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Autore: Little Redbird    17/06/2017    2 recensioni
In un qualunque paesino in un punto imprecisato dell'Italia, una ragazza scompare senza lasciare tracce. Le persone in paese dicono che sia morta e durante la notte di Halloween cinque ragazzi tentano di contattarla tramite una seduta spiritica. Non si aspettano che risponda, ma invece lo fa, costringendoli ad affrontare le conseguenze del loro gesto e, nel mentre, confessare tutti i segreti tra di loro.
Genere: Fluff, Introspettivo, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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CAPITOLO 1
 
Irene
 
Quando aprì la porta della sua camera, la mattina del suo primo giorno di liceo, Irene sentiva un doloroso peso sul cuore, come se qualcuno stesse cercando di spingerlo nell'angolo più remoto del suo corpo, così da smorzare il ritmo dei suoi battiti.
Fino a pochi mesi prima aveva pensato che non avere amici nella nuova scuola non sarebbe stato un problema poi così grande, ma la verità era che non si sentiva per nulla pronta a circondarsi di nuovi visi e personalità, a ricominciare tutto da capo, a presentarsi e spiegarsi. Non le piaceva spiegarsi e del resto non le era nemmeno mai riuscito bene. Non le importava, però, che nessuno la conoscesse davvero. Gli unici che prima o poi avrebbero dovuto fare i conti con la vera Irene erano i suoi genitori, i quali un giorno, forse, avrebbero trovato il tempo di ascoltarla.
La porta della camera di suo fratello, di fronte alla sua, era quasi completamente aperta, e poté vederlo infilare distratto una penna e un piccolo quaderno arrotolato nella tasca posteriore dei jeans.
Levi era calmo, per nulla ansioso del ritorno a scuola, ma in fondo era il suo ultimo anno, conosceva i suoi compagni di classe, i suoi insegnanti, le aule. Non aveva nulla da temere, se non gli esami di maturità.
Maturità. Malgrado con lei facesse spesso lo stupido, Irene doveva ammettere che suo fratello era molto maturo per la sua età. Portava a casa buoni voti e nessun guaio, nonostante il suo migliore amico non si fosse ancora guadagnato la fiducia dei loro genitori.
Quando la scorse nel mezzo del corridoio, le mani strette sullo zainetto, Levi sollevò lo sguardo dallo schermo del cellulare, che l'aveva appena avvisato di un messaggio. Le sorrise, muovendo le sopracciglia bionde in quel suo modo irritante, ponendole una muta domanda: pronta per l'inferno?
Irene si limitò a sbuffare e a dirigersi in cucina. Per tutta l'estate, Levi non aveva fatto altro che agitarla, assicurandole che il liceo le avrebbe fatto cadere tutti i capelli dallo stress e che le ragazze più grandi le avrebbero reso la vita difficile dal primo giorno. Non gli aveva creduto. Fino alla settimana prima, almeno, quando aveva iniziato a domandarsi se non facesse sul serio, se non stesse cercando di metterla davvero in guardia. In fondo, cosa ne sapeva lei del liceo? Non aveva idea di cosa la aspettava nelle ore di greco e latino – ce l'avrebbe fatta da sola, oppure avrebbe avuto bisogno di aiuto come Levi, nei primi tempi? Avrebbe trovato qualcuno disposto ad aiutarla senza che si rivolgesse ai suoi genitori? E i suoi compagni di classe? Le avrebbero parlato o sarebbe toccato a lei fare il primo passo? Era pessima a fare i primi passi. Letteralmente, anche. Aveva iniziato a camminare a quasi due anni, quando sua cugina di un anno già scorrazzava per casa sbucciandosi le ginocchia. Avrebbe dovuto segnarsi al linguistico insieme a lei, l'anno scorso. Ma no, aveva preferito il latino e il greco al francese e al tedesco. Cominciava a credere che fosse stata una scelta stupida e si domandava se fosse ancora in tempo per cambiare idea. Suo padre si sarebbe lamentato per i soldi spesi in libri, ma alla fine l'avrebbe accontentata.
Si sentì torcere le budella al pensiero di arrendersi prima ancora di iniziare. In fondo Levi ce l'aveva fatta, no? E loro non erano poi così diversi, come ci tenevano a ricordarle tutti.
«Non puoi proprio accompagnarmi tu?» domandò a sua madre quando la vide arrivare in cucina, la camicetta bianca abbottonata solo per metà e le scarpe col tacco basso in mano. Sperava che la presenza di sua madre l'avrebbe calmata e le avrebbe impedito di marinare la scuola il primo giorno.
