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Autore: polx    17/06/2017    1 recensioni
"Lei gli rivolgeva molte domande, ma non otteneva mai risposta. Lui deviava o le diceva chiaramente di non poterne parlare, il che la lasciava comprensibilmente perplessa: il suo atteggiamento era insolito, il suo modo di vedere le cose unico e lei non riusciva a comprendere quale tipo di formazione avesse avuto, da dove venisse, o i motivi per cui, talvolta, si congedava da lei all'improvviso e si assentava per giorni interi.
Presto comprese di dover prendere una decisione: dimenticarsene e fingere che quello strano giovane non avesse mai incrociato il suo cammino, o accoglierne i segreti e convivere con essi."
Genere: Fantasy, Sentimentale, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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La sfortuna volle che quella non fosse l'unica visita avvenuta nel corso dell'inverno: Iona si allontanò da casa non appena intuì la vicinanza di un Angelo della cerchia celeste. Si chiese se si trovasse nei paraggi per pura casualità o se lo stesse effettivamente cercando e sperò ardentemente che non si trattasse della seconda opzione.
Tornò al lago e si rese conto in quel momento di non aver più messo piede su quelle sponde per ben quattro anni. Lì attese l'arrivo dell'Angelo.
Non dovette indugiare a lungo: entro poche ore, Iona lo scorse sulla riva opposta e lo riconobbe.
“Loras” salutò con un educato cenno del capo.
“Iona” ricambiò l'altro “come procede la tua permanenza nel mondo dei viventi?”.
“Faccio il mio dovere e questo è ciò che deve preoccuparmi”.
Loras ridacchiò: “sei evidentemente molto più fedele alla causa di me”.
“Perché sei venuto a cercarmi? Ti occorre il mio aiuto?”.
“No, desideravo solo rivedere un volto famigliare in questo guazzabuglio di mortalità e conoscere la tua opinione riguardo a un simile prolungamento del nostro soggiorno qui. Mi perdonerai, ma eri il più vicino dei nostri fratelli a cui potessi rivolgermi”.
“Puoi fare richiesta di rientro, essere sostituito” gli fece notare Iona.
“Io e te siamo tra i pochi a non aver abbandonato questa Terra un solo giorno da quando vi siamo stato inviati. Non desideri lasciarla quanto me?”.
“Sì e no. La trovo debilitante, ma anche incredibilmente affascinante”.
Loras vide una speranza in quelle parole, come se le stesse aspettando con trepidazione: “i ritmi del Limbo non sono paragonabili a quelli sincopati e frenetici di questa Terra, ma già ora i disordini cui abbiamo dovuto far fronte con tanto accanimento stanno diminuendo: accetta di supervisionare anche la mia zona e mi permetterai di andarmene. Non te lo chiederei se non ti notassi interessato all'offerta”.
Iona rimase basito dalla possibilità che gli era inaspettatamente stata offerta. Tuttavia, accettare senza riserve, lasciando a intendere che, per una qualche ragione difficilmente comprensibile, una creatura eterna avrebbe accolto di buon grado l'idea di restare laddove ogni altro suo fratello cercava caparbiamente di fuggire, avrebbe probabilmente generato dei dubbi in Loras.
Simulò contrarietà: “questa Terra è brutale: se è vero che nessun istante trascorso qui rischia di privarci della nostra immortalità una volta tornati nel Limbo, è altrettanto vero che nessuno di essi può esserci restituito. Sarei più che lieto di aiutarti ad abbandonare questa missione, ma ciò che mi chiedi comporta un pesante sacrificio da parte mia”.
“Stai rifiutando?”.
“Sto chiedendo se ne valga la pena”.
“Sarai ammorbato dalla mortalità, ma avrai libertà, autonomia e, come se non bastasse, stanno cominciando a inviare in questa Terra di viventi creature angeliche d'appartenenza del Limbo e non sottratte alle alte schiere celesti, come lo eravamo noi: avrai il loro rispetto e la loro stima”.
Iona decise che non fosse più necessario fingere: “d'accordo. Ti farò questo favore, sperando che non richieda troppo tempo”.
“Non me ne dimenticherò”.
