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Autore: Old Fashioned    20/06/2017    5 recensioni
Siamo nel Regno di Prussia, per la precisione nel 1752. Un colonnello della Guardia, Wilhelm von Kleist, riceve una misteriosa lettera dal nipote, un giovanotto che ha abbandonato la vita di agi che la sua condizione nobile gli riserverebbe per vivere a Berlino con i miseri proventi delle sue poesie. La lettera mette subito in allarme il nostro colonnello, perchè è molto strana. Così strana, in effetti, da fargli sospettare che il giovane nipote non sia più in possesso delle sue facoltà mentali.
Andrà a Berlino con l'intento di riportarlo a casa, ma scoprirà di essere giunto troppo tardi. E mentre indagherà sui motivi che hanno portato il ragazzo alla morte, scoprirà misteriose società segrete e intrighi che arrivano addirittura a coinvolgere la persona di Sua Maestà Federico il Grande.
(una piccola precisazione: non è che sia esattamente un giallo di Agatha Christie, ma non sapevo in quale altra sezione collocarlo...)
Storia partecipante al contest "In punta di pennello" indetto da Stainless_ sul forum di Efp.
Genere: Azione, Mistero, Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Nome sul forum: OldFashioned

Nome su EFP: Old Fashioned

Titolo: Opus Magnum

Artista e opera: Wallis, Chatterton  

Genere e rating: Genere Giallo, Sottogeneri Azione, Mistero, Storico. Rating Giallo

Lunghezza storia: Il contatore di Libre Office mi dà 23.774 parole. La storia è composta da 42 pagine suddivise in 3 capitoli.

Note: nonostante il soggetto fosse assai evocativo in tal senso, ho preferito evitare tutte le storie romantiche, sia perché il genere slash non veniva accettato, sia perché a prescindere da ciò il genere romantico non è esattamente il mio. Ho pensato di fare in modo che il quadro diventasse una "scena del delitto", di quello che a prima vista appare un suicidio ma poi si rivela non esserlo affatto. La storia è ambientata nel 1752 in Prussia ed è un breve giallo che ha a che fare con società segrete e alchimia. L'investigatore è un ufficiale di Federico il Grande.









OPUS MAGNUM



Parte prima – Nigredo

Espressione alchemica che indica il primo procedimento dell’Opera: consiste nella soluzione o liquefazione, cioè nella morte del Dragone. È il Solve che consentirà il Coagula.



Il roseto era in piena fioritura. Vi erano corolle di un bianco candido, vaporose come nuvole, altre di un rosa carnicino, fiori in boccio tondi e compatti che lentamente si schiudevano petalo dopo petalo, altre ancora di un colore sanguigno, vellutato, che nella luce dorata del tardo pomeriggio diventava un vermiglio sontuoso.
Una dama dal volto pallido e fine, con l’acconciatura incipriata e un abito di seta sui toni del verde, si fermò davanti a una pianta un po’ isolata dalle altre, raccolse un fiore nella coppa delle mani e si chinò ad aspirarne il sentore delicato. Poi si raddrizzò e sfiorò con le dita i petali, che erano bianco alabastro sul bordo e delicatamente rosati nella parte più interna.
Questa varietà l’ho chiamata come lui,” sospirò.
L’uomo che la accompagnava, un imponente ufficiale della Guardia che aveva i suoi stessi occhi cerulei, le chiese: “Konstantin?”
Sì, mi ricorda il suo incarnato.”
Fecero qualche passo lungo il vialetto coperto di ghiaia. L’aria era tiepida, carica degli effluvi della tarda primavera e vibrante del canto degli uccelli.
È molto che non lo senti?” chiese l’uomo.
Da Natale. Mi ha mandato una lettera in cui diceva che stava bene e ripeteva che non aveva intenzione di tornare a casa.” Si interruppe, emise un secondo sospiro. Si voltò a dare un ultimo sguardo al roseto, dove la pianta battezzata Konstatin brillava in un’aiuola tutta per sé, poi disse: “Ti ricordi quando era piccolo?”
L’ufficiale annuì. Un frugoletto dai capelli color fiamma, il cui massimo divertimento era fare il cavalluccio sulle sue ginocchia. “Diceva che sarebbe diventato come me.” Lo rivide girare per le sale della residenza agitando una spada di legno, con il suo tricorno che gli scendeva fino agli occhi e lo costringeva a tenere una comica postura con la testa rovesciata all’indietro.
E adesso, invece...” mormorò la donna, sedendosi su una panchina di marmo. La voce aveva un’incrinatura di pianto.
L’uomo si sedette accanto a lei, le prese una mano, la strinse fra le sue. “Gli parlerò io, Luise. Lo convincerò a tornare.”
L’altra estrasse un fazzolettino dalla scollatura e si tamponò gli occhi. “Non servirà a nulla. Non ha mai risposto a nessuna delle mie lettere, tutti i soldi che gli ho mandato li ha rispediti indietro. Dice che vuole stare a Berlino e vivere delle sue poesie. Dice che non ha nessuna intenzione di diventare ufficiale come Leopold e Gottfried.”
Alla frase fece seguito un lungo silenzio. Il sole stava calando e le ombre degli alberi disegnavano sul prato lunghe strisce scure. Sulla linea dell’orizzonte il cielo cominciava a prendere un tono aranciato. “Sarà meglio che rientriamo,” disse l’ufficiale alzandosi. Porse il braccio alla sorella.
I due si incamminarono fianco a fianco verso un palazzo che si stagliava imponente dietro la vegetazione.



La sala di marmo del Sanssouci era occupata da un minuetto in pieno svolgimento.
In piedi vicino alla parete, le braccia dietro la schiena, il colonnello della Guardia Wilhelm von Kleist seguiva distrattamente le evoluzioni delle coppie.
Ripensava al colloquio avuto con la sorella sul figlio di lei, ovvero il suo giovane nipote Konstantin, che si ostinava nonostante ogni preghiera a vivere di ristrettezze in una specie di topaia.
Considerò che se il ragazzo avesse avuto quella stessa determinazione nel diventare ufficiale, a quel punto sarebbe già stato da almeno un anno Fahnenjunker[1] nel suo stesso reggimento, proprio come avrebbe tanto voluto fare da piccolo.
Poi però si era iscritto all’Università, aveva conosciuto altri studenti, si era riempito la testa di idee strane e alla fine aveva abbandonato Potsdam e le tradizioni di famiglia in favore di una solitaria vita da spiantato nella Capitale.
Sospirò. Aveva abbandonato la disponibilità a comprendere certe ubbie giovanili dopo il primo fischiare di pallottole in campo aperto.
Mentre stava così meditando, fecero il loro ingresso nella sala tre donne. Il loro aspetto lo colpì immediatamente, in primo luogo perché erano tutte e tre molto belle, e in secondo luogo perché la loro avvenenza aveva un che di vistoso e selvaggio, con una nota esotica che al tempo stesso affascinava e spingeva sulla difensiva.
La più vecchia poteva avere sui quarant’anni. Era alta quasi come lui e asciutta come un abete. Aveva occhi neri dallo sguardo febbrile, che brillavano come braci in un viso di eccezionale pallore. I suoi lineamenti erano severi ed eleganti come quelli di una kore greca. Portava un collier di rubini che sembrava uno spruzzo di sangue. Nei generali toni pastello della sala, il suo abito scarlatto impensieriva come un principio di incendio.
Le altre due dovevano essere le figlie, perché le somigliavano straordinariamente ma erano molto più giovani. Una aveva occhi verde acqua, l’altra li aveva neri come la madre. Nemmeno la meticolosa incipriatura riusciva a nascondere del tutto l’ebano lucente delle loro capigliature.
Anch’esse avevano abiti dai colori sgargianti, una celeste e l’altra verde smeraldo, di seta lucida e frusciante.
Una voce lo distrasse dalla contemplazione: “Anche voi siete incantato dalle nostre ospiti, von Kleist?”
L’ufficiale si voltò e vide von Bissing, un collega della cavalleria. “Chi sono?” gli chiese semplicemente.
Non lo sapete? L’alchimista e le sue figlie, direttamente dalla Sassonia.” L’uomo ebbe un sogghigno. “Pensate, la più vecchia, una certa madame de Pfuel, si è presentata a Sua Maestà sostenendo di essere in grado di creare l’oro a partire dai metalli vili.”
E Sua Maestà?”
Von Bissing fece un’altra risatina. “Invece di cacciarla come tutti si sarebbero aspettati, le ha concesso una rendita e una villa sul Templiner See. Pensate che vi ha addirittura fatto allestire un laboratorio secondo le sue richieste, in modo che madame potesse fare le sue trasmutazioni.” Alzò le spalle e soggiunse: “Del resto, se quelle due figliole arrivassero nel mio reggimento con la pretesa di fare gli ufficiali, pensate che mi libererei di loro?”
Von Kleist diede un altro sguardo alle giovani, che pur costrette nei rigidi passi del minuetto sembravano delle nereidi intente a giocare fra le onde. “Non credo proprio,” concluse.
Ecco, appunto. Ma ora basta contemplare le grazie muliebri, collega. Di là ci sono von Zieten e von Falkenhausen che avrebbero piacere di rievocare qualche aneddoto di guerra in vostra compagnia.”
Von Kleist si staccò dalla parete per seguirlo, ma nel movimento il bastone da passeggio col pomolo d’argento che vi aveva appoggiato cadde a terra.
Al rumore del legno sul pavimento, la ragazza in verde abbandonò le danze agile come un felino, raccolse l’oggetto e glielo porse. “A voi, signor ufficiale,” disse fissandolo negli occhi. La voce era bassa e leggermente arrochita. Evocava la zampa di un gatto, morbida ma con dentro gli artigli.
Molte grazie, mademoiselle,” disse l’altro accennando un inchino, ma la giovane stava già raggiungendo la sorella.
Muovetevi, von Kleist!” lo richiamò alla realtà von Bissing, tirandolo scherzosamente per una manica.