Lei si prese il tempo di lisciare i pantaloni blu prima di rispondere: «Non riesco proprio, mi dispiace. Il traffico sulla strada delle scuole sarà un inferno e faremmo tardi entrambe». Abbottonò la camicia, poi raccolse la borsa dal bancone della cucina e pescò due banconote da cinque euro dal portafogli. Gliene diede una e mise l'altra sul tavolo per suo fratello. «Levi, muoviti!» lo chiamò, ma lui stava già entrando in cucina per prendere i suoi soldi.
«Devo proprio portarla io?» domandò, evidentemente contento quanto lei di scarrozzarla in moto già il primo giorno.
Sua madre lo guardò di traverso. «Tanto è lì che vai anche tu.»
Levi scrollò le spalle magre. «Dovrei dare un passaggio a Marco.»
Prese una brioche confezionata dalla dispensa, la aprì e la mangiò in un paio di morsi.
Irene non toccava cibo dal giorno prima. Aveva lo stomaco così chiuso che temeva che se avesse provato a mandar giù qualcosa che non fosse acqua sarebbe rimasto incastrato da qualche parte nella sua gola, soffocandola più dell'ansia.
«Marco vive letteralmente a duecento metri dalla scuola. Se la caverà» lo rassicurò sua madre, poi si allontanò per tornare in camera da letto.
«Puoi lasciarmi davanti casa di Marco e prendere lui» propose Irene, in un sussurro udibile solo a loro. «Non mi va di essere etichettata come “la sorella di Levi” prima ancora di entrare.»
Levi la scrutò per un secondo. «Affare fatto» accettò, gettando l'involucro della merendina nel secchio sotto il lavello.
Irene annuì, più a se stessa che a lui, e fece un profondo respiro.
Suo padre uscì in quel momento dal bagno, il viso appena sbarbato e la cravatta che gli penzolava sul petto. «Siete ancora qui?»
«Stiamo andando via» assicurò Levi. «Ci vediamo stasera.»
Irene si limitò a sorridere a suo padre e seguì Levi fuori dalla porta.
Odiava andare in moto con suo fratello. Si fermava a salutare e a sorridere a chiunque conoscesse anche solo di vista, sottoponendola a delle occhiate indagatrici per nulla sottili. Odiava particolarmente gli sguardi delle ragazze che avevano palesemente una cotta per lui. La squadravano senza ritegno, domandandosi se fosse la sorellina, vista la somiglianza, o l'ennesima ragazzina che frequentava solo perché era un bravo ragazzo e non aveva avuto cuore di rifiutarla.
Se non fosse stato imbarazzante per lei quanto per suo fratello, gli avrebbe allacciato le braccia in vita con un sorrisetto risaputo ogni volta che incontravano una pretendente sfacciata.
Per fortuna, la scuola distava solo quindici minuti da casa. Forse dieci, se Levi non fosse stato così affabile.
Si fermarono davanti al palazzo in cui abitava Marco, che li aspettava già fuori dal portone. Era alto poco più di Levi e aveva colori completamente diversi: capelli castano scuro, occhi verde chiaro e pelle sempre abbronzata. Le sorrise, distendendo la piccola cicatrice sul labbro superiore.
«Buongiorno, Piccola Levi. Primo giorno di liceo?»
Fece una faccia preoccupata, come se stesse valutando le sue chance di sopravvivenza.
Irene roteò gli occhi e si incamminò in direzione della scuola.
«Aspettami, quando esci!» si sentì dire da Levi.
Si voltò per annuire e proseguì per la sua strada.
Decisamente, non voleva essere associata a quei due già il primo giorno. Levi e Marco camminavano lasciandosi dietro una scia di ragazze sognanti o indispettite dalla mancanza di attenzioni. Senza contare che Marco si trovava un anno indietro e questo l'aveva messo in cattiva luce con i loro genitori, che probabilmente conservavano una bottiglia di champagne da stappare il giorno in cui Levi avrebbe annunciato di avere litigato con lui. Non sembrava essere un giorno vicino, comunque. La loro amicizia resisteva da tre anni, ormai. In aggiunta, erano innamorati di due ragazze che erano a loro volta migliori amiche, e si vedevano già a passare la vita insieme, tutti e quattro felici e contenti. O almeno, così le aveva detto un giorno Marco, quando tutto quello che lei gli aveva chiesto era se poteva gentilmente togliere i piedi dal divano del loro soggiorno. Levi aveva scosso la testa, ma aveva sorriso, evidentemente per nulla intimorito dalla prospettiva.