“Forse ti converrà farlo” ironizzò con leggerezza per nascondere la preoccupazione che, sotto quelle parole riconoscenti, si nascondesse il desiderio da parte di Loras di tornare in futuro, magari con la buona intenzione d'immischiarsi nuovamente nella sua vita terrena e ricondurlo nell'aldilà.
Ad ogni modo, la conclusione di quell'incontro fortuito rasserenò profondamente l'animo di Iona e, pur restando fedele alla propria natura attenta e apprensiva, la morsa della sua inquietudine si allentò molto da allora in avanti.
Le considerazioni di Loras erano corrette e, sebbene dovesse ora gestire un'area ben più vasta, Iona non vide accrescere esponenzialmente i propri doveri. Capitava ancora che fosse richiamato con discrezione all'opera e lui, come sempre, rispondeva efficientemente. Tuttavia, non capitò più che dovesse assentarsi da casa per più di qualche giorno.
Trascorsero diverse stagioni senza che la famiglia percepisse la vicinanza del pericolo o l'ombra del tradimento.
Erano ormai passati quasi tre anni quando Iona partì per un rapido sopralluogo in quelle che, un tempo, erano le terre di Loras. Tornò la sera del quinto giorno e fu sorpreso di trovare la casa completamente immersa nel buio, a eccezion fatta per il braciere ancora crepitante.
Rimediò rapidamente, ma ciò che vide quando l'ambiente fu nuovamente pervaso dalla luce lo pietrificò: “Tristan, cosa hai fatto?” esclamò correndo dal bambino che, accovacciato accanto al fuoco, stringeva al petto il braccio gonfio e insanguinato e sembrava quasi cercare di sottrarsi al suo sguardo.
“Mi hanno morso” rispose vagamente.
“Dov'è tua madre?”.
“Forse mi sta cercando”.
“Ti sta cercando? Che vuol dire?”.
Tristan distolse lo sguardo e non rispose. Ad ogni modo, Iona non gli prestava grande attenzione, troppo impegnato a procurarsi l'occorrente per medicarlo.
Gli sciacquò l'avambraccio ferito e lo scoprì pericolosamente infetto.
“Chi ti ha morso?” insistette allora.
“Un lupo... ma era piccolo” aggiunse appena scorse lo sguardo sconvolto di lui.
“Dove è successo?”.
“Non lo so: mi ero perso”.
Iona prese una soluzione alcolica e disinfettò il braccio, impedendo a Tristan di sottrarvisi. Il bambino si lamentò rumorosamente del bruciore e, quando la medicazione fu terminata, piangeva apertamente, ma lui non gli diede credito e proseguì con la fasciatura.
“Va a letto” ordinò a quel punto.
“È due giorni che non riesco a dormire : mi fa troppo male” rispose Tristan tra i singhiozzi.
“Due giorni? Sei stato via per due giorni?”.
Il bambino abbassò lo sguardo e si strinse nelle spalle con colpevolezza.
Iona mise momentaneamente da parte il cocente desiderio di rimproverarlo e si concentrò sulle sue mani tremanti, la fronte febbricitante e l'infezione che sapeva gli stesse causando un dolore tremendo. Sospirò profondamente e, abbandonatosi sulla vicina ottomana, disse a Tristan di fare altrettanto. Quello gli si accoccolò accanto.
“Perché ti sei allontanato da solo?” insistette Iona “perché ti sei inoltrato in zone che non conoscevi?”.
“Seguivo le tracce di un cervo”.
“Un cervo?”.
“Un cervo” ribadì mentre i suoi occhi si facevano già pesanti. Non si rendeva conto che, nei momenti di silenzio, Iona borbottava sommessamente parole che lui faticava a comprendere.
“Come sei fuggito?” chiese l'Angelo parlando nuovamente ad alta voce.
“Ho urlato al lupo di andare via” biascicò Tristan “la terra ha tremato e il lupo è scappato”.
La stretta di Iona attorno al braccio sano del bambino si irrigidì: “la terra ha tremato?” ripeté in un mormorio.
Sentì Tristan annuire al suo fianco: “è stato bello. Ma mi faceva male il braccio”.
