabili. Però non suona bene. Questi sono i giorni più sentimentalmente instabili della tua vita non è musicale."

La pubblicazione avverrà a breve, sia in cartaceo che in Kindle, quindi, se volete, potete copincollare tutto e piratarlo preventivamente. Avrei anche bisogno di opinioni sulla copertina, quindi se avete idee, scrivete pure.
Genere: Avventura, Comico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Parte 35

Parte 35: Pigri cazzoni cerebrolesi


11:17. 15 Maggio. Aula 510, quarto piano.

Prima della solita lezione di Storia della filosofia, mentre battibeccavo con Lampedusa perché erano le dieci e trenta e già lui voleva fare conversazione come farebbero soltanto due psicopatici, uno studente della magistrale prese il microfono e ci spiegò quello che stava succedendo nell'ateneo.

L'amministrazione della Statale, alla deriva rispetto ai voleri delle singole facoltà e dei singoli corsi di Laurea, propose, nel periodo tra Marzo e Aprile, l'introduzione del numero chiuso all'interno degli Studi Umanistici per quanto riguardava le nuove iscrizioni.

Le singole Facoltà, rifiutandosi di adempiere a questa disposizione, obbligarono il consiglio d'amministrazione, che con consiglio d'amministrazione leggete
rettore, a prendere una decisione tramite il senato universitario, che si sarebbe riunito martedì.


Le ragioni della
governance però, per i diversi articoli che andai a spulciare, andavano a ritrovarsi con un possibile miglioramento della qualità degli studenti e degli insegnamenti, questione in disaccordo con quello che è lo spirito generale degli studenti stessi, che certamente appartengono a schieramenti politici, background socioeconomici, range d'età molteplici e variegati, ma sono tutti d'accordo con una semplice cosa: gli studi umanistici non ti danno da lavorare.


Tutti lo sanno.
Quando al liceo, tra la quarta e la quinta, esclami con entusiasmo che ti vuoi iscrivere a Filosofia tutti ti avvisano che non ti introduce al mercato del lavoro, che spesso significa guardare intensamente un testo fino a che il senso dello stesso non appare magicamente come intuizione astrale, ma non è questo il punto: il punto è che non potremo mai essere tutti professori di storia, e molti non lo vogliono neanche essere, perché hanno già un lavoro e seguono l'università per la crescita culturale personale più che per la mera questione degli sbocchi lavorativi.
Gli studi umanistici sono sinonimo di libertà e crescita della cultura.


Certo, l'amministrazione deve ragionare come azienda e non c'è ragione per lamentarsi di ciò: la politica e la linea di business promulgata da questa però, non ha senso.
Ridurre il numero degli iscritti per evitare di assumere altri docenti porta con se automaticamente la questione dei
meno cazzo di iscritti, che significa meno cazzo di soldi da spendere nel mantenimento dei docenti e delle strutture attuali.


15:05. 16 Maggio. Davanti all'aula 113.

Non era esattamente come me l'aspettavo.
Il presidio dell'aula 113 era effettivamente un sit-in in cui si dibatteva in modo civile sulle varie problematiche e sulle possibili e relative soluzioni, con interventi di alcuni personaggi che ai miei primi mesi all'università erano soltanto professori e studenti.
Macchia, l'organizzazione del Lato B
, la professoressa di Storia della Filosofia A, l'assistente di Macchia che mi diede 27, il ragazzo della magistrale del giorno prima.
Professori, studenti, ricercatori, dottorandi, matricole e laureandi di ogni frangente politico e di ogni condizione economica sotto un'unica bandiera: quella della libera circolazione della cultura umanistica.

La prima parte del comizio si concentrò su quelli che sono i dati effettivi e, al tempo, attuali.
L'alto numero di iscritti, dovutamente a quello che è la condizione media degli studenti di filosofia, dai pensionati agli studenti lavoratori, visto come un demonio perché sinonimo di mediocrità dall'amministrazione.
La questione, sempre eterna, della rivalità tra Statale e Bicocca che ha portato a screzi adolescenziali tra le università, a suon di chi
“ce l'ha più grosso” a seconda dei corsi che si aprono e a quanti studenti si laureano entro i tre anni.

Io, effettivamente, ero quello che ne aveva viste di meno.
Io iniziai l'università sapendo di avere sei appelli all'anno.
Adattai la mia vita a quello che era l'università, forse forzando anche il discorso di università che deve adattarsi alla vita comune, e non la vita comune a doversi adattare all'università.
I magistrali, d'altro canto, lì da minimo quattro anni, avevano visto il taglio degli appelli, il taglio del novantacinque per cento delle borse di studio, il taglio dei corsi annuali, il taglio delle strutture, il taglio di qualsivoglia sussidio agli studenti in favore di una politica economica legata al risparmio in un paese in declino.

Di fronte ad un istituto il cui motto è sempre stato
libera ed aperta, la questione dei numeri chiusi non sussisteva.

Certo, belle parole, vero? Professori, studenti, dottorandi, chi più ne ha più ne metta: peccato per gli agitatori.
Già dalla prima oretta si sentivano le prime opinioni antidemocratiche che sostenevano si dovesse entrare in aula e obbligare il rettore ad ascoltare.
La logica non sarebbe neanche malvagia, peccato che lo strumento dell'occupazione è di per sé una forzatura dello strumento presidio, in tutto e per tutto legale e nei diritti degli studenti, che diventa però atto di forza e sopruso.

Verso le cinque e trenta un piccolo gruppo di agitatori, mossi da voglia di rivalsa, a loro dire giustificata dal sopruso che il rettore ha commesso, ovvero, la convocazione del senato universitario per, di fatto, dibattere su una questione sulla quale i singoli dipartimenti l'avevano già sfanculato.

Detto questo, io, come molti studenti insieme a me, dalle matricole ai semplici colleghi che non conosco per nome, mi sento preso in giro dal presidio stesso.
Una questione essenziale nel dibattito, piuttosto acceso, dell'assemblea, era che il rettore Vago considerava gli studi umanistici come una facoltà piena di pigri cazzoni cerebrolesi. Ovviamente, non in questi termini, lui ha un
etiquette che deve rispettare, io la posso scavalcare urlando “licenza poetica” ogni qual volta mi criticheranno la mia scelta di registro linguistico.
Commettendo un atto di forza illegittimo, noi, e dico noi in quanto studente rappresentato, almeno agli occhi dei più, da coloro che hanno deciso che la via illegale fosse più legittima della via legale, abbiamo dimostrato ciò che il signor Vago aveva detto:
gli studi umanistici sono pigri cazzoni cerebrolesi.

Quando tornai a casa, mia nonna mi avvisò che la mia faccia era su Repubblica.
Fortunatamente la nonna era miope, oltre che astigmatica, e aveva pensato che un altro omino con la barba dal look trendy e sempreverde fosse me.

  
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