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Autore: Cest97    12/06/2017    0 recensioni
Brynmor è un giovane investigatore dal passato oscuro, convocato in una cittadina in mezzo alle montagne in seguito alla morte di un uomo benestante che, come ultime volontà, ha richiesto la sua presenza il giorno della celebrazione del proprio funerale. Spinto dalla curiosità e dalla promessa di una buona paga, il giovane intraprende un viaggio infernale ritrovandosi inaspettatamente invischiato in un mistero che lo porterà a indagare sulle origini della terribile cittadina.
(L'idea per questa storia nasce dal mio desiderio di creare un personaggio classico, simile agli eroi delle più famose novelle moderne e passate, il buono e intelligente che trovandosi davanti un indovinello lo risolve per passare a quello successivo, fino a sbrogliare la matassa e concludere il caso. Una mia versione di Sherlock Holmes che tuttavia non condivide nulla con quel personaggio se non il lavoro e le origini inglesi. Ho dei progetti ambiziosi per questa storia, ma per migliorare necessito di un feedback e, ahime, non dispongo di sufficienti amici lettori per poterne ricevere uno attendibile. Quindi questo per me è un progetto di miglioramento, un lavoro sullo stile, sulla trama, sui personaggi. Ringrazio chiunque fosse disposto a collaborare)
Genere: Avventura | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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- Piove. E ti pareva -
La pioggia batteva pesantemente sul vetro del taxi nero, le nubi scure coprivano per intero il cielo e l’assenza di un’illuminazione stradale funzionante rendeva l’innocente stradina di campagna un incubo di ombre e specchi d’acqua dalla profondità altalenante da tre centimetri a un metro; ad ogni buca la macchina sobbalzava, producendo contemporaneamente il suono metallico di un ammortizzatore rotto e il tonfo che farebbe un sasso gettato in un lago poco prima di andare a fondo, e il rugginoso trabiccolo su cui montavano i due avventurieri sembrava suggerire loro di non aspettarsi troppo da parte sua, nemmeno di portarli vivi a destinazione.
All’interno il rivestimento del tetto penzolava oscenamente in più punti, scollatosi in seguito al gioco a più riprese  del caldo estivo, in combutta col freddo di più e più inverni che si erano dati il cambio in un ciclo costante di disfacimento durato decadi.
I vecchi sedili scuri erano stati rattoppati innumerevoli volte, finita la stoffa dello stesso tipo (probabilmente andata fuori produzione in quanto terribile sia alla vista che al tatto) il proprietario era passato a tessuti meno costosi ma più comodi, e totalmente fuori scala cromatica. Stoffe più chiare si erano alternate negli anni passando dal perla al panna, arrivando ad un grigio cenere spento e, come ultimo colpo di grazia, a delle strisce rosso bordò cucite in maniera tale da nascondere il groviglio di ricami a filo doppio fatti nella speranza di rendere l’insieme di stracci il più solido possibile.
Seduto sopra l’umile e terribile scacchiera, Bryn osservava il vuoto al di là del finestrino.
La cravatta stretta attorno al collo gli toglieva l’ossigeno, la camicia bianca di una taglia superiore alla sua gli ricadeva sui fianchi in maniera ridicola, e l’effetto ‘bambino che indossa i vestiti del padre’ che sembrava comunicare a tutti coloro che incrociavano la sua strada veniva attenuato solo dalla tetra giacca grigia comprata il giorno prima in un misterioso e sospetto negozio di abiti da uomo, trovato quasi per caso nel corso del suo viaggio; costruito esattamente di fianco ad un’agenzia funebre. L’ombrello bagnato schiacciato contro la gamba gli inzuppava i pantaloni economici comprati la mattina stessa in un negozietto di fortuna trovato a qualche ora di strada dal confine, e sebbene fossero in viaggio dalle due del pomeriggio l’umidità nell’aria pareva tentare il tutto per tutto per evitare che si asciugassero.
Gli era stato consigliato di portarsi un cappello scuro ed elegante, e trattandosi di una persona perfettamente in grado di capire quando ascoltare il consiglio di un venditore ambulante e quando ignorarlo, aveva deciso di acquistare un paio di calzini scuri e lunghi di lana, sperando che gli tenessero al caldo i piedi.
