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Autore: Crateide    19/05/2017    5 recensioni
Ade e Persefone. E non solo.
Benvenuti fra i Giardini dell'Averno!
Genere: Angst, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Crack Pairing
Note: AU, Lime, What if? | Avvertimenti: Violenza
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Until that day, until the day I find you
I won’t rest, I won’t let go
Somehow some way,
I know I’ll be beside you
To warm my heart and fill my soul

- Dreaming (Tell Me), Yngwie Malmsteen -

 

 

 

 



 

 

 

Un raggio di Sole penetrava nella stanza, dando vita ai dipinti parietali e arborei che ne decoravano le pareti tinteggiate d’azzurro. Pulviscoli di polvere danzavano sulla seta bianca del letto, sfiorando appena la figura distesa di Kore, che riposava nel silenzio che ancora avvolgeva l’Olimpo.

Kore dormiva e sognava.

Sognava Ade e lui solo. Lo aveva vagheggiato per tutta la notte e anche di più. Aveva vissuto di nuovo il loro primo incontro, il loro inaspettato rivedersi e anche un futuro oscuro che si dissolveva davanti ai suoi occhi in una nube buia e sfocata.

Uno strano turbamento le agitò l’animo, d’improvviso, e si ritrovò a tremare di freddo fra le lenzuola del letto, con gli occhi sbarrati, ma ancora perduti in un’inquietante visione. Si sollevò di scatto, madida di sudore, con il cuore che le galoppava nel petto e le riempiva le orecchie. Trattenne a stento un grido, che ricacciò indietro con un singhiozzo.

Kore prese aria e si posò una mano fra i seni fiorenti, sbattendo ripetutamente le palpebre. Un insistente frinire modulava il silenzio, irrompendo dalla finestra.

Gettò il lenzuolo da un lato e si sedette sul letto, con i boccoli biondi e scarmigliati e gli occhi d’ametista che riflettevano una luce languida, ultimo riflesso di quei sogni tanto angoscianti quanto meravigliosi.

Si sollevò canticchiando una vecchia ninnananna che la sua adorata Ilizia le aveva insegnato quand’era solo una bambina ed uscì dalla propria stanza. La dimora di rami, edera e marmo bianco era immersa nel silenzio, che solo il frusciare aggraziato delle fronde spezzava a tratti.
- La Fanciulla si è svegliata!

Una voce di donna risuonò tutto ad un tratto, rimbalzando fra le pareti verdeggianti.

Kore si volse alla propria sinistra e, in fondo al corridoio, vide una delle ancelle di sua madre che la indicava e le rivolgeva un sorriso frizzante.
- Buongiorno – salutò, mentre altre tre donne accorrevano.
- Buongiorno a te, Fanciulla – rispose una di queste – la toletta è pronta, l’acqua è calda e le vesti profumano di Sole e pulito!

Kore sorrise e s’incamminò, ridendo con un velo di malinconia ad oscurarle lo sguardo viola.
- Dov’è Ciane? – chiese, mentre una delle ancelle della madre le sfilava la veste che aveva indossato per la notte e le detergeva il corpo con acqua ed oli profumati – E mia madre? È già sulla Terra?
- Tua madre deve risvegliare la Natura appena sorge il Sole, lo sai – le rispose una delle donne – per quanto riguarda la tua amica Ciane, non si è vista. Starà ancora dormendo in seno alla sua piccola cascata...

Kore annuì e si guardò intorno con aria quasi spaesata. La sua mente era ancora rapita dal ricordo del Sogno e il suo sguardo rincorreva fantasmi del passato e del futuro, per lei inafferrabili.

“Chissà cosa starà facendo Ade” si chiese, infilandosi il peplo bianco e sparpagliandosi i lunghi capelli sulle spalle, con un gesto lesto delle mani. “Chissà se anche oggi abbandonerà la sua dimora per venire qui... Mi piacerebbe rivederlo” e i suoi occhi andarono a posarsi sulla mano che il dio le aveva elegantemente e appassionatamente baciato. Se la strinse al petto e sorrise, rievocando il brivido di piacere che l’aveva pervasa nell’istante in cui quelle labbra così ben disegnate le avevano sfiorato la pelle.
- Cosa ridi? – le chiese un’ancella, pizzicandole una gota rosata.
- Nulla – si affrettò a rispondere e abbandonò il braccio lungo il fianco sottile.
- Bugiarda!
- Pensavo ad un... sogno.