Irene cercò di continuare a concentrarsi su quei due strambi, in modo da non dover focalizzarsi sul mare di studenti che affollava il parcheggio del liceo. Quell'edificio di mattoni rossi non le era mai sembrato tanto spaventoso e claustrofobico. Liceo Classico Galilei, diceva l'incisione sul marmo bianco all'entrata.
Si lanciò una rapida occhiata intorno e si aggregò alla fila di persone che iniziavano a varcare la soglia.
Una bidella in camice azzurro e dalle spalle ampie controllava che la folla non spintonasse e che nessuno si imbambolasse, bloccando l'entrata.
«Tutte le prime classi sono nel corridoio al primo piano» la sentì dire a una ragazza.
Irene seguì la zazzera di riccioli rossi lungo tutto il corridoio. Sulla destra si trovavano delle ampie aule, in ordine alfabetico. La ragazza entrò senza esitazioni nella Prima B, mentre Irene proseguì fino alla D.
Si affacciò furtivamente all'interno, gelando sul posto quando gli occhi di cinque persone si posarono su di lei. Tre ragazze erano sedute in un angolo in fondo alla classe e tornarono a chiacchierare quando decisero che non valeva le loro attenzioni. Due ragazzi stavano nell'angolo opposto e si limitarono a squadrarla dalla testa ai piedi prima di rivolgere il loro interesse alle altre.
Qualcuno la superò sulla soglia – un'altra ragazza – e si sedette in uno dei banchi nella fila sulla sinistra. Irene si decise a prendere posto nella fila a destra, in un banco al centro – non in prima fila, ma nemmeno tra i casinisti in fondo.
Lanciò un'ultima occhiata alla porta, poi tirò fuori il diario e la matita dallo zainetto e scarabocchiò le prime pagine.
Fu interrotta poco dopo da una voce sottile, che le aveva chiesto «Posso?»
Irene sollevò lo sguardo su una ragazza dai lunghi capelli castano scuro e gli occhi di un verde quasi grigio. Avrebbe avuto la sua stessa fisicità – la vita sottile e i fianchi più accentuati – se non avesse avuto il seno più grande che avesse mai visto su una quattordicenne. In compenso, però, aveva un sorriso amichevole.
La classe non era ancora completamente piena, sebbene fossero arrivate diverse altre persone dopo di lei, ma non se la sentì di dire che il posto era occupato, conscia dell’eventualità che potesse capitarle una compagna di banco peggiore. Annuì e cercò di sorridere altrettanto amichevolmente.
«Belle unghie» si complimentò quando la ragazza posò una mano sul banco per accomodarsi, dandole lo spunto per iniziare una qualche sorta di conversazione.
La nuova arrivata aveva fatto la manicure per il primo giorno di scuola, mentre Irene aveva a stento messo un filo di mascara.
L'altra le sorrise di nuovo, ma prima che potesse presentarsi entrò l'insegnante. Era una donna sulla cinquantina, bassa e con corti capelli neri. Anche lei era ben truccata e Irene si ripromise che l'indomani avrebbe tentato di sforzarsi un po' di più per rendersi presentabile.
Suonò la campanella e gli ultimi tre banchi vuoti si riempirono. La professoressa si prese qualche secondo per squadrare rapidamente la classe e poi aprire il registro delle presenze.
«Conosciamoci un po'» propose. «Facciamo l'appello e poi, uno alla volta, mi direte perché avete scelto il liceo classico.»
La tensione nella stanza si fece palpabile. A nessuno piaceva l'idea di spiegare le proprie ragioni, soprattutto perché in molti probabilmente non avevano idea del perché si trovassero lì.
«Io sono la vostra insegnante di italiano, comunque. Professoressa D'Aniello.»
Sorrise affabile, ma dall'occhiata che lanciò agli studenti, Irene percepì che sarebbe stata una degli insegnanti più severi.
La professoressa abbassò lo sguardo sul registro e chiamò il primo nome: «Acardi Alice».
La ragazza al fianco di Irene sollevò la mano e pronunciò: «Presente.»
La donna alla cattedra le lanciò un'occhiata, annuì e tornò all'elenco degli alunni.
Irene seguì con lo sguardo tutti quelli che alzavano la mano nel sentirsi chiamare, cercando di dare un nome alle facce che la circondavano.
