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Autore: Pierfrancesco fancello    18/05/2017    1 recensioni
In un tempo buio. In una nazione segnata da un ferreo regime dittatoriale, e da una delle guerre più cruente conosciute nella storia dell’uomo, un ragazzo “ariano” combatterà contro i suoi stessi compatrioti per tentar di porre fine alla follia del nazismo.
Genere: Drammatico, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti | Contesto: Olocausto
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Per quasi tutta la mattina, rimasi buttato in camera mia a riflettere su tutto quello che era appena accaduto; alla rabbia che mi logorava, ma soprattutto a mio nonno: quanto mi mancavano i suoi abbracci, i suoi insegnamenti, il suo affetto, ma non lo avrei più potuto vedere, non fin che quella maledetta guerra non sarebbe giunta alla sua attesa conclusione; non fin che la follia di Hitler non sarebbe stata repressa per sempre.
D’un tratto ebbi un’idea: gli avrei scritto una lettera. Certo, non la avrebbe mai potuta ricevere visto la situazione bellicosa che c’era tra Germania e Inghilterra, però intanto la avrei messa da parte e conservata fino alla fine dell’incubo.
Aprii il mio mobile, presi la mia vecchia cartella di scuola dove tenevo ben custoditi fogli, inchiostro penna e calamaio, mi sedetti e iniziai a scrivere.
                                                                                                               Berlin 1942/12/25                                                                Caro nonno,  come stai?
Volevo solo dirti che mi manchi ogni giorno di più, e volevo ringraziarti per i tuoi insegnamenti preziosi, che mi hanno aiutato a crescere e a diventare l’uomo che sono ora.
Per quanto riguarda me, diciamo che sto bene, anche se dentro sto scoppiando e versando lacrime per il mio paese, il quale,  giorno dopo giorno, va sempre di più verso la via della distruzione.
La gente soffre, nonno.
Ogni forma di libertà, che sia di parola o di pensiero è stata abolita e chiunque osa protestare viene severamente punito, a volte anche con la morte.
 Gli ebrei, essendo considerati parassiti, sono stati rinchiusi in pochi quartieri come quello di Scheunenviertel, e da li, vengono catturati e portati chissà dove.
Purtroppo anche il papà ha ceduto e si è fatto incantare dalle chiacchiere di quei bastardi assassini, diventando uno di loro e per questo non riesco a trovare le parole per esprimere la mia delusione.
Sai? Ci sono alcune domande che mi logorano da un sacco di tempo:
perché queste persone, che si reputano “esseri umani”, sono arrivati a fare questo?
Da dove nasce tutto quest’odio?
È possibile che questi uomini, non conoscano il significato della pietà?
 Sembra che la legge morale, della quale parlavano tanto i filosofi di un tempo, venga completamente ignorata, perché sono sicuro che, anche se loro dicono di essere nel giusto, sono consapevoli del grosso errore che stanno facendo, ma forse, preferiscono codardamente ubbidire agli ordini per aver salva la pelle.
Cosa devo fare nonno? Non posso scappare, ne tantomeno imbracciare il fucile e fare fuoco sui nemici, perché per quanto crudeli  essi  possano essere, rimangono sempre “uomini” e non posso ucciderli, infrangerei tutte le regole e i principi di umanità che ho seguito fino a questo momento.
 Aspetterò che la storia faccia il suo corso, e che l’incubo del regime nazionalsocialista finisca.
Arrivati a questo punto, ti saluto e ti chiedo scusa per il mio lungo sfogo.
Ti auguro un buon Natale e spero di riabbracciarti presto.
Tuo nipote Hans.
Soffiai sulla carta in modo che l’inchiostro si asciugasse subito, poi la misi dentro il cassetto della mia scrivania e lo chiusi a chiave.
Mi affacciai alla finestra e diedi un occhiata al cielo: la tempesta era finita e le nuvole si stavano pian piano diradando, lasciando posto a dei flebili raggi di luce e ad un manto candido nelle strade.
“Fantastico, ne approfitterò per farmi una passeggiata” mormorai tra me e me.
Mi vestii e mi precipitai verso il portone d’ingresso cercando quasi di non farmi notare da nessuno, ma prima che potessi abbassare la maniglia della porta, la voce di mio padre mi fermò:
«Dove stai andando così di fretta e per giunta imbacuccato come un ladro ?» domandò con tono pacato e ironico, come se il nostro litigio non fosse mai avvenuto. Non si poté dire la stessa cosa di me.
«A farmi un giro» risposi freddo.
«Bene. Nel caso ti servisse la macchina, le chiavi sono nel cruscotto.» Ci volgemmo un ultimo sguardo e uscii senza dire una parola.
Dall’altra sponda del marciapiedi, vidi Anne che, con aria annoiata, giocava con la neve lanciandola contro il muro. Non appena mi notò, mi venne subito incontro chiedendomi dove stavo andando  e se poteva venire con me, visto che le sue amichette erano tutte fuori città.
«Solo se mi rimani vicino e non ti allontani.». Lei acconsentì con un cenno del viso e, presi per mano, ci avviammo verso il fondo della via, senza una meta precisa.
 
   
 
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