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Autore: Lily97    19/05/2017    0 recensioni
Succedono cose strane, nell'autunno dell'84, a Stillwater, una cittadina dell'Oklahoma. Anche trent'anni dopo, l'ombra del Mostro, uno dei serial killer più temuti dello stato, sembra calare nuovamente sul paese.
Jane Doyle è una studentessa di Medicina, figlia dello sceriffo della contea e grande appassionata di intrighi e rompicapi.
Per circostanze divergenti, si vede catapultata in un mondo nuovo, diverso da come se lo sarebbe mai immaginata, popolato da omicidi irrisolti e vendette mai riscattate.
Proprio là, in mezzo all'uragano di segreti e misteri, conosce William, un ragazzo pericoloso, dal passato oscuro, che la trascina in uno dei casi più spaventosi ed agghiaccianti dell'ultimo secolo.
Genere: Azione, Mistero, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 1

 

La prima volta che lo vidi, ero seduta su una di quelle scomode sedie della centrale di polizia.

Stavo leggendo una rivista di gossip, anche se in realtà non mi interessava minimamente ciò che riportava: il matrimonio di un'attrice famosa; il tradimento di un produttore televisivo con la truccatrice.. cose che si sentivano ogni giorno.

Sfogliavo svogliata le pagine patinate e le facce dei VIP mi scivolavano davanti agli occhi come acqua. Non c'era niente di più noioso della centrale di polizia.

Non che mi aspettassi di veder spuntare un pazzo con la pistola in mano e neppure speravo di assistere ad una rapina in diretta, ma il torpore che si respirava in quell'edificio non eguagliava né quello delle ore di latino, né quello della fila in posta.

Era martedì pomeriggio, di un ottobre che non sembrava finire più.
Ero sicura che fosse martedì, perché sarei dovuta essere a casa di Samuel, eppure mi trovavo appollaiata su una sedia di metallo, ad osservare gli agenti pigri che sorseggiavano caffé caldo e scribacchiavano appunti sulle loro agende.
Inoltre, come se non bastasse, quell'autunno era arrivato prepotentemente a Stillwater: solitamente, godevamo di un clima prevalentemente caldo e piacevole, mentre da qualche settimana non facevano altro che susseguirsi temporali e giornate fredde, che prospettavano un inverno più rigido del normale.

Sentii la porta d'ingresso cigolare e qualche paia di scarpe incominciò a camminare nella mia direzione. O meglio, verso le celle.

Alzai distrattamente la testa e vidi due agenti parlottare fitto fitto tra loro, lanciandomi occhiate furtive, per assicurarsi che non stessi origliando. Avrebbero potuto farne anche a meno: di certo, gli affari del distretto non occupavano una posizione di rilievo tra i miei interessi.

Ciò che colpì la mia attenzione, invece, fu la persona che entrò dalla porta qualche istante dopo di loro: un ragazzo giovane -sui vent'anni-, abbastanza alto e ben messo in fatto di muscoli. Portava una maglia nera, con uno scollo a V, che lasciava ben poco all'immaginazione dei suoi pettorali scolpiti. Sul bicipite sinistro era impresso un tatuaggio enorme: lo avvolgeva fino al polso e si diramava fin quasi alla base del collo.
I pantaloncini a mezza gamba, color sabbia, erano sporchi e strappati e dal ginocchio colava un rivolo di sangue, imbrattando le converse bianche.
Anche il volto non era messo molto bene: il labbro inferiore era spaccato esattamente al centro ed una delle due sopracciglia presentava un taglio profondo. A causa del dolore e del sangue, il ragazzo non riusciva a tenere l'occhio aperto e poteva osservare l'ambiente che aveva intorno solo con l'altro.

Non riuscii a distogliere lo sguardo dal suo viso: emanava un'aura pericolosa e misteriosa, allo stesso tempo. Dietro a quel viso d'angelo dannato, sapevo si celassero oscuri segreti.
Beh, ero sempre stata una ragazza dalla fantasia fervida e la comparsa di un ragazzo sconosciuto in una centrale di polizia, coperto di sangue, non poteva che far schizzare alle stelle la mia avida curiosità, ma ero consapevole che quella volta non era solo fanatismo. Perciò, i miei occhi seguirono ogni suo movimento.

