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Autore: mylinkinday    29/06/2017    1 recensioni
"In fisica, un sistema isolato è un sistema posto così lontano dagli altri da non interagire con loro, oppure un sistema chiuso che non ha scambi con l’ambiente circostante. È un sistema perfetto, in equilibrio, costante.
Mi chiamo Mitch e non sapevo di vivere in un sistema isolato."
Mitch non è un ragazzo come gli altri, non lo è mai stato. Perso nei suoi pensieri, cerca di attraversare la giornata senza perdere contatto con la realtà, aiutato dal suo migliore amico Cameron. In un ordinario giorno di scuola, un'apparizione sconvolgerà la sua esistenza, trascinandolo in una spirale di follia.
Sei sicuro di saper distinguere la realtà dall'immaginazione?
Genere: Azione, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Sistema isolato
Mitch
Primo capitolo


 
In fisica, un sistema isolato è un sistema posto così lontano dagli altri da non interagire con loro, oppure un sistema chiuso che non ha scambi con l’ambiente circostante.
È un sistema perfetto, in equilibrio, costante.
Mi chiamo Mitch e non sapevo di vivere in un sistema isolato.
 
Il vento soffia tra le dita della mia mano, fuori dal finestrino, chiudo gli occhi per godermi la sensazione. Adoro la primavera.
I pigri raggi di sole, che mi accarezzano il viso come a salutarmi dopo i mesi invernali, balenano fra gli alberi mentre la macchina cammina sulla strada.
Le nuvole in movimento sopra di noi, quasi riesco a sentirle.
La brezza porta il profumo delle sempreverdi.

“We were running still, had the whole world at our feet…” canto tra me e me.
“Hai detto qualcosa?” Riapro gli occhi e mi giro verso Cameron, seduto al volante.
È il mio migliore amico, ci conosciamo da sempre.
Ragazzo particolare, dai capelli ricci e scuri e un sorriso perenne da orecchio a orecchio.
Gli sorrido tranquillo e scuoto la testa, tornando a gardare fuori.
“Canticchiavo, giusto per rilassarmi. Dovresti farlo anche tu qualche volta.” Finisco la frase appoggiando la testa alla portiera della macchina, per respirare meglio l’aria primaverile.
Annuisce.
“Agli ordini!” Lascia andare il volante, mettendosi le mani dietro la testa, e chiude gli occhi.
La macchina inizia a sbandare. Afferro il volante con un urlo e la riporto in carreggiata.
E quello se la ride!
“Ma che ti ridi che hai rischiato di farci uccidere?!” Gli urlo contro mentre riprende possesso della macchina.
Torno a sedermi al posto del passeggero, il piede destro sul cruscotto, per poi appoggiare il gomito sul ginocchio e reggere la testa con la mano.
“Mi hai fatto venire un infarto!”
“Esagerato... giù i piedi da là. Se lasci l’impronta, mio padre mi uccide. Non posso macchiare la sua bambina.”
Mi giro a guardare fuori dal finestrino , sto per perdermi nel paesaggio quando Cameron inchioda, facendomi sbalzare in avanti. 
Se gli sguardi potessero uccidere...
“Ho detto di non mettere i piedi sul cruscotto. Siediti dritto e mettiti la cintura.” Mi impartisce ordini indicando la cinghia.
Obbedisco sbuffando, attacco l’aggancio e gli faccio la linguaccia.
“Contento?”  Si allunga verso di me, tenendo (con mio sollievo) una mano sul volante e mi mette un dito nell’orecchio per infastidirmi.
Gli do una spinta.
“Ora sono contento.”
“Fai schifo.”
Ridacchio fra me e me, mentre accendo la radio.
Non parte nessuna canzone. A volte questa radio non prende bene, bisogna aspettare un po’.
Oggi ha deciso di fare le bizze, quindi la spengo.