Si spostarono in un salottino in cui il colore dominante era il blu scuro delle uniformi. La musica giungeva ovattata e in generale la confusione del ricevimento era solo un’eco lontana.
Ve l’ho portato, finalmente!” annunciò von Bissing ai presenti.
Tutti si voltarono nella loro direzione.
Buona sera!” disse von Kleist a voce alta. “Nel vedere lor signori tutti insieme mi sembra di tornare alla vigilia della battaglia di Hohenfriedberg[2].”
Il nostro ottimo von Kleist!” lo salutò un generale sollevando nella sua direzione il calice che teneva in mano.
L’ufficiale rispose al saluto con un cenno del capo. “Generale von Falkenhausen.”
Venite qui, ragazzo mio. Prendete un po’ di questo chiaretto, non c’è niente di meglio per scaldare il cuore di un vecchio soldato.” Fece una pausa, che utilizzò per bere un sorso. “Sebbene voi non siate affatto vecchio, dico bene?”
Lo è quanto basta per abbandonare la sala senza rimpianti quando entrano le due ragazze von Pfuel!” intervenne ridendo un altro ufficiale.
Me lo ricordo quando era un giovane sottotenente nella battaglia di Mollwitz,” replicò von Falkenhausen. “Quanto tempo è passato da allora?”
Von Bissing fece il conto. “Dieci anni, signor generale.”
Ne avete fatta di carriera in questo decennio, ragazzo mio.”
Un altro ufficiale si avvicinò al gruppetto e disse: “Niente rende rapide le carriere come le promozioni per meriti sul campo.” Alzò a sua volta il bicchiere in direzione di von Kleist, poi aggiunse: “E per fortuna, presto ci sarà nuovamente questa magnifica occasione per tutti noi. Io credo che tra un po’ ci sarà una guerra.”
Voi dite?” domandò qualcuno, con un tono a metà fra la preoccupazione e l’aspettativa.
L’altro annuì grave. “L’arcinemica del nostro amato sovrano, Maria Teresa d’Austria, non rinuncerà facilmente alla Slesia.”
Si fece avanti von Zieten, un colonnello di un reggimento di linea: “Non si è ancora rassegnata? Ha bisogno di un altra Kesseldorf[3] per capire come stanno le cose?”
Non si rassegnerà mai. C’è un odio personale tra lei e Sua Maestà. Del resto lo sanno tutti in che rapporti sono. Io credo che Maria Teresa tenterà di allearsi con Caterina di Russia per stringere la Prussia in una morsa.”
Il generale von Falkenhausen vuotò il bicchiere e lo appoggiò sul tavolino, poi solennemente proclamò: “Io dico che finché il nostro amato sovrano ci comanderà in battaglia, sarà impossibile che quella strega riesca a mettere le mani sulla Slesia, o su qualsiasi altra parte del regno di Prussia!”
Tutti approvarono rumorosamente, venne versato un nuovo giro di chiaretto, si brindò alla salute del Re.



Il colonnello von Kleist non fece in tempo a scendere dalla carrozza che già la porta del suo alloggio si era aperta e sulla soglia era comparsa la figura erculea del suo valletto con un candelabro in mano.
Bentornato, Eccellenza,” lo salutò l’enorme giovanotto con un inchino.
Grazie, Franz.” L’ufficiale entrò nell’ingresso e si accorse che su una delle mensole che si trovavano sotto le specchiere c’era un vassoio d’argento con una busta. “Cos’è quella?” chiese.
L’altro scattò sull’attenti. “Una lettera, Eccellenza.”
Von Kleist sorrise. “Una lettera, di chi?”
Non saprei, Eccellenza.”
Chi l’ha portata?”
Uno che ha detto di venire da Berlino, Eccellenza.” Poi, dopo una pausa, con tono vagamente incerto: “Dovevo trattenerlo, Eccellenza?”
No, hai fatto bene a mandarlo via. Gli hai dato un Groschen[4] di mancia come ti ho insegnato?”
Franz annuì fiero. “Sì, Eccellenza.”
Molto bene. Ora portami quella lettera e va a dormire.”
Sì, Eccellenza.”

Von Kleist si ritirò nella sua stanza, quasi sollevato dal non sentirsi rivolgere l’epiteto ‘Eccellenza’ ogni tre parole. Kretschmer era un bravo ragazzo, ma faticava ancora a capire quando era il caso di usare le cerimonie e quando invece sarebbe stato necessario un tono più informale.
Prese la busta e lesse il mittente. Sorrise fra sé e sé: lupus in fabula. Forse Konstantin dopotutto si era stufato di fare l’anacoreta.
Aprì la lettera e subito sollevò le sopracciglia perplesso. Se non fosse stato più che sicuro di aver riconosciuto la grafia di suo nipote, avrebbe giurato di aver a che fare con un impostore che si spacciava per lui.
Ciò che stava leggendo non aveva nulla a che fare con il Konstantin che conosceva, tanto che la seconda ipotesi che formulò fu quella della malattia. Forse il ragazzo non stava bene con la testa.
Rilesse la lettera:

Stimatissimo signor zio,
è vero senza menzogna, certo e verissimo che voi siete il mio zio prediletto.
Mi rivolgo a voi nell’ora del bisogno, e non esito a dirvi che mai mi sono trovato, nella mia breve vita, in una tale profonda e impellente necessità della vostra presenza.
Qualora voi veniste a trovarmi ma io non ci fossi, guardate con melancolia fuori dalla finestra: allora ciò che era manifesto sarà nascosto e ciò che era nascosto sarà manifesto e di certo vedrete la via per comprendere il motivi del mio turbamento.
Vi prego, caro signor zio, non indugiate: se voi non intervenite, il nostro sole potrebbe essere spento per sempre da una luna invidiosa.