Le ancelle si arrestarono.
- Che genere di sogno? – chiese una di loro.
- Non lo ricordo – mentì – per questo ci pensavo.

Le donne ripresero ad affaccendarsi, come se il gelo non fosse mai sceso.
- Desidero recarmi sulla Terra – disse, infilando i piedi piccoli e bianchi nei sandali – desidero raggiungere Ciane e trascorrere la giornata in sua compagnia.
- Come preferisci, Fanciulla.

Kore rimase un attimo a pensare e i suoi occhi trascolorarono in un intenso porpora.
- Smetterò mai di esserlo? – sussurrò sulla soglia della porta, con una mano posata sullo stipite.
- Cosa? – le domandò un’ancella.
- Una Fanciulla.

E, senza attendere una risposta, abbandonò la stanza.

L’Olimpo, con tutte le splendenti dimore degli dèi, specchiava la luce del Sole, che splendeva alto nel cielo azzurrissimo.

Kore prese aria e si lasciò inebriare dal profumo emanato dai fiori che decoravano ogni angolo degli ampi giardini. Si riempì le orecchie con il canto dei passerotti e dei ruscelletti che guizzavano sotto i ponticelli di pietra. La rugiada ancora splendeva sugli steli rigogliosi, rilucendo ai raggi bianchi del Sole. Un canto lontano e soave fluttuava nell’aria – forse le Muse? Forse Apollo? – accompagnando la danza dei prati al venticello caldo che spirava da est.

Kore sollevò lo sguardo verso la dimora dell’adorato padre, che dominava su tutte dallo spuntone più alto, immensa e massiccia, con le sue imponenti colonne di marmo e alabastro. Era lì che aveva incontrato Ade e si chiese se avrebbe mai riavuto l’occasione di rivederlo.
- A che pensi, Fanciulla che non vuole più esserlo?

Kore sobbalzò e si volse di scatto. La gonna ruotò intorno alle gambe tornite, contro cui si avvolse in una spirale di stoffa dai riflessi abbacinanti.
- Eros! – esclamò, sorpresa.

Il dio dalle ali bianche e i riccioli scuri le stava dinanzi e pareva fluttuare nell’aria calda della mattinata. Gli occhi di zaffiro, incastonati in un volto dai lineamenti aggraziati e un po’ bambineschi, la fissavano con tanta intensità, che Kore ebbe come la sensazione che fossero in grado di sondarle l’anima.
- A che pensi, Fanciulla che non vuole più esserlo? – ripeté il dio primordiale, a cui uomini e dèi non possono opporsi.
- A nulla – rispose.
- Hai imparato a mentire?
- Perché dici che non desidero più essere una Fanciulla? Hai forse origliato, Eros? – ribatté.

Il Genio sorrise, rivelando una fila di denti bianchissimi come perle fra le labbra sottili.
- Piccola sfrontata – le disse bonariamente – dovresti sapere che laddove palpita la Passione io sono presente.

Kore avvampò fino all’attaccatura dei capelli. Che l’avesse vista con Ade, allora? Ma come poteva conoscere così bene i desideri del suo cuore?

Aprì la bocca per rispondere, ma Eros sollevò una mano e la fermò.
- Da tempo so che non saresti rimasta La Fanciulla per sempre, contrariamente a ciò che ancora si ostina a credere e sperare tua madre.
- Eros, cosa sai?

Il Genio inarcò un sopracciglio e un ghigno divertito gli si dipinse sul viso abbronzato.
- Questo dovresti dirlo tu a me, Kore – replicò – non sono io quello che, durante il breve soggiorno negli Inferi, vi ha lasciato un pegno.

Kore strabuzzò gli occhi, sorpresa.

“La ghirlanda!”.

Che Ade la stesse aspettando, che l’avesse sempre aspettata?

