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Autore: Herondale7    27/06/2017    10 recensioni
I magici sono stati sempre temuti ed esiliati sin dalla Ripartizione nel Vecchio Impero. Sabriellen Jacklyn, una giovane ladra, entrerà in questa realtà più grande di lei in uno dei periodi più temuti nel regno dove vive. La guerra tra Neblos e Trule è difatti alle porte, e ciò che resta alla ragazza è fuggire per aiutare la sua famiglia frammentata; per perseguire in questa sua decisione dovrà compiere un gesto molto pericoloso: arruolarsi tra i pirati.
Genere: Avventura, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Prologo
 

Anno 275 Dalla Ripartizione, 2 Agosto. Shaka, Neblos.

Ero sul tetto di una casa in periferia disabitata da due giorni. I padroni di casa stavano facendo un viaggio ad Ephilia, nella capitale Mishad, per andare a trovare il figlio che si era trasferito da un anno; sarebbero stati via un paio di settimane. Sfortunatamente per loro si era venuto a sapere, perciò io e Joel cogliemmo l’occasione al volo.
“Sbrigati a scendere di lì, ti potrebbero vedere.” Disse lui.
“Agli ordini, signor capitano! Però scenderò con la capriola.”
“Eh no, non ci pro-”
Tutto inutile, ero già saltata cadendo con una capriola per evitare di spezzarmi le gambe. Ero quel genere di bambina a cui piaceva dimostrare che non sempre le cose maschili le potevano fare solo i ragazzi. A Joel questo spesso dava fastidio. Essendo più robusto non era agile quanto me e sarebbe stato colto con le mani nel sacco prima di riuscire ad allontanarsi, perciò compensava il mio aiuto nei furti prendendomi quando saltavo e tenendosi la refurtiva quando le guardie correvano dietro di me.
Ormai gli uomini in uniforme mi conoscevano bene, ogni volta che venivano a cercarmi mi perquisivano ma non trovavano mai nulla oltre qualche mela e la collana che avevo al collo.
“Grazie ancora Briel, non so come faremmo a casa senza di te.” Mormorò guardando il piccolo sacchetto in tela con le gemme preziose da rivendere e quello con l’oro in juta.
“Di nulla fratellone, ma adesso vattene prima che arrivino e questo pomeriggio rivendili, così non avrai nulla di cui preoccuparti. Salutami Elettra.” Sussurrai, poi abbandonammo entrambi il vicolo.
La sua famiglia era abbastanza grande, aveva una sorellina e un fratellino che conoscevo bene, mentre i loro genitori lavoravano spesso a corte dai Reali per racimolare qualcosa, ma non sempre la paga bastava a mantenere tutti e cinque. Joel era mio amico sin da quando indossavamo le pezze, quindi non mi spiaceva affatto aiutarlo ad arrotondare.
A differenza sua io ero figlia unica, quindi era come un fratello maggiore per me. I miei genitori erano delle persone speciali, sempre gentili e disponibili; nei momenti di carestia avevano già invitato a cena da noi diverse volte gli Shade, per evitare che restassero senza cibo. Lavoravano come mercanti, spesso facevano viaggi lunghi con mio zio, e io andavo a stare da mia zia in quei periodi.
Quella mattina quando rientrai a casa li vidi con le valige in mano, pronti per salpare. Mia mamma era indaffarata nel recuperare le ultime cose e infilarle nella sacca, mentre mio papà la attendeva un po’ seccato appoggiato allo stipite della porta d’ingresso.
“Janiris, dobbiamo sbrigarci, soprattutto oggi, che fine hai fatto?” disse papà irritato.
“Sono qua, Malik, e non ho dimenticato nulla stavolta.” Poco dopo si accorsero entrambi della mia presenza e mi salutarono velocemente.
Mia mamma tuttavia quando mi vide iniziò a frugare nella borsa alla ricerca di qualcosa di non meglio definito da darmi. Quando smise ne tirò fuori un chiave brillante, con delle decorazioni floreali; sollevò soddisfatta lo sguardo e si accorse che le stavo andando incontro. Anche papà si mise a guardarmi, e per un secondo vidi nei suoi occhi orgoglio.
