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Autore: gaiagiacobazzi    19/05/2017    0 recensioni
Ginevra Pifferi fugge da tutta la vita, lei e sua madre scappano dalla profezia che pende sulla ragazza, lei che dovrà iniziare e finire una guerra che va avanti da secoli. Ma quando la madre viene catturata, Ginevra non può fare a meno di andare a salvarla e per questo iniziare il suo peggior incubo.
Bree Tidsresor è stata adottata e non ha mai conosciuto i suoi veri genitori, vive in uno stato di indecisione, tra la situazione familiare attuale, dove sta bene e l'andare a fare ricerche su chi è veramente lei, finché qualcuno non passa casualmente per la sua città e potrebbe conoscere parte della sua storia. Ma Bree vuole veramente delle risposte?
Anthea Bailey ha una vita perfetta, se non fosse per quell'unico problema che l'assilla ventiquattro ore su ventiquattro, che la tiene sveglia ogni singola notte e che farebbe qualsiasi cosa per poterla aiutare: sua sorella dopo essere scomparsa e ritornata, ma non ha più parlato o cercato di rapportarsi con gli altri.
Aggiornamento una volta a settimana.
Genere: Fantasy, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Svezia, Motala il 23 Marzo 2016

I miei occhi sono spalancati e per la seicentoquarantesima notte non riesco a dormire, mentre so già che al mattino non mi reggerò in piedi. Ormai dopo quasi due anni e dovrei averci fatto l'abitudine, la realtà è che spero ancora di poter tornare a dormire come una persona normale, ma sono vane speranze.

Mi alzo, faccio la doccia, sistemo i compiti e studio per l'interrogazione del giorno dopo, purtroppo storia e la prima guerra mondiale interessano anche agli svedesi; sento stringermi il cuore ogni volta che leggo quante morti ha fatto e come potessero vivere nelle trincee.

I miei occhi si spostano sulle ombre fuori dalla finestra e mi perdo nei miei pensieri, con la matita che passa delicata sulle labbra e una mano lasciata ciondolare giù dalla sedia: penso a vivere durante la guerra, a essere una donna e dover aspettare qualche parente o amico partito per una causa futile, mi manca quasi il respiro al pensiero che mio fratello sarebbe dovuto partire.

Mi alzo di scatto, non voglio rimanere un secondo in più qui seduta a pensare, devo assolutamente sentire l'aria fresca sulla pelle e potermi distrarre. Mi metto velocemente una tuta nera ed esco dalla mia camera, cammino per la casa buia, conosco a memoria ogni angolo e singolo dettaglio, comunque ho un'ottima vista e anche senza luce riesco ad orientarmi perfettamente. Scendo al piano di sotto, cercando di fare meno rumore possibile, ma Jack, il nostro labrador color miele, mi sente e si avvicina allegro.

Sento dei rumori dal salotto e non mi sorprende trovare Mike sdraiato a dormire con la televisione accesa, come ogni notte mi avvicino e gliela spengo, prendo una coperta e lo copro. Guardo il suo viso delicato, con i tratti dei nostri genitori mischiati nei più piccoli dettagli: il naso spigoloso, la fronte larga e il mento pronunciato da nostro padre e gli occhi azzurri, i capelli biondi e le labbra sottili e lunghe da nostra madre.

Sembra così rilassato, un angelo, ma solo quando dorme perché altrimenti è una persona snervante. Alzo lo sguardo e trovo il mio riflesso nello specchio montato nella parete di fronte.

Non ci ho messo molto a capire che sono stata adottata: io con la pelle color caffellatte, in mezzo a persone pallide, i miei occhi grandi e scuri, tendenti al nero, con i capelli ricci e castani, che ho legato in una coda, ma svariati riccioli sbucano in ogni punto, le labbra piccole e carnose. Mi guardo e come ogni volta penso a tutte le differenze tra me e la mia famiglia, e una piccola parte di me sente l'invidia verso mio fratello farsi più presente, per essere messa subito a tacere.

Devo uscire e prendere un po' di aria fresca o penso di impazzire. Finisce sempre nella stessa maniera: il silenzio e il buio perenne mi fanno sentire chiusa in un mondo tutto mio, di cui io sono l'unica abitante. La mia famiglia, tutto il vicinato e il paese dormono alle due di notte, mentre io con il mio cane passeggiamo per le strade deserte.

Esco di casa e cammino rapida per il giardino ben curato, la fierezza di mia madre, passo oltre il cancellino costruito da mio padre e per la terza volta sento una stretta al cuore: una famiglia così perfetta, da avere un unico difetto, io.