Il vostro devoto nipote Konstantin von Jagow

Von Kleist rilesse ancora una volta la lettera, capendoci ancora meno. L’unica cosa chiara di tutta la missiva era che il ragazzo aveva bisogno di vederlo con urgenza.
Trasse di tasca una chiave, andò a uno stipo e lo aprì: dentro vi erano vari sacchetti di talleri. Ne prese qualcuno. Sicuramente Konstantin si era messo in qualche guaio che non aveva il coraggio di confessare ai genitori. Probabilmente cercava di attirarlo a Berlino per intenerirlo facendo leva sull’affetto che nonostante tutto sapeva di suscitare in lui.
Poco male: questa volta l’avrebbe riportato indietro. Con la forza, se necessario. Quello stupido gioco di fare il poeta spiantato era già durato anche troppo a lungo.
Franz!” chiamò.
Si udì un tramestio, poi comparve il ragazzone in camicia da notte. “Eccellenza?”
Prepara tutto, domattina partiamo per Berlino.”
Sì, Eccellenza.”



Il giorno dopo, di buon mattino, Wilhelm von Kleist salì sulla carrozza portando con sé cinquecento talleri, il suo bastone animato, la sua spada e un paio di pistole cariche. Non che pensasse di fare chissà cosa, ma il tono della missiva di Konstantin non gli era piaciuto per niente, e non voleva rischiare di farsi cogliere alla sprovvista in nessuna situazione.
A cassetta con il cocchiere sedeva il suo valletto, al quale probabilmente sarebbe bastata la sola mano sinistra per ridurre all’impotenza il suo efebico nipote. Se il ragazzo si fosse ribellato ancora una volta alla voce del buon senso, avrebbe dato ordine a Franz di caricarselo in spalla. Ormai non ne poteva più di certi capricci da bambino viziato.
Sorrise fra sé e sé nell’immaginare la scena.
La carrozza si mise in movimento. Si lasciò in breve alle spalle la cittadina di Potsdam, e dopo un breve tratto di campagna giunse ai sobborghi di Berlino.
Da lì non fu difficile arrivare all’edificio in cui aveva trovato alloggio di Konstantin.
La carrozza vi si fermò proprio davanti, attirando lo sguardo di parecchie persone: non dovevano passarne molti, di esponenti della nobiltà, da quelle parti.
Nella curiosità generale, l’ufficiale scese e rimase a guardarsi intorno con i pugni puntati sui fianchi. Se quello fosse stato un acquartieramento per le sue truppe, avrebbe dato una bella strigliata a chi gliel’aveva messo a disposizione. “Franz!” chiamò.
Eccellenza?”
Va a vedere se c’è qualcuno in questa topaia.”
Sì, Eccellenza.” Il ragazzo salì i gradini che conducevano al portone d’ingresso e batté qualche colpo sulla porta.
Von Kleist nel frattempo osservava critico il palazzo: era un caseggiato di quattro piani, con la facciata di mattoni scuri e le finestre piccole. Qualche vetro era stato sostituito da tavolette di legno.
In generale aveva un aspetto umido e fatiscente, che non invitava certo a prendervi alloggio.
Se mai ce ne fosse stato bisogno, quella era un’altra conferma della necessità di portare Konstantin in ambienti più consoni al suo rango e alla sua cultura.
Nel frattempo, il portone si era aperto e sulla soglia era comparsa una signora di mezz’età corpulenta e bassa di statura, con un neo posticcio sulla guancia e un’elaborata parrucca di crine bianco. “Che cos’è questo fracasso?” inveì la donna, asciugandosi le mani arrossate nel grembiule che aveva addosso. Poi notò alle spalle di Franz la presenza della carrozza, ma soprattutto di von Kleist. Immediatamente si ricompose e omaggiò quest’ultimo di una riverenza. “Signor ufficiale...” disse ossequiosa.
Il colonnello si fece avanti e si presentò, poi chiese: “Abita qui Konstantin von Jagow?”
La signora rimase perplessa. “Von Jagow?” ripeté. Dall’espressione era piuttosto evidente che il nome non le diceva nulla.
Un giovane di circa diciott’anni, con i capelli rossi, snello, non particolarmente alto.”
La signora tirò fuori dai recessi del suo abito una lorgnette e squadrò con quella il colonnello, come se il vederlo attraverso le lenti avesse il potere di rendere più chiara la descrizione del misterioso inquilino. Infine disse: “L’unico che potrebbe corrispondere alla vostra descrizione è il signor Theophrastus.”
Theophrastus?” fece eco von Kleist perplesso.
La donna si sciolse in un sorriso affettuoso. “Un giovanotto che sta all’ultimo piano. Tanto beneducato e gentile. Non fa mai rumore, non disturba mai. Qualche volta non ha i soldi per l’affitto, ma io gli faccio sempre credito, sapete? E immancabilmente dopo qualche giorno lui mi paga fino all’ultimo Pfenning.”
Vorrei parlare con lui,” disse l’ufficiale. Tirò fuori dalla tasca un mezzo tallero d’argento.
Alla vista della moneta, la signora si illuminò in viso. “Vi faccio strada!” esclamò, e raccolte le gonne li precedette in un androne che sapeva di cavolo bollito e salsiccia di fegato.

Dopo innumerevoli rampe di scale, l’ultima delle quali ripidissima e piuttosto tarlata, arrivarono a una soffitta. Nonostante la stagione, il luogo era freddo e l’aria umida. Refoli di vento si insinuavano dalle finestre con i vetri rotti. Un piccione si alzò in volo con gran sbattere di ali al loro arrivo.
Ecco qua,” disse la signora, con un po’ di affanno per via delle scale. “Un posticino tranquillo e confortevole per un giovane studente.” Poi si avvicinò a una porta e bussò con discrezione. “Signor Theophrastus?”
Non le giunse risposta.
Strano,” constatò la donna, poi bussò in modo più energico. “Signor Theophrastus? Ci sono delle visite per voi!”
Konstantin!” subentrò il colonnello, “Sono io, lo zio Wilhelm! Apri la porta!”
Ma di nuovo rispose solo il silenzio.
Siete sicura che non sia uscito?” chiese l’ufficiale.
Sicurissima, Eccellenza. Probabilmente starà dormendo. Sapete come sono gli studenti: fanno tardi la sera, fanno baldoria, e poi...” Alzò gli occhi al cielo.
Il colonnello bussò di nuovo, poi provò ad abbassare la maniglia, ma la porta era chiusa a chiave. “Konstantin!” ripeté, “Apri! Sono tuo zio Wilhelm!”
Al protrarsi del silenzio, si rivolse alla signora: “Aprite quella porta!”
La donna tirò fuori dalle pieghe del vestito una chiave universale e fece scattare la serratura, quindi dischiuse l’anta e si affacciò all’interno. Subito si portò le mani al viso e strillò: “Mio Dio!”
Franz fece appena in tempo ad afferrarla prima che crollasse al suolo svenuta.