Lei me la mise in mano e io la osservai meglio, era fatta d’argento e non era più lunga di sei centimetri, come una di quelle che aprono gli scrigni dei pirati che tanto immaginavo, ma era troppo piccola per poterlo essere. Sembrava invece esser fatta per aprire una piccola serratura, come di un lucchetto.
“Ecco a te amore mio, questo è un regalo da parte mia e di tuo padre. Apparteneva ad una ragazzina come te tanto tempo fa, ed è passato nelle generazioni.”
“Grazie mille mamma, è bellissima.”
“Puoi metterla nella collana che ti abbiamo comprato come ciondolo.” Suggerì mio padre. “Inoltre c’è qualcosa di speciale per te sul tavolo in cucina, ok tesoro?” io annuii.
Passata la soglia di casa mi venne in mente una cosa. Mi aggrappai alla tracolla di mamma e la tirai leggermente. “Tornerete per il mio compleanno, non è vero?” Lei si inginocchiò per parlarmi e nel frattempo mi sistemò il colletto della maglia.
“Certo che sì, nel frattempo puoi andare a stare dalla zia, l’ho avvertita già io ieri.” Lo disse con un tono un po’ più malinconico del solito, ma pensai che fosse solo una mia impressione. “Ti prometto che faremo una bellissima torta quando tornerò, ma ti raccomando, non perdere la chiave, ci è costata cara… per noi è molto importante che la abbia tu.” Non capii perché fossero così strani ma lasciai correre, in fondo mi facevano sempre mille raccomandazioni prima di andarsene.
“Fai tutto ciò che dice la zia Harriet, ok? Ci mancherai.” Disse papà inginocchiandosi anche lui.
“Pure voi.” Risposi, e dopo averli abbracciati andai in cucina a vedere cosa mi avessero lasciato.
Trovai proprio al centro del tavolo un piatto con sopra mezza ciambella con lo zucchero sopra. Solo Elettra la cucinava così, mi ripromisi di passare a ringraziarla prima di arrivare da mia zia, ma si fece tardi così rimandai all’indomani. Presi un borsone e ci misi dentro tutto l’occorrente per passare una settimana da mia zia, più qualche giocattolo in legno per far trascorrere il tempo. Prima di uscire di casa mi tolsi la collana e infilai la chiave come se fosse un ciondolo, poi la rimisi al collo.
Quando uscii di casa mi resi conto che il borsone pesava più di me. Fu difficile arrivare alla spiaggia dove stava mia zia senza cadere per via del peso, ma non voletti fermarmi per paura di addormentarmi dalla stanchezza in mezzo alla strada. Mi era già capitato diverse volte e non ci tenevo ad essere derubata. Insomma, dove si è mai sentito che un ladro rubi ad un altro ladro? Non ci dovrebbe essere una specie di patto tra di loro? Arrivata da mia zia ebbi il mio meritato riposo.
Come avevo promesso a me stessa, l’indomani andai a ringraziare Elettra e la aiutai a tenere impegnato suo fratello. Lei aveva sette anni, otto ad Ottobre, ma nonostante sapesse cucinare ciambelle buonissime, non era molto capace di trattare con i più piccoli.
Passarono due settimane dalla partenza dei miei genitori, e io passavo sempre più tempo al molo e alla via principale fuori città che in casa. Joel quando poteva mi teneva compagnia, ma dopo diversi giorni smise anche lui di attendere. Mia zia era disperata, incinta e sola, nemmeno lo zio era tornato a casa.
Il giorno del mio nono compleanno lo passai sola.
Dovettero passare quasi altre due settimane prima che venisse a bussare a casa di mia zia un messaggero. Sfortunatamente io ero in casa in quel momento. La zia mi disse di salire al piano di sopra e aspettarla lì, ma la mia curiosità premeva e non potei fare a meno di soddisfarla, così al posto di salire le scale di casa, scesi quelle della cantina che spuntava proprio sotto il salotto.
Sentii i passi distinti di due persone calpestare le assi sopra la mia testa e lo spostare di due sedie. Quando l’uomo iniziò a parlare non riuscii a tirare indietro le lacrime.
