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Autore: polx    10/06/2017    1 recensioni
"Lei gli rivolgeva molte domande, ma non otteneva mai risposta. Lui deviava o le diceva chiaramente di non poterne parlare, il che la lasciava comprensibilmente perplessa: il suo atteggiamento era insolito, il suo modo di vedere le cose unico e lei non riusciva a comprendere quale tipo di formazione avesse avuto, da dove venisse, o i motivi per cui, talvolta, si congedava da lei all'improvviso e si assentava per giorni interi.
Presto comprese di dover prendere una decisione: dimenticarsene e fingere che quello strano giovane non avesse mai incrociato il suo cammino, o accoglierne i segreti e convivere con essi."
Genere: Fantasy, Sentimentale, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Giunse tra i viventi e non scorse grandi differenze tra il loro mondo e il Limbo in cui era stato costretto a permanere per lungo tempo, strappato dalle schiere celesti per far fronte ai disordini generati dalle brutali lotte intestine dispiegatesi per gran parte dell'aldilà: laddove le anime erano memorie proiettate nel futuro, i mortali erano materia concentrata nel presente.
Per lungo tempo agì nell'isolamento, senza intraprendere contatti coi suoi fratelli Angeli che, come lui, si muovevano discretamente in quell'amalgama di ancestrale e volubile fragilità che era la Terra dei vivi, cercando di acquietarne le inevitabili ripercussioni di natura ultraterrena.
Se il Limbo corrompeva la natura pura e monda degli Angeli, il mondo terreno faceva di tutto per annullarla. Ciascuno di loro era stato limpidamente avvertito al riguardo, ma questo non rese il cambiamento meno sconvolgente: furono costretti ad assaporare la mortalità, a comprendere la debolezza del corpo vivente e la volubilità a cui tutto ciò trascinava il loro spirito.
Sapevano che la Terra avrebbe causato loro dei danni: il ritorno nel Limbo sarebbe bastato per far cessare la loro azione debilitante, ma tale sarebbe rimasto ciò che era già danneggiato. Tuttavia, quell'incarico era importante e onorevole e rifiutarlo avrebbe implicato un amaro disonore.
Coloro che incrociavano il loro sguardo non potevano negare di scorgervi una luce unica, ombra di un potere tanto puro quanto immenso che non riuscivano a comprendere. Non vi era prova evidente di tale superiorità in quegli individui nobili e belli, poiché il loro aspetto era meramente umano. La Terra dei viventi ne affievoliva l'influenza sugli eventi e ne ripudiava le ali, marchio massimo della loro natura celeste, ma non osava opporsi definitivamente alle loro origini.
Numerose erano le creature ultraterrene inviate tra i mortali, ma solo agli Angeli erano affidati i compiti più delicati e complessi. A ciascuno di essi era stata assegnata un'area vasta ma circoscritta e questo annullava ogni possibilità di contatto tra gli spaesati fratelli celesti.
Ad egli in particolare toccò una zona singolarmente isolata. Non vi erano consistenti gruppi di mortali nell'arco di miglia e miglia, con la sola eccezione di un piccolo centro abitato affacciato sul lato opposto dell'ampia distesa boschiva. Questo in realtà non gli spiaceva perché, per quanto incuriosito dalla natura dei viventi, di cui non conosceva che le anime in transito nel Limbo, non sapeva approcciarvisi e la solitudine gli permetteva di concentrarsi pienamente sui propri doveri.
Presto individuò un luogo prediletto in cui trascorrere le proprie giornate di veglia. Si trattava d'un lago piccolo ed estremamente limpido, morbidamente adagiato su sponde erbose da un lato e imprigionato in una scoscesa parete rocciosa dall'altro.
Passava la notte tra le fronde dei rigogliosi alberi carichi dei primi fiori primaverili, immerso nel dolce tepore che mai aveva sperimentato prima di mettere piede sulla Terra, un sonno che lo intrappolava per gran parte delle ore più buie, salvo essere talvolta svegliato dal silenzioso richiamo dei suoi fratelli lontani, i cui messaggi intelligibili sollecitavano all'azione gli Angeli che con più facilità avrebbero potuto occuparsi di qualunque scompiglio o disordine soprannaturale fosse in atto nella zona.