Ad ogni curva l’acqua nelle sue scarpe si spostava a destra e a sinistra trasportata dalla forza centrifuga.
E la testa continuava a venirgli inzuppata dalle perdite del tetto.
“Quanto manca esattamente?”
“Una mezzora circa, Signor Brynmor”
“Mi chiami Bryn, la prego”
“Nessun problema, Signor Bryn”
“Veramente … non importa”
La sagoma delle montagne veniva ricalcata dagli ultimi raggi di sole che sparivano al di là dell’orizzonte, delineando la loro stazza e l’altezza vertiginosa delle torri metalliche costruite sulla loro cima, metà delle quali ancora funzionavano mentre la metà rimanente non consisteva in nient’altro che un ammasso di metallo che giorno dopo giorno si avvicinava sempre più al suolo, incurvato e piegato dalle intemperie.
“Le torri …”
“Si, Signor Bryn?”
“Ho sentito delle storie sulla loro costruzione. Sono tutte vere?”
“Alcune, la maggior parte sono solo invenzioni dei turisti”
“Perché, questa città ha turisti?”
“No, ma molti si spingono fino in cima alle montagne per vederla”
“E dire che bastava prendere un taxi per arrivarci”
- Un taxi infernale che a malapena riesce ad accendersi –
“Non è così semplice. La mia Mary è una delle poche capaci di portare le persone fin quassù”
- Questo catorcio? - “Questa macchina? Com’è possibile?”
“Nessuno lo sa, ma sembra che le auto più moderne non riescano a superare il confine senza spegnersi. Quasi sempre si tratta della centralina, è come se andasse in tilt”
“E quest’auto ce l’ha una centralina”
La grossa risata del conducente non fu di conforto al giovane.
“Quindi … le torri”
“Furono costruite ai tempi della seconda guerra mondiale, un certo scienziato inglese sosteneva di poter abbattere le forze tedesche con un semplice segnale che rendesse le loro vetture inutilizzabili, ma il progetto fu abbandonato e le torri utilizzate come snodo elettrico per l’intera regione; nessuno si prese la briga di controllare se il sistema fosse stato isolato o se le torri avessero continuato a rifornirlo di energia per anni”
“Sul serio?”
“No!” l’ennesima risata poco rassicurante; “È solo la leggenda più comune. Inoltre quando si parla di nazisti ai turisti quasi sempre gli si illuminano gli occhi come lampadine, sempre vogliosi di sapere di più; gli americani in particolare. Sempre pronti  a sparlare dei nazi, gli yankee”
“Ma la realtà qual è?”
“La realtà? C’è un sacco di vento e non riescono a costruire tunnel in quelle montagne, troppo instabili e troppo alte, almeno così dicono. Le torri sono l’unico modo per far arrivare la corrente, ma solo di recente hanno capito come evitare che crollassero, e quindi anno dopo anno hanno continuato a ricostruirle senza smantellare quelle precedenti”
“C’è chi lo definirebbe un gran spreco di denaro”
“Non io!” Bryn ebbe la certezza che i denti gialli dell’autista fossero appena stati sfoderati nel ghigno famelico di soldi di un ormai esperto uomo d’affari; “Non ha Davvero idea di quante persone paghino per sentirsi raccontare certe idiozie”
Continuando a guardare fuori il giovane uomo sentiva di non aver trovato risposta a nessuna delle domande che lo assillavano.
Sul posto del guidatore il panciuto autista dalla dubbia igiene ma dall’umorismo incontrollabile fumava indifferente un aspro sigaro al rhum, che impestava la macchina con un pesante aroma di vecchio e nostalgico; aveva tenuto aperto i finestrini del proprio lato per la maggior parte del tempo, per ‘educazione’, ma in seguito alle suppliche dello stesso Bryn dovette chiuderlo onde evitare il completo riempimento d’acqua da parte della vettura, sempre più simile ad una vasca da bagno semovente.
