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Autore: Carlo Di Addario    18/05/2017    0 recensioni
Secondo uno dei tanti fascicoli, custoditi gelosamente e con meticolosa cura negli archivi Vaticani, nell'Oceano Indiano sono avvenuti, nel secondo scorso, diversi fenomeni para-scientifici.
Luci, rumori, strane sagome sui fondali marini... dilungarsi ora, sull'esatta natura di quei fenomeni, sarebbe quanto mai vano: l'archivio e tutti i suoi fascicoli, compreso quello da noi preso in esame, sono andati perduti in un rovinoso incendio, che devastò la Santa Sede.
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"E se non fossimo noi, che non funzioniamo??" esclamò all'improvviso la musicista, presa da una folgorante illuminazione nel mentre componeva.
L'ingegnere, il medico e il lottatore la guardarono, perplessi.
"E se non fossimo noi i disadattati, ma il resto del mondo a essere disadattato...?!" spiegò, concitata, la chitarrista.
Il medico scosse il capo: "No, non credo" e tornò a occuparsi dei propri intrugli sintetici.
"Grunf" grugnì il luchador messicano, tornando a portare scatoloni.
Rimase solo l'ingegnere.
"Lei, lei ha compreso cosa volevo dire...?" domandò la musicista, un poco sconfortata.
"Il mondo è rotondo, ahahah" esclamò l'ingegnere, iniziando a ridacchiare fra se e se.
E la musicista rimase lì, sconcertata.
Genere: Avventura, Generale, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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Capitolo 3: Metafisica musicale

Annabel sorrideva, sorrideva felice, mentre il plettro che teneva fra le dita pizzicava, con virtuoso talento, le corde della chitarra che teneva in mano.

Teneva gli occhi chiusi, muovendo la testa a tempo e sussurrando, impercettibile, le parole della melodia che stava andando a creare.

I mossi boccoli castani le ondeggiavano sul viso, mentre con il piede sinistro batteva ogni battito, sulla secca erba del prato ove sedeva all’ombra di un salice.

Il cielo era sempre più plumbeo, e cominciò a tirare un freddo vento di burrasca. Tuttavia, Annabel sembrò non farci caso: ne’ ai primi tuoni lontani, ne’ alle virulente folate, neppure alle prime gocce di pioggia, e al conseguente rumore di gente che correva per cercarsi un riparo.

Era unicamente concentrata sulla meravigliosa melodia che stava creando, sulle emozioni che le provocava ogni nota, ogni accordo, ogni vibrazione… si sentiva percorsa da un fremito, ogni volta che terminava una battuta e si apprestava a cominciarne un’altra…

Era in quei surreali momenti, quand’era un tutt’uno con la musica e con la propria chitarra, avulsa dal triste e decadente mondo che la circondava in ogni dove, che sentiva che le note erano più che semplici suoni…

La fanciulla scosse leggermente il capo, continuando solerte e sorridente a tenere il tempo nonostante la fredda acqua stesse iniziando a grondargli dai capelli.

Nono, non erano solo suoni… erano come… come chiavi, chiavi di lettura per capire la realtà nella sua essenza, nel suo noumeno... per cogliere una briciola, anche minuscola, di verità cosmica...

Broom!

Un violentò tuonò rimbombò nell’aria.

“!”

Annabel sgranò di colpo gli occhi, spaventata.

La melodia si era interrotta, per un’istante aveva smesso di suonare… e tanto era bastato a riportarla alla cruda realtà!

La ragazza si guardò intorno, battendo le palpebre un’attimo frstornata: era lì, a inzupparsi sotto la pioggia all’ombra del salice, mentre l’aria rimbombava di tuoni.

“Etciù!!” starnutì, iniziando a tremare.

Subito la fanciulla prese la propria roba e iniziò a correre sotto il portico più vicino.

“C-Cristo!! S-sono proprio u-una deficiente!! Etciù!!” balbettò starnutendo, iniziando a battere i denti dal freddo mentre l’acqua iniziava sgradevolmente a penetrargli sotto la variopinta maglietta.

Finalmente riuscì a ripararsi sotto una piccola e angusta via commerciale, adiacente a un piccolo bar che dava sulla strada

Si guardò: era lì, completamente fradicia e grondante d’acqua sporca, tremolante e infreddolita, con il naso gocciolante e costipato di muco…

Distrutta dalla corsa, dalla pioggia e dallo spavento, si sedette traballante su una panchina lì vicino.

Fu percorsa da un virulento brivido di freddo, mettendosi le mani in viso tentando d’impedire che, dalla frangetta, l’acqua gli colasse ulteriormente negli occhi.

Rimase così qualche minuto, a tirare su col naso tremando, autocommiserandosi.

Attorno, l’impietoso diluvio continuava a imperversare.