Von Kleist si affacciò a sua volta nella misera stanzetta: Konstantin giaceva immobile sul letto. Aveva visto abbastanza cadaveri nella sua carriera da capire con sicurezza che suo nipote era morto.
Fece qualche passo nella camera. Il ragazzo era posizionato su un fianco, con il capo abbandonato sulle coltri e un braccio che pendeva verso terra. I capelli color fiamma, sciolti, rendevano ancora più profondo il pallore dell’incarnato. Aveva addosso una camicia bianca, un paio di pantaloni color indaco, le calze e una sola scarpa. La marsina rosso scuro era appoggiata alla spalliera di una sedia.
Accanto al letto c’era un piccolo baule aperto e pieno di carte strappate. Sul pavimento, poco lontano dalla mano del giovane, si trovava una fialetta di vetro.
Si avvicinò, gli toccò il collo: la pelle era già fredda, non vi era più la pulsazione delle arterie.
Aggrottò le sopracciglia: perché mandargli quella lettera chiedendogli di raggiungerlo, se poi la sua intenzione era quella di uccidersi? O quello di uccidersi era stato un gesto impulsivo, dettato dal suo carattere irruente?
Si guardò intorno: la stanza era di una miseria sconcertante. A parte il letto, coperto da un semplice panno marroncino, gli unici mobili presenti erano una sedia e un tavolino con sopra una bugia. La candela doveva essersi consumata di recente, perché dal piccolo oggetto si levava ancora un lieve filo di fumo.
Sempre sul tavolino c’era l’abbozzo di una lettera indirizzata alla madre.
Dietro il letto c’era una finestra aperta, sul davanzale c’era un vaso di terracotta in cui cresceva una piantina di rose.
Sospirò al pensiero di quello che avrebbe dovuto dire a sua sorella.
Si avvicinò al ragazzo, lo osservò con più attenzione. La prima cosa che lo colpì fu la pace che sembrava distendere i suoi lineamenti. La fialetta di vetro suggeriva che per uccidersi avesse usato del veleno, ma nessun veleno di sua conoscenza regalava una tale tranquillità nella morte. Di solito il trapasso avveniva fra atroci dolori, in mezzo a sbocchi di sangue, vomito ed escrementi.
Konstantin invece sembrava un Endimione. Peraltro non c’erano né macchie ipostatiche né rigidità cadaverica, sebbene non vi fosse ormai più traccia di calore corporeo.
E la camicia. Era aperta fino alla cintura. Il ragazzo non l’aveva mai portata in quel modo, lo riteneva volgare. Scostò appena i lembi dell’indumento e notò al centro del petto, proprio alla fine dello sterno, una macchia scura. Una delle mani di Konstantin si trovava proprio lì, come se quell’alone fosse il segno di qualcosa che gli aveva in qualche modo provocato sofferenza.
Sotto il letto trovò la scarpa mancante, in una posizione in cui non poteva essere finita perché sfilatasi dal piede dopo la morte. Da quando in qua ci si suicida con una scarpa sola, pensò?
Guardò le carte a brandelli: erano fogli scritti. Tutto suggeriva che il giovane li avesse stracciati prima di porre fine alla propria esistenza.
Controllò in giro, guardò nel cassetto del tavolino, ma a parte la chiave della stanza non trovò nulla di rilevante, né soldi né oggetti preziosi.
Udì passi pesanti su per le scale e dopo un po’ si affacciò Franz, che osservò la scena, assunse un’aria costernata ed esclamò: “Eccellenza! Povero signorino...”
Quell’accorata constatazione ebbe il potere di spingere brutalmente von Kleist fuori dalla trincea di distacco che era riuscito a crearsi. Di colpo realizzò che il corpo lì steso era quello del bimbo che gli saltellava sulle ginocchia cantando ‘Hoppe Hoppe Reiter’[5] e del giovanotto per cui aveva immaginato una carriera nella Guardia. “Sì, povero signorino,” sospirò.
Lo rivide in uno dei suoi atteggiamenti favoriti: chino su un libro, la mano a sostenergli il volto, lo sguardo assorto. I capelli sciolti che gli ricadevano da un lato come una cortina di rame lucente.
Diede un’ultima occhiata al corpo immobile, poi trasse un secondo sospiro e disse: “Bene. Mettiamoci al lavoro, ci sono parecchie cose da fare. Vammi a chiamare la padrona di questo posto.”
Sì, Eccellenza.” Franz scomparve giù per la scala.

Rimasto solo, von Kleist prese tutti i brandelli di carta che riuscì a trovare, sfilandoli addirittura dalla mano gelida di Konstantin, e li ripose nel baule, poi prese il fazzoletto e con esso raccolse la fialetta di vetro, che poi si mise in tasca.
Guardò in giro una seconda volta, controllò anche le tasche della marsina abbandonata sulla sedia, ma non trovò nulla. Considerò fra l’altro che non c’era un Pfenning[6] in tutta la stanza, e che i miseri averi del ragazzo ammontavano a pochi vestiti, qualche oggetto da toeletta, una penna e un calamaio.
Rivolse una nuova occhiata al corpo. Konstantin si era suicidato per disperazione? Forse aveva pensato che nonostante la lettera nessuno sarebbe arrivato a soccorrerlo? Cosa gli aveva impedito, se era in tali ristrettezze, di tornare a Potsdam anche a piedi? L’orgoglio, forse? Ma allora perché scrivere quella lettera?
Scosse la testa: in quel suicidio c’erano parecchie cose che non quadravano affatto.
Sentì di nuovo i passi di Franz salire le scale. Alle sue spalle una voce femminile diceva: “Ah, no! Io lassù non ci torno per tutto l’oro del mondo! Signore Iddio, non dimenticherò quello spettacolo campassi mille anni!”
Arriva la signora, Eccellenza,” annunciò il valletto.
Vi ho detto di no!” si fece udire la voce della donna dal piano di sotto. “Io lassù non ci salgo. Venite voi quaggiù, Eccellenza, se volete parlarmi.”
Von Kleist emise uno sbuffo infastidito. Si avvicinò alla tromba delle scale e in tono severo chiese: “Come vi chiamate, signora?”
Hermine Pfannenschmied.”
Molto bene, signora Pfannenschmied. Io ho appena perso mio nipote. Fatemi il favore di non creare ulteriori turbative con le vostre paturnie.”
Il tono del colonnello convinse la signora a salire le scale senza replicare.
Quando furono faccia a faccia, von Kleist le disse: “Ora voglio che voi chiudiate la porta e la finestra di questa stanza e che non facciate entrare nessuno fino a che non verranno a prendere il corpo, cosa che succederà al più tardi domattina. Il ragazzo vi doveva qualcosa?”
La donna esitò.
Allora?”
Ecco… l’affitto del mese, Eccellenza.”
Von Kleist le diede un tallero d’argento. “Prendete questo. Se seguirete le mie istruzioni alla lettera, quando tornerò ve ne darò un altro.”
Alla signora Pfannenschmied si illuminarono gli occhi. “Oh, grazie, Eccellenza!” esclamò. “State tranquillo, vigilerò io personalmente: nessun altro metterà piede in questa stanza.”
L’ufficiale annuì soddisfatto e disse: “Franz, prendi il baule del signorino e portalo sulla carrozza.” Poi, rivolto alla donna: “Come vi ho detto, torneremo al più tardi domattina.”



L’incontro con la sorella era stato più straziante del previsto. Von Kleist aveva già avuto l’ingrato compito di recare simili annunci alle famiglie di giovani ufficiali caduti del suo reggimento, ma nulla l’aveva preparato all’abisso di dolore in cui era sprofondata Luise nel ricevere la notizia.
Non aveva versato una lacrima, non aveva emesso un suono. Era rimasta immobile, aveva rifiutato gli abbracci, si era lasciata scivolare addosso le parole di conforto. Solo i suoi occhi chiari si erano incupiti come laghi che in inverno si coprono di ghiaccio. Infine si era alzata dalla sedia lenta, solenne, già un’ombra dolente di quello che era stata. “Vado al roseto,” aveva annunciato con voce incolore, ed era scomparsa nel parco.