“Vedrai, domani starai bene” assicurò e tornò a mormorare sommessamente. Continuò finché Rowena non tornò a casa, esausta e profondamente demoralizzata.
Impiegò qualche istante a scorgerli e, dopo il primo moto d'immenso sollievo, il suo sguardo si colmò di rabbia: “piccolo disgraziato” ringhiò avanzando minacciosamente verso di loro.
“Sta dormendo” l'ammonì Iona.
“Mi ha fatto passare le pene dell'inferno per due giorni e...”.
Lui l'allontanò delicatamente ma con gesto categorico: “domani” le disse semplicemente.
A quel punto Rowena vide la bacinella colma d'acqua arrossata, le garze pregne di sangue, il braccio fasciato di Tristan e sbiancò completamente. Si precipitò dal bambino, chinandoglisi accanto.
“Sta bene” la tranquillizzò subito Iona “nulla di grave. Domani sarà come nuovo”.
“Mi sono distratta un istante”.
“Lui è così. Sguscia inosservato come un'ombra”.
“Sciocco, cocciuto bambino...” borbottò lei, ancora adirata.
“Dobbiamo capirlo, Rowena: è solo. Non ha nessuno a parte noi. Cerca di svagarsi”.
“Evidentemente nei modi sbagliati” ribatté balzando nuovamente in piedi.
Iona era incerto sul condividere con lei quanto aveva scoperto da Tristan, ma alla fine decise di non volerla lasciare in disparte: “è stato aggredito da una bestia e lui l'ha scacciata con la lingua degli Angeli”.
Dopo qualche istante di stallo, Rowena lo squadrò perplessa: “la lingua degli Angeli?” ripeté.
“Era spaventato e in pericolo. Ha reagito d'istinto”.
“Non capisco” lei scosse il capo, disorientata “quando gliel'hai insegnata?”.
“No, quell'idioma...” lui sembrava incespicare nel tentativo di elaborare una spiegazione “noi non dobbiamo impararlo. È parte di noi. È una difesa e un'arma. Qualcosa che solo gli Angeli sanno dominare e che non può essere toccata da ciò che è estraneo alla nostra natura”.
Lo sguardo di Iona era incerto, teso. Al contrario, Rowena sorrise ampiamente, estasiata: “vi somiglia più di quanto tu immaginassi, non è così?”.
Iona accennò un sorriso tirato, carezzando la fronte ancora lievemente accaldata di Tristan e osservandolo con dubbio crescente.
“Io non comprendo quel tuo sguardo” disse Rowena e lui ne fu preso alla sprovvista: “quale sguardo?”.
“Quello con cui lo guardi ora. Quello con cui indugi su di lui ogni volta che si addormenta e il gioco lascia spazio ai pensieri. Lo sguardo di chi ha paura di poterlo perdere da un momento all'altro”.
“Perché è ciò che temo”.
Rowena gli si chinò accanto: “tu tieni molto alla discrezione e all'anonimato perché se ti scoprissero verresti punito, è così?” chiese e nella sua voce c'era incertezza.
Anche la risposta di Iona suonò titubante: “è così”.
“Ti verrebbe negato il ritorno tra le schiere celesti e dovresti trascorrere la tua eternità nel Limbo” ricordò lei, ripetendo le sue parole senza riuscire a comprenderle del tutto, perché non conosceva il mondo a cui Iona apparteneva e le decine di racconti che poteva ascoltare non sarebbero bastate a colmare tale mancanza “è questa la ragione del tuo timore” non lo chiedeva e non lo affermava: desiderava solo una sua conferma, ma non la ottenne.
Si fece forza per domandare ciò che più la spaventava: “cosa gli farebbero se sapessero di lui?”.
“Non lo so” rispose Iona senza tentennamenti e dal tono della sua voce era chiaro che Rowena avesse finalmente trovato la reale causa di ogni suo turbamento.
“È mai esistito qualcuno come lui?” la voce della giovane era ormai ridotta a un mormorio.
“Mezz'Angeli? No. Tuttavia, sono esistiti altri ibridi, creature dal sangue misto e in cui confluivano essenze apparentemente inconciliabili”.