I due agenti lo scortarono su uno sgabello e poi si allontanarono per raggiungere la macchinetta del caffé e io rimasi sola, vicina al criminale.

Mi mossi sulla sedia, incrociando le gambe e la rivista cadde a terra, così come il mio telefono. Ancor prima di incrociare i suoi occhi azzurri, sentii lo sguardo perforante contro di me e percepii le guance raggiungere un livello non legale di calore.

Mi chinai per raccogliere le mie robe e lasciai che i capelli mi scorressero davanti al volto come due tende scure.

"Cavolo" borbottai, osservando lo schermo del mio iPhone in frantumi.
Era caduto da altezze molto più vertiginose: era planato per metri sul porto di Brighton, l'estate precedente, ed era stato addirittura utilizzato come giocattolo dal mio cane ed in tutto questo non aveva mai presentato nemmeno un graffio. Poi, era scivolato dalle mie gambe a mezzo metro da terra e pareva che qualcuno lo avesse colpito ripetutamente con una mannaia.

"Giornata sfortunata?" mi chiese lui.

Proprio come la mia parte da detective impicciona aveva ipotizzato, la sua voce era bassa e tagliente, nonostante possedesse una sfumatura sensuale difficile da non notare.

"Forse non come la tua" accennai alle manette.

Mi parve di scorgere un guizzo divertito, in un lato della bocca, ma fu così rapido che mi chiesi se non me lo fossi solo immaginato. "Niente di nuovo".

Quindi non era la prima volta che veniva arrestato! Dai lineamenti duri e dal portamento, non mi sarei aspettata nulla di diverso.

"Come mai qui?" domandò.

Lo guardai a lungo.
Non avrei dovuto rispondere.. anche per via della storia che ti raccontano quando sei piccola, che ti ammonisce di non parlare con gli sconosciuti.
Eppure, il desiderio di prolungare la conversazione e di coglierne i minimi dettagli celati fu troppo forte.

"E tu?".

Sorrise divertito "Rissa".

Chissà perché me lo aspettavo.

Continuò ad osservarmi, succhiandosi distrattamente il labbro inferiore, per bloccare il sangue scuro che  altrimenti gli avrebbe imbrattato la maglia.

Tutto in lui urlava sesso e perversione e per una come me, quel tipo non rappresentava altro che l'esempio di cattivo ragazzo, capace di condurre sulla strada del peccato anche la più innocente delle ragazze.

"Quindi?".

La sua voce mi distolse dai miei pensieri indagatori. Quando, però, mi accorsi che mi stava fissando con un ghigno beffardo -probabilmente, pensando che lo stessi osservando perché incapace di resistere a cotale bellezza-, scossi la testa e spostai gli occhi sulla schermata rotta del mio iphone.

"Lo Sceriffo ha bisogno di me" spiegai.

Il ragazzo sollevò le sopracciglia e fece per parlare, ma sembrò ripensarci e si limitò ad abbassare lo sguardo, trattenendo un sorriso.

Sapevo bene quello che stava pensando e le mie guance fiammeggiarono all'istante.
Era evidente che si stesse chiedendo che cosa ci trovasse una ragazza come me in un cinquantenne.
Decisi che avrei dovuto chiarire al più presto la situazione: presi un profondo respiro ma.. un poliziotto comparve dietro di lui e lo afferrò energicamente per una spalla.

"Ti sta dando fastidio?" domandò gentilmente.

Se avessi risposto "" l'avrebbero sbattuto in prigione senza pensarci due volte? Probabile.

"Non si preoccupi".

Il giovane si dimenò con forza, finché l'agente non fu costretto a togliere la mano. "Non ti avvertirò un'altra volta, William" lo minacciò duramente "Potresti tenere quelle manette più a lungo del solito".

William stiracchiò un sorriso sghembo che, se possibile, lo rese ancora più affascinante e spaventoso "Se lo dice lei".

Che strafottente.

La porta venne aperta nuovamente e lo Sceriffo avanzò nella nostra direzione con cipiglio autorevole. Arrivato, sospirò profondamente ed incrociò le braccia.

"Hai di nuovo fatto a botte, William?"chiese.

Il ragazzo si limitò ad alzare il sopracciglio. I lividi ed il sangue parlavano da soli.

L'uomo si passò una mano davanti agli occhi, sconsolato.
"Lo sai che questa volta sono costretto a farti passare una notte in cella?".