-

Ventuno osservò, torvo e malcontento, la pioggia scendere copiosamente sulla vetrina del caffè ove si era rifugiato, non appena notate le prime avvisaglie di tempesta.

Seduto davanti a una fumante tazza di caffè caldo, il professore maledisse quello schifoso clima autunnale: in quel momento, invece che stare seduto a gozzovigliare, sarebbe dovuto andare dal secondo potenziale membro della sua equipe, e invece…

Sospirò, abbassando lo sguardo verso la propria tazzina… e ben presto la sua mente fu completamente assorta nel contare le bollicine sulla superficie del caffè.

Passò qualche minuto: fuori iniziò addirittura a grandinare, mentre i piccoli chicchi di ghiaccio si scontravano rumorosi contro la vetrata del locale.

Screeew…

Di colpo, Ventuno si destò dalla propria appassionante distrazione e si voltò, verso l’uscio del locale, da dove aveva udito il cigolio della porta: lì, a grondare acqua, stava una giovane ed esile ragazza dai capelli castani e con una chitarra in mano, completamente fradicia.

“Voi! Mi state inzuppando il pavimento, uscite!!” esclamò di colpo il barista, rabbioso, interrompendo la sua solerte pulitura con tanto di strofinaccio dietro il lavello.

Annabel alzò lo sguardo e, tremando come una foglia, balbettò: “L-la p-prego… h-ho b-bisogno di q-qualcosa d-di c-caldo…!!”

“E un tuo problema! FUORI!” sbraitò ancor più rabbioso l’uomo.

Silenzio.

Annabel rimase immobile sull’uscio, a tremare battendo i denti, continuando a grondare acqua sul lucido pavimento della bettola.

Il barista grugnì minaccioso, nel vedere ignorata per la seconda volta la sua gentile richiesta.

Con fare aggressivo sbatté il bicchiere che stava pulendo nel lavello, uscì dal bancone e iniziò a dirigersi torvo verso la musicista.

“Voi, voi razza di giovinastri drogati, sempre a venir qui nel mio locale a far baldorie…” sibilò, mentre lento e inesorabile le si avvicinava truce.:“…e quello che mi sfonda la vetrina, e quell’altro che mi sviene sul pavimento in overdose, ora voi con la vostra sudicia acqua, USCITE SUBITO O VI SBATTO FUORI A CALCI IN CULO!!” le sbraitò a due centimetri dal viso.

La ragazza poté sentire tutto il nauseabondo odore dell’alito del barista, un misto di cavolfiore e melanzana, e ringraziò Iddio di avere il naso impestato di muco.

“P-p-peste vi c-colga…!” balbetto sprezzante, uscendo.

SBAM!

Il barista richiuse con violenza la porta, facendola tremare.

“Baldracca…” bofonchiò con disprezzo, tornandosene torvo a fare quello che stava facendo dietro il bancone, incurante della chiazza d’acqua sul pavimento, che contribuì a espandere camminando.

Ventuno si tirò un baffo.

Non sopportava chi si comportava in modo così barbaro, a maggior ragione con una signorina.

Lentamente, si alzò e raggiunse il bancone.

“Quanto?” chiese, secco.

Non voleva restare un minuto di più, in un locale gestito da un tale balordo.

“Uh…? Ma non avete ancora consumato…” mormorò perplesso il barista, scorgendo dietro il professore la tazza di tè ancora intonsa.

“Quando?” ribadì secco il professore.

“20 Lire”

Ventuno posò con sdegno la monetina sul bancone, si sistemò la tuba e, scansando le chiazze d’acqua, uscì.

Il barista rimase lì, perplesso.

Si avvicinò al tavolo, rassettandolo.

“Mah…” commentò, senza capire come mai il cliente non avesse consumato.

E poi si bevve in un sorso quanto lasciato, riponendo rozzamente il tutto nel lavello.

-

Fuori stava continuando a grandinare ma, fortunatamente, i portici offrivano un poco di riparo.

Ventuno, riparandosi come meglio poteva nel grosso cappotto e con la presa ben salda al bastone da passeggio, si avvicinò alla musicista malamente cacciata: era lì, rannicchiata e tremolante, con la testa china fra le braccia, in attesta che quel maledetto temporale finisse per correre a casa disperata.

Il professore la guardò dall’alto del suo metro e novantacinque, provando pena per l’impietosa situazione.

“Signorina…” esordì.

Battendo i denti talmente forte da essersi ferita un labbro, Annabel alzò lo sguardo torva.

Ventuno si sentì a disagio, nell’esser guardato così cupamente.

“…le serve un ombrello?” domandò, tentando di usare un tono di voce un filo più dolce rispetto al normale.

“N-non h-ho s-soldi…” balbettò la ragazza, percorsa da un brivido.