“Cos'è accaduto a loro?”.
“Alcuni sono stati abbattuti, considerati troppo pericolosi per fidarsi della loro natura. Altri sono stati chiusi in gabbia, fino alla pazzia o alla morte. Altri ancora si son dimostrati troppo forti per poterli dominare e troppo potenti per morire naturalmente. Coloro che li avevano generati erano costretti al disonore a causa di tale tenacia, senza possibilità di riscatto o di fuga, ed è spesso capitato che si occupassero personalmente della loro distruzione”.
Lo sguardo di Rowena si colmò di panico: “è questo che si aspetterebbero da te?”.
“Non lo otterrebbero”.
“Ma la sua morte ti libererebbe dal giogo della vergogna”.
“Essa ed essa soltanto”.
“Tristan cresce come ogni altro bambino. Significa che diverrà adulto, che invecchierà e un giorno lascerà questa Terra come qualsiasi altro uomo prima e dopo di lui. La tua liberazione non dovrà attendere molto, non agli occhi di una creatura eterna”.
Quelle parole, che Rowena pensò ad alta voce con immediatezza e trasporto, non rasserenarono l'animo di Iona. Semmai lo incupirono: “quale creatura eterna che abbia compreso la natura umana desidera la morte del proprio figlio?”.
“Non devi desiderarla. Devi accettarla e attenderla. E così faranno coloro che pianificheranno di fargli del male, quando sapranno della sua esistenza”.
“Rowena, vi è un motivo se...”.
“So bene perché vuoi restare” lo interruppe lei e vi era un sorriso dolce e triste sul suo volto “perché ciò ti obbligherà a subire il suo stesso destino. Questa Terra è prepotente e ti costringe a sperimentare la debolezza degli uomini. Tu la accetti perché temi di vivere in eterno dopo che lui se ne sarà andato”.
“Ti sembra sciocco?”.
“No, ma sai che accadrà. Tu stesso l'hai detto: prima o poi lo scopriranno; prima o poi verranno a cercarti”.
“Perché non hai paura?”.
“Ne ho, Iona”.
Anche lui sorrise, con amore e ammirazione: “saresti stata una splendida creatura celeste”.
“Non mi hai forse detto che un giorno lo diverrò?” replicò con forzata leggerezza.
“È così”.
“Dunque non temere per Tristan: forse è ciò che attenderà anche lui”.
“No” rispose Iona seccamente “questo causa in me la più grande preoccupazione, perché la morte arriverà per te e dopo di essa vi sarà luce. Ed evidentemente la morte arriverà anche per Tristan, ma io non la vedo. Non vedo nulla di ciò che lo attenderà dopo di essa. E se andasse perduto?”.
“Cosa accade a un Angelo che compie la tua scelta? Che decide di morire da uomo, rinnegando la propria immortalità? Riesci a vederlo?”.
“No”.
“E questo non ti spaventa?”.
“Da tempo ho smesso di preoccuparmene”.
“Allora smetti di preoccupartene anche per Tristan. Non tutti hanno la mia fortuna di conoscere un'entità splendida e forte come la tua: chiunque altro su questa Terra vive in vista della propria morte, senza sapere dove essa lo condurrà, ma non per questo si perde nella paura. So che è qualcosa cui non sei abituato, perché è nell'ordine della tua natura conoscere e prevedere ogni cosa terrena, ma stavolta dovrai accettare il buio del domani e non lasciarti abbattere da esso”.
Probabilmente disturbato dal loro chiacchiericcio, Tristan si svegliò, pur essendo ancora profondamente intontito.
“Guarda chi è tornato tra noi” lo accolse Rowena, sbollita da gran parte dell'ira, ma non per questo disposta a lasciar correre.
Vedendola, il primo istinto di Tristan fu quello di gettarlesi al collo, ma sapeva che fosse arrabbiata e angosciata e, soprattutto, provava grande vergogna. Cercò di farsi il più piccolo possibile, protetto dal braccio di Iona. Quello sorrise, vagamente divertito: “tua madre ti ha concesso una tregua fino a domattina”.