«Delfino Irene» chiamò allora l'insegnante.
Irene sussultò, presa alla sprovvista. «Presente» assicurò, alzando la mano a mezz'aria.
Ricevette anche lei l'occhiata scrutatrice della professoressa.
Alice le sorrise ancora, forse con più sincerità ora che conosceva il suo nome, perché sul suo mento appuntito comparve una fossetta e Irene sentì le proprie labbra sollevarsi in risposta.
Si disse che non era un brutto inizio.
 
Levi
 
«Tua sorella mi odia.»
Marco stava scrutando la folla in arrivo nel parcheggio, in attesa di veder arrivare Guadalupe, rigorosamente mano nella mano con Rebecca. Rigorosamente non più la sua ragazza.
«Non odia te» lo rassicurò Levi, sfilandogli la sigaretta dalle dita per fare un tiro. «Odia il nomignolo che le hai dato.»
Il suo migliore amico concesse un attimo di distrazione ai suoi occhi per voltarsi a guardarlo mentre parlava. «Non è colpa mia se è uguale a te.»
«Sì, be', odia anche essere uguale a me. Pare odi parecchie cose, in effetti.»
«Te incluso» assicurò Marco, riprendendosi la sigaretta e facendo l'ultimo tiro.
Levi non poté obiettare. Si sistemò sulla sella della moto mentre Marco si allontanava di qualche passo a gettare il mozzicone di sigaretta nel cassonetto più vicino. Il suo senso civico non durava mai più del secondo giorno di scuola – a meno che nelle vicinanze ci fosse Guadalupe: con lei si comportava da perfetto cittadino.
Marco non voleva saperne di accettare la fine della loro storia, continuava a sperare che fosse solo una pausa di riflessione, che Guadalupe non volesse distrazioni durante l'ultimo anno di liceo, ma se fosse stato davvero così forse non l'avrebbe lasciato già ad aprile, evitandolo accuratamente per gran parte dell'estate. Non era il tipo di ragazza che gioca a tira e molla, e se aveva lasciato Marco doveva esserci una buona ragione – che probabilmente non aveva nulla a che fare con i mozziconi che lui si lasciava dietro quando fumava. Però su una cosa Marco aveva ragione: non era stata per nulla chiara sulle sue motivazioni e si rifiutava di spiegare perché avesse deciso di lasciarlo di punto in bianco. L'unica a sapere la verità era Rebecca.
Forse era per quello che le ragazze andavano così d'accordo: Rebecca era la maestra del non essere chiari.
Levi scosse la testa. Non voleva pensare a quelle cose già a quell’ora del mattino, voleva cercare di affrontare il primo giorno di scuola con leggerezza; e arrabbiarsi con Rebecca per le solite cose era insensato e inutile.
«Eccole» mormorò Marco. Aveva raddrizzato la schiena e infilato le mani nelle tasche dei jeans corti fino al ginocchio, stringendo le spalle larghe in una posa contrita.
Levi distolse lo sguardo, era uno spettacolo pietoso. Se Guadalupe non fosse stata sua amica, oltre ad essere l'ex del suo migliore amico, probabilmente l'avrebbe odiata, ma pochi al mondo potevano dire di odiare Guadalupe, con i suoi occhi neri, tondi ed enormi e le fossette agli angoli della bocca.
Fu lei a scorgerli tra la folla del parcheggio. Sorrise, le fossette bene in mostra, mentre tirava Rebecca per la mano.
Guadalupe era il tipo di persona che sottolinea l'affetto con il contatto fisico. Corse loro incontro e, lasciata la mano di Rebecca, allacciò le braccia intorno alla vita sottile di Levi, rischiando di ribaltarlo dalla moto.
Levi le circondò le spalle con un braccio, sentendo la morbidezza dei suoi capelli scuri e lunghi sotto le dita.
«Ciao» gli mormorò contro il petto.
«Com'è andata in Messico?» le domandò Levi.
Per il mese di agosto Guadalupe era andata dai nonni materni e si era fatta sentire pochissimo, dando la colpa al Wi-Fi pubblico che andava e veniva. Levi, però, sospettava che in realtà agosto fosse il suo mese di isolamento, l'unica volta all'anno in cui si staccava dalla sua vita di tutti i giorni per passare il tempo con i parenti che vedeva di rado e sdraiarsi al sole, senza preoccuparsi della scuola o del ragazzo che si era lasciata dietro – e che era toccato a lui consolare.
