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Autore: John_Bunny_Smith    22/06/2017    1 recensioni
Lia è una ragazza normale. Tuttavia non le piace la sua vita e non le piace il suo carattere: vorrebbe vivere mille avventure e non avere paura della vita. Vorrebbe sconfiggere orchi e non stare a casa a litigare con i suoi. vorrebbe essere una ragazza forte, determinata e non introversa. Si costruisce perciò un mondo magico tutto suo, dove può essere chi vorrebbe essere e vivere nel modo in cui vorrebbe.
La storia è suddivisa in due momenti, quello nella vita reale e quello nel regno fantastico da lei creato.
Spero che vi piaccia, buona lettura:)
Genere: Fantasy, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Lia era seduta in riva al mare. Le lacrime le rigavano il viso rivolto all’orizzonte nero del mare notturno.
Dolore. Era come se il suo cuore fosse stato investito da un fiume di lava bollente, che ora stava dilagando il tutto il petto.
Pianse, pianse come non faceva da anni.
Ogni lacrima era un ricordo felice con lui, un’emozione, uno sguardo. Il loro primo incontro, il primo caffè insieme, la prima passeggiata romantica, il primo bacio. Finito. Era tutto finito. L’aveva tradita con una sua compagna di classe. Aveva buttato nel cesso tutto quello che avevano costruito in quei quattordici mesi in cui erano stati assieme.
Si asciugò gli occhi e si sdraiò sui sassi levigati, guardando il cielo, ma le lacrime tornarono a velarle gli occhi, impedendole la visuale. Li chiuse. E lasciò che il pianto silenzioso le solcasse le tempie infuocate, nella vana speranza di espellere la sofferenza in quel modo. Restò lì immobile, non seppe nemmeno lei per quanto tempo.
-Lia! Aspetta, posso spiegare! Lia!-
-Cosa vuoi spiegare, cosa?! Eh, sentiamo, Davide, cosa vuoi spiegare?! Su, avanti, forza! Prova a dirmi che mi ami, coraggio! Che lei non conta niente per te, che tutto questo è un errore! Dimmi che ci sono solo io, dimmelo!-
-Io…non posso…scusa Lia io…non volevo farti stare male, scusa, io…-
-Io ti amavo veramente, io…-
-Lia…-
-Addio-
-Lia!-
-Addio-
Pianse. Pianse come non faceva da anni. Pianse così tanto da far diventare solo un fantasma, un’ombra fugace, il motivo per cui stava piangendo.
Ce l’aveva fatta, aveva placato quel drago che si dimenava nel suo petto. Il respiro tornò regolare. Si sedette stringendo le ginocchia tra le braccia e scrutando il mare corvino. Le onde frangevano ritmicamente sulla riva e la brezza le portava alle narici l’odore del sale.
Decise di fare un bagno. Spogliandosi si rese conto che il vestito che indossava glielo aveva regalato lui. Fu un colpo al cuore, ma riuscì a tramutare il dolore in ribrezzo. Disgustata, prese l’abito, rimanendo in reggiseno e mutande, lo strappò, ne legò i brandelli ad un sasso e li lanciò in fondo al mare, ascoltando vittoriosamente il tonfo riluttante del mare d’inchiostro al contatto con quei vestiti macchiati di tradimento. Ce l’aveva fatta, era riuscita a non annegare nuovamente nel dolore.
Si tuffò, nuotando gloriosa sopra il relitto. S’immerse completamente, con gli occhi chiusi, allontanandosi dalla riva. L’acqua fresca la aiutò a farle tronare la mente lucida.
Si distese a pancia in su, osservando le miriadi di stelle incastonate nel cielo. Guardare le stelle l’aveva sempre rassicurata; sapeva che qualunque cosa fosse successa, loro sarebbero sempre rimaste lì, lontanissime dalle vicissitudini umane.
Lentamente iniziò a sentirsi allettata dalla dolce nenia della stanchezza. Nuotò fino a terra, ascoltando il sussurro dell’acqua contro il suo corpo. Ritornata a riva, si distese nuovamente, la pelle nuda a contatto con i sassi.
 
***
Lia tirò un sospiro di sollievo. Era finita, ce l’avevano fatta, avevano sconfitto i goblin.
Era stata una battaglia difficile, spietata. Sebbene i goblin non fossero creature molto forti fisicamente, erano molto agili,  sfuggenti e molto acuti; le loro guerre, infatti, si basavano principalmente su una tattica infallibile.
Erano stati colti di sorpresa, attaccati alle spalle da centinaia di quelle creature mentre stavano per arrivare alla locanda dove avrebbero cambiato i cavalli. Duecento goblin contro quaranta uomini ed una ragazza, vigliacchi. Eppure, i “compagni dell’albero inciso” erano riusciti a non essere sopraffatti dai quegli esseri malvagi. Era stata dura, molto dura, molti loro compagni erano rimasti feriti durante lo scontro e dopo un’ora di battaglia sembrava che lo scontro fosse ormai perso. La ripresa si era avuta quando Galeod, il migliore amico di Lia, aveva iniziato a lanciare frecce infuocate. Il crepitio del fuoco, infatti, copriva le frequenze su cui comunicavano i goblin, rendendo impossibile il parlarsi tra loro per sapere che tattica usare, determinandone una facile sconfitta. Certo è che era meglio non utilizzare il fuoco come arma, più volte avevano rischiato di appiccare un incendio così vasto da rimanere soffocati.
La guerra magica continuava ormai da anni, da quando gli orchi, cupidi di territori e di sangue umano, avevano iniziato ad invadere i territori degli uomini, una specie in minoranza nel mondo magico. A poco a poco quasi tutte le altre creature magiche, goblin, folletti, orchetti, gnomi, avevano iniziato ad allearsi con gli orchi, adulati dalle promesse ricchezza. Per riuscire a far cessare la guerra, un gruppo di impavidi ragazzi, i “compagni dell’albero inciso”, appunto, era partito alla volta del regno degli orchi del nord, e, una volta sconfitto il re, avrebbero riportato la pace. Gli orchi, infatti, non erano creature molto accorte e sarebbe bastato sconfiggere il capo per far crollare il loro regno.
Si contava che in meno di un anno sarebbero riusciti a raggiungere lo stato degli orchi, ma quelle continue battaglie contro orde di creature armate stava posticipando sempre di più la data.
Tutto a un tratto Lia avvertì un dolore lancinante al fianco sinistro. Vi appoggiò la mano, accasciandosi, e quando la tolse si accorse che stava perdendo molto sangue. Accadeva sempre così, appena l’adrenalina lasciava il corpo ci si accorgeva di essere feriti.
Si avvicinò al fiume che scorreva lì vicino, schivando i cadaveri di quelle immonde creature. Si tolse il corpetto in pelle e iniziò a sciacquarsi la ferita. L’acqua di un fiume sul quale si aveva combattuto una battaglia non era certo delle più limpide, ma al momento era l’unica disponibile. La testa incominciò a girarle vorticosamente. Si sdraiò sulla riva, tenendosi premuta la ferita con la mano e cercando di distrarsi per non sentire il dolore. Guardò il cielo stellato. Stonava un po’ tutta quella bellezza su quel campo di distruzione. Iniziò a vedere come se qualcuno avesse gettato su un disegno ad acquerello una secchiata d’acqua. Tentò di sollevare il capo nel tentativo di chiamare aiuto, ma le forze l’abbandonarono.
   
 
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