Storie originali > Generale
Segui la storia  |       
Autore: Ayreanna    15/06/2017    2 recensioni
Durante un pomeriggio di maggio, Charlie Anderson e John Coleridge trovano riparo in un negozio di dischi vicino a Portobello Road, poiché sorpresi da un temporale. Iniziano a rovistare fra i vinili di musica blues quando s'imbattono in un artista che nessuno di loro conosceva. Quello che i solchi di quel vinile riescono a sprigionare li affascina e li ammalia all'istante: il più dolce e malinconico blues che abbiano mai sentito li seduce come se fosse stato il canto di una sirena. John e Charlie incuriositi lo acquistano. Ciò innescherà una serie di eventi misteriosi che non faranno che mettere i due amici sulle tracce dell'artista di quell'album, portandoli fino al profondo Sud degli Stati Uniti.
Charlie non crede alla leggenda del crocicchio (Crossroad) e nemmeno John. Eppure tutto sembra portarli in quel vecchio canovaccio, intessuto di paura, superstizione e ignoranza da chi a loro giudizio ha sempre bistrattato l'arte dei fratelli neri.
Genere: Avventura, Drammatico, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
 <<  
- Questa storia fa parte della serie 'Bootleg Dealer Stories'
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Uno Strano Incontro

In quel di Venice Beach non si riusciva a trovare pace dopo la telefonata di Quentin in cui, oltre al rocambolesco incontro con il detective Izzy Arnaud, aveva annunciato con toni trionfali di aver fatto incetta di ogni album di blues, alla faccia di John Coleridge e Charlie Anderson.

“Non si fa così, Jeff! Cazzo, l’abbiamo scovato noi, mi son pure ammalato; sono stato fra la vita e la morte per giorni e tu, come un Giuda, appena hai scoperto dove si trovava, mi pugnali alle spalle così?” gracchiava con insistenza Charlie Anderson, il disco rotto più graffiante della California.

“Eh, dai che ne ha presi per tutti. Sei copie per ciascun album. Dimmi la verità, non ci avete nemmeno pensato a comprane uno anche per noi altri quando avete scovato Slim Dead Son, uh?” aveva ribattuto il bassista Ian Cook con fare ironico.

“Porco cane, certamente!” gli rispose subito il pirata sfoderando le sue doti di navigato commediante “Ma lo sgorbio ne aveva solo due e quindi, non ho potuto fare il generoso come invece avrei voluto. Però, che abbiate mandato proprio quel pazzo…” accampò un’altra scusa per lagnarsi con i compagni. Quentin e Charlie si adoravano in realtà, a modo loro avevano un rapporto a cui entrambi tenevano molto fatto di scherzi, litigate, rimproveri e  risate; non avrebbero mai potuto fare a meno l’uno dell’altro, poiché a bisticciare si divertivano come due matti e seppur a distanza, il chitarrista non si fece scappare l’occasione.

“Era già a Londra per i fatti suoi e quindi abbiamo visto di unire l’utile al dilettevole.” gli spiegò Jeff che cominciava a non poterne più delle lagne del compagno di band.

“Questo Izzy che ha detto? Andate a farvi fottere, io con dei pazzi scalmanati come voi altri non ci voglio avere a che fare? No, dico, sarebbe il minimo che potremmo aspettarci, dopo l’incontro con quel folle di Quentin. Ma per davvero gli ha riempito il negozio di fumo e l’ha chiamato Strana Creatura?” ridacchiò poi battendosi pure le mani sulle gambe, con un’espressione divertita che gli illuminava gli occhi.

“Già! Strana Creatura… poi non so che diavolo gli abbia farfugliato, ma dice sia stata una scena epocale. Peccato non esserci stati…” sghignazzò Ian con cartina, filtro e tabacco in mano, pronto a rollarsi una sigaretta seduto nel salottino della veranda di casa Anderson.

“Ma è dei nostri oppure no?” grugnì il pirata.

“Certamente. Certamente. Guarda che quello è più matto di noi. Pare sia stato cresciuto da una balck mama di New Orleans, una concorrente della tua amica Gloria, mi pare si chiami così, giusto?” il pirata confermò e restò ad attendere il resto “Però è in gamba, davvero in gamba. Mi ha detto che deve finire un lavoro a Londra, incastrare una setta o roba del genere e fino a Settembre non può aiutarci.”