“Io, questo, non l'ho mai detto” negò Rowena fermamente “ti rendi conto, Tristan, di cosa sarebbe potuto succedere se tuo padre avesse tardato a tornare?”.
Tristan tacque.
“Noi qui stiamo comodi” deviò Iona prontamente “va pure a dormire. Non ci muoveremo” e, infatti, dopo cinque minuti sia lui che Tristan erano già precipitati nell'oblio del sonno.
La mattina seguente, Rowena prestò attenzione a non svegliarli, ma volle controllare il braccio del bambino, per vedere se necessitava di un'ulteriore pulitura o di una nuova fasciatura. Iona le aveva dimostrato più volte di cosa fossero capaci il suo tocco e la sua vicinanza sulle ferite della carne e sapeva che quello fosse il motivo per cui era rimasto con Tristan per l'intera nottata, ma il morso era così ampio e profondo che riteneva improbabile una sua piena guarigione entro poche ore, persino se dettata dalla volontà di un Angelo. Con sua grande sorpresa, invece, sulla pallida pelle di Tristan non vi era che una cicatrice rosata, estesa a gran parte dell'avambraccio.
“Gli lascerà un bel ricordo”.
Rowena sobbalzò perché non si aspettava di sentire la voce di Iona.
“Da quanto sei sveglio?”.
“Da quando sei entrata nella stanza”.
“Mi chiedo come tu faccia a dormire con un sonno tanto leggero”.
“È qualcosa cui non mi sono ancora abituato” si mise a sedere senza svegliare Tristan che, al contrario suo, era ben più difficile da infastidire.
“Dovrai trovare un valido diversivo per la sua rapida guarigione, o capirà ciò di cui sei capace: c'è il pericolo che diventi ancor più sconsiderato, sapendo di non rischiare quanto dovrebbe”.
Iona sorrise: “è piccolo ma fin troppo sveglio. Temo che il danno sia fatto”.
“Se il popolo sapesse delle tue incredibili doti, potresti farci una fortuna”.
“L'ideale per mantenere l'anonimato che tanto ci è caro” replicò lui con ironia.
Rowena sorrise e, fermatasi a pensare, chiese: “se potessi vivere qui senza paura del domani, senza la preoccupazione di essere scoperto e punito, cosa faresti?”.
“Un altro figlio”.
Lei rise, presa alla sprovvista da quella risposta: “perché mai?”.
“Perché no?”.
“Potresti rincorrere la gloria degli uomini. Saresti un vincente”.
“Non puoi immaginare quanto io abbia vissuto: di gloria ne ho avuta e non mi si addice” rifletté su quelle parole e le corresse “be', la gloria si addice a tutti, ma è un'arma che si rivolge molto più spesso contro coloro intenti a dominarla che contro coloro verso cui è rivolta. Inoltre, che senso ha prevaricare dove tutto è effimero?”.
“Che senso ha prevaricare dove tutto è eterno?”.
Iona rise, sempre sorpreso e, in qualche modo, orgoglioso dell'acutezza con cui Rowena era in grado di interpretare un mondo per lei tanto astruso e lontano: “lo farò presente ai miei pari, se mai tornerò tra loro”.
La conversazione fu interrotta da un'ombra che Iona scorse al di là della finestra, ma che non riuscì a riconoscere perché si dileguò prima che i suoi occhi potessero soffermarvisi a sufficienza.
Balzò in piedi e il suo volto trasudava sospetto ed esitazione.
Rowena seguì il suo sguardo, ma non vi era più nulla da vedere: “che c'è?” chiese con ansia.
Iona si assentò un solo istante per tornare con in pugno un'arma che Rowena non aveva mai neppure avuto il coraggio di sfiorare: un affilato pugnale d'argento e madreperla che riluceva d'un potere molto simile a quello che Iona portava su di sé. Era uno strumento angelico, creato per scopi nobili, ma capace di atti tremendi e lui lo prendeva sempre, quando richiamato all'azione dai propri fratelli.
“Resta qui” ordinò e uscì di casa senza concederle ulteriori spiegazioni, avviandosi verso il folto boschivo.
  
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