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Autore: EffyLou    25/06/2017    0 recensioni
Il mondo che crediamo di conoscere nasconde molti più segreti di quanti la mente umana possa mai immaginare.
Gerusalemme, 1752.
Sherazade ha diciotto anni, è la figlia di un rabbino e si è appena sposata con l'uomo dei suoi sogni. È pronta per la nuova vita di moglie devota e madre dedita.
Prima di raggiungere il suo sposo a Tel'Aviv, il suo cammino incrocia fatalmente quello di Sinbad.
Sinbad è una donna machiavellica e assetata di potere, ma non è la cosa peggiore: è un capitano pirata. Rapisce Sherazade, chiedendo un riscatto profumato a suo padre e a suo marito.
La ragazza verrà trascinata in una realtà fatale e ben lontana dalla sua.
La situazione precipiterà quando Sinbad verrà chiamata a partecipare alla caccia al tesoro tra pirati assetati di potere, il gioco più mortale e spietato mai istituito, l'idea sadica di un dio annoiato: il Rihala.
Il Rihala sarà una corsa contro il tempo e contro gli altri Capitani.
Sarà il viaggio tra luoghi considerati frutto della fantasia umana.
Sarà la caccia ad un tesoro che sembra irraggiungibile, tra indovinelli, mostri e battaglie navali.
Sarà la faida tra Capitani.
Sarà lo scontro tra due universi diametralmente opposti: Sinbad e Sherazade.
Genere: Fantasy, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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20 luglio 1752
Approdarono a Tarsis. Sherazade ormai riconosceva quel porto malfamato e quei marinai dai volti poco raccomandabili.
Aveva imparato che Tarsis era il covo dei pirati dell’Asia, in particolare di coloro che agivano nella zona di Rappresentanza presidiata da Sinbad. Tutti i pirati arabi e indiani lì presenti, anche se non viaggiavano col Capitano, erano pronti ad eseguire ogni suo ordine. Agivano sotto la sua bandiera.
Tarsis era quindi più la “base” di Sinbad, che di altri Capitani. Era casa sua, quasi. In particolare la locanda di Ankh, dove lei si appoggiava ogni qualvolta tornava al nido.
Durante il viaggio verso Tarsis, Sinbad non era uscita dalla sua cabina. A volte si vedeva Fiddatan levarsi verso il cielo e planare chissà dove.
Quando attraccarono, il capitano diede il preciso ordine di scaricare ogni cosa dalla Malika e ripulirla da cima a fondo. Ordini dati da qualcuno che esattamente non sapeva quando sarebbero ripartiti.
Alla locanda di Ankh, il ragazzone dietro il bancone scambiò qualche parola con Sinbad, in hindi.
«Ma quante lingue parla?» domandò a bassa voce Sherazade.
Aladdin gonfiò le guance, riflettendoci su. «La sua lingua madre, il farsi. L’arabo, l’ebraico, l’hindi. Oh, anche il francese e lo spagnolo. Poi dicono sappia parlare pure l’urdu e il somalo, ma io non l’ho mai sentita.»
«Come ha fatto ad impararne così tante?!»
«Sono anni che gira come una trottola. – sospirò. – Da quando ne aveva quindici. A diciassette è diventata Capitano della Rappresentanza.» le lanciò un’occhiata eloquente.
Sherazade guardò la persiana, che stava ridendo di gusto appollaiata sul bancone della locanda.
Una donna della Persia, giovanissima, e che da ragazzina aveva scalato la vetta e raggiunto l’elevatissima posizione di Capitano. Di lei dicevano che era una bastarda pazza e fortunata, dedita al narghilè, ma non poteva essere solo pazza o solo fortunata se era arrivata dov’era.
«Chi era prima?» osò chiedere.
«Chi era prima chi?»
«Sinbad.»
Aladdin alzò le spalle. «Una piratessa comune, direi.»
«Prima di diventare pirata?»
«Nessuno gliel’ha mai chiesto, non le piace parlarne. Forse solo quello stronzo di Alibabà lo sa. – disse a bassa voce. – Sai, in realtà a nessuno piace parlare del proprio passato prima di questa vita. Se ci siamo ridotti a fare i pirati, rischiando la vita e vivendo alla giornata, è perché quello che c’era prima faceva abbastanza schifo, principessa.»
Sherazade tacque.
 