“Gli hai detto che abbiamo della grana?” gracchiò Charlie un po’ spazientito da quella notizia.

“Charlie, ne ha più di noi messi insieme. Non lo prendi per la gola con i soldi.”

“Quindi, fino a settembre siamo fermi. Porco cane!” imprecò Jeff. Poi si alzò.

“Dove vai?”

“A casa, è tardi. Ho la nipote stasera.”

“Andiamo a cena fuori insieme. Sono solo, Layla è andata da Margot, la ex di Eric ve la ricordate?” gracchiò Charlie.

Passò un mese poco più e per i Bootleg Dealers quello fu un periodo spensierato: lasciarono John Coleridge alle prese con il mixaggio di un album e tutti insieme partirono per le Piccole Antille, dove su un cabinato veleggiarono in lungo e in largo, accompagnati dalle loro compagne e dalla nipote di Jeff che il nonno aveva strappato alle cure dei genitori.

Per Izzy invece fu un mese pieno zeppo d’impegni. Sempre dietro alla setta su cui stava investigando, la notte del 24 giugno, la notte di Tregenda, era riuscito a salvare l’ennesima cucciolata da una morte inutile e crudele, ma i componenti della setta, purtroppo, gli erano scappati sotto il naso. L’unica cosa che era riuscito a ottenere da quella notte erano delle foto alquanto fuori fuoco del Maestro nel momento in cui, per darsela a gambe levate, si era tolto il cappuccio, oltre a quelle raffiguranti il Signor Nathan.

“Oddio, che orrore!” aveva esclamato riguardandole dal pc.

Poi, tutto si era calmato. Quei farabutti, sentendosi braccati, avevano sospeso ogni attività e fatto perdere le loro tracce. Per vie traverse, grazie al fido Joe, era riuscito a sapere che la setta si stava riorganizzando, perché era ormai chiaro che nel suo interno ci fosse un traditore, altrimenti come si spiegava l’intervento della polizia?

Gliel’aveva ripetuto fino allo sfinimento all'ispettore, quando stavano architettando l’operazione: “Aspetta il mio segnale. Non intervenite prima del tempo.” ma quello si era sentito spodestato della sua autorità e facendo di testa sua, aveva smosso i suoi uomini con imprudenza, con il risultato di fare un gran baccano e mettere in fuga quei criminali. Non ne avevano agguantato neanche uno e questo non fu un problema solo per Izzy, ma anche per l'ispettore di Scoltand Yard stesso e la sua squadra, perché oltre a sacrificare innocenti bestiole, quei pazzi avevano in mente di uccidere pure una giovane donna e gli erano scappati, tutti. 

Un primo soccorso l'aveva avuto da Izzy in persona, dopo che i manigoldi se ne furono andati: era stordita da qualche droga, perché sembrava fosse semi incosciente da giorni e quando rientrò in sé, non seppe spiegare chi l’avesse tirata dentro a quel rito e soprattutto che faccia avesse avuto. Dalle sue parole sembrava che si fosse materializzata sull’altare, come se non avesse avuto un passato.

A quel punto, con la setta ferma e impegnata nelle sue indagini interne, a Izzy non rimase che alzare il telefono e chiamare Ian Cook per mettersi d’accordo per un incontro. Infine, ragguagliò Lady Cathlyn e la informò della sua partenza.

Quando il bassista ricevette quella telefonata era a bordo dello yacht e con estrema difficoltà riuscì a capire che detective si era librato: Quentin e Charlie erano impegnati anima e corpo in uno dei loro battibecchi e fu un’impresa capire che cosa gli stesse dicendo.

“Non ho capito. Stai rientrando a New Orleans?”

“Sei un imbecille! Ecco cosa sei. Ma dimmi te, se uno sano di mente può pensare di andare a pesca di squali con una misera lenza!” gridava Charlie.