“Tutto questo tempo... E io l’avevo anche dimenticato!”.
- Dovrei andare a riprenderla? – chiese, facendo un passo verso il Genio – E cosa comporterebbe la mia discesa negli Inferi?

Eros sbatté le candide ali, gettando in aria una nuvola di polline e petali variopinti.
- Io non Vedo, Kore, non possiedo questa qualità – rispose – ma, se vuoi un consiglio, eccolo: mantieni fede alla parola data.
- Ma ero solo una bambina, all’epoca! – gli urlò dietro, mentre il Genio si alzava in volo.
- Non ha importanza! – le rispose con voce sempre più fioca – Pensa al Destino, Kore, e avrai la risposta che cerchi!

Kore rimase immobile, con una mano sollevata a mezz’aria e una parola sulle labbra di rosa.
- Destino...

Strinse i pugni, si prese il peplo fra le mani e corse via.

 

Scendere sulla Terra si rivelava sempre un’esperienza affascinante, che le faceva battere forte forte il cuore.

Kore aprì le braccia e passò le mani fra le spighe di grano maturo, rabbrividendo per il leggero pizzicore che le provocò quel contatto ispido e morbido al tempo stesso. Avanzava con un gran sorriso sul volto, ripercorrendo – lo sentiva – gli stessi passi fatti da sua madre. Chissà dov’era e quali germogli stava facendo sbocciare!

Il cielo era una cupola accecante, velata appena da qualche nube passeggera. Il Sole illuminava ogni angolo, scacciava via le tenebre, caldissimo e carezzevole. Apollo doveva essere di buon umore!

Qualche rondine garriva, volteggiando nell’aria in acrobazie sempre più elaborate, per poi sparire all’orizzonte. Una folata di vento portò con sé i petali di un soffione, che Kore rincorse per qualche metro, finché non volarono troppo in alto e si dispersero.

Quanto amava la Terra e i suoi frutti!

La fanciulla iniziò a correre e saltare a perdifiato, con i capelli che le schiaffeggiavano il volto dalle guance arrossate. Gli occhi sfavillavano, il sorriso era luminosissimo e la sua risata argentina un suono dolcissimo, che uno stormo di passerotti provò quasi ad imitare.

Con un fruscio secco Kore uscì dal campo di grano e si immerse in un piccolo boschetto rigoglioso. Le felci a terra le si allacciavano ai malleoli, mentre qualche coniglio bianco pezzato di nero faceva la sua fugace apparizione da qualche anfratto.

Ad un tratto, si arrestò. I suoi occhi si posarono su un cespuglio di fragole, illuminandosi di entusiasmo. Kore si accucciò e raccolse un frutto, che si portò subito alle labbra e addentò con gusto. Il sapore dolceamaro le pizzicò le papille gustative, mentre il succo rossastro le scivolava giù dalle labbra macchiate di rosso, lungo il mento candido.

Un inaspettato ronzio alle sue spalle la costrinse a volgersi, con la fragola ancora stretta fra le dita. Rimase immobile, a fissare il fitto del bosco con sguardo preoccupato. Aggrottò le sopracciglia, con la netta sensazione di non essere sola. Tese l’orecchio, ma non udì nulla che non fosse il sussurro placido del sottobosco.

Kore abbandonò ciò che restava del frutto e fuggì via, con uno strano turbamento nel cuore. Corse finché non udì il richiamo di una cascata farsi sempre più forte. Infine, davanti ai suoi occhi si aprì una splendida e rorida radura di betulle. Qualche salice pendeva sulla pozza d’acqua limpida, nella quale Kore si specchiò e sorrise a se stessa.
- Kore!

Sollevò di scatto il capo e, proprio sotto la cascata, vide comparire la sua inseparabile amica: una ragazzetta dagli arruffati e corti capelli castani, una pioggerella di efelidi sul naso e due vispi occhi neri.
- Ciane! – chiamò, allegra.

Accompagnata da un leggero sciabordio, Ciane la raggiunse camminando sull’acqua, con il corpo snello e avvolto in una leggera veste trasparente che ondeggiava armoniosamente. Quando le fu di fronte, le prese le mani fra le sue e la guardò dritto negli occhi.
- Cosa ti turba, amica mia? – le chiese con voce calma e armoniosa, seppur acuta.