 
 
21 luglio 1752
Quella mattina, Sinbad e gli altri si erano diretti alla biblioteca di Tarsis.
Con Shombay, Aladdin e Sherazade, il Capitano aveva portato anche uno dei pirati che la giovane israeliana non aveva ancora mai visto a bordo. Doveva avere circa una ventina d’anni, l’età di Aladdin, ma era più scuro di carnagione e i capelli erano più corti e neri.
Il ragazzo palestinese le spiegò che Jawaad era pakistano e che era il tesoriere di bordo, perché con i calcoli matematici era incredibilmente abile. Sinbad si fidava di lui, per affidargli la tesoreria, e l’aveva chiamato per un paio di mani ed occhi in più nella ricerca di strane montagne nel mondo.
Così, sparsi per la biblioteca, ognuno si dedicava alle ricerche riguardo le catene montuose del mondo. Cercavano la realtà prima della leggenda.
Verso sera, avevano eliminato la possibilità che si trattasse di diverse catene montuose. Il campo di ricerca si stringeva.
Tornati alla locanda, Sinbad parlò di nuovo col ragazzone dietro il banco.
Shombay bevve il suo liquore. Lanciò un’occhiata critica al bicchiere d’acqua che aveva chiesto Sherazade, e glielo strappò di mano.
«Bevi questo.» le passò il boccale di vino di Aladdin, con suo disappunto.
«Perché?»
«Non vorrai mica continuare a bere acqua! Il vino scalda il cuore, bevi.»
«Non mi piace, non lo voglio.» incrociò le braccia, imbronciandosi.
Come si permetteva quel negro a parlarle così, con tale confidenza? Non avrebbe bevuto il vino. Lei sapeva dove volevano arrivare quei porci arabi, farla ubriacare e poi fare le loro porcherie da cani!
«Assaggialo e basta, bagna solo le labbra.» mugugnò conciliante Aladdin, leggermente brillo.
«No.»
«Lasciala stare. – biascicò il ragazzo. – Quando vorrà, berrà. Nel mentre me la godo io. Dammi qua! Maledetto bisteccone.» riprese il suo calice di vino dalle mani dell’etiope
Sherazade apprezzò il gesto di Aladdin. Quel tono conciliante e tenero… lo guardò. Aveva le guance e il naso leggermente arrossate, gli occhi verdi brillavano febbrili, i ricci castani erano spettinati e disordinati sulla testa, un po’ sporchi. Inconsapevolmente, lo mise a paragone con Emmanuel. Avevano circa la stessa età, ma suo marito sembrava più vecchio. Aladdin aveva negli occhi la luce dell’eterna fanciullezza e del divertimento, era qualcuno a cui non dovevi dare spiegazioni di niente perché per lui potevi fare ciò che ti pareva. Era più bello di Emmanuel.
Sherazade si sorprese a pensare una cosa del genere, e scacciò quei pensieri. Non doveva permettersi: era sposata e, inoltre, Aladdin era un palestinese. Da sempre a Israele c’era la guerra per colpa loro. Gli lanciò un’occhiata colma di disprezzo che lui non notò neppure.
Sinbad fece il suo ritorno tra gli amici, volteggiando come una farfalla.
«Domani facciamo una ricerca sul monte Sagaramāthā.» cantò.
«Perché?» domandò Shombay.
«Cazzo, devo vomitare.» biascicò Aladdin, sporgendosi al lato del tavolo e rigurgitando tutta la cena. I pirati dentro la bettola partirono con uno scrosciante applauso ironico, e una delle cameriere si affrettarono a ripulire.
«A volte mi disgusti. – commentò l’etiope, facendo scoppiare a ridere il ragazzo, poi i suoi occhi neri tornarono su Sinbad. – Insomma?»
«Dicono che siano successi strani fenomeni. Chiunque abbia tentato la scalata è sparito, volatilizzato nel nulla.»
«Non ti salta per la mente che forse sono morti?»
«C’è qualcosa, lì. Noi lo studieremo e se troviamo qualche analogia con l’indovinello d’Iram, ci andremo, dannazione.»
«Ma perché vuoi tanto andare lì, adesso? Ti sei fissata.»
«Perché è lì.»
L’ermetica risposta di Sinbad. Le accadeva spesso, sentiva i fili del destino che la guidavano in determinate direzioni. Qualcuno le aveva detto che erano gli istinti di pancia, ma era qualcosa di più profondo. Qualsiasi cosa fosse, lei gli aveva sempre dato retta e era arrivata dove voleva.