Osservò il bauletto che aveva preso nella camera di Konstantin. Un semplice contenitore di legno, del valore di pochi Pfenning.
Rivide il corpo adagiato, la miseria delle poche cose che lo circondavano, lo squallore della soffitta umida e sporca.
Nulla quadrava.
Il fatto che il ragazzo gli avesse inviato una lettera in cui chiedeva il suo aiuto ma poi si fosse comunque ucciso. Il contenuto della lettera: frasi sconnesse, senza apparente senso. Il contesto in cui aveva trovato il corpo: elementi che deponevano a favore di un suicidio ma altri che sembravano negarlo nella maniera più decisa.
Inspirò profondamente. Forse era il coinvolgimento affettivo che lo rendeva incapace di ragionare in modo razionale. Forse la morte assurda del suo nipote prediletto gli faceva desiderare e quindi immaginare che ci fossero persone a cui poter attribuire la colpa di quanto era successo.
Aprì il baule, rovistò immergendo la mano fra i brandelli di carta straccia. Potevano essere le sue poesie? Tirò fuori una manciata di frammenti, cominciò ad allineare sul tavolo i pezzetti di carta. ‘Mio caro Theophrastus,’ lesse su uno di essi.
Alzò le sopracciglia: dunque erano lettere. O perlomeno c’erano anche delle lettere in quel mucchio di frammenti.
Liberò completamente il tavolo, vi rovesciò sopra il contenuto del baule, stando ben attento a non perdere nemmeno un brandello. “Franz!” chiamò.
Subito comparve il valletto. “Eccellenza?”
Franz, va a preparare della colla arabica e poi portamela assieme a dei fogli di carta.”
Sì, Eccellenza.”

Era stata necessaria tutta la notte, ma alla fine von Kleist era riuscito a ricomporre il contenuto del baule, che stava finendo di asciugarsi incollato su fogli più grandi.
Osservò il risultato del suo lavoro. C’era un disegno che rappresentava una donna alata in posizione seduta, con una corona di fiori sul capo e un compasso in mano, circondata da svariati oggetti. Nella figura si vedevano anche un putto e un cane, un quadrato con dentro dei numeri e un solido dalla forma strana.
C’erano dei versi. Rime che in apparenza non avevano alcun senso, con espressioni come sole nero, lupo dei metalli o bagno dell’androgino.
Infine c’erano delle lettere. La grafia non era quella di Konstantin. Erano tutte indirizzate a Theophrastus e firmate da un certo Basilius. In esse si faceva riferimento fra le altre cose a una Grande Opera che doveva essere portata a compimento e a una Regina che l’avrebbe resa possibile. In tutte le lettere ricorreva una specie di sigla, V.I.T.R.I.O.L., che si trovava sempre prima della firma, al posto dei convenzionali saluti.
Se Konstantin era uscito di senno, quindi, non era rimasto solo nella sua follia: c’era perlomeno un’altra persona che aveva vaneggiato con lui, e che aveva scambiato con lui delle misteriose missive.
Immaginò che Basilius fosse un nome falso esattamente come Theophrastus, quindi non avrebbe avuto alcun senso andare a cercarlo. Non come Basilius, in ogni caso.
Uno scambio di lettere, ragionò, presuppone che ci sia qualcuno che porta le suddette lettere avanti e indietro. Sarebbe bastato trovare quel qualcuno.



Arrivò alla pensione della signora Pfannesnschmied proprio mentre stavano caricando su un carro la bara di Konstantin. Per l’occasione, la donna aveva indossato uno scialle nero, e in piedi sulle scale seguiva il feretro con un atteggiamento di serietà grave. Non appena lo vide sopraggiungere gli andò incontro e, a bassa voce per non turbare la solennità del momento, lo informò che aveva seguito le sue istruzioni alla lettera, e che nessuno poteva aver messo piede nella stanza che era stata del signor Theophrastus.
Molto bene,” rispose von Kleist.
La signora lo scrutò per vedere se era in arrivo il tallero promesso, ma l’ufficiale disse: “Ho ancora una cosa da chiedervi, signora Pfanneschmied.”
L’altra faticò per nascondere il disappunto che quell’ulteriore complicazione le comunicava, tuttavia chese: “Che cosa, Eccellenza?”
Il signor Theophrastus riceveva lettere?”
Sì, Eccellenza. Tutti i giorni.”
Chi le portava?”
Un ragazzo. Non lo conosco di nome.”
Ne ha portate in questi ultimi due giorni?”
No, Eccellenza.”
Von Kleist sollevò le sopracciglia. “Molto interessante,” constatò. “E il signor Theophrastus scriveva lettere?”
Sì, Eccellenza.”
Le consegnava a quel ragazzo?”
No, Eccellenza, quelle le portava il nostro Sepp.”
Posso parlarci, con questo Sepp?”
La donna era sempre più in apprensione per il compenso promesso che sembrava non arrivare. “Sì, Eccellenza.” La sua espressione diceva chiaramente: purché non gli venga in mente di darlo a Sepp, il mio tallero.

Grazie alle indicazioni del giovane garzone di nome Sepp, che in effetti aveva quotidianamente recapitato lettere da parte del signor Theophrastus, von Kleist arrivò a una villa circondata da un parco.
Il posto aveva uno strano aspetto fatiscente, i vialetti erano invasi dalle erbacce, le piante erano lasciate libere di crescere a loro piacimento. Qua e là si vedevano strane statue, isolate o in gruppi. Lo colpì un gruppo di quattro donne, ognuna in piedi su una sfera e con una specie di fiasco in equilibrio sulla testa. Più oltre c’era una grotta con l’entrata fatta come le fauci spalancate di un drago. L’ipotesi della follia condivisa si fece più consistente. Suo nipote era stato un ragazzo intelligente, ma ingenuo e cresciuto negli agi: quanto poteva essere stato difficile suggestionarlo o plagiarlo? Magari era venuto in contatto con le stranezze che stava vedendo e ancora inesperto del mondo, senza una guida che lo sostenesse, ne era stato risucchiato, perdendo in tal modo il senno.
Mentre stava così ragionando, la carrozza arrivò allo spiazzo davanti all’ingresso della villa e si fermò.
L’edificio, che aveva porta e finestre serrate, era nelle stesse condizioni del giardino. Se non fosse stato per un filo di fumo che si alzava da uno dei comignoli, si sarebbe detto abbandonato.
Al centro della facciata c’era un bassorilievo che rappresentava un serpente nell’atto di mordersi la coda.
Franz scese dalla carrozza e andò a bussare alla porta.
Passò forse un mezzo minuto prima che l’anta si schiudesse. Sulla soglia comparve un giovane uomo con i capelli neri e il volto soffuso di pallore. Non aveva l’aria di appartenere alla servitù.
Von Kleist scese a sua volta dal veicolo e si avvicinò. “Sto cercando la persona che si fa chiamare Basilius,” disse.
L’uomo si voltò verso di lui, lo squadrò con occhi così chiari da sembrare senza colore. Non parve particolarmente impressionato dal trovarsi di fronte un ufficiale della Guardia. “Con chi ho l’onore?” domandò.
Siete voi Basilius?” chiese di rimando von Kleist.
Forse. E voi chi siete, di grazia?”
Di nuovo si squadrarono. Nessuno dei due abbassò lo sguardo. Infine, l’ufficiale disse: “Il mio nome è Wilhelm von Kleist. E ora vorrei sapere il vostro.”
Rainer Brandt.”
Siete voi che vi fate chiamare Basilius?”
Sì. Posso sapere perché siete qui?”
Il giovane che si faceva chiamare Theophrastus è morto, e vorrei cercare di capire perché, dal momento che era mio nipote.”
La frase suscitò nel misterioso padrone di casa poco più di un’alzata di sopracciglio. “Mi dispiace molto,” disse dopo un po’, “e vi faccio le mie condoglianze per il lutto che vi ha colpito.”
Sapevate che era morto?”
Brandt abbassò gli occhi. “L’ho appreso adesso da voi.”
Lo conoscevate da molto?”
Qualche mese.”
Come mai quei soprannomi nelle lettere? Che cosa significano?”
Il giovane fece spallucce. “Un gioco fra noi.” Si accorse che von Kleist stava cercando di dare un’occhiata all’interno della villa e si chiuse la porta alle spalle. “La morte fa parte della vita,” disse poi. “Certo è penoso perdere un ragazzo così giovane. In quel modo, poi. Ma purtroppo sono cose che succedono, e bisogna farsene una ragione. Vi consiglio di darvi pace, cercare di ripercorrere i suoi ultimi momenti nella speranza di trovare una spiegazione al suo gesto sarebbe solo una pena inutile.”
Il colonnello fissò di nuovo negli occhi il suo interlocutore, poi annuì grave. “Ma certo. Vi chiedo scusa per il disturbo e vi auguro buona giornata, signor Brandt.”
Tornò alla carrozza.

