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Autore: BlairTheMadHatter    16/05/2017    0 recensioni
Racconto originale di stampo slice of life.
Ho sempre desiderato scrivere una storia in stile Banana Yoshimoto o Susanna Tamaro, quegli spaccati di vita scritti con tanta delicatezza da sembrare favole. Non ci ero mai riuscita però, almeno fin ad ora. Perchè? Perchè mi era sempre mancato il coraggio di scrivere la verità. Oggi però, seguendo una promessa, è nato "Scrivi di te, Scrivi di Noi." Non so se definirlo racconto, è più che altro un flusso di coscienza che tra una lacrima e un sorriso, sono finalmente riuscita a concretizzare in parole.
Spero possa emozionarvi almeno un po'.
Genere: Introspettivo, Malinconico, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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𝚂𝚘𝚗𝚘 𝚜𝚝𝚊𝚝𝚊 𝚞𝚗𝚊 𝚋𝚊𝚖𝚋𝚒𝚗𝚊 𝚋𝚞𝚐𝚒𝚊𝚛𝚍𝚊, 𝚙𝚘𝚒 𝚙𝚎𝚛𝚘̀ 𝚑𝚘 𝚌𝚊𝚙𝚒𝚝𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚕𝚎 𝚋𝚞𝚐𝚒𝚎 𝚗𝚘𝚗 𝚖𝚒 𝚊𝚟𝚛𝚎𝚋𝚋𝚎𝚛𝚘 𝚙𝚘𝚛𝚝𝚊𝚝𝚘 𝚍𝚊 𝚗𝚎𝚜𝚜𝚞𝚗𝚊 𝚙𝚊𝚛𝚝𝚎, 
𝚌𝚘𝚜𝚒̀ 𝚖𝚒 𝚜𝚘𝚗𝚘 𝚊𝚍𝚊𝚝𝚝𝚊𝚝𝚊 𝚊𝚕 𝚛𝚞𝚘𝚕𝚘 𝚍𝚎𝚕𝚕𝚊 𝚟𝚒𝚝𝚝𝚒𝚖𝚊. 
𝚀𝚞𝚊𝚗𝚍𝚘 𝚙𝚘𝚒 𝚖𝚒 𝚜𝚘𝚗𝚘 𝚜𝚝𝚞𝚏𝚊𝚝𝚊 𝚊𝚗𝚌𝚑𝚎 𝚍𝚒 𝚚𝚞𝚎𝚕𝚕𝚊 𝚜𝚒𝚝𝚞𝚊𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 𝚒𝚗𝚜𝚘𝚙𝚙𝚘𝚛𝚝𝚊𝚋𝚒𝚕𝚎, 𝚑𝚘 𝚕𝚊𝚜𝚌𝚒𝚊𝚝𝚘 𝚊𝚕𝚕𝚘𝚛𝚊 𝚌𝚑𝚎 𝚏𝚘𝚜𝚜𝚎 𝚕𝚊 𝚛𝚊𝚋𝚋𝚒𝚊 𝚊 𝚐𝚞𝚒𝚍𝚊𝚛𝚎 𝚘𝚐𝚗𝚒 𝚖𝚒𝚘 𝚙𝚊𝚜𝚜𝚘,
𝚎 𝚙𝚞𝚛𝚝𝚛𝚘𝚙𝚙𝚘 𝚊𝚗𝚌𝚘𝚛𝚊 𝚘𝚐𝚐𝚒 𝚎̀ 𝚌𝚘𝚜𝚒̀. 