Il giorno seguente, in biblioteca, avevano fatto diverse ricerche sul monte in questione, avevano chiesto informazioni agli abitanti di Tarsis riguardo i strani fenomeni che si diceva avvenissero.
Ma a Tarsis c’era gente di mare, che ne sapevano delle montagne? Quindi avevano infilato il naso nei libri.
Sagaramāthā, il dio del cielo.
Chomolungma, la madre dell’universo.
Nomi diversi per indicare la stessa cosa: quell’imponente montagna del Nepal.
Fu dopo pranzo, che Sinbad trovò ciò che cercava. Un libro imponente, la copertina cremisi rigida e rovinata, le pagine gialle. Non c’era il titolo, dovette sfogliare alcune pagine prima di trovarlo.
Le parole erano in sanscrito. Kālacakratantra.
Ebbe un brivido lungo la schiena, quando cominciò a leggere quel testo. Non conosceva bene il sanscrito, solo qualche nozione base, ma a grandi linee comprendeva ciò che era scritto nel testo.
Ciò che capiva era più che sufficiente a spaventarla.
«Ho trovato qualcosa!» urlò agli altri, oltre gli scaffali imponenti della biblioteca.
Tutti accorsero. Aladdin, Sherazade, Shombay, Jawaad.
Il primo diede un’occhiata al libro, ma subito lo liquidò con un gesto della mano.
«Sanscrito. Bleh!»
«Cosa dice?» domandò l’etiope.
Un lento sorriso trionfale si aprì sul bel viso di Sinbad. «Sagaramāthā ha un accesso segreto. – guardò Aladdin. – Un muro liquido. È scritto proprio così.» indicò le parole sanscrite sulle pagine ingiallite.
«Un acceso per dove?» chiese Sherazade, la fronte aggrottata.
«Shambala. Il regno Illuminato.»
«Il Sapere collettivo illumina i vapori.» recitò, sorridendo.
«Fino alla Torre di Giada. – continuò Sinbad. – E si dà il caso che a Shambala ci sia una torre di giada. – i suoi occhi si rabbuiarono improvvisamente, guardò Aladdin e Jawaad. – Però devo avvisarvi. Voi due, in particolare, non sarete i benvenuti.»
«Cosa? Perché?»
«È un regno di devoti al tantrismo, illuminati da Visnu. I musulmani in particolare sono considerati miscredenti e, per via di una profezia, anche usurpatori. Se verrete a Shambala con me, potreste non avere vita facile.»
Sherazade guardò Aladdin, poi Sinbad. Le parole della persiana le fecero intendere che ciò che aveva sempre pensato di lei non era vero: non era musulmana. E nemmeno Shombay, a quanto parve. Ma allora in cosa credevano?
«E gli ebrei?»
Sinbad si strinse nelle spalle. «Non dice nulla sulle altre religioni.»
«E chi non crede a niente?» uno sguardo indagatorio.
Il capitano non ci fece caso. «E a chi piace il cacao? E chi fa la pipì a letto? E chi fa troppe domande? La risposta è la stessa: non dice niente. Parla solo di tantrici e musulmani.»
Shombay si strofinò le mani. «Quando si parte?»
«Domani.»


 
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Angolo chiacchiere
Buongiorno! Giustamente pubblico capitoli all'ora di pranzo. GIUSTO COSì.
Ci tengo a rinnovare l'invito: se qualcuno è arrivato a leggere e sopportare(?) fin qui, vi chiedo di lasciarmi una recensione. Così saprò se sto facendo una completa cagata o meno, dai HAHAH
Ancora non siamo entrati nel vivo della vicenda, Sinbad sta ancora giocando in "solitaria", ma non sarà sempre così. Vedrete che presto conosceremo altri Capitani e tanti segreti. Man mano faremo anche un po' di luce sul passato della nostra capitana eheh~
Un'ultima cosina: mi trovate anche su Wattpad, in cui pubblico Rihala di pari passo con EFP. Ho postato anche un'altra storia, che qui non credo di poter mettere, e un'operetta stile Zibaldone dei poveri in cui appunto idee e approfondimenti e ROBE sulle opere pubblicate su Wattpad.
Ecco a voi: EffyLou.

Per ultimo vi ringrazio, a chiunque abbia letto fin qui questa storia ♥ e vi lascio con il fancast(?) dei personaggi principali visti fino ad ora, quindi Sinbad, Sherazade, Aladdin e Shombay. Chiedo venia per la qualità orribile delle immagini. Non sono capace a fare queste cose.

 
Sinbad ─ Cléo Pirés
 

Sherazade ─ Elle Fanning




Aladdin ─ Robert Sheehan




Shombay ─ Idris Elba


 
   
 
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