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Autore: crazycrix    19/05/2017    0 recensioni
Dopo due anni, Elena è costretta a tornare nella città natale ad affrontare i suoi demoni e l'uomo che le ha spezzato il cuore.
Snipe, V.P. degli Angels M.C., è disposto a tutto pur di riaverla.
***
"Voglio questo. Ho sempre voluto solo questo."
Tra le lacrime, ricalco col dito la E nera che ha in mezzo al petto. Non c'era anni fa. Non erano queste le parole con cui ci siamo lasciati. Quest'uomo mi consuma, s'insinua tra le pieghe della mia anima e si tiene il mio cuore.
***
Il libro è un work in progress quindi mi scuso in anticipo per tutti gli errori, di battitura e non solo. Siate gentili.
Grazie di aver dedicato un po del vostro tempo a leggere le mie storie.
Genere: Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
Capitoli:
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Ha lasciato il suo doccia schiuma sul bordo della mia vasca, è nero e stona in mezzo ai miei prodotti colorati. Lo fisso per tutto il tempo mentre mi lavo i capelli e poi, dopo aver messo il balsamo, la mia curiosità ha la meglio. Lo prendo tra le dita e lo apro, sa di lui; di pulito, fresco, di muschio di quercia. Sa di uomo e mi venire la pelle d’oca. Che cavolo Elena, è solo sapone! Lo rimetto giù come se mi avesse scottato le dita e il mio cuore accelera i battiti. Non dovrebbe nemmeno essere qui. Esco dalla doccia sul piede di guerra. Coprendomi velocemente con l’asciugamano, entro senza bussare, di nuovo, ma la sua stanza è deserta. Dovrei essere contenta eppure mi sento quasi delusa.
Se prima le notti qui erano temporanee ora penso siano diventate permanenti, oltre alla bottiglietta in bagno c’è anche il borsone pieno di vestiti buttato dentro l’armadio. Ovunque fosse andato stamattina era di gran fretta, non ha nemmeno rifatto il letto.
Sbuffo e comincio ad asciugarmi i capelli prima di vestirmi. Non lo penso mentre mi concentro sulle faccende giornaliere, nel giardino, e poi in cucina a preparare il pranzo di oggi, perché tocca a me. Infine decido di mettere in ordine la casa, e mi ritrovo immobile nel corridoio, davanti alla sua porta, a meditare su quello che sto per fare.
Si incazzerà? Si. Ma m’importa realmente? No.
Sono troppo curiosa, muoio dalla voglia di sapere più su di lui. Comincio dal letto, cambio le lenzuola e poi provo a spostarlo nella posizione originale, ma non ci riesco sola, quindi lascio perdere. Spolvero e butto via la bottiglia che si è scolato ieri notte e mi fermo a fissare il borsone. Non ho tanta voglia di ordinare i suoi vestiti nell’armadio, ma come faccio a frugarci dentro lasciando tutto intatto? È impossibile. Lo afferro per le maniglie e rovescio tutto il contenuto per terra. Metto le magliette sugli appendini, sorpresa che abbia anche camicie oltre alle solite t-shirt e canottiere nere col logo del club, i jeans invece gli sistemo nella parte in basso.
Nella tasca interna, trovo nascoste le sue targhette militari con su scritto: Gregory Allan Evans, Wisconsin, Sniper. Di solito i soprannomi del club sono solo quello, nickname che si addicono alla personalità, il più delle volte per nascondere la vera identità. Lui invece è un vero Sniper, ma la cosa che mi sconvolge è l’età: Ha solo ventinove anni? Ne dimostra di più, forse per le notti insonni o per il peso perso. Fisso la polaroid che trovo insieme alla collana e il mio stupido cuore ricomincia ad accelerare, è in piedi vicino ad un albero, aggrappato ad un ragazzo moro mentre ridono entrambi. Sono tutti e due in divisa, la targhetta sul petto segna G.A. Evans, mentre quella del ragazzo P. Thompson. È più giovane li, più abbronzato e muscoloso, e ride di gusto. È bellissimo e chiunque sia Thompson, lo sta guardando con affetto.
Giro la foto e dietro c’è scritto solo: maggio, 2003.
Le metto entrambe nel cassetto da parte al letto e nascondo la borsa nella parte in alto dell’armadio. Chi avrebbe detto che potrebbe essere ancora più bello. Se solo si curasse di più, e mettesse su un po’ di peso. Di sicuro non dovrebbe bere, prendo la bottiglia piena e la porto in cucina, mettendola insieme ai liquori di papà.