𝙼𝚘𝚕𝚝𝚒 𝚕𝚊 𝚜𝚌𝚊𝚖𝚋𝚒𝚊𝚗𝚘 𝚙𝚎𝚛 𝚏𝚘𝚛𝚣𝚊 𝚍'𝚊𝚗𝚒𝚖𝚘 𝚕𝚊 𝚖𝚒𝚊 𝚒𝚛𝚊 𝚌𝚘𝚗𝚝𝚒𝚗𝚞𝚊, 𝚗𝚘𝚗 𝚌𝚊𝚙𝚒𝚜𝚌𝚘𝚗𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚒𝚗𝚟𝚎𝚌𝚎 𝚗𝚘𝚗 𝚑𝚊 𝚗𝚞𝚕𝚕𝚊 𝚍𝚒 𝚋𝚎𝚕𝚕𝚘 𝚘 𝚍𝚒 𝚏𝚘𝚛𝚝𝚎, 
𝚊𝚗𝚣𝚒, 𝚎̀ 𝚌𝚘𝚖𝚎 𝚞𝚗 𝚟𝚎𝚕𝚎𝚗𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚌𝚘𝚗𝚝𝚒𝚗𝚞𝚊 𝚊 𝚕𝚘𝚐𝚘𝚛𝚊𝚛𝚖𝚒 𝚍𝚊𝚕𝚕'𝚒𝚗𝚝𝚎𝚛𝚗𝚘, 𝚙𝚘𝚛𝚝𝚊𝚗𝚍𝚘𝚜𝚒 𝚟𝚒𝚊 𝚞𝚗 𝚙𝚎𝚣𝚣𝚎𝚝𝚝𝚘 𝚍𝚒 𝚖𝚎 𝚊𝚕𝚕𝚊 𝚟𝚘𝚕𝚝𝚊. 
𝚅𝚘𝚛𝚛𝚎𝚒 𝚎𝚜𝚜𝚎𝚛𝚎 𝚌𝚊𝚙𝚊𝚌𝚎 𝚍𝚒 𝚕𝚊𝚜𝚌𝚒𝚊𝚛𝚕𝚊 𝚊𝚗𝚍𝚊𝚛𝚎, 𝚖𝚊 𝚗𝚘𝚗 𝚖𝚒 𝚎̀ 𝚙𝚘𝚜𝚜𝚒𝚋𝚒𝚕𝚎. 
𝙴 𝚊𝚍𝚎𝚜𝚜𝚘 𝚌𝚑𝚎 𝚕'𝚞𝚗𝚒𝚌𝚊 𝚙𝚎𝚛𝚜𝚘𝚗𝚊 𝚌𝚑𝚎 𝚛𝚒𝚞𝚜𝚌𝚒𝚟𝚊 𝚙𝚕𝚊𝚌𝚊𝚛𝚖𝚒 𝚊𝚕𝚖𝚎𝚗𝚘 𝚞𝚗 𝚙𝚘𝚌𝚘 𝚗𝚘𝚗 𝚌'𝚎̀ 𝚙𝚒𝚞̀,
𝚗𝚘𝚗 𝚜𝚘 𝚍𝚊𝚟𝚟𝚎𝚛𝚘 𝚙𝚒𝚞̀ 𝚌𝚑𝚎 𝚌𝚘𝚜𝚊 𝚏𝚊𝚛𝚎, 𝚜𝚎 𝚗𝚘𝚗 𝚙𝚛𝚘𝚟𝚊𝚛𝚎 𝚝𝚒𝚖𝚘𝚛𝚎 𝚙𝚎𝚛 𝚌𝚒𝚘̀ 𝚌𝚑𝚎 𝚜𝚝𝚘 𝚍𝚒𝚟𝚎𝚗𝚝𝚊𝚗𝚍𝚘. 
𝙿𝚛𝚎𝚜𝚝𝚘 𝚜𝚘𝚗𝚘 𝚌𝚎𝚛𝚝𝚊, 𝚗𝚘𝚗 𝚌𝚒 𝚜𝚊𝚛𝚊̀ 𝚙𝚒𝚞̀ 𝚗𝚞𝚕𝚕𝚊 𝚍𝚊 𝚜𝚙𝚎𝚣𝚣𝚊𝚛𝚎 𝚘 𝚍𝚊 𝚜𝚊𝚕𝚟𝚊𝚛𝚎. 

Inizialmente non vi era stato bisogno di raccontare bugie, non vi era nulla da migliorare nella sua vita, era una bambina amata e felice, a cui bastavano le poche cose che aveva.
