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Autore: MomoiDancho    17/05/2017    0 recensioni
Zafrina è una ragazza di 17 anni, con un disturbo alimentare non altrimenti specificato: i suoi genitori pensano che dopo il suo primo ricovero sia totalmente guarita, ma quando Arianna, la sua migliore amica, tenta il suicidio, la protagonista si ritrova a ricadere nel vortice che la porterà negli abissi della sua malattia: riuscirà la ragazza a trovare la forza per risalire verso la superficie?
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«Zafrina, perché non mi hai detto che ti avrebbero ricoverato? Perché non mi hai detto del tuo star male?» lentamente volto la testa, controllando che non ci sia nessuno a guardarmi o ad ascoltare quanto le sto per dire, mentre vedo la vista diventare offuscata per via delle lacrime trattenute, le dico «Mi dispiace tanto… è che… semplicemente non posso». (capitolo 5, Recovery)
Genere: Drammatico, Introspettivo, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Capitolo 5
 
Recovery 


La mia faccia non tradisce le mie emozioni: sono seduta nello studio della dottoressa Monti, con di fianco mio padre e dall’altra parte della stanza c’è mia madre; in poche parole non potrebbe andare peggio.
Nella mia testa scorrono come un fiume confuso i giri di parole del Demonio “Dove vuoi andare a parare?” è la domanda che si legge sulla faccia di mio padre, mentre mia madre è intenta ad annuire in maniera apprensiva.
La dottoressa con fare molto professionale, si appresta finalmente a chiarire il motivo della convocazione così improvvisa: «Zafrina ci è apparsa molto angosciata nell’ultima seduta dove ha…»  
“Non dirlo. No. Guai a te se provi a dire che…”
«…espresso con preoccupazione pensieri contrari all’autoconservazione… »
Pensieri contrari all’autoconservazione? Davvero? Guarda te che modo originale per dire “Pensieri relativi al suicidio”, una bella perifrasi, me la devo segnare… in ogni caso, basta che …” «RICHIEDE UN RICOVERO D’URGENZA?!?»  l’urlo di mia madre mi fa saltare di dieci centimetri dalla sedia, mentre con orrore collego la conseguenza alla causa: con molta, molta calma chiedo «Quindi, questo… ricovero… quando sarebbe?» la dottoressa Monti si scosta il ciuffo dal viso e, con aria quasi da sto-per-dire-un’ ovvietà, esclama «Beh, ma da adesso, naturalmente. I tuoi prenderanno a casa quello che ti serve e te lo porteranno qui stasera» .
Panico. Panico. Panico.
“Il mio peso è già pericolosamente alto, come minimo aumenterò di due chili se mi rinchiudono qui dentro! E per cosa? Per due graffietti sulle gambe e per un volta in cui ho meditato sull’effettivo valore della mia vita?”.
Mi alzo meccanicamente, perché l’incontro è finito: gentilmente la dottoressa Monti mi prende per la manica, arrestando la mia marcia verso l’uscita del reparto del day hospital; «Le degenze sono per di qua, Zafrina… »: appena mi volto vedo due occhi grigi che mi fissano dalla finestrella della porta del reparto.
“Arianna! .. oh cavolo, come le spiego il motivo della mia presenza in reparto?”,  il Demonio con la sua legilimanzia mi guarda per un paio di secondi, fermandosi poco prima della porta e dicendomi «Non sei obbligata a dire niente a nessuno. Noi rispetteremo la tua privacy, come al solito.», dopodiché striscia il badge sul lettore e mi ritrovo nuovamente nel suo regno.
Con passo svelto mi fa cenno di seguirla verso la camera 5: «Bene, questa sarà la tua stanza,  per adesso ».
Poggio la mia cartella sul divanetto che c’è in stanza, quando una piccola, bassa ed esile figura attira la mia attenzione: a occhio e croce avrà cinque anni e, orrore!, ha un sondino nasogastrico! Resto impalata a fissare quella piccola, bionda, creatura: poco dopo la voce gentile di una donna esclama «Forza Angelica, saluta la tua nuova compagna di stanza, non fare la timidona!».
Mi volto e vedo una donna sulla trentina, anche lei bionda e con un sorriso affettuoso in faccia: mi stringe la mano e si presenta, mentre io faccio lo stesso, ancora confusa dalla visione della bambina così fragile.
«Zaaaaaafriiiiiiiinaaaaaa!» Arianna mi salta addosso all’improvviso, facendomi perdere l’equilibrio e atterrare sul letto appena sistemato. « Non so come tu abbia fatto ad entrare qui con il consenso della Monti, ma sono stra-felice di rivederti! E indovina un po’ la novità? Sai chi se ne va domani? Eh già! La sottoscritta! Ovviamente è solo per essere traferita all’ospedale più vicino a casa mia, ma ehi, sarà più facile vederci là che dover organizzare un’evasione da questo posto per evitare la dottoressa Monti e la sua gang di medici!».
Le metto le mani sulle spalle per fermarla, perché ho a malapena capito come abbia fatto a pronunciare un periodo così lungo senza prendere fiato: tuttavia mi esce solo un vago «Te.. ne.. vai?...  Domani?».
«Sì! Non è fantastico?!» , non faccio in tempo a risponderle che arriva la dottoressa Altisono che gentilmente mi dice che è ora del colloquio.
Vedo la faccia della mia migliore amica perplessa, mentre Angelica mormora «Arianna, come mai conosci già la mia compagna di stanza?».
Seguo la dottoressa e finalmente eccoci qui: io, lei e la sala visite adibita a studio per i colloqui.
«Era proprio necessario ricoverarmi?» esordisco io «Naturalmente, Zafrina, ti abbiamo spiegato il perché. Il tuo comportamento era una chiara richiesta d’aiuto» mi risponde lei, «Voi l’avete interpretata così, io ho solo detto quello che avevo in testa!» esclamo leggermente offesa: queste sono state lo scambio di battute d’inizio di una mezz’oretta di colloquio dal quale, come ogni volta, esco provata e con poca voglia di comunicare ulteriormente con il mondo.
“Se non altro riesco a parlare con le dottoresse e non essere intimorite da loro, come altre mie compagne di avventura…” penso tra me e me, mentre mi dirigo istintivamente verso la camera 1, deviando all’ultimo minuto verso la 5.
“Ora devo pensare a come spiegare il tutto ad Arianna… non voglio farla preoccupare, ma ho un immenso bisogno di dirle tutto. Tutto il casino, lo stress del peso che aumenta, della scuola, dell’università, delle abbuffate e del rimettere, dei graffi e dei pensieri relativi al suicidio…”.
Entro in camera e la trovo lì, seduta a gambe incrociate sul mio letto e con un’aria serissima «Zafrina, perché non mi hai detto che ti avrebbero ricoverato? Perché non mi hai detto del tuo star male?» lentamente volto la testa, controllando che non ci sia nessuno a guardarmi o ad ascoltare quanto le sto per dire, mentre vedo la vista diventare offuscata per via delle lacrime trattenute, le dico «Mi dispiace tanto… è che… semplicemente non posso».
   
 
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