Ci penso per tutto il tragitto in macchina verso il cantiere, l’odore di pollo caldo che ho in macchina mi fa stringere lo stomaco. Magari era suo fratello, o il suo migliore amico. O meglio ancora! Il suo amante. Questo mi fa ridere di gusto, perché come direbbe Stef: i migliori sono sempre gay. O gay o già presi.
La nuova casa che stanno ristrutturando, appena fuori Tateville è deserta. Eppure oggi è un giorno lavorativo, non dovrebbero essere a casa. Nessuna delle ragazze mi ha avvisata, quindi faccio inversione e mi dirigo verso il club, che è dall’altra parte. Almeno se non sono neanche li, qualcuno che mangi il mio cibo lo trovo, così non va sprecato.
Fuori dal cancello principale ci sono Jack e Simon a fare da guardia, armati. Mi fanno entrare controvoglia dicendo soltanto: non dovresti essere qui. Le moto sono tutte davanti e capisco che qualcosa non va quando vedo il Mercedes del Doc parcheggiato all’ombra, tra gli alberi vicini all’ingresso.
“Bene.” Dico tra me e me, un’altra faida tra gang. Ho perso il conto durante gli anni, tanto si spezzano le ossa, si minacciano e poi concludono qualche accordo e sono amici come prima.
Raccolgo i contenitori col cibo e mi avvio verso l’ingresso. Poggio tutto sul bancone del bar e mi meraviglio che il pub sia deserto. Sospiro e comincio a fare le porzioni nei piatti di plastica prima di metterli sul carrello per trasportarli nella stanza comune. Sento il lamento di qualcuno arrivare da lì e qualche mormorio. Attraverso i tavoli quadrati passando sotto il logo: gli Angels muovono la terra l’uno per l’altra e mi dirigo sul retro, nel salone, dove hanno il tavolo da biliardo con annesso un dormitorio comune per gli ospiti occasionali. Le stanze dei membri permanenti sono di sopra.
I ragazzi sono sulle spine perché appena entro Ricky e Snake scattano toccando le pistole, e si rilassano quando mi vedono dietro il carrello.
“Cibo caldo.” Dico posizionandolo contro il muro. Tiro fuori le chiavi della mia macchina e le passo al ragazzo vicino alla porta con la P nera incisa sul petto. Non era fuori insieme agli altri due, quindi dev’essere quello nuovo di cui mi aveva parlato papà. Come si chiamava? Lo fisso un po' troppo a lungo forse, e si alza in piedi avvicinandosi. È alto e snello, con gli occhi marroni, i capelli neri e il portamento da atleta.
“Ciao, sei quello nuovo?” dico mentre mi si ferma accanto. Annuisce e basta senza rispondere. “In macchina c’è la borsa frigo con le bevande. Puoi per favore andare a prenderla?” Gli porgo le chiavi della macchina e lo vedo trasalire mentre mi tocca le dita, come se il contatto gli avesse dato fastidio. Si gira e si allontana senza parlare.
“È la Volvo!” urlo quando ormai è fuori dalla porta.
Il tavolo da biliardo è in mezzo alla stanza, e tutt’intorno ci sono sedie e panche, accanto a muri adornati da vecchi ricordi, foto e quadri, o pezzi di moto distrutte. Snake e Taz sono seduti vicini, mentre Ricky si massaggia la gamba testa sulla panca.
“Che Dio ti benedica niña!” Mi dice Taz quando gli porgo il suo piatto. Boston dietro di me ora, sta facendo il giro con le bibite.
Quando mi fermo accanto a Ricky mi rassicura mentre fisso la sua gamba: “Non è niente, Doc l’ha già vista.” Annuisco fissando il suo viso tondo e gli occhi scuri, continuo a pensare che non assomigli per niente a Ricky Martin, eppure è quello che si ostina a dire a tutti. Sorrido senza voglia per rassicurarlo, avrei preferito vederla lo stesso.
Dietro al jukebox, per terra è seduto Sniper con le ginocchia tese e la testa piegata.
“Acqua per lui.” Dico quando ci fermiamo davanti. Ha il labbro rotto e un livido sotto l’occhio sinistro e mi fissa quasi arrabbiato. Boston fruga tra le bottiglie di birra e tira fuori una d’acqua. Quando la prendo sfiorandoli la mano lo vedo trasalire di nuovo.