"Qualsiasi letto è più comodo di quello di casa mia".

Trattenni a stento un sorrisetto ed il ragazzo sembrò accorgersene.

"Non è divertente" disse invece il poliziotto "E' grave se ogni settimana qualcuno ti ripesca per Stillwater nel bel mezzo di una rissa. Lo capisci?".

Non mi pareva proprio che William lo avesse ascoltato, ma apprezzai il fatto che annuì.

Lo fece alzare e lo accompagnò nella cella di detenzione più vicina, dall'altra parte della stanza "Per stanotte ti teniamo qui, ma domani io e te faremo un bel discorsetto" e girò la chiave.

Lo Sceriffo avanzò nella mia direzione e si sedette sulla scrivania di fianco. Mi fece cenno di prendere una sedia e non me lo feci ripetere due volte. Mentre mi spostavo, percepii lo sguardo perforante di William sulla mia schiena.

"Che ci fai qui?" chiese.

Abbozzai un sorriso e frugai nella mia borsa, finché le mie dita non sfiorarono una superficie solida. Ne estrassi una scatola quadrata in plastica, all'interno della quale si intravedeva una gigantesca fetta di torta al cioccolato con doppio strato di glassa.

Le spalle dello Sceriffo si abbassarono di colpo e lo sentii sospirare profondamente.

"Che hai combinato questa volta?".

"Non posso portare un dolce all'uomo della mia vita?".
Stavo ancora perfezionando la mia tecnica di conquista e mi parve chiaro come il sole che quella volta lo Sceriffo non avrebbe abboccato.

Mi alzai dalla sedia e gli rivolsi il migliore dei miei sorrisi. "Peccato.. era davvero buona".

Feci per andarmene, quando un giovane agente non depositò un foglio sull scrivania dello Sceriffo. In quel preciso istante, seppi di non aver più vie di scampo.
Lanciai un'occhiata fugace alla Centrale, per capire la percentuale di possibilità di svignarmela senza dare nell'occhio, ma queste si rivelarono inferiori a zero.

"Grazie, Cornell" lo sentii dire, dandogli ancora la schiena. "Ancora multe per eccesso di velocità. Vorrei proprio sapere chi si ostina ancora a superare i limiti con così tanta..".

Beccata.

"Jane..".

"Mmh?".

"Spero che tu abbia una spiegazione per questa multa di.. DUECENTO DOLLARI?!!" esclamò.

Le teste di metà distretto si voltarono nella nostra direzione e qualcuno allungò il collo per origliare la conversazione. Eppure, l'unico suono che le mie orecchie registrarono fu il fischio ammirato che provenne dalla cella di detenzione.

"E' colpa di Samuel". Il mio amico mi avrebbe uccisa.. di nuovo.

"Che cosa avevi in testa?! Vincere una corsa clandestina?!!".

Alzai le sopracciglia. Quella era nuova. "Beh, non sarebbe una brutta.. cioè" mi corressi, intercettando la sua occhiataccia "non succederà più".

Lo Sceriffo si passò una mano davanti agli occhi, sbuffando. "E' la terza volta che superi il limite consentito, Jane".

Questo perché in questa città i limiti di velocità potrebbero essere superati anche da una tartaruga, ma non lo dissi.

"Dovrei sbattere in cella anche te".

"Non mi dispiacerebbe un po' di compagnia" s'intromise William.

Lo Sceriffo gli lanciò uno sguardo di ammonimento "Attento a quello che dici, ragazzo".

"Direi che questa notte la passerò a casa mia" annuii coscienziosamente all'uomo. Mi alzai dalla sedia e mi sistemai la borsa a tracolla. Arrivata all'altezza della cella, non resistetti a voltarmi verso William e sorridergli.

"Buona permanenza" dissi candidamente e seppi di aver oltrepassato una sottile linea di comfine, al di là della quale non sarebbe arrivato nulla di buono, ma la scarica d'adrenalina era un prezzo troppo allettante per rifiutare.

Lui mi fissò da dietro le sbarre con le sue iridi di ghiaccio. "Mi sembri un po' troppo dispiaciuta, bimba".

Socchiusi gli occhi e scossi la testa molto lentamente. "Attento a quel che dici" mimai con le labbra.