“Mi spiace davvero, signora Fathix, di doverle riferire delle così oscure notizie. Come messaggero di Shaka mi è stato detto di riferirvi le seguenti parole.” Ci fu qualche secondo di silenzio e sentii lo srotolare di una pergamena. “Come decretato dai referti medici, Janiris Farthix e Malik Jacklyn sono deceduti in data 14 Agosto a causa di intossicazione da gas provenienti dall’incendio della locanda dove avevano pernottato a Qraco, capitale di Egron.”
Potevo sentire le lacrime rigarmi il viso, ero bollente a forza di trattenere i singhiozzi. I miei genitori non sarebbero mai tornati, e tutto ciò che mi restava di loro era una bella chiave d’argento, una casa vuota che sarebbe stata venduta all’asta e infine me stessa.
Si sentirono due pugni sbattere con violenza sul tavolo per la rabbia. “Lei ha un’altra pergamena, la legga subito.” Mia zia non sembrava essere in sé. Un secondo suono di carta preannunciò la seconda lettura.
“Come decretato dal ritrovamento in mare del relitto della nave Fuonne, tutti i passeggeri sono stati dichiarati dispersi in mare.” L’uomo tacque, poi riprese. “Signora Farthix, mi sembra giusto dirle che non sono stati recuperati i corpi e che quelli di sua sorella e il rispettivo marito sono stati cremati.”
“Per quale stramaledetto motivo non avrò un singolo posto dove piangere i miei congiunti? Mio figlio e mia nipote dove andranno a pregare per i loro genitori?” la zia sembrava aspettarsi la morte di suo marito, ma non aveva intenzione di accettarla, così come le altre due.
Pregare? Mia zia non aveva capito nulla allora. L’unica cosa che mi passava nella mente in quel momento era che loro non sarebbero mai tornati, non sarebbero venuti per il mio compleanno. Mamma non avrebbe mai fatto la torta con me, eppure me lo avevano promesso. Come avrei passato la vita pensando che non li avrei più visti tornare?
“I due erano dei magici, lo hanno scoperto dai marchi ma, pace all’anima loro, i regnanti hanno decretato che essendo dei fuorilegge non meritassero la sepoltura.” Fece una pausa per prendere fiato. Allo stesso tempo mia zia scoppiò a piangere. I marchi erano, sono e saranno sempre qualcosa che condannerà il popolo dei magici.
Nel vecchio impero di secoli fa, venne allo scoperto, dopo un evento quasi mitologico, l’esistenza di persone con dei poteri incredibili, capaci di stravolgere la quotidianità e la vita di chiunque. All’inizio erano solo sette persone completamente scelte a caso dalla sorte che furono investite dalla magia, ma quando queste ebbero una famiglia, dei figli, si scoprì che la magia era ereditaria e che chiunque ne avesse nel sangue almeno una goccia sarebbe stato marchiato dalla stessa.
I nati dalle sette famiglie nobili avrebbero avuto il marchio della famiglia di appartenenza, mentre coloro che si mischiavano spesso agli umani avrebbero avuto un marchio comune: un pentacolo con un cerchio attorno, simbolo di protezione.
 “So che starà già soffrendo moltissimo, ma le devo chiedere dov’è la loro figlia, Sabriellen Jacklyn… La bambina non può restare nel regno, e se lei decidesse di accoglierla oggigiorno, questo rappresenterebbe un problema per lei e il suo futuro figlio. Se non erro mi sembra che lei sia incinta.”
“Non sapevo che facessero uso di magia, e in ogni caso la bimba ha solo nove anni, non ha alcun marchio, sarebbe ingiusto esiliare un essere indifeso! Non sa nemmeno se avrà davvero dei poteri!” disse alzando la voce gradualmente, nonostante questa fosse rotta dalle lacrime che stavano continuando ad essere versate.
Una bambina di nove anni, che presto o tardi sarebbe stata cacciata dal regno. Ecco cosa ero. Dovevo solo aspettare che spuntasse il marchio, a meno che non venissi cacciata prima. Loro mi avevano parlato dei magici, ma non mi avevano mai detto di esserlo anche loro, e per questa mancanza non sapevo che ne avrebbero fatto di me. Dato che ero una possibile magica non avrei nemmeno ereditato casa mia, non avrei avuto nulla di ciò che apparteneva ai miei genitori.