Un vestito semplice e povero ricopriva le sue grosse membra, un giubbotto verde scuro luccicante umidità gli copriva le spalle quel tanto che bastava da evitargli di bagnarsi la schiena e di mischiare la pioggia al sudore, e sulla sua testa un cappello completamente fuori tema, nero ed elegante, lo proteggeva dal gocciolio costante del tettuccio in metallo, nascondendo alla vista la chioma bionda attaccata dalla calvizie.
“Bel cappello” esclamò Bryn con poco entusiasmo ma estremo interesse.
“Questo? L’ho preso da un venditore ambulante quando ci siamo fermati a … come si chiamava quella città … beh, circa questo pomeriggio”
“Lei non mi sembra il tipo di persona che si fa fregare da un venditore porta a porta che le bussa sul parabrezza dell’auto mentre se ne resta in area di sosta”
“No”
“Deduco quindi che lei sia una di quelle persone perfettamente in grado di capire quando ascoltare il consiglio di un venditore ambulante e quando ignorarlo”
“Deduco lo sia anche lei, giusto Signor Bryn?”
“No” Bryn si osservò le scarpe bagnate e i piedi zuppi; “Decisamente no”
Il tassista si tolse il cappello e lo svuotò indifferentemente sul sedile del passeggero, liberandosi dell’acqua accumulatasi sulla sua cima sferzando l’aria come se stesse reggendo una frusta, e mettendo in mostra la rosea ma asciutta pelata sopra menzionata.
- Assolutamente no -
“Non credo di averle ancora chiesto come si chiama, un comportamento assolutamente deplorevole da parte mia”
“Immagino di si. Inglese giusto?” una grassa risata proruppe dalle labbra al rhum del guidatore; “Mi chiamo Naevius, per gli amici Naev”
“Piacere di conoscerla Mr. Naves”
“Veramente … non importa. Insomma, Mr. Bryn, cosa la porta qui?”
“Un funerale”
***
Bryn scese dal taxi reggendo l’ombrello sopra la propria testa con estrema incertezza, scoprendo (una volta apertolo) che questo si era riempito d’acqua durante il viaggio, ritrovandosi così ulteriormente bagnato e infreddolito sebbene le temperature sfiorassero i venti gradi.
L’aria calda unita all’umidità produceva una densa nebbia che serpeggiando per le strade rendeva il paesaggio un’incognita e un mistero che solo la più fervida immaginazione avrebbe potuto risolvere.
Le ultime parole scambiate con Mr. Naves lo portarono a concludere un “ottimo affare”, e con quello che calcolò corrispondere a dieci sterline inglesi riuscì infatti a ricomprare il cappello (leggermente sudaticcio all’altezza della fronte), trovando così un fedele compagno di viaggio per la sua permanenza in città.
Recuperata la ventiquattrore dal bagagliaio e infilatosi il fedora in testa decise che con poche parole e un saluto amichevole si sarebbe potuto liberare in fretta del buon tassista, che fin troppo desideroso di chiacchierare lo stava trattenendo sotto la pioggia esageratamente a lungo.
Mr. Naves lo informò del malfunzionamento dei telefoni cellulari in zona, completamente inutilizzabili, e gli consegnò un biglietto da visita con su scritto ‘Agenzia di Trasporti’ e nient’altro, escluso un numero sul retro scritto a mano, suggerendogli di chiamare via telefono fisso in caso avesse avuto necessità di andarsene entro breve tempo.
Bryn lo ringraziò e in risposta gli consegnò un piccolo blocchetto anch’esso composto di biglietti da visita, chiedendo al tassista se gentilmente avesse potuto consegnarli ai suoi passeggeri una volta portati a destinazione.
“Che lavoro potrebbe mai  venire a fare un gentiluomo inglese in un luogo simile?”
“Sono un uomo che ama viaggiare. Inoltre tutto ciò che deve sapere è scritto nel biglietto”
Bryn si incamminò nella direzione che riteneva essere quella esatta, correggendosi poi in seguito al suggerimento dell’autista.
Naevius rimase ad osservare lo spaesato giovane uomo mentre si inerpicava per una ripida stradina di ciottoli, ritrovandosi poi a fissare senza capire i biglietti da visita appena consegnatigli.