Kore abbassò lo sguardo sulle mani strette in quelle dell’amica, come a voler raggruppare e riordinare i pensieri. Infine, lo risollevò e lo puntò in quello di Ciane.
- Debbo raccontarti un fatto – disse – un fatto che mi è accaduto ieri e che ne richiama un altro... Un altro che accadde tanto, tantissimo tempo fa, di cui avevo perduto il ricordo.

La ninfa sbatté ripetutamente le palpebre diafane e inclinò il capo da un lato. Il suo sguardo si fece lontano.
- Sento che questo qualcosa di cui vuoi parlarmi ti turba – sussurrò – e che potrebbe1...
- Non dire altro! Non voglio sapere! Non ora.
- Va bene. Raccontami.

Kore la tirò lontana dalla pozza d’acqua e la scortò fino a due massi bianchi e levigati, dove si sedettero l’una di fronte all’altra.
- Amica mia – disse – devi promettermi, anzi, devi giurarmi che ciò che sto per raccontarti rimarrà fra noi. Mia madre non deve saperne nulla!

Ciane storse le labbra pallide e annuì.
- D’accordo, ma adesso narrami.

Kore prese aria e le parlò di Ade. Le raccontò del loro primo incontro e del modo inaspettato e apparentemente casuale con cui l’aveva rivisto. Mentre parlava, sentì qualcosa sciogliersi nel petto e, quando ebbe terminato, provò una sensazione di piacevole sollievo, nonostante lo sguardo smarrito e preoccupato dell’amica.
- Oh Kore, ma come ti è venuto in mente di fare una promessa del genere? – chiese, scuotendo il capo. Le ciocche scure le ombreggiarono la fronte bassa e bianca, donando ai suoi occhi un fulgore oscuro.
- Ero una bambina – si difese Kore – però...
- Però?
- Non so spiegartelo, ma io dovevo lasciargli quella ghirlanda... E, come allora, sento che devo tornare negli Inferi a riprendermela.
- Quali assurdità! Tu sei una dea della Natura, una dea di Vita... Non hai nulla a che vedere con Ade e il suo Regno!

Sul volto di Kore si dipinse un’espressione d’angoscia e rammarico.
- So che siamo... diversi – disse – ma egli mi attira a sé. Se avessi potuto, se non fosse scomparso, l’avrei seguito ieri mattina!
- Perché sei così ostinata? – chiese Ciane, balzando in piedi con i pugni chiusi e gli occhi languidi – Se non sbaglio, Ade ha detto che se ti troverà nuovamente alle porte del suo Regno, non ti permetterà mai più di ritornare in Superficie!

Lo sguardo di Kore si fece penetrante e cupo.
- Lo so – rispose.
- Oh Numi! Non pensi a tua madre? Demetra impazzirebbe di dolore!

“Mamma...”.

A lei, in effetti, non aveva pensato affatto, troppo presa da quel sentimento sconosciuto che le si agitava nel petto e le faceva desiderare ardentemente di discendere in un luogo spaventoso come gli Inferi.

Come avrebbe reagito sua madre? Quale dolore le avrebbe inflitto se, per un suo capriccio, fossero state separate per sempre?

Le spalle di Kore precipitarono verso il basso, schiacciate dalla paura e dalla consapevolezza che il dolore sarebbe stato troppo da sopportare. La dea amava la propria madre e l’idea di non poterla rivedere mai più la terrorizzava.
- Io... Forse sono stata avventata – sussurrò infine.
- Forse?
- Oh Ciane! Ma io ho fatto una promessa e anche Eros dice che devo prestarle fede...

Ciane fece schioccare la lingua e sollevò gli occhi al cielo azzurro su di loro.
- Non starlo a sentire, quel dio! – disse – Non fa altro che mettere nei guai chi gli dà retta!
- Ma se avesse ragione? In fondo, non è detto che Ade mi imprigioni... Pensaci, Ciane: l’altro giorno avrebbe potuto portarmi via con sé, se solo avesse voluto. Ma non l’ha fatto! Questo vorrà pur dire qualcosa...
- Che aspetta solo che sia tu ad andare da lui, come una pecorella fra le fauci di un lupo!