“Boston.” Mi dice sottovoce, senza guardarmi negli occhi mentre si strofina la mano sui pantaloni.
“Ti chiami Boston?” dico guardandolo, sorridendo, cercando di rassicurarlo. Di sicuro non è più giovane di me, ma sembra piccolo, indifeso. Muove la testa piano, confermandolo e infine mi guarda negli occhi e prova anche a sorridere.
“Voglio più insalata.” Sniper ringhia quasi, strappandomi la bottiglietta dalle dita, richiamando tutta l’attenzione su di lui. È in piedi vicino a me e mi fissa a denti stretti.
“Non so se te la meriti.” Rispondo mentre sto già prendendo il contenitore dal basso.
“Fai il tuo dovere e basta. Ho fame.” Dice prendendo un piatto tra i tanti e tenendolo teso verso me.
“Oh mi scusi, sono anche la sua cuoca ora?” ripeto imitando la conversazione avuta ieri notte. Però sorrido perché mi sento in vantaggio dopo stamattina. Mi fissa la bocca con intento e stringe di più la mascella.
“Hai curiosato per bene?” chiede, la sua voce ancora più bassa. Ma riesce a leggermi nel pensiero? Gli aggiungo un cucchiaio di insalata di patate e sto per rispondere a tono quando sento un urlo dall’altra stanza. Lascio tutto e ci entro in gran fretta.
Klaus sta dormendo sul letto vicino all’ingresso, con la testa fasciata, mentre in fondo alla stanza, sotto la finestra ci sono papà e Doc che cercano di tenere fermo Tank.
“Non dovresti essere qui.” Sniper cerca di trascinarmi fuori per il braccio ma Tank si lamenta ancora.
“Che cavolo stai facendo Erik? Cerchi di ucciderlo?” chiedo sconvolta vedendo Doc piegato con le mani tremanti.
“Elena! Ti prego! È un macellaio!” urla Tank dimenandosi ancora, ha il busto pieno di sangue, stanno cercando di ricucirlo.
“Era ora! Ti ho chiamata tre volte.” Papà sembra rilassarsi. Mi libero il braccio dalla sua presa e raccolgo i capelli in una cipolla in cima alla testa. Mi dirigo al lavandino del bagno accanto al suo letto e lavo le mani e le braccia fino ai gomiti con tanto sapone, pulendo anche sotto le unghie. Il taglio è netto, sotto il pettorale sinistro e Doc ha già preparato ago e filo, ma lo ha solo punto un po’ di volte, senza chiudere niente.
“Sono un veterinario va bene?” dice fissandolo negli occhi prima che il paziente lo afferri per il collo e lo mandi volando per terra dall’altra parte della camera.
“Che cazzo Tank!” papà cerca di calmarlo, e di fermare il sangue che sta uscendo.
“Lo sai che mi fa senso cucire persone!” urla ancora e sospiro.
“Anestesia?” chiedo sedendomi a cavalcioni su di lui. La risposta è negativa e lo sapevo già. Tank era un tossicodipendente, non vuole nessun tipo di droga. “Nemmeno locale?” chiedo sperando che cambi idea.
“No.” Dice a denti stretti aggrappandosi al materasso.
“Ok.” Sospiro, prendendo l’ago tra le dita. Lo sento irrigidirsi.
“Se mi fai male come l’altra volta…”
“Quel taglio non sarà l’unico che ti ritrovi.” Papà finisce la frase per me. Non troppo tempo fa, mentre stavo facendo lo stesso lavoro di oggi mi aveva tirato uno spintone così forte da farmi sbattere la testa. Con l’ago faccio la prima incisione e lo guardo, è rigido con gli occhi chiusi. Dall’altra parte però, Sniper è più pallido di prima, e sembra stia per svenire, deve dargli fastidio la vista del sangue.
“Portalo fuori, e mangiate quello che ho portato.” Dico a papà indicandolo.
Quando ero piccola, era mia nonna a fare questi lavori, tirando qualche scappellotto e mormorando frasi in russo che solo lei capiva. Non ho mai visto uomini grossi piangere così tanto come al suo funerale. Mi ha insegnato tutto quello che so, come curare le loro ferite e riempire le loro pance. E come non farmi mai mettere i piedi in testa: gli uomini sono come i bambini Eli. Tutto quello di cui hanno bisogno è di una mamma. Sorrido mentre ci ripenso e vado avanti con la mia incisione. Sono a metà strada.