‘Agenzia Investigativa e altro’.
Con un numero scritto a mano sul retro di ognuno di essi.
“Sembra che anche in Inghilterra ci sia un costo aggiuntivo per la stampa fronte retro”
***
Bussando alla porta con la mano sinistra e reggendo l’ombrello con la destra, la valigetta stretta tra le gambe, Bryn si trovò ad analizzare l’ingresso della casa dove era stato mandato ad alloggiare, non esattamente un hotel a cinque stelle, né a quattro, tre o due. Non esattamente un hotel. Né un ostello.
Era la porta di un’abitazione piccola, sterile (o, più gentilmente, sobria), con giusto un paio di piante finte appoggiate ai lati dell’entrata nel fallito tentativo di renderla meno triste (o, più gentilmente, seriosa).
La motivazioni che lo portarono a ‘scegliere’ come pernottamento l’insolita casupola in legno, che sempre più sembrava soffrire l’altissima umidità della zona, erano due: non trattandosi di una cittadina turistica il massimo che fosse possibile trovare come alloggio era un arrangiato letto di fortuna rimediato grazie all’ospitalità di una residente in zona che, da quel che si diceva in giro, era perfettamente in grado di cucinare una fish and chips decente.
Bryn detestava la fish and chips oltre ogni cosa, ma fonti attendibili gli avevano consigliato caldamente di far conoscere in giro le proprie origini britanniche, quasi come si trattassero di una chiave universale capace di aprire ogni porta. Così aveva fatto sapere alla padrona di casa, una certa Mrs. Blaskov (il Mrs. l’aveva generosamente aggiunto lui di propria mano nella lettera inviatale alcuni giorni prima) che non gli sarebbe dispiaciuta una pinta di birra scura accompagnata da pesce e patate fritte.
Lo stomaco già si rivoltava all’idea di dover digerire quell’ammasso di fritto e amido, e Bryn pensava a come far scivolare l’alcolico giù per la manica evitando di fargli raggiungere il proprio esofago quando, dalla porta appena spalancata di fronte ai suoi occhi, non comparve teatralmente la padrona di casa; la signora, una donna di mezza età il cui volto era in parte nascosto dalla cascata di ricci che le scendevano disordinatamente dalla fronte, sembrava patire il freddo in maniera del tutto singolare: sopra una leggera e sottile maglia a maniche lunghe scollata che evidenziava l’accentuato e candido petto della miss, una vestaglia in lana stretta attorno al suo corpo tentava ridicolmente di coprire ciò che, in realtà, non voleva essere coperto.
Dopo un attimo di stordimento, il presunto gentiluomo suddito della Corona si apprestava a fare la conoscenza della prima abitante della zona.
“Lei deve essere Mrs. Blaskov, è un piacere conoscerla”
“Mr.  … Brynmor, immagino …” dopo un’occhiata rapida e sorpresa, la donna aggiunse con freddezza: “… mi era parso di capire che fosse inglese. Potrei aver frainteso, ha per caso origini americane?”
“Cielo, no!” si affrettò a rispondere Bryn, che già si vedeva la porta d’ingresso sbattuta in faccia. Nel mentre che la pioggia continuava a battere sul malandato ombrello che imperterrito continuava a perdere acqua riempiendogli la cima del cappello, il giovane tentava disperatamente di farsi condurre all’interno, anche se con educata discrezione e con l’utilizzo di qualche più coraggioso cenno della testa; all’ennesima folata di vento che lo investiva in pieno ricoprendogli il volto di pioggia, sempre sotto lo sguardo insensibile dell’asciutta gentildonna, Bryn si trovò costretto a mettere da parte le buone maniere e a forzare un po’ di più la mano; “Non vorrei sembrarle troppo spudorato, ma trattandosi di una serata particolarmente … umida … le dispiacerebbe se continuassimo la conversazione all’interno?”
“Oh, immagino che …” con un lungo passo si trasportò frettolosamente al di là della soglia.