Lo Sceriffo avanzò velocemente, frapponendosi tra me e William. "Ti conviene raffreddare i bollori, giovanotto, o ti ritroverai a pregare per rivedere la luce del sole!" ringhiò.

Da dietro le sue spalle, mi aprii in un sorriso soddisfatto.
Ops, William.
Incrociai i suoi occhi azzurri e feci spallucce. Cosa ci potevo fare se ero la cocca dello Sceriffo?

"Sicuro che non vuoi la torta, pa'?" domandai di nuovo e ci tenni a sottolineare il legame di parentela che mi univa allo Sceriffo.

Gongolai immensamente quando notai l'espressione sorpresa sul volto di William: davvero pensava che avrebbe potuto imbambolare la figlia dello Sceriffo? Povero illuso.. avrei potuto metterlo fuori gioco in meno di dieci secondi ed in quindici sarei stata capace di rompergli un polso.
Pivello.

"E' quella di Emily..".

Mio padre si voltò all'istante. "Hai detto di Emily?" ripeté.

Colpito ed affondato.
La mamma di Samuel sfornava le torte migliori del paese e dire che mio papà ne fosse drogato era poco.

"Lasciala sulla mia scrivania" mi disse allora.

Sorrisi sotto i baffi.
Il punto debole dello Sceriffo era la gola. Oppure il football.. no, forse la pesca.
In realtà, mio padre era fatto di punti deboli, per questo mi era davvero facile raggirarlo.

Depositai la torta sul tavolo e mi affrettai ad uscire, in ritardo, non prima di aver rivolto l'ultimo sguardo verso la cella, più per curiosità che altro.
Volevo solo vedere se William mi stesse ancora fissando, perché la sensazione di essere osservata non mi aveva abbandonato un solo istante.
Come da copione, l'attenzione del ragazzo era interamente rivolta a me.
Tentennai, indecisa se fargli una linguaccia o ignorarlo. Il buon senso, per la prima volta in quella serata, prevalse: aprii la porta di scatto e la richiusi alle mie spalle. Solo fuori, lontana dal giovane -e dai suoi occhi- provai tranquillità.


 

<>

 

Sarei dovuta passare un salto al college per  portare delle scartoffie nel laboratorio che il preside Stevens mi aveva gentilmente concesso, per la realizzazione del mio modesto e straordinario progetto.

Con molto impegno e una buona dose di difficoltà, ero riuscita ad ottenere una borsa di studio all'ultimo anno del liceo, poiché avevo ottenuto una lunga sfilza di A+ al corsi di biologia, scienze A ed al laboratorio extracurricolare di chimica.

Stavamo seguendo interessanti lezioni di Anatomia umana e la professoressa ci incaricato di costruire un modellino funzionante di apparato digestivo, impresa alquanto ardua ma non impossibile.

Okey; si stava rivelando un compito di caratteri apocalittici, anche perché le parole Jane e costruzione nella stessa frase non portavano mai a nulla di buono.

Decisi che fosse troppo tardi per raggiungere il college e guidai fino a casa, canticchiando distrattamente le canzoni alla radio ed osservai l'ambiente circostante: il cielo era plumbeo e minacciava pioggia.. come solito, da qualche settimana a quella parte!
Un lampo baluginò in lontananza e, istintivamente, strinsi la presa sul volante. Tentai di scacciare il ricordo di mia madre, ma non potei impedirmi di chiedermi se quel fatidico giorno anche lei si fosse messa al volante con disinvoltura, ascoltando la radio gracchiante.

Non è il momento, Jane, mi dissi severamente e ritornai con lo sguardo sulla strada fiocamente illuminata, sperando che non si mettesse a piovere prima del mio arrivo.




Ciao a tutti ragazzi! ♥
Spero che questo capitolo vi sia piaciuto! E' la mia primissima storia originale, quindi siate comprensivi e buoni ahahaha
Non so ogni quanto potrò aggiornare, ve lo dico subito, soprattutto perché non ho ancora finito di scriverla e sono entrata in quel bruttissimo periodo di esami in cui porca miseria non trovo nemmeno il tempo per respirare! D:
So che qualcuno potrà capirmi ahaha
Beh, fatemi sapere che ne pensate del primo capitolo!
Un bacio,
Lily ♥♥♥
   
 
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