Quando era costretto a spendere intere giornate di quiete, senza oneri o incombenze, trascorreva molto tempo seduto tra le radici delle grosse querce, riscaldato dai raggi del sole carichi d'una luce e un tepore tali che mai entità del Limbo avrebbe potuto intuirne la vitalità.
Fu su quelle sponde che un giorno scorse una creature mortale leggiadra e bella, nonostante l'aria spaurita che ne rabbuiava lo spirito e i lividi a polsi e volto che ne arrochivano l'aspetto. Era una giovane dalla pelle estremamente chiara e i lunghi capelli neri come la notte.
Ne rimase affascinato perché vi intravedeva un'anima pura e candida, ma si limitò ad osservarla da lontano, mentre lei sedeva sugli ampi massi nella riva opposta e godeva della frescura del lago che le carezzava i piedi.
La vedeva ogni mattina e lei non si accorse mai della sua presenza. Vestiva sempre di bianco, camminando scalza sull'erba rugiadosa, e lui continuava a chiedersi perché mai portasse su di sé quei segni di violenza e sopruso. Un giorno, spinto da grandissima curiosità nonché dalla pressante sensazione di solitudine che andava intensificandosi col prolungarsi del suo soggiorno terreno e, di conseguenza, del suo involontario adattamento ai meccanismi che ne guidavano ogni realtà effimera, le si approcciò.
La giovane era seduta a terra come suo solito, lo sguardo perso tra le lievi increspature dell'acqua, e non notò la sua vicinanza.
Balzò in piedi atterrita quando lo vide ritto accanto a sé. Indietreggiò di qualche passo e l'Angelo riusciva a leggere la paura e il sospetto nel suo sguardo.
“Non vi è motivo di temere” la tranquillizzò “non sono che un viandante”.
Nonostante la grande diffidenza, lei non poté restare immune alla luce sconosciuta che gli occhi celesti di quell'uomo sembravano diffondere, al volto giovane e bello saturo di quiete o alla sua voce calda e gentile. Non si rasserenò, ma non fuggì come il suo istinto le aveva immediatamente consigliato.
“Mi chiedevo se avessi bisogno di aiuto” continuò lui, indicando la nuova ferita che si apriva sul suo zigomo destro, già ingiallito da un vecchio livido che andava riassorbendosi.
Lei si sfiorò istintivamente il volto, poi scosse il capo.
“Non è la prima volta che ti vedo qui... e certamente non è la prima volta che ti vedo ferita”.
“Non sono ferita” negò lei prontamente con voce lieve e incerta “si tratta di piccole scalfitture cui sono abituata”.
“Chi te le causa?”.
Lei sorrise amaramente: “persone sgradevoli. Non mi lascio abbattere: finirà presto”.
“Come lo sai?”.
La giovane scosse le spalle: “si tratta di una storia lunga e tediosa”.
Lui non insistette: “sono Iona” si presentò infine.
“Rowena” ricambiò lei e da quel momento capitò spesso che si incontrassero sulle sponde del lago.
Lentamente la giovane abbandonò il proprio scetticismo e cominciò a rispondere con più scioltezza alle domande che Iona le rivolgeva. Raccontò di essere orfana da pochi anni a causa di un odioso incidente che le aveva tolto i genitori e l'intera famiglia della sua unica sorella: per questo viveva in città, nell'istituto in cui era costretta a sorbire le angherie di una tutrice repressa e nevrotica. Spesso si accollava le punizioni dei più piccoli, per evitare che dei bambini già scossi e soli venissero ulteriormente scalfiti da una violenza tanto gratuita. Mentre i giovani acquistavano la libertà con il raggiungimento dell'età adulta, le fanciulle vi erano relegate finché non riuscivano a maritarsi. Rowena, tuttavia, non ne era affatto preoccupata e dava spesso voce al proprio ottimismo: “il testamento parla chiaro: io sono la legittima proprietaria di ogni bene di famiglia e mio padre era un uomo abbiente. Questo fa di me una persona autonoma e indipendente, per lo meno dal compimento del mio diciassettesimo compleanno, il che è avvenuto quasi un mese fa: sistemate le ultime scartoffie, potrò andarmene” parlava come sognando a occhi aperti “avevamo una bella casa in città, grande e luminosa, ma suppongo stia già cadendo in rovina e, ad ogni modo, non desidero tornarci. Ne costruirò una mia, semplice e discreta, nel mezzo di questi boschi, e terrò il resto del denaro per me. Non dovrò più far conto ad alcuno”.