«Come al solito» si limitò a rispondere mentre lo lasciava andare. «Ciao» disse poi a Marco, sorridendogli.
Conoscendolo, Levi sapeva che in quel momento Marco stava contemporaneamente maledicendo e benedicendo quelle fossette.
Guadalupe gli posò una mano sul viso e gli schioccò un bacio sulla guancia, con la delicatezza di chi sapeva che anche solo quel leggero contatto avrebbe potuto distruggerlo da un momento all'altro.
Marco dimenticò di rispondere al saluto, ma probabilmente lei non ci fece caso, troppo impegnata a distogliere lo sguardo per non rivelare il rossore sulle guance – che, abbronzate com'erano, lo nascondevano quasi del tutto comunque.
Levi però aveva le proprie pene a cui pensare.
«Buongiorno» si costrinse a dire, rivolgendo l'attenzione a Rebecca.
Lei sollevò il mento in segno di saluto e sopportò con garbo la pacca sulla spalla che Marco, senza alcuna grazia, le regalò.
Seppure poco, Rebecca si era fatta vedere durante l'estate, acconsentendo ad uscire con lui e Marco quando promettevano di non lasciarla sola per rimorchiare. Era difficile, in realtà, rimorchiare con Rebecca intorno. Non riusciva a fare a meno di sottolineare tutti i difetti delle ragazze che osavano anche solo lanciare loro un'occhiata, senza contare che metteva in soggezione le stesse ragazze.
«Non si è nemmeno pettinata per uscire di sabato sera. Siediti, Marco.»
Marco non le rispondeva, ma obbediva. Quando Rebecca dava un ordine, non si poteva fare a meno di eseguirlo, soprattutto se si veniva guardati con quegli occhi azzurri e freddi, quasi trasparenti, sotto una spessa riga di eyeliner nero e sopracciglia aggrottate, il viso pallido incorniciato da un caschetto simmetrico. Non permetteva a Marco di rimorchiare in sua presenza per rispetto verso la sua migliore amica, ma non lo lasciava nemmeno allontanarsi, restia a rimanere sola con Levi.
«Dobbiamo entrare» stava dicendo proprio lei, riportando tutti sull'attenti.
Levi scese dalla moto e si affiancò a Marco, che stava già seguendo le ragazze all'interno dell'edificio.
Si sedettero come facevano da due anni a quella parte: Rebecca e Guadalupe in penultima fila e Levi e Marco dietro di loro, gli occhi fissi sulle loro nuche fino a che non avessero scoperto cosa passava loro per la testa.
Guadalupe si voltò verso il loro banco. «L'ultimo primo giorno di liceo» annunciò. Sorrideva, ma la sua voce era tesa, disturbata da una nota malinconica.
Rebecca lanciò uno sguardo ai ragazzi, poi prese l'amica per mano, in un intreccio di dita pallide contro altre abbronzate.
Levi aveva pensato all'importanza del suo ultimo anno di liceo durante l'estate, agli esami di Stato, all'iscrizione all'università; ma la malinconia di Guadalupe non aveva nulla a che fare con quelle preoccupazioni, lei pensava all'ultima gita con la classe, le ultime partite di pallavolo, gli ultimi giorni passati al centro commerciale quando non avevano voglia di star seduti tra i banchi.
Improvvisamente, i seguenti otto mesi gli sembrarono troppo pochi.
Avrebbe voluto rispondere, tranquillizzarla che avrebbero continuato a sentirsi e a vedersi, ma l'entrata del professore di matematica troncò qualsiasi discorso. Meglio così, si disse, non voleva mentirle. Il lieto fine che sognava Marco aveva perso qualsiasi concretezza quando avevano cominciato a mentirsi l'un l'altro, quando era diventato evidente che le ragazze avevano piani diversi per il futuro, che non comprendevano un doppio matrimonio.
Tanti saluti ai suoi propositi di affrontare la giornata con leggerezza. L'orologio sul muro dietro la cattedra segnava già le otto e mezza.
 
 







 
AN:
Pubblico il primo capitolo della mia prima long originale (la prima conclusa, comunque) per farvi conoscere i protagonisti, mentre io revisiono le pagine che mi restano.
Mi farebbe tantissimo piacere se mi lasciaste un vostro parere, se e quando ne avrete voglia.
Grazie infinite a chi è arrivato fino a qui.

Red
   
 
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