Kore sollevò e riabbassò velocemente le mani, in un gesto spazientito.
- Non essere sciocca! – disse – Cos’ha Ade che non va? È un dio come gli altri...

Lo sguardo della ninfa si fece nuovamente lontano.
- Egli è il Signore degli Inferi, Kore – disse – e quel luogo serba innumerevoli insidie.

Kore si alzò in piedi e raggiunse l’amica, che se ne stava immobile con le braccia abbandonate lungo i fianchi.
- Cosa significa? Quali insidie? – chiese.
- Non Vedo, amica mia, lo sai. Ma si dice che Ade abbia accettato di divenire Signore degli Inferi per amore di una Lampade.

Quella rivelazione la colpì con la forza di un pugno dritto nello stomaco. Kore fece un passo indietro, barcollando come se stesse per cadere.
- Per... Amore? – ripeté, sbattendo le palpebre.

Ciane la guardò amimica.
- Esatto – rispose – e sai chi l’ha saputo?
- No. Chi?
- Demetra.

Kore sospirò e si risedette, congiungendo le mani in grembo.
- Non posso chiedere a lei – sussurrò affranta.

Calò un lungo silenzio, riempito a tratti dal sussurro del vento fra le fronde delle betulle e dei salici.
- Kore?

Risollevò il capo e subito incontrò gli occhi dell’amica, che la fissavano con una strana luce.
- Cosa c’è? – chiese.
- Desideri così tanto mantener fede alla tua promessa?
- Sì. Io... Io desidero rivedere Ade.

Ciane le si sedette accanto e le prese una mano, senza staccare gli occhi dai suoi.
- Ti accompagnerò.
- Dove?
- Negli Inferi.

Kore dischiuse le labbra, incredula.
- Lo faresti davvero? – chiese.
- Sì – rispose l’amica – ma solo per assicurarmi che entrambe torneremo in Superficie.

Trattenne il respiro e l’abbracciò, stringendola con forza.
- Ehi, così non respiro!

Kore si staccò e rise, con le lacrime agli occhi.
- Scusa e... Grazie.

Ciane la guardò a lungo e, scostandole una ciocca dalla fronte, rispose:
- Spero solo che non ce ne pentiremo.

 

 

 

 

 

1 si pensava che le Naiadi (ninfe delle acque dolci) avessero sia poteri curativi sia qualità profetiche.

 

 

 

 

Angolino dell’autrice:

Ciao a tutti e bentrovati! :)

Chiedo scusa per il ritardo nell’aggiornamento, ma sono ormai 4 settimane che dormo due ore a notte e, capirete bene, non sono più quasi in grado di intendere e di volere.

Comunque. Che dire del testo? Sicuramente questo è un capitolo di passaggio, dove Kore prende consapevolezza di ciò che veramente desidera (e, forse, anche di ciò che desidera Ade).

Come avrete notato il rapporto con Eros è molto diverso da quello che aveva con lui in Raptus e lo stesso Genio dell’Amore differisce da quello precedentemente raccontato. Qui è una divinità primitiva e mi sono ovviamente ispirata a ciò che viene narrato nella Teogonia di Esiodo.

Ho invece introdotto il personaggio di Ciane, che nella mia precedente storia era assente e che personalmente ho sempre trovato molto simpatico (da leggersi: aspettavo solo l’occasione per poter scrivere di lei).

Spero che il capitolo vi sia piaciuto.

Ringrazio con tutto il cuore waterbender13 che ha inserito la storia fra le Preferite, ElaCollins che l’ha aggiunta alle Ricordate e Silvermoon00, Ireide, Bliss Blake, dasli22, LoreleydeWinter, he is my dream, sil_1971 e ninnigig per aver deciso di seguirla.

Noto con immenso piacere che alcuni di voi che già seguivano Raptus hanno deciso comunque di avventurarsi nella lettura di questa nuova storia. Ne sono immensamente felice, davvero. Grazie!

Con la speranza di non deludervi.

 

Senza pretese e alla prossima,

Elly

   
 
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