Mentre il veicolo procedeva verso Potsdam, von Kleist rimuginava sulle parole del misterioso signor Brandt: Certo è penoso perdere un ragazzo così giovane. In quel modo, poi.
Non aveva mai detto in che modo era morto Konstantin.
E poi c’erano quei nomi strani, Theophrastus e Basilius, che Brandt aveva liquidato definendoli un gioco, e c’era in generale la sensazione che quell’uomo sapesse molto di più di quello che gli aveva rivelato.
Tutta la vicenda, del resto, a partire dalla lettera che Konstantin gli aveva inviato e finendo con il suo misterioso suicidio, se tale era stato, sembrava necessitare di una chiave di lettura, senza la quale era destinata a rimanere incomprensibile.
C’era un filo conduttore che univa tutti gli elementi in suo possesso, ne era certo, ma con le sue competenze da militare non riusciva a coglierlo. Ci voleva un altro tipo di sapienza.



Von Kleist si guardò intorno incuriosito: ogni volta che andava a fare visita al suo vecchio compagno d’armi, trovava qualche nuova meraviglia da ammirare.
Era costumanza che nei palazzi agiati ci fosse una Wunderkammer[7] piena di oggetti misteriosi provenienti da paesi lontani, ma la residenza di Johannes von Ruchel era diventata nel corso degli anni un’unica, immensa e fantastica Wunderkammer, dove scheletri di animali esotici si mescolavano con manufatti di popoli sconosciuti e conchiglie madreperlacee gareggiavano in splendore con minerali colorati.
Franz, che seguiva il colonnello a rispettosi tre passi di distanza con la cassetta e le lettere del povero Konstantin, come ogni volta si guardava intorno a bocca aperta, e di certo al ritorno da quella visita avrebbe intrattenuto il resto della servitù per giorni con i racconti di ciò che aveva visto.
Johannes?” chiamò von Kleist, procedendo con attenzione lungo un corridoio con due file di armature da samurai allineate lungo le pareti. Le orbite vuote delle maschere di lacca sembravano seguire il suo passaggio con disappunto, come se la sua presenza in qualche modo le disturbasse.
Johannes?”
Sono qui,” rispose una voce, “nella stanza dei fossili.”
Poi si udirono il raschiare di una sedia che veniva spostata e un passo claudicante, accompagnato dal ticchettio regolare di un bastone. “Eccomi qui,” disse un uomo sulla quarantina, di altezza media, vestito con una semplice camicia dalle maniche rimboccate e un paio di pantaloni scuri e impolverati. I capelli biondi erano legati in una coda. “Scusa la tenuta, stavo classificando delle ammoniti,” si giustificò. Poi si rivolse al valletto: “Salve, Franz. Come stai?”
Il ragazzo accennò un inchino. “Molto bene, Eccellenza, grazie.”
Beh, venite qui,” disse il padrone di casa. Poi, rivolgendosi a von Kleist: “Hai detto che avevi bisogno della mia sapienza, se non sbaglio.”
Sempre appoggiandosi pesantemente al bastone, precedette i due verso un salotto dove si trovavano un tavolino e delle poltrone. Fece cenno di sedersi e prese posto a sua volta. “Hai visto?” chiese a von Kleist. Batté con le nocche sulla sua coscia destra, producendo un rumore legnoso. “Questa volta hanno fatto il tutore secondo il mio disegno. Quando lo porto riesco quasi a camminare senza il bastone.”
Ti fa ancora male?” chiese von Kleist.
L’altro alzò le spalle. “Ormai sono passati più di dieci anni da Chotusitz[8], ci ho fatto l’abitudine. Quello che mi fa più male è che adesso la mia unica possibilità di servire il Reggimento è aiutarti con le traduzioni in latino.”
Eri il migliore di noi, se ti può consolare.”
Von Ruchel si limitò ad alzare di nuovo le spalle. “Allora, questa faccenda misteriosa?” chiese poi.
Si tratta di mio nipote Konstantin,” esordì von Kleist. Gli raccontò tutto, senza tralasciare il minimo particolare.
Alla fine gli porse la lettera del ragazzo.
L’altro la lesse con attenzione, poi rialzò lo sguardo e chiese: “Che tu sappia, tuo nipote si interessava di alchimia?”
Di che?” replicò von Kleist perplesso.
Alchimia. Solve et coagula, pietra filosofale, creazione dell’oro a partire dai metalli vili. Ti dice nulla?”
Von Kleist scosse la testa. Infine ripensò alla serata al Sanssouci e chiese: “Come quella tale von Pfuel e le sue figlie?”
Ah, quelle.” Von Ruchel fece una risatina. “Ne ho sentito parlare. Non so se lo sappiano creare, l’oro, ma di sicuro sanno come fare per accaparrarselo.” Poi, dopo una pausa: “Comunque, per tornare a noi, nella lettera del povero Konstantin ci sono chiare allusioni alchemiche. L’incipit è l’inizio della Tabula Smaragdina, e anche quella frase sulle cose nascoste che divengono manifeste è un chiaro riferimento all’Arte.”
Sarebbe?”
L’Arte, o Ars Regia, è l’alchimia. La Tavola di Smeraldo è uno scritto sapienziale attribuito a Ermete Trismegisto.”
Ne so quanto prima.”
L’altro sospirò. “È per dire che tuo nipote ha citato testi basilari di questa disciplina. Posso tenere la lettera per qualche giorno? Vorrei studiarla meglio.”
Fa pure.”
Von Ruchel indicò la cartella che Franz aveva sulle ginocchia. “E lì cosa c’è?”
Lettere che Konstantin riceveva da uno che si faceva chiamare con un soprannome. E che chiamava lui con un soprannome. Poi c’è un disegno strano.”
Tirò fuori la figura ricomposta.
È la Melancolia di Dürer,” disse von Ruchel dopo averla osservata. “Anche questa è un’immagine con chiarissimi riferimenti alchemici. Vedi, ci sono la scala a pioli che rappresenta le tappe della sapienza, la clessidra, gli attrezzi… e poi c’è un quadrato magico a sedici caselle, proprio qui sulla destra, sopra la donna alata.”
Von Kleist osservò la figura, poi si passò una mano fra i capelli emettendo un sospiro. “Tu dici che mio nipote aveva perso il senno?” chiese dopo un po’.
L’altro scorse le carte. “No, ma penso che si sia trovato in una faccenda più grande di lui.”
Che cosa, ad esempio?”
Non lo so, devo studiare meglio tutte queste lettere.” Sfogliò il contenuto della cartella e come parlando fra sé e sé soggiunse: “Sembra una specie di codice da decifrare. Questi nomi, Basilius e Theophrastus, hanno di certo un significato.”
Ci fu qualche secondo di silenzio. Von Kleist fece scorrere lo sguardo sugli innumerevoli oggetti che coprivano le pareti. Si fermò a fissare un’ampolla di alabastro di epoca romana.
Tu credi che si sia ucciso?” buttò lì.
Tirò fuori dalla tasca il fazzoletto nel quale aveva avviluppato la fiala di vetro, lo spiegò e mostrò il contenuto all’amico. “Hai modo di controllare se qui dentro c’è stato del veleno?”
Certo. Ci metto dentro qualche goccia d’acqua e poi la do a un topo. Dove l’hai presa?”
Era nella stanza di Konstantin, sul pavimento vicino alla sua mano.”
Von Ruchel alzò le sopracciglia. “Ah, in bell’evidenza.”
Già.”
Molto sospetto. Beh, fammi fare la prova in corpore vili e poi vediamo.”