“Con cosa li vorresti pescare, Charlie? Credi che sguazzino in mare già belle che confezionati nelle scatolette?” gli rispose l’altro e nel frattempo aveva gettato in mare un pezzo di carne sanguinolenta per attirali. Peccato che Uma stesse per tuffarsi in acqua... appena lo vide smanacciò con le braccia in modo da trovare l’equilibrio e tornare con i piedi sul pone dell’imbarcazione.

“Spero che ti mangino un braccio e una gamba e non azzardarti a tirarlo su perché, se non ti mangia lui, toccherà a me farti a fette!”

“Volete stare zitti! Non sento un cazzo! Izzy!” gridò a un certo punto il bassista esasperato.

“Ian, sto tornando. Partirò domani.”

“Noi siamo nel Mar delle Antille, ma una capatina a New Orleans non è proibitiva.”

“Bene, allora quando arrivi in città, fammi un fischio.”

“Perfetto. Grazie mille. Al massimo la prossima settimana.” disse prima di attaccare. “Ora, se avete finito di fare il vostro solito fastidioso e inutile baccano, vorrei sapere se un cambio di programma vi aggrada, ciurma.” strillò poi verso gli amici per sovrastare gli insulti fra i due eterni contendenti.

“Lo sapevo che dovevo andare con John a mixare l’album. Vieni con noi, Jeff, ci divertiremo, ci rilasseremo… senti qui, invece!” borbottò il chitarrista ritmico.

“Cretino.”

“Rospo velenoso.”

“Imbecille! Sempre a combinare qualche cazzata strampalata delle tue! Non avevi visto che la quella creatura stava per tuffarsi? Non capisci più un cazzo!” berciò imbestialito all'amico puntando un dito verso Uma.

“Mummia!”

“Basta! E allora! Statemi a sentire, per dio!” gridò Ian per mettere a tacere il loro solito siparietto. “Izzy sta tornando. Se invertissimo la rotta e ci dirigessimo verso New Orleans? In una settimana…”

Furono tutti d’accordo una volta tanto, però, Charlie Anderson ci volle mettere lo zampino. Aveva, infatti, sostituito il contenuto del vasetto di crema solare con il fattore di protezione 70 di Quentin, che era pallido come un muro imbrattato di calce, con della semplice crema idratante, procurandogli un eritema solare in un solo pomeriggio di sole e mare. Sembrava un’aragosta il povero Quentin, così di passare un’altra settimana a bordo dello yacht non ne volle sapere e quindi a Mustique l’allegra brigata decise d’imbarcarsi su un volo alla volta della patria del jazz.

L’unica che fu felice di quel cambio di programma fu Uma; da sempre desiderava poter visitare quella città, ma i suoi non l’avevano mai accontentata. Come da copione, era impaziente di metterci piede, esultando fin dalle prime battute per quel cambio di rotta ma, ricoprendo Nonno Jeff e Zio Ian di baci e abbracci per l’inatteso e fulmineo fuori programma,  volle sottolineare ancora di più quanto anticiparne l’arrivo non le dispiacque affatto.

All'arrivo in città, appena salita sul taxi, spalancò il finestrino per annusare l’aria, ma Jeff glielo fece richiudere subito: faceva troppo caldo.

“Tesoro, una volta l’aria profumava di spezie, era diversa dal resto del mondo, era unica, ma adesso anche questa puzza di smog, come quella di Los Angeles o di New York. È un tocco romantico il tuo e malgrado il mondo vada sempre più a rotoli, spero che lo proteggerai da ogni bruttura, lasciandolo intatto.” le disse il nonno, pizzicandole una guancia.

“Però è diversa, nonno. È appiccicosa.” gli rispose e lui le sorrise.

Presero poi delle camere in un hotel nel quartiere francese e subito accompagnarono la ragazzina per un primo giro per le vie della città.

Quella prima giornata fu fantastica: c’era musica ovunque, gioia e quell’atmosfera tipica di quelle strade, con un po’ di fantasia ancora la si poteva respirare. Le era sembrato d'esser stata catapultata negli anni venti del Novecento, anche se erano state invase dai turisti, disse telefonando alla madre. Era felice come poche e face gonfiare il petto d'orgoglio ai nonni e agli zii acquisiti. Regalava davvero delle grandi soddisfazioni ai suoi compagni di viaggio la piccola Uma e Quentin non mancò di sottolineare quanto gli ricordasse il piccolo Ryan durante l'ormai famosa vacanza in Francia tanti anni prima. Erano entrambi champagne.