Una volta dentro ebbe modo di togliersi di dosso gli indumenti bagnati e, prendendosi qualche libertà di troppo, di abbandonare le scarpe all’ingresso, mettendosi a girare in calzini e lasciando orme più o meno ovunque si spostasse.
“Lei è sicuro di essere inglese?”
“Oh si, molto inglese, inglesissimo. Dio salvi la regina. Potrebbe mostrarmi il bagno?”
Dopo un rapido tour della casa, molto più accogliente di quanto non potesse sembrare dall’esterno, Bryn si chiuse a chiave all’interno della toilette con l’obiettivo di rimettersi in sesto prima di cominciare il proprio lavoro. Dopo una sbrigativa doccia, e dopo aver passato i propri vestiti alla padrona di casa attraverso una fessura tra la porta e la sua cornice così che li mettesse ad asciugare (in un patetico tentativo di impedirle di analizzarlo dalla testa ai piedi approfittando del suo stato di nudità), Bryn si posizionò davanti allo specchio del bagno e, una volta ostruita la fessura della chiave con un calzino arrotolato al pomello, iniziò ad analizzare i danni.
I morsi del bulldog che lo aveva azzannato al polpaccio nel precedente caso si stavano rimarginando, anche se si aspettava lasciassero una cicatrice bianca alle loro spalle una volta guariti; il cerotto al di sotto dell’ascella sinistra copriva molto bene il taglio del coltello, sebbene i punti continuassero a perdere qualche goccia di sangue occasionale; si tranquillizzò ripetendosi che sarebbe bastato non fare movimenti troppo azzardati.
Il tatuaggio sulla scapola destra cominciava ad essere troppo chiaro, scolorito, avrebbe dovuto farlo ripassare il prima possibile, come quello sull’avambraccio sinistro, entrambi con diversi anni alle spalle ma ancora tanto terrificanti quanto erano ai tempi in cui fu costretto a farseli. Non riusciva ancora a rinunciarvi.
La sua figura slanciata risultava, per qualche oscuro motivo, attraente agli occhi del gentil sesso, ma doveva sempre impegnarsi a nascondere ogni centimetro quadrato di pelle per evitare che il suo passato e il suo presente causassero l’effetto opposto in ogni donna sana di mente che lo vedesse.
Gli occhi nocciola squadravano l’intero suo corpo, i suoi muscoli non del tutto allenati, la poca carne che ancora restava attaccata ad essi e che la fame non si era portata via. Dieci sterline per un cappello usato, decisamente un pessimo affare considerando che se non gli avessero pagato il caso nemmeno quella volta sarebbe stato costretto al vagabondaggio per sopravvivere.
E non si trattava di uno stile di vita che fosse disposto a sopportare nuovamente.
Il suono del pomello che lentamente girava su sé stesso lo mise in guardia, ma una volta ricordatosi dove si trovasse e di chi dall’altra parte stesse tentando di infiltrarsi si tranquillizzò.
“Mrs. Blaskov, per quanto possa sembrarle strano è usanza inglese lavarsi una persona alla volta”
“Colpa mia”
“Comprensibile”
***
Mr. Brynmor,
le mando questa lettera sperando che, una volta ricevuta, la trovi in buona salute.
Io purtroppo, quando la leggerà, sarò già deceduto.
Non voglio muoverla a pietà e non spero di convincerla ad accettare il mio caso per una semplice questione di morale, al contrario ho intenzione di pagarla per i suoi servizi, e sono convinto che la somma finale che ho in mente di farle pervenire, che otterrà se e solo se porterà a termine il compito che ho in mente per lei, le sarà sufficiente per costruirsi una vita agiata, lunga e possibilmente felice.
La mia vita al contrario finisce, e per quanto sia stata ricca e lunga non posso dire di averla conclusa felicemente: molte questioni sono state lasciate in sospeso, e la mia attuale situazione fisica mi fa capire che non sarò mai in grado di completare tutti i progetti, di salutare tutti gli amici, e di mantenere tutte le promesse.
Ed è esattamente di questo che si tratta: una promessa.