Il mattino dopo, von Kleist ricevette un biglietto che diceva: “Il topo sta benissimo.”
A questo punto non c’erano più dubbi: Konstantin non aveva posto fine da solo alla propria esistenza. Era stato ucciso.
Chiamò il valletto, che subito comparve sulla porta. “Eccellenza?”
Fa preparare la carrozza, partiamo per Berlino.”
Sì, Eccellenza.”

La signora Pfanneschmied accolse il ritorno dell’ufficiale con sentimenti contrastanti: da una parte le dava fastidio che quel ficcanaso girasse su e giù per la sua pensione facendo commenti. La voce del suicidio era corsa, i suoi ospiti ne avevano parlato, e non certo in termini positivi. Qualcuno aveva addirittura ventilato l’ipotesi di cambiare pensione. A meno che non fosse rivisto il costo settimanale della stanza, ovviamente. Qualcun altro aveva parlato di passi e lamenti ai piani superiori. Aveva dovuto far venire il reverendo per benedire la soffitta, e le era costato ben cinque Pfenning di donazioni alla chiesa.
C’era da dire, però, a proposito di donazioni, che l’ufficiale le aveva già elargito fra una cosa e l’altra due talleri e mezzo, e quello era sicuramente un argomento a suo favore.
Si aggiustò la parrucca incipriata, si accertò che il finto neo fosse al suo posto all’angolo esterno dell’occhio, nella posizione che veniva definita La Passionnée, e andò incontro a von Kleist.
Caro signor ufficiale, che magnifica sorpresa!” esclamò, omaggiandolo di una riverenza.
L’uomo rispose al saluto, quindi senza preamboli disse: “Signora Pfannenschmied, ho bisogno di tornare nella camera del signor Theophrastus. Mandatemi lassù anche Sepp, per favore, ho delle domande da rivolgergli.”
La signora tirò fuori la lorgnette e lo squadrò dall’altro in basso, cosa che lasciò von Kleist perfettamente impassibile.

L’ufficiale tornò alla soffitta. Lo precedeva un garzone di circa sedici anni, con una zazzera scomposta di capelli color paglia e una pipa che spuntava dalla tasca della giacca.
Questi prese una chiave e aprì la piccola stanza. A parte il fatto che il corpo e gli effetti personali erano stati rimossi, tutto era rimasto esattamente come la prima volta che l’aveva vista. Von Kleist vi entrò e si guardò intorno, palpò le pareti e infine andò alla piccola finestra, la aprì e guardò fuori. Dabbasso, quattro piani più sotto, c’era un cortile lastricato nel quale stava passando un carretto. A parte le finestre dei piani sottostanti, da quella parte la parete non offriva appigli, ma a destra e a sinistra c’era il prolungamento del tetto. Una persona con una buona agilità avrebbe anche potuto camminarci sopra.
Vossignoria era parente di quel giovane, vero?” lo distrasse la voce del ragazzo alle sue spalle.
Von Kleist rientrò. “Sì.”
La signora ha detto che Vossignoria deve farmi delle domande.”
Il colonnello annuì. “Voglio sapere se è possibile andare sul tetto”.
Sul tetto?” fece eco il ragazzo, “E che ci va a fare Vossignoria sul tetto? A rompersi l’osso del collo?”
Tu dimmi solo se è possibile.” Gli mostrò una moneta.
Oh, beh...” Il ragazzo si grattò la testa. “La padrona mi ammazza se sa che ho portato Vossignoria in quel posto pericoloso.”
Sono stato sotto il fuoco nemico, le cose pericolose non mi spaventano.” Le monete divennero due.
Il ragazzo guardò rapido verso la porta, come se temesse di veder spuntare la signora Pfannenschmied all’improvviso, poi disse: “D’accordo. Accompagnerò Vossignoria dove vado sempre con Gretchen, ma non oltre.”

Lucido per le recenti piogge, spruzzato qua e là da qualche chiazza di muschio, il tetto ricordava la groppa squamosa di qualche animale mitologico, e di certo il suo andamento irregolare e i suoi fianchi ripidi non invitavano alla scoperta dei suoi anfratti.
Io l’avevo detto a Vossignoria,” disse Sepp notando l’espressione di von Kleist.
L’ufficiale considerò che il ragazzo aveva parlato di una certa Gretchen, quindi di qualcuno che andava in giro con scarpette e sottane lunghe. “Tu come ti muovi qui sopra?”
C’è un percorso. Per andare alla torre.” Indicò una torretta al centro del tetto.
È lì che vai con Gretchen?”
Il ragazzo si strinse nelle spalle. “Lì non ci disturba nessuno.”
Lo credo bene. Ora fammi vedere questo percorso. E avvisami quando passiamo sopra la finestra della stanza di Konstantin.”
Di chi, Vossignoria?”
Del Signor Theophrastus.”
A ben guardare, c’era in effetti un passaggio, più che altro uno scolo un po’ più largo degli altri con il fondo di rame verdastro, che serpeggiava lungo il tetto. Da quello era possibile, con una buona dose di coraggio e agilità, raggiungere gli abbaini che si affacciavano ai due lati.
Presso la finestra della stanza di Konstantin il muschio era raschiato via in qualche punto, esattamente come sarebbe successo se una suola avesse per un attimo perso la presa.
Ho visto abbastanza,” disse von Kleist, “ora torniamo dentro.”
Rientrò nella cameretta e andò al davanzale della piccola finestra, che controllò alla ricerca di tracce. Gli tornò in mente la frase della lettera: guardate con melancolia fuori dalla finestra.
All’inizio aveva pensato che ‘con melancolia’ si riferisse a un atteggiamento di mestizia, ma dopo aver scoperto che la stampa con la donna alata si chiamava in quel modo, era certo che ci fosse una correlazione fra le due cose.
Cercò donne alate, angeli, clessidre, scale, cani accucciati. Provò addirittura a mettersi nella postura torva e ingobbita della donna dell’immagine, ma non vide nulla di interessante.
Poi gli tornò in mente il quadrato magico: sedici riquadri, esattamente come quelli in cui erano suddivise le due ante della finestra.
Si avvicinò e notò che negli angoli della parte fissa c’era ancora un residuo dell’umidità della notte.
Sepp, vammi a prendere una tinozza di acqua bollente,” ordinò.
Vossignoria?” gli rispose la voce stupefatta del ragazzo.
Una tinozza d’acqua bollente, scattare!” ripeté con tono duro von Kleist, che non era abituato ai tentennamenti quando impartiva un ordine.
Il ragazzo scomparve giù per le scale e tornò poco dopo reggendo con precauzione una pentola fumante. Dietro di lui, la signora Pfannenschmied si lamentava a gran voce del pranzo mandato a monte.
L’ufficiale dovette faticare per reprimere un moto di fastidio. “Forza con quell’acqua,” disse soltanto, ignorando le proteste della donna.
Pose il recipiente sotto la finestra dopo averla chiusa. Subito i vetri si appannarono e nella parte fissa apparve in ognuno dei riquadri una lettera tracciata con le dita.
Carta e penna!” ordinò secco von Kleist.
Ma Eccellenza!” piagnucolò la signora Pfanneschmied.
Carta e penna, presto. Devo copiare quelle lettere.”
Riprodusse la sequenza e la posizione delle lettere disegnando anche la griglia nella quale erano inserite, poi tirò fuori il fazzoletto e sotto gli occhi stupiti del ragazzo cancellò dai vetri ogni traccia di scrittura.