Mi sento sbagliata in quel nucleo di tre persone: la tipica famiglia bella, intelligente e per giunta gentile con tutti, pure con me che abbandonata dai miei genitori mi hanno accolta e cresciuta come la loro figlia. Mi hanno presa che ero appena nata e so solo il nome di mia madre, ma nulla di più e su mio padre non so nemmeno quello.

Sono l'unica a produrre dei suoni sulla strada, Jack è andato avanti, lo lascio libero, intanto non disturba molte persone. I miei pensieri ritornano ad intrecciarsi, come ormai mi succede da due anni, quando ho iniziato a sentire il bisogno tangibile di voler trovare i miei genitori, di sapere qualcosa di più. Non che non l'abbia pensato prima, ma da quando ho quattordici anni è diventato più reale la possibilità di andare a cercarli e ormai non passo giorno senza chiedermelo, anzi sarebbe meglio dire ogni notte.

Vorrei, ma allo stesso tempo mi chiedo se questo metterebbe a repentaglio il mio piccolo equilibrio. Non ho il coraggio di parlarne con nessuno, anche se so che la mamma vede il mio cambiamento, mi sento distaccata dalla loro felicità che non sempre racchiude anche la mia, mi sento di essere l'unico granello di polvere su un mobile perfettamente pulito, vorrei volare via e andare a cercare il mio posto in questo mondo, eppure sento che vado bene anche qua, che alla fine essere l'unico piccolo granello non è così male.

Mi accorgo che Jack è sparito, mi viene un momento di panico, quando anche chiamandolo non si fa vedere. Inizio a correre, deve essersi allontanato troppo e probabilmente non riesce a sentirmi, svolto la curva e mi blocco sul posto: Jack è in mezzo alla strada seduto, che si fa accarezzare da una persona.

Sono sorpresa, vedo veramente poca gente girare a quest'ora e normalmente sono tutte persone che conosco, ma anche se non lo vedo bene, non riesco ad associare il suo fisico con nessuno. Il mio cane non da segno di pericolo, anzi si fa coccolare, come se fosse normale essere un cane mansueto con chiunque gli fa una minima carezza, un vero cane da guardia.

《Jack vieni qua》 ordino un po' stizzita e con un lieve timore verso il soggetto.

Jack ritorna tranquillo, scodinzolando, contento di aver trovato un nuovo amico, mentre io mi sento terribilmente in soggezione: 《Mi dispiace, non pensavo ci fosse qualcuno in giro》 dico subito, mentre rimetto il collare al mio poco fedele animale, probabilmente se questo fosse un maniaco lui continuerebbe a scodinzolare.

《Non fa niente》 risponde lui, mentre si alza, è vestito come me di nero, con un cappuccio che gli copre il viso, così posso solo notare la carnagione in netto contrasto con l'abbigliamento, dal tanto che è chiara.

Mi giro, pronta a mettere più distanza possibile tra me e lo sconosciuto, quando sento di nuovo la sua voce: 《Tu non sei di queste parti》 è una affermazione, non una domanda e il suo tono è freddo, ma curioso.

《Sì invece, ci vivo da quando sono nata》 rispondo semplice.

《Come ti chiami? E chi sono i tuoi genitori?》 chiede.

Nota dolente, sento una morsa allo stomaco: devo dirgli che sono adottata e non so chi siano i miei reali genitori o rispondere, come avrei già dovuto fare, che si chiamano May e Albert Tidsresor? Probabilmente lui pensa che io non sia di qua solo per la pelle, ma sento quella lieve sensazione di panico tornare dentro di me.

《Mi chiamo Bree》 mi sento dire sovrappensiero, colpa dell'educazione 《e scusa io devo assolutamente andarmene》 dico subito dopo, per poi mettermi a correre verso casa.

Lui non mi segue e presto rimaniamo solo io e il mio cane, mi porto le mani sulle ginocchia per riprendere fiato. Non capisco perché sono fuggita, alla fine la domanda era lecita, ma non mi sento pronta a trovare una risposta.

Alzo il viso verso il cielo contornato da stelle, vorrei sapere cosa mi sta succedendo, perché non riesco ad essere felice di quello che la vita mi ha dato. Sento qualcosa di terribilmente sbagliato in me e nella vita che mi sto cercando a forza di vestire.

Ho bisogno di risposte, ma allo stesso tempo ho paura ad averle.

   
 
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