“No, mamma, suonano direttamente in strada! Gli basta un pezzo d’asfalto, i cavalletti per gli spartiti e delle sedie di fortuna! È fantastico, mamma! È spontaneo, senza pretese, ma maledettamente affascinante! Pure il trombone, c’era pure il trombone!” questa fu la sua recensione appena ebbe finito d’assistere a un concerto per le vie cittadine nel tardo pomeriggio. La chiamò subito, non poteva aspettare oltre.

La sera il gruppo si separò: le signore andarono a cena in un bel ristorante su uno dei battelli ormeggiati lungo il fiume per una cena a base di ostriche e granchi, nel più stretto rispetto delle tradizioni di fine secolo, invece i musicisti s’incontrarono con Izzy in Bourbon Street.

Li aspettava seduto a un tavolo fuori sulla veranda di un bar della via, sorseggiando un bicchiere con della soda e una scorza di limone. Si guardava intorno con quella sua aria divertita, felice di esser tornato nella sua città a respirarne la gioia e l’allegria, l‘eterna fame di baldoria che da sempre gliel’aveva fatta amare. Lanciò qualche sguardo malizioso a delle turiste nell’attesa dei suoi clienti, ragazze che non erano rimaste indifferenti al suo fascino misterioso; i suoi sguardi furono conditi anche da qualche sorriso, ma poi i suoi occhi furono catturati da una giovane donna dai lunghi capelli biondi un po’ spettinati che, come se fossero stati un velo, le si distendevano sulle spalle e sulla schiena, incorniciandole il volto in cui due belle labbra spiccavano con fierezza.

Potrei dirvi che fu la sua pelle luminosa ad attirarne l’attenzione, oppure la sua corporatura magra ma in carne, però le cose non andarono così. Quello che lo fece concentrare su quella donna fu un richiamo, né più né meno. Non ci aveva ancora scambiato due parole che già gli stava simpatica. Non era particolarmente provocante o femminile nei modi così come nei gesti, sembrava piuttosto che si reputasse un essere asessuato in verità e questa cosa lo intrigò.

Stava per alzarsi dal suo tavolo con la battuta pronta per un approccio, ma una mano si fermò sulla sua spalla e lo fece voltare.

“Come va?”

“Ian! Bene, bene. Tu?”

“In forma. Nessuno mi perdonerebbe se così non fosse.” esclamò il bassista con ironia. “Da quant’è? Tre anni, quattro?”

“È un po’. Quentin, come va?”

“Bene, bene… come vuoi che vada? C’è la maionese in questo posto? No, perché mi hanno trasformato in un crostaceo e sai, bollita e con la maionese è la mia morte!” scherzò muovendo le mani come se fossero delle chele, poi, per mettersi seduto al tavolo, iniziò a camminare indietro come i gamberi. Tutto si può dire, ma non che gli mancasse il senso dell’umorismo.

Izzy scoppiò a ridere: il batterista era ancora rosso paonazzo e se non fosse stato per la zazzera, sarebbe sembrato un’aragosta per davvero. Pure un completo del colore della corazza si era messo.

Si presentarono: Jeff si affidò al suo solito grugnito dopo avergli stretto la mano, invece Charlie, più spumeggiante e ancora trionfante per aver messo ko il batterista per un paio di giorni, che ancora non sapeva di chi fosse la colpa pensando che il suo vasetto fosse andato semplicemente a male, si prodigò in battute e risate gracchianti. Si sedettero, fra una risata e l'altra ordinarono da bere iniziando poi a conversare del più e del meno; infine, dopo qualche bicchiere e con le ombre già padrone della situazione, si spostarono a piedi verso il ristorante scelto da Quentin. Quando Charlie seppe che servivano solo pescegatto, ci mancò poco lo prendesse per il collo.

“Ahi! Mi fa male mi sono scottato!” gridò il batterista quando sentì la mano del pirata poggiarsi non proprio in maniera leggiadra sulla spalla “Quante volte devo ripeterti che non posso essere toccato?”

“Oh, scusa. Sai, mi passa di mente, sai com’è?” gli rispose l’altro con fare beffardo.