La tappa successiva fu la villa misteriosa.
Questa volta fu von Kleist in persona a scendere dalla carrozza per bussare.
Dopo alcune serie di colpi sempre più energici, l’anta si schiuse lentamente e il volto pallido di Brandt fece capolino. “Ah, siete voi,” disse aggrottando le sopracciglia.
Noi dobbiamo parlare, Basilius,” replicò l’ufficiale per tutta risposta.
L’altro scosse la testa. “No, non c’è proprio niente di cui dobbiamo parlare.” Fece per richiudere la porta, ma von Kleist infilò il piede tra l’anta e il battente. “Non così in fretta.”
Il padrone di casa tentò di nuovo di serrare la porta, ma a questo punto subentrò Franz, che gliela strappò letteralmente dalle mani, mandandola a sbattere contro la parete.
Rainer Brandt si fece indietro, gli altri due lo seguirono all’interno dell’abitazione e il valletto riuscì ad afferrarlo per un braccio. Von Kleist si avvicinò.
Il padrone di casa diede qualche strattone nel vano tentativo di liberarsi. Ansava leggermente, continuava a guardarsi intorno. “Ho cercato di farvelo capire,” disse, “ma dovevo immaginare che il mio fosse un linguaggio troppo ermetico per un militare. Lasciate perdere, è meglio per voi. Dimenticate ogni cosa, nulla di ciò che avete in animo di fare riporterà in vita il ragazzo.”
L’ufficiale scosse la testa. Fissandolo negli occhi, lentamente gli disse: “Riportare in vita i morti non è in mio potere, purtroppo, ma assicurare alla giustizia gli assassini, sì. Farete meglio a dirmi quello che sapete con le buone, signor Brandt.”
Passarono lunghi secondi di silenzio.
Infine, l’altro emise un sospiro. “D’accordo, ma non qui.” Si guardò intorno con fare significativo. “I muri hanno orecchie.”
Von Kleist fece girare a sua volta lo sguardo nell’ingresso: una stanza oscura, dove la poca luce filtrava da tende di velluto mostrando una tappezzeria color sangue e pesanti mobili neri. C’erano varie porte, tutte chiuse, e strani dipinti alle pareti. Tra essi notò draghi a tre teste, creature di forma umana ma con ali di pipistrello, che sembravano l’unione di una metà maschile e una femminile, rappresentazioni del pio pellicano in atto di nutrire la prole e alberi che al posto dei frutti avevano dei dischi solari.
Lasciate stare, non è cosa per voi,” gli disse Brandt notando la direzione del suo sguardo. “Ci troveremo a mezzanotte presso il Teufelsee nel Grünewald, lontano da occhi e orecchie indiscreti. Poi però non voglio mai più sentir parlare di voi. E ora andate, siete già rimasto anche troppo tempo.”
Von Kleist fece cenno a Franz di lasciare il braccio di Basilius, quindi i due tornarono alla carrozza.



La notte era scura e senza stelle. Coperto da una spessa coltre di nubi, il cielo brontolava promettendo tempesta.
La carrozza procedeva lenta, preceduta dal chiarore tremulo delle lanterne. Sopra di essa, i rami degli alberi secolari si intrecciavano formando una coltre impenetrabile, che frusciava agitata dal vento.
All’interno dell’abitacolo, von Kleist sedeva poggiando il mento sull’impugnatura della spada. Di fianco a sé aveva le due pistole cariche. Quel Brandt non gli piaceva, e ancora meno gli piaceva il luogo dell’appuntamento.
Cercò di ricapitolare quello che aveva scoperto fino a quel momento: Konstantin era stato ucciso, ma qualcuno aveva allestito una messinscena per far credere che si fosse suicidato. Prima di morire, il ragazzo gli aveva mandato una lettera nella quale gli aveva lasciato delle informazioni in codice, quindi evidentemente sapeva di essere in pericolo.
Chi lo minacciava? E perché?
In quel momento echeggiò un colpo di pistola.
Un attimo dopo, i cavalli si fermarono nitrendo di fronte a un tronco buttato attraverso la strada.
Ci fu un secondo sparo, Franz rispose al fuoco, poi lui e il cocchiere saltarono giù dal veicolo.
Von Kleist scaricò la prima pistola dalla carrozza, poi scese con la spada sguainata e la seconda pistola nella mano libera.
Nel cono di luce delle lanterne, reso corposo dai fumi degli spari, saettò una sagoma scura. L’ufficiale sparò, si udirono un urlo e il rumore di un corpo che cadeva.
Si fece sotto un assalitore dal volto coperto, lo ingaggiò con una punta dall’alto, von Kleist parò e rispose con un tondo dritto. L’altro si fece indietro evitando il colpo, poi attaccò di nuovo con un fendente. L’ufficiale parò e rispose con un altro tondo dritto al corpo, riuscendo a tagliare la giubba del suo avversario.
Franz nel frattempo stava duellando con altri due uomini dal volto coperto. Un groppo di briglie girato intorno a un braccio, il cocchiere faceva del suo meglio per trattenere i cavalli, e intanto ricaricava un moschetto.
Von Kleist abbatté il proprio avversario, quindi si mosse per aiutare il valletto, ma vedendolo avvicinarsi i due assalitori abbandonarono la lotta e scomparvero nel buio, facendo perdere in breve le loro tracce. Il cocchiere puntò il moschetto nella direzione in cui si erano allontanati e fece fuoco, ma la palla si perse nella foresta.
L’ufficiale si scambiò un’occhiata col giovane servitore, poi rinfoderò la spada e si diresse verso il ferito, che era rimasto a terra ai margini del cerchio di luce. Quando l’uomo lo vide arrivare, trasse di tasca una scatoletta tonda che conteneva una specie di tampone, si strappò la camicia mettendo a nudo il petto e prima che chiunque riuscisse a fermarlo si premette sulla pelle il misterioso oggetto. Subito si contrasse, ebbe due sussulti e poi si accasciò immobile.
Von Kleist andò a prendere una delle lanterne e si chinò per controllare le sue condizioni, ma dovette constatare che era deceduto. Notò che dove il tampone l’aveva toccato gli era rimasta una traccia grigia simile a quella che aveva visto sul petto di Konstantin. “Dannazione!” ringhiò. Poi, rivolto a Franz: “L’altro è morto?”
Sì, Eccellenza. Mi dispiace.”
Lascia, tu e Rudolph avete fatto il vostro dovere. Aiutami a perquisirli, piuttosto, vediamo se troviamo qualcosa.”
Raccolse con un bastoncino il misterioso tampone e lo rimise nella sua scatola, che poi avvolse in un fazzoletto e ripose nella tasca della marsina.
Successivamente si infilò i guanti di capretto e con quelli addosso cominciò a inventariare le tasche del cadavere.
Non trovò assolutamente niente, nemmeno un Pfenning, un fazzoletto o altro. Era come se il suo aggressore avesse voluto deliberatamente presentare una tabula rasa a un’eventuale ispezione dei suoi effetti personali.
Gli aprì meglio la camicia, stando attento a non toccare l’alone grigio lasciato dal veleno, e vide che l’uomo aveva al collo una catenina da cui pendeva un piccolo contenitore di metallo. La staccò con cura e disse: “Va a vedere se ce l’ha anche l’altro, Franz.”
Il ragazzo fece un controllo e disse: “Si, Eccellenza. Ce l’ha anche questo.”
Bene, prendila. Controlla anche le tasche.”
C’è una scatoletta tonda, Eccellenza.”
Non aprirla. Non c’è altro?”
No, Eccellenza.”
Porta tutto qui e andiamo.”








[1] Grado intermedio fra cadetto e sottotenente.
[2] Battaglia della seconda guerra di Slesia che vide la vittoria prussiana.
[3] Altra battaglia della stessa campagna, di nuovo a vittoria prussiana.
[4] La ventiquattresima parte del tallero prussiano.
[5] Canzone infantile.
[6] La dodicesima parte di un Groschen.
[7] Letteralmente ‘Stanza delle Meraviglie’, da noi prende il nome di Gabinetto delle Curiosità: una stanza dove si raccoglievano oggetti strani come conchiglie, rettili impagliati, manufatti di altre culture e cose del genere. La pratica cominciò nel Rinascimento ma si diffuse particolarmente in epoca barocca.
[8] Battaglia della prima guerra di Slesia.

   
 
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