Le lascio una mappa con le coordinate geografiche della mia città, e una serie di indirizzi e numeri di telefono che le torneranno utili nel caso decidesse di accettare il mio caso. Inoltre mi sono preso la libertà di farle preparare un piccola tabella di marcia che, se seguita alla lettera, le permetterebbe di arrivare a destinazione in tempo per il mio funerale.
Man mano che si avvicinerà a Neferendis capirà che si tratta di un luogo unico ed estremamente pericoloso, ma non si lasci spaventare, non tutti coloro che la abitano vorranno farle del male.
Tutto le sarà più chiaro quando il testamento verrà letto.
 
Cordiali saluti, Barone George Nabuk Byron.
P.S.: il tempo non si ferma mai.
 
Nella voluminosa busta originale, oltre alla lettera e agli appunti del barone, erano state inserite alcune centinaia di sterline in grado di pagare il viaggio di andata, compresi tutti i biglietti degli autobus, dei treni, dei battelli e dei taxi, con giusto un paio di banconote da venti allegate ad un biglietto che riportava la scritta ‘mance per il tassista’ (che Mr. Naves accettò felicemente).
Più un orologio da taschino rotto.
Bryn avrebbe potuto tenere i soldi, rivendere l’orologio al prezzo di un caffè, e gettare nell’immondizia la lettera, ma qualcosa lo aveva convinto ad accettare; forse la consapevolezza che i soldi nella busta non sarebbero bastati a pagare i debiti con gli strozzini o con i suoi ex clienti più pericolosi, non del tutto soddisfatti dal suo lavoro. Forse fu la promessa di altro denaro a condurlo nella stazione di Londra e a convincerlo a salire sul treno. Forse furono le minacce dei suoi datori di lavoro, non esattamente persone raccomandabili.
No, decisamente nulla di tutto ciò; fu altro.
Seduto sul letto della stanza degli ospiti, nuovamente in possesso dei vestiti con cui aveva viaggiato fino alla misteriosa città, Bryn osservava l’orologio pendere dall’apposita catenella in argento, annodata attorno alle sue dita, e facendolo dondolare percepiva chiaramente il suono di alcuni ingranaggi liberi che si spostavano al suo interno, rotolando, girando, scorrendo. La strana sensazione che non si trattasse di un orologio comune glielo faceva stringere con una certa febbricitante curiosità, ma non aveva ancora capito come farlo funzionare. O come aprirlo: il coperchio era saldato al bordo, ma dalla piccola finestrella in vetro posizionata al centro di esso si potevano chiaramente vedere il quadrante e le lancette, posizionate ad indicare un’ora precisa, le tre e un quarto.
Prima ancora di bussare, gesto fatto successivamente col solo scopo di apparire moderatamente educata, Mrs. Blaskov irruppe nella stanza con in mano un panciotto fin troppo raffinato per i gusti di Bryn ma che, considerata la sua nuova necessità di una tasca all’altezza dell’ombelico, gli parve più che adeguato.
“Immagino che quello sia per me”
“Mi è stato chiesto di consegnarvelo nel caso aveste accettato ad alloggiare qui. C’è anche un anello che dovrete indossare, vi servirà per entrare nella tenuta”
- Tenuta Byron.
Mi chiedo come sarà. Sembra che le persone qui abbiano uno stile di vita decisamente semplice, ma allora perché gli anelli, i panciotti, i vestiti eleganti, gli orologi da taschino …  tanta ricchezza in una cittadina simile? Di fianco a tanta povertà … -
“Mr. Brynmor, se posso chiederle …”
“Mi chiami Bryn, la prego”
“Mr. Bryn …” – Dannazione - “… il suo cappello …”
“Cos’ha?”
“Forse un trilby non è il modello adeguato per la serata che la aspetta”
“Lei sembra una persona assolutamente di buon gusto, Mrs. Blaskov”
“La ringrazio …”
“Tuttavia credo di saper riconoscere a prima vista un cappello adeguato quando lo vedo, di questo non si deve preoccupare. In ogni caso la ringrazio, e se non c’è altro …”
“La cena è pronta”
“Volentieri, ma devo scappare”
“Ma la cena …”
“Deve essere assolutamente deliziosa”
“Lei è sicuro di essere inglese?”
   
 
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