Iona la ascoltava alacremente perché, per quanto piccole e modeste fossero le questioni a cui Rowena si riferiva, a una creatura straniera come lui parevano bizzarre e affascinanti: “non temi di essere punita, assentandoti così al lungo?” le chiese un giorno, facendole presente di essere rimasta in sua compagnia fino alle prime luci del tramonto.
Lei scrollò le spalle: “questo è l'unico modo che ho per trascorrere le mie giornate in serenità. Che mi puniscano alla sera, quando rimane loro poco tempo prima del coprifuoco” ridacchiò e Iona le disse apertamente che il sorridere di fronte a simili vessazioni era da stupidi.
“Non serve amareggiarsi per ciò che non può essere cambiato” replicò lei con fermezza e Iona si trattenne a stento dal chiederle se tutti i viventi affrontassero la mortalità della propria esistenza con altrettanto disincanto.
In realtà, Rowena non apprezzava la curiosità dell'Angelo quanto poteva sembrare: si sentiva a disagio nel virare costantemente le conversazioni su di sé, sebbene ciò fosse il più grande interesse di Iona. Lei gli rivolgeva altrettante domande, ma non otteneva mai risposta. Lui deviava o le diceva chiaramente di non poterne parlare, il che la lasciava comprensibilmente perplessa: il suo atteggiamento era insolito, il suo modo di vedere le cose unico e lei non riusciva a comprendere quale tipo di formazione avesse avuto, da dove venisse, o i motivi per cui, talvolta, si congedava da lei all'improvviso e si assentava per giorni interi.
Presto comprese di dover prendere una decisione: dimenticarsene e fingere che quello strano giovane non avesse mai incrociato il suo cammino, o accoglierne i segreti e convivere con essi. Comprendendo di essere ormai molto legata a lui e che separarvisi le avrebbe causato un'inutile sofferenza, lo accettò per come era.
In quei mesi continuò a tenerlo al corrente sugli sviluppi della propria situazione, perché ormai viveva presso un vecchio amico di famiglia, proprietario di una piccola impresa finalmente impegnata nella costruzione della sua tanto agognata dimora nel bosco. Ripeteva spesso a Iona che sarebbe stato il primo a vederla ed egli attendeva con sincero interesse quel momento, perché la gioiosa e innocente speranza di Rowena non lasciava indifferente nemmeno l'animo altero e superbo di una creature celeste come lui, specialmente ora che, in parte contagiato dalla vitalità terrena del mondo che lo stava ospitando, in parte sempre più a proprio agio tra le bizzarrie mortali, apprezzava la compagnia della giovane più di quanto avrebbe immaginato.
Nonostante fosse conscio di non agire con saggezza, talvolta Iona mostrava a Rowena lievi assaggi del proprio potere: quando si alzava un forte vento improvviso a disturbarli, bastava che lui pronunciasse qualche parola in una lingua sconosciuta ed esso si acquietava; quando l'acqua del lago tardava a scaldarsi dopo una notte particolarmente rigida, bastava che lui la sfiorasse ed essa s'intiepidiva; quando la sera scendeva troppo buia, a Rowena pareva di vedere chiaramente restando al suo fianco.
Lei era consapevole di avere a che fare con qualcosa di unico, di assurdo e sconosciuto, ma invece che esserne intimorita o sgomenta, ne era rapita, incantata.
Un pomeriggio Iona la attese con angoscia, perché per l'intera giornata non aveva avuto sue notizie e mai Rowena aveva tardato tanto a raggiungerlo. La giovane arrivò accompagnata dalle prime luci del tramonto e sorrideva ampiamente, pur indossando una veste insolitamente sgualcita e riportando varie escoriazioni su volto e braccia: “perdonami se ti ho fatto preoccupare” si scusò notando il suo sguardo teso e perplesso “c'è stato un piccolo incidente in cantiere. Cinque persone, tra cui io, sono rimaste intrappolate per qualche ora a causa di un cedimento” gli si sedette accanto, accomodandosi tra le radici della grande quercia.