Il professore scosse il capo: “No, non avete capito, eccovi” e porse alla ragazza una banconota da 250 lire.

Quest’ultima guardo perplessa l’archeologo, confusa da quell’inusuale gesto caritatevole.

“Andate a comprarvi un ombrello dal marocchino lì all’angolo, almeno così potrete rincasare senza bagnarvi ancora” spiegò Ventuno, interpretando erroneamente la perplessità della ragazza.

“Etciù!” annuì Annabel, starnutendo. Tremando, prese delicatamente in mano la banconota e, goffamente, si mise in piedi, stringendo forte tra le proprie braccia l’amata chitarra.

“G-grazie…” balbettò, succhiandosi istintivamente il rivolo di sangue che le colava un poco sul labbro inferiore.

Ventuno le fece un cenno col capo.

Poi osservò la ragazza ciondolare verso il venditore ambulante, comprare un piccolo e sgangherato ombrello verde e, imbracciandolo, uscire da sotto il portico sfidando la tempesta, che nel frattempo si era fortuitamente un poco attenuata.

Si tirò un baffo: che signorina bislacca… ma infondo, era tipico dei musicisti, fare cose cretine… o almeno, di quello era sempre stato convinto il professore.

Poi però constatò che, la musicista, una cosa furba l’aveva fatta: non aveva perso tempo, ombrello alla mano. Quello che doveva far anche lui, se non voleva perdere altro tempo ad aspettare che spiovesse sotto quello squallido portico.

“Voi, avete un’altro ombrello come quello che avete venduto alla signorina?” domandò retorico avvicinandosi al venditore ambulante, che fra le mani non aveva che ombrelli di ogni forma e dimensione.

“Certo! Io avere tutti ombrelli, solo 250 lire!!” esclamò, mettendo in mostra la dubbia mercanzia che propinava ai passanti.

“Vorrei quello lì, quello azzurro” indicò il professore, al quale sembrava l’ombrello meno malconcio 

“Subito!” esclamò solerte il venditore.

-

Arrancando come poteva sotto la pioggia, visto l’artrite e l’età, ombrello alla mano e bastone nell’altra, Ventuno maledisse molte cose durante quel suo viaggio della santa speranza: maledisse l’autunno, maledisse la pioggia e la brutta stagione, maledisse la sua artrite e gli sconnessi marciapiedi di mattoni, maledisse le pozze d’acqua e lo stesso dottore per abitare così lontano da Margherita… e maledisse anche Margherita, che se non era per lei adesso sarebbe stato al calduccio, nel suo squallido monolocale.

E, maledicendo e imprecando, l’archivista finalmente arrivò davanti al palazzo dove sarebbe dovuto arrivare mezz’ora prima, secondo quella che era stata la sua ottimistica tabella di marcia.

Subito scrutò velocemente il luogo che aveva dinanzi: uno squallido e decadente condominio a tre piani, con un’antenna e una parabola sul soffitto, pezzi di intonaco mancanti e scritte oscene sui muri, probabilmente l’opera di qualche teppista.

Non guardò oltre, fretta come aveva di togliersi dalla strada e da sotto la pioggia.

Din-don!

Suonò il campanello.

Un suono stranamente melodioso, in quel cacofonico scrosciare, che fece provare al professore un attimo di sollievo. Ma solo un’attimo..

Screeeew…

La porta si aprì appena, con un lugubre scricchiolio.

Dalla penombra, Ventuno intravide sporsi un grosso e verrucoso naso adunco, con due lunghi e filiformi baffi spuntare dalle narici.

“Desidera…?” chiese una sibilante voce con accento straniero.

“B-buongiorno s-signor Giordano! S-sono il professor Ventuno, r-ricorda??” balbettò infreddolito.

“No, non ricordo…” mormorò il misterioso interlocutore.

L’archeologo imprecò mentalmente ogni martire di cui ricordasse il nome: odiava presentarsi con il nome anagrafico, soprattutto se era prossimo a morire di morte termica e quelle potevano essere le sue ultime parole.

“P-professor Emory, n-non… n-non le dice n-niente??” balbettò a denti stretti, sotto i grossi baffoni.

Grattandosi un grosso brufolo proprio sulla punta del bitorzoluto naso, l’uomo parve rifletterci.

Poi annuì: “Vagamente… entrate…” sibilò.

Aprì dunque, lentamente, la porta, facendo attenzione a non uscire dal cono d’ombra della buia stanza.

“G-grazie…!!” esclamò Ventuno, che altro non desiderava  se non entrare e riscaldarsi almeno un poco.

Poco importava, in quel momento, che il padrone di casa fosse dannatamente inquietante e minaccioso. La strada, e la sua tempesta, lo era di più.

Così, chiudendo l’ombrello, si addentrò nel buio.
 

TO BE CONTINUED…

   
 
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