“Non la vedo da settimane, mia sorella aveva deciso di non farmi affaticare con Sabriellen, sono in dolce attesa. Probabilmente sarà a casa di alcuni amici di famiglia.”
A quel punto mi permisi di andarmene, avevo sentito abbastanza. Uscii dal retro della casa e corsi fuori città, fino alle spiagge dopo il bosco. Non dissi più una parola, piansi solamente, in silenzio, e come unica confidente con me c’era la tristezza. Qualche ora dopo smisi, avevo sete ed ero accaldata. Mi asciugai le lacrime e tornai a casa dei miei genitori, ma la trovai vuota.
Era così vuota che rispecchiava perfettamente il modo in cui mi sentivo dentro. Sembrava aver perso lo stesso colore acceso. Non c’era nulla della mia famiglia, niente di niente, era stata saccheggiata dalle guardie prima di essere messa all’asta. Per terra, accartocciato, raccolsi il disegno fatto da mia madre della nostra famiglia, un ritratto con il carboncino che rappresentava noi tre.
Lei amava disegnare, i suoi soggetti preferiti erano gli animali dei boschi, e anche noi a volte, la sua sola famiglia. Per tutta la casa c’erano stati quadri, una volta, dipinti con colori accesi, ma adesso rimaneva solo quel piccolo disegno sgualcito all’estremità. Almeno era ancora integro.
Lo raccolsi e vidi che guardando più attentamente si intravedevano dei segni dalla scollatura di mia madre e dalla camicia di mio padre, o meglio, dei marchi. Erano sempre stati lì, ma io non me ne ero mai accorta. È incredibile quanto poco ci si renda conto delle cose, quando non se ne sa nulla. La verità era sotto i miei occhi e io ero stata così cieca; chissà perché nascondermi tutto ciò.
Lo conservai nella tasca dei calzoni e mi misi in cammino per tornare a casa da mia zia. Per la strada molte donne piangevano disperate, alcune erano già vestite di grigio e nero, come prevedeva il lutto. Due donne giovani uscirono di casa contemporaneamente e corsero l’una incontro all’altra. Una delle due teneva per mano una bambina di giusto un paio di anni.
Solamente quando fui più grande capii che nel mio egoismo quel giorno non avevo pensato che la nave Fuonne aveva a bordo anche molti altri uomini e ragazzi di Shaka e dintorni. Non ero l’unica ad aver perso qualcuno. La gente moriva ogni giorno, che per un motivo, chi per un altro, chi giovane e chi vecchio, ma non c’era alcuna differenza tra un morto e un altro. Il dolore delle persone che lo amavano è lo stesso.
Quando arrivai la vidi intenta a fare le pulizie e riempire una valigia, lo sapevo bene dopo anni, che la prima era l’unica cosa che le svuotava la mente. Mi poggiai alla porta della camera e quando si accorse di me dissi la prima frase dopo ore di imperterrito silenzio. Tutt’oggi non cambierei quelle parole.
“Sento un grande vuoto dentro. Non so cosa farò adesso. Sai zia, sembra tutto così silenzioso e vuoto, ogni singola cosa che abbiamo fatto finora che senso ha avuto? Io non-” mi uscì un verso strozzato. “Io non volevo che morissero.” Lei posò la felpa che aveva in mano, si girò e mi fissò. Dopo un po’ pianse e mi strinse a sé, come se questo potesse farli tornare, o far sì che lo zio fosse ancora vivo.
Magica o no, non mi sentii mai così impotente come in quel momento.
 

Angolo autrice:
Ciau genteh, sono sempre io a rompere, come al solito dopo tempi di attesa epocali ricompaio a fine capitolo.
Come vi è sembrato questo inizio? come avrete ben capito è un flashback dell'evento che ha segnato la mia protagonista per la vita. 
Spero che abbiate letto attentamente, certe cose potrebbero essere più chiare solo avanzando nella lettura.
Aggiorno una volta a settimana, stavolta seriamente ;)
Buona lettura :)

Herondale7

 
  
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