Lui scostava delicatamente le ciocche di capelli che le ricadevano su spalle e volto mentre lei scherzava sull'accaduto: “ti prometto che nulla cadrà sulla tua testa quando ti mostrerò la casa finita”.
Iona scorse un taglio profondo a lato del suo collo.
“Quello fa piuttosto male” ammise Rowena “andrò a farlo medicare questa sera”.
“Perché non l'hai già fatto?”.
“Dovevo pur dirti cosa fosse accaduto. Ormai ti conosco abbastanza per sapere che saresti stato in pena tutta la notte”.
Lui ridacchiò: “effettivamente è così”.
Le carezzò la ferita con gesto apparentemente distratto e Rowena sentì il bruciore attenuarsi e la pelle richiudersi. Alzò gli occhi su di lui e lo scrutò a lungo, in silenzio. Lui sorrise, portandosi un dito alle labbra: “non dirlo a nessuno” sussurrò.
Anche lei sorrise, sempre più disorientata di fronte agli assurdi doni che quel giovane nascondeva e che pure non aveva paura di condividere con lei.
Intuiva dentro sé che non fosse saggio o appropriato, ma gli si avvicinò tanto da potergli dare un bacio tenue e timido, che tuttavia crebbe fino a divenire una stretta ardente e palpitante, guidata da un calore sconosciuto a entrambi: quella sera Iona, guidato dagli istinti che la natura umana gli aveva inconsapevolmente insegnato, si unì a lei e così seguitò fino a che la notte non fu profonda e quieta, poi venne raggiunto dall'anonimo richiamo dei suoi fratelli celesti che gli ordinavano di intervenire laddove loro non potevano e lui dovette andarsene. Si assentò per cinque giorni e, quando tornò, il suo approccio nei confronti di Rowena si fece meno omertoso e più disponibile. Capitava di rado che evitasse le sue domande come usava fare in precedenza, ma non per questo le risposte divennero meno misteriose: non parlava mai con chiarezza ed evitava con cura di confessarle ciò che era in realtà, per paura d'essere creduto un folle o di allontanarla da sé.
Lei accantonava la propria curiosità quando si rendeva conto di metterlo in difficoltà con essa e alleggeriva le loro conversazioni aggiornandolo regolarmente sugli sviluppi nelle costruzioni poiché, dopo il grossolano incidente subito, la compagnia si era messa a lavorare alacremente, quasi volendo compensare le carenze dimostrate, ed erano prossimi alla conclusione.
Mentre le giornate precipitavano nell'autunno profondo, dunque, loro continuavano a trascorrere insieme le proprie ore più solitarie, godendo del silenzio in cui il bosco calava con l'abbreviarsi dei pomeriggi, talvolta abbandonandosi al piacere conosciuto per la prima volta in quella notte di tarda estate, più spesso parlando a lungo di cosa sarebbe accaduto nel loro futuro, con Rowena che astutamente sondava il passato di Iona e Iona che coraggiosamente le concedeva spiegazioni sempre più sincere e oneste.
“Sei un Angelo” gli disse Rowena un giorno, scherzosa e al contempo profondamente convinta delle proprie parole, e Iona ne fu talmente sorpreso che la sua espressione stranita non poté che confermare la sua intuizione.
“Molti venderebbero la propria anima per avere prova della vostra esistenza” proseguì lei in una risata incerta poiché, nonostante la sua piena fiducia in lui e le numerose prove che le erano state concesse nel corso di quei mesi, era comprensibilmente difficile accettare l'assurdità di ciò in cui era incappata con fortuna quasi epifanica.
Questo non significava che la natura di Iona le fosse più chiara: per quanto lui spiegasse e delucidasse, si trattava di una realtà a lei estranea e Rowena era a tal punto consapevole della propria inferiorità da non sperare in alcun modo di poter in futuro entrare in sintonia col suo mondo.
  
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