A quell'epoca viveva nella grande casa con i nonni paterni, le zie più giovani, mamma e papà, e anche se i suoi genitori lavoravano tanto e li vedeva pochissimo, lei non si sentiva affatto sola.
Anche se a scuola gli altri bambini la prendevano in giro, a lei andava bene ugualmente.
Ogni volta che tornava a casa ad aspettarla c'erano gli abbracci di sua nonna, la merenda preparata dalla zia, con fette biscottate e crema di nocciole, e le videocassette registrate che proiettavano Grease, Dirty Dancing e Jurassic Park.
Nulla sembrava poter distruggere quei giorni di sole spensierati, ma la bambina ben presto scoprì che al mondo esistevano orchi malvagi, che potevano provocare la stessa devastazione di un uragano.
La prima volta che vide la nonna piangere non ci fece troppo caso, non vi diede peso. Magari era solo triste, anche gli adulti potevano essere tristi no? Poi però i pianti erano continuati, parole venivano sussurrate la sera, quando nessuno poteva o doveva sentire, e il nonno spariva per giorni interi. La spesa sembrava diminuire, nonostante mamma e papà continuassero a lavorare tantissimo, e si udivano sempre meno risate tra le mura testimoni di cose che la bambina non capiva e non conosceva.
Si andò avanti così per un po', poi il fulmine colpì in maniera definitiva.
Li aveva notati i lividi sulle braccia e sul viso della nonna, ma non vi aveva badato più di tanto. Un giorno però i suoi occhioni candidi si erano posati sul suo collo, e avevano notato dei segni che somigliavano all'ombra di una catena. Come se qualcuno le avesse stretto contro la pelle qualcosa del genere. Innocentemente la bambina domandò cosa fosse accaduto, e fu allora che la nonna, colta da una cupa disperazione, scoppiò in lacrime e singhiozzi, stringendo la bimba a sè, come se quel piccolo corpicino fosse un'ancora in un mare in tempesta, sebbene fosse troppo piccolo ed esile per sostenerla davvero.
La bambina divenne grande in quel momento, anche se ancora non lo sapeva. Desiderò di proteggere la nonna da chiunque le stesse facendo male, giurò che non l'avrebbe più lasciata piangere a quel modo.
E tra un singhiozzo e l'altro, la nonna rivelò chi era il mostro in quella favola che stava divenendo sempre più un incubo.
"E' stato il nonno."

La ragazza si svegliò con un brivido freddo lungo la schiena, mentre si guardava intorno con occhi spaesati. Si era addormentata con il volto sul portatile, schiacciando mille tasti a caso, creando sul foglio bianco del programma una serie di parole senza senso.
Si massaggiò il viso arrossato e si lasciò andare ad un lungo e tremulo sospiro, passandosi poi le mani sulle braccia, come a cercare di scaldarsi. Odiava sognare quei ricordi. Avrebbe voluto cancellarli se avesse potuto, ma sembrava che la sua mente si divertisse a ricordare le cose più pietose, mentre dimenticava molto più facilmente quelle belle.
Non appena fu tornata del tutto con la mente al presente comunque, si premurò di chiudere ogni finestra aperta e spegnere il computer. Era evidente che non avrebbe scritto nemmeno quella sera.
Riposto poi con cura ogni cosa, si infilò il pigiama degli Aristogatti, decisamente troppo infantile per una giovane donna della sua età, e si infilò sotto le coperte, le cuffie a tutto volume per cercare di spegnere le voci che si rincorrevano nella sua mente sempre troppo affollata per i suoi gusti.
La musica però non poteva fare miracoli.
Il viaggio nei ricordi continuò ancora dietro le sue palpebre abbassate, mentre cercava inutilmente di prendere sonno.
Dopo la confessione della nonna, la famiglia si era divisa e lei era andata a vivere in un'altra casa, più piccola e più solitaria. Non c'erano più i nonni, non c'erano più le zie, non c'erano nemmeno i pastori tedeschi con cui era cresciuta. Improvvisamente si era ritrovata improvvisamente abbandonata, sola contro quel mondo in cui non si era mai veramente integrata, spalleggiata dalle coccole dei suoi familiari.