“Quentin, va bene tutto: siamo bluesmen anche noi, per dio, siamo dove il grande fiume va a morire, per carità, siamo nella culla del voodoo, ma per l’amor del cielo, il pescegatto, anche no!” cercò di farlo ragionare Ian.

“Mah, invece, io lo mangerei volentieri. Però, bisognerebbe cercare un posticino particolare; uno dove si suoni anche dal vivo. In un juke joint in piena regola ne varrebbe la pena. Izzy, tu che sei di qui…” Jeff prese la parola: che pescegatto sia, ma da veri bluesmen e non da turisti che giocavano a fare Muddy Waters.

“Dobbiamo andare verso le campagne. Andiamo da me, allora; prendiamo l’auto e andiamo con quella. Ragazzi, niente di raffinato o troppo pretenzioso, però, vi avviso.” precisò il detective.

“Da straccioni, perfetto. Eh, Quentin, che ne dici?” domandò Charlie appoggiandogli di nuovo la mano sulla spalla.

“Ahi! Maledetto!”

“Va bene o no?”

“Benissimo, ma statemi lontani!”

Insieme giunsero a casa Arnoud, una villa in stile coloniale dove la sua famiglia risiedeva da generazioni, nel Garden District uno dei quartieri più eleganti della città. Izzy entrò un secondo, con la scusa di aver dimenticato qualcosa, ma in realtà, approfittando di quello stop fuori programma voleva solo salutare Michael, il suo gatto, per promettergli che non sarebbe rientrato tardi quella sera. Poi uscì e appena giunse fuori, trovò gli Electric Mud in compagnia di una ragazza, una loro fan. Si avvicinò e per un attimo gli parve di rivedere la donna che tanto lo aveva incuriosito in quel bar poche ore prima. Le sorrise e grazie ai fari di un’auto le scrutò il volto; sembrava lei, ma i suoi occhi erano diversi: non più verdi come se li ricordava, bensì di due colori differenti, uno verde chiaro e l’altro più scuro, quasi marrone.

“Come ti chiami, principessa?” le domandò Quentin pronto per firmarle un autografo.

“Angela, mi chiamo Angela.” rispose questa, ma guardò con insistenza il detective e quello sguardo gli parve decisamente più provocante rispetto a quello che si ricordava di aver sbirciato con una certa ammirazione. Tutto era diverso eppure sembrava lei, malgrado quell’aria asessuata avesse lasciato il posto ad una ben più provocante e sfacciata.

“Ad Angela, che tratterei come le mie pelli! Quentin.” mormorava mentre scribacchiava su un pezzo di carta.

“Poveri noi!” borbottò Charlie.

Lei li ringraziò e poi provò con un po’ di malizia a scoprirne le mosse: dove sarebbero andati, se avessero bisogno di un indirizzo per cena e così via.

“Tutto ok, sono di New Orleans anch’io. Non preoccuparti, Skyler.” s'intromise Izzy senza pensarci su.

“Skyler? Io mi chiamo Angela.” aveva aggrottato la fronte e sul viso aveva un'espressione preoccupata, oltre ad essersi messa sulla difensiva, e soprattutto in guardia, di punto in bianco.

“Sì, scusa. Chissà da dove mi è saltato fuori, eh?” sghignazzò l’uomo. “Ci vediamo, ciao.” si accomiatò poi dalla ragazza, la quale gli mise addosso una strana sensazione.

Infine, con a bordo quei quattro pazzi a piede libero, si diresse verso le campagne e dovette sorbirsi per tutto il tragitto i battibecchi fra Quentin e Charlie.

“Chuck Berry ti ho detto!”

“No, ti ho detto che voglio ascoltare Little Richard!”

***

Una picccola anticipazione del nuovo personaggio, per adesso chiamiamola la donna del mistero, va'.

 

 


Un doveroso ringraizamento va a chi sta leggendo questa storia, che non immaginavo potesse avere un seguito così, e a chi naturlamente ogni volta mi rende partecipe delle sue impressioni! Abbracci, abbracci, abbracci!

   
 
Leggi le 2 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Generale / Vai alla pagina dell'autore: Ayreanna