“Silvia mi ha detto che ha il fidanzatino ora.” Dico sorridendo, pensando a sua figlia di sei anni.
“Si lo so.” Dice stringendo i denti. Vedo che gli dà più fastidio quello e rido. “Spero che Gloria abbia ragione, perché se non le passa in fretta gliela faccio passare io.” Risponde a denti stretti e rido. Quando sono stata insieme a loro l’altro pomeriggio, mentre guardavo Lucas, il suo fratellino di due anni, seduta al suo tavolino rosa con la finta tazzina tra le dita mi ha detto:
Presto mi sposo Eli.
Ti sposi? Rispondo seria, trattenendo la risata. Si. James ha la moto come papà e ha detto “va bene” quando gli ho detto che è mio.
“Sai, sarà pure identica a Gloria ma è tutta te.” Dico facendo il nodo e tagliando il filo.
“Non è un bene.” Mi risponde rilassandosi e sorridendo. Tra lui è Gloria è stato amore a prima vista, letteralmente. Due mesi dopo l’aveva già sposata e dopo altri tre aspettavano già Silvia. Quando lui si mette in testa qualcosa, non c’è niente che lo fermi, va dritto all’obiettivo, come un carro armato.
“Sei stato molto bravo.” Dico mentre Doc applica la crema e posiziona la garza. Controllo anche la testa di Klaus che sta russando.
“Sta bene.” Mi informa Erik. “Horse ha il braccio lussato e Poker un paio di costole incrinate.”
“Dove sono?”
“A dormire nelle loro stanze, gli altri hanno solo ferite superficiali. Carl è l’unico che non si è fatto controllare.”
Certo che lo è, da bravo Presidente mette sempre prima gli altri. Gli trovo spostati nel pub a mangiare seduti al tavolo lungo, creato unendone due più corti; parlano sottovoce e smettono quando arriviamo. Vado dritta da lui, con Doc che mi segue a ruota.
“Togliti il gilet.” Dico un po' troppo duramente, mi fissa senza muoversi. “Prez.” Ripeto e lo vedo stringere le labbra e allontanare la sedia. Fa fatica a levarsela, gli leggo il dolore in faccia. Lo aiuto a toglierla, insieme alla maglietta e noto che riesce a malapena a muovere il braccio sinistro.
“Merda.” Si fa scappare Kiddo fissando la sua schiena. La spalla sinistra, la solita che mia nonna ha messo apposto più volte durante gli anni è lussata, e la carne sotto, di un colore più scuro, con sfumature viola. Mi si stringe lo stomaco e sospiro forte mentre sento Doc dire che sicuramente ha anche una costola o due rotte. Mi fissa coi sensi di colpa.
“È già successo.” Dice sottovoce, come se potesse farmi meno male. Dovrebbe stare più attento, soprattutto con quella spalla che gli ha sempre dato problemi da quando ha avuto l’incidente da giovane. Senza che gli dica niente si sdraia sulla schiena sul pavimento scuro del bar.
“Hai cinquant’anni.” Dico posizionandoli il braccio a novanta gradi rispetto al corpo. E tutto rosso in faccia e trattiene il respiro mentre poggio il ginocchio sul suo busto. Con un colpo secco tiro il braccio e sento l’omero rientrare, fissandogliela al petto con la cintura che Snake mi allunga. Sta sudando ora. “Niente moto per un po'.” Dico e non si oppone.
Lo aiuto a rialzarsi e mi bacia la guancia sussurrandomi: “Cosa farei senza di te.” Mentre gli altri mi fanno spazio al tavolo, lo guardo prendere i due antidolorifici che Taz gli passa.
“Saresti già morto.” Dico prendendo una forchettata di insalata.
Ed è vero, sono tutto quello che ha e so che si trattiene solo perché ci sono io. Mangio insieme a loro, ascoltando le storie su come i Vendicatori abbiano avuto la peggio, facendo passare il cibo oltre il nodo che ho in gola. Sono la mia famiglia, tutti quanti, vederli così mi fa stringere il cuore. Pensare a quello sarebbe potuto succedere o a quello che potrebbe accadere, delle volte non mi fa dormire la notte. È questo il prezzo da pagare per essere una di loro, eppure lui è mio padre, non oso immaginare cosa provano Gloria, Rosa o Miranda. Essere sempre in ansia per l’amore della tua vita, per il padre dei tuoi figli dev’essere ancora più difficile.
 
 
   
 
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