Non aveva più di otto anni, e già aveva dovuto imparare che il mondo era fatto di rinunce e sacrifici, e che alla fine ognuno doveva imparare a cavarsela da solo.
Era stato in quel periodo che aveva iniziato a raccontare  un sacco di bugie ai suoi compagni di scuola, nella speranza di attirare la loro attenzione. Diceva che il padre faceva il venditore di giocattoli, che lei aveva sempre tutto quello che voleva, che la mamma a casa le cucinava sempre un sacco di cose buone. Ma non era vero nulla, e gli altri bambini piano piano se n'erano accorti. La vedevano tornare sempre a casa da sola dopo scuola, con quella cartella sulle spalle quasi più pesante di lei e gli occhi tristi. Notavano anche i vestiti un po' sgualciti e altre piccole incongruenze. Alla fine la smascherarono e nessuno volle più avere a che fare con lei per molto, molto tempo.
Ma lei che altro poteva fare?
La sua realtà era troppo penosa, e poi a quell'epoca non capiva e non sapeva tutto ciò che era accaduto.
E anche se lo avesse saputo, avrebbe mai potuto dire alle amichette di scuola che suo nonno aveva tradito sua nonna facendo un figlio con una donna molto più giovane, che l'aveva spesso picchiata e maltrattata, o che si era rubato tutti i soldi e indebitato i suoi figli prima di distruggere del tutto la famiglia?
No, era troppo.
Certi segreti ancora li serbava nel suo cuore di giovane adulta e difficilmente ne parlava ad alta voce, perfino con gli amici più cari e intimi. Perchè nonostante tutto era anche riuscita a farseli degli amici nel corso degli anni, seppure con molta fatica e sebbene li potesse contare sulle dita di un'unica mano.
"Meglio pochi ma buoni, no?"
Si disse seguendo quell'ennesimo pensiero, cercando di focalizzarsi sui volti sorridenti delle persone a cui voleva bene, e allontanandosi dalle sue pene di bambina.
Ripensare a quel tempo non portava a nulla, rinfocolava solo la rabbia che provava verso la vita e verso le persone che avevano contribuito a renderla un inferno.
E non le faceva affatto bene. Non aveva bisogno di gettare altra benzina su un fuoco sempre accesso.
Uno sbadiglio leggero le sfuggì giusto in quel momento, e ad esso si ancorò nella speranza di trovare un po' di pace in un sonno senza sogni.
Anche perchè i ricordi che venivano dopo quel periodo alle scuole elementari riuscivano ad essere anche peggiori...
Fece dunque roteare la manopola del lettore mp3, sintonizzando l'apparecchio sulle canzoni dei cartoni animati, e provò a far correre la fantasia al posto dei pensieri tristi che fino a quel momento le avevano fatto compagnia, ancorandosi ad ogni colore, ad ogni sprazzo d'allegria, a quella tranquillità apparente.
E così tra una sigla e l'altra tornò un po' di calma, e la giovane riuscì a rifugiarsi per qualche ora in un mondo onirico fatto di eroine vestite alla marinare e gatti parlanti.
E per un po' la rabbia lasciò spazio a una tiepida e timida allegria, che sarebbe purtroppo svanita l'indomani con il suono della sveglia e le luci del giorno.

 

NOTE:
Questo capitolo è un po' più corto, e da un certo punto di vista un po' più pesante.
So che non è il massimo, e non so se continuerete a seguirlo ancora, ma questo racconto nasce appunto come promessa e come tentativo di autoricucirmi le ferite. E' molto difficile per me mettere certe cose nero su bianco, e non è detto che ci saranno altri capitoli, questo è stato estremamente difficile. Grazie comunque per chi è arrivato fino a qui e per chi su wattpad o efp ha lasciato un commento o un voto.

   
 
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