“Cam, ti sei mai chiesto quale sia il senso di quello che facciamo?” Scrolla le spalle.
“Perché me lo chiedi?” Fisso lo sguardo sugli alberi che ci sfilano accanto come girasoli di Van Gogh.
“È solo che, a volte, mi chiedo se non stia andando avanti solo per abitudine.
Insomma, qual è il mio scopo, il nostro scopo?
Perché siamo messi in un mondo senza volerlo e agiamo in modi che noi non controlliamo, anche se ci fanno credere il contrario?
Saltiamo da azione ad azione, correndo indefinitivamente verso una meta inevitabile e non possiamo fermarci, perché non ce lo permettono.
Ma se ci fermassimo a pensare... sì, se ci fermassimo solo un minuto a pensare, allora l’eternità scorrerebbe intorno a noi e non ce ne accorgeremmo.
Non riesco a smettere di pensare.
E più penso, più i pensieri si susseguono senza un ordine preciso e mi assalgono come onde nere del mare in un giorno che non si distingue dalla notte. E intanto la vita va avanti, ma per me si ferma.
Insomma... non ti capita mai di pensarci?”
Concludo il mio discorso alzando le braccia in aria e mi giro per attendere una risposta.
Cameron mi osserva con un sopracciglio alzato.
“Mitch, ma stai bene?”
Annuisco.
“Stai parlando incoerentemente.” Lancio una risata scettica.
“Davvero? È incoerente il mio pensiero? Oppure sei tu che non riesci a coglierlo? Come si fa a determinare la coerenza di un pensiero, dopotutto?”
“Be’, un pensiero è incoerente se non segue una logica o si contraddice.”
Mi giro sul sedile per guardarlo meglio.
“Ma la logica la mia riflessione ce l’ha, potrebbe però non coincidere con la tua.
È solo che i pensieri vanno così veloci che non riesco ad afferrarli tutti, a volte sono costretto a saltare dei passaggi che per me sono ovvi, ma per gli altri non lo sono.
È frustrante, quando le persone non prendono in considerazione il tuo percorso mentale.”
“Le persone non possono leggerti la mente.”
“Lo so, lo so. Ma non hanno bisogno di leggermi la mente per capire, basta che si fermino quel minuto a pensare, che si abbandonino alla corrente, e voilà: tutto ha senso e nulla lo ha contemporaneamente.
Tutto perde di significato e le parole ‘tempo’ e ‘spazio’ non hanno alcun valore.
Sì, sai cosa vogliono dire, ma non le percepisci, rimangono sulla lingua ma non ti entrano dentro.
Ed è a quel punto che diventi affamato e desideri.”
“Affamato? In che senso?”
Alzo gli occhi al cielo, oggi devo spiegargli proprio tutto.
“Affamato, hai fame di cibo per la mente.” Alza un dito per bloccarmi.
“Ah-ah! E qua ti fermo io! Stai citando i Twenty One Pilots, ho ragione?”
Metto una mano sul cuore.
“Solo quest’ultima affermazione, lo giuro. Il resto è parto del mio cervello.”
Sorride sornione, poi sospira sonoramente.
“E sì, lo sospettavo. Mi dispiace Mitch.”
Aggrotto le sopracciglia.
“Soffri di una non tanto rara malattia: si tratta di un grave caso di rêverie. Fortunatamente, hai accanto a te un buon compagno, un genio oserei dire, che ti può tenere ancorato a terra prima che i tuoi pensieri ti facciano volare via.”
Sorrido pensando a ciò che ha detto. Dopo qualche minuto di riflessione, riprendo la parola.
“Sarebbe così brutto? Volare via con i miei pensieri, intendo.”
Alza gli occhi al cielo.
“Mitch, non puoi vivere nei sogni. La vita reale è là fuori, devi imparare a riconoscere la differenza.”
“La realtà è solo frutto delle nostre percezioni, che guarda caso sono gestite dal nostro cervello.
Quindi dove sta veramente la realà? Là fuori?” Chiedo indicando fuori dal finestrino. Porto lo stesso dito sulla tempia.
“O qui dentro?”
Cameron assume un’espressione di finta sorpresa.
“Wow, non me n’ero mai accorto! Saranno coincidenze? Io non credo. Qui ci sono di mezzo gli illuminati!” Si porta le dita, unite a triangolo, sull’occhio destro.
Gli do un pugno sul braccio quando si mette a ridere.
“Bravo, bravo. Svaluta le mie idee!” Scuote la testa.
“Non sto ‘svalutando’ le tue idee. È solo che tu pensi troppo.”
“Non è un male.”
Alza le spalle.
“Potrebbe diventarlo. Ricorda: in medio stat virtus.”
Ritorno a guardare il paesaggio.
Il silenzio cala fra di noi, viene interrotto solo dal fruscio delle ruote sulla strada.
Superiamo il ponte, che divide la zona residenziale dalla più affollata zona centrale, dove persone tutte uguali, con sorrisi tutti uguali e movenze in sincrono si sorpassano dirigendosi verso il lavoro, lo studio, il negozio, dovunque debbano andare.
Presenza anonime in una cittadina del Maine, non tanto piccola da essere chiamata paese, ma neanche tanto grande da avere una qualsivoglia importanza nazionale.
Una di quelle città in cui ci sono più scoiattoli che persone - ma va bene, perché la maggior parte delle persone ha la forma di una canzone pop ripetitiva: un quadrato formato da una linea che continua a percorrerene il perimetro - e così a Nord da far parte a stento del territorio degli Stati Uniti d’America, tant’è che gli abitanti più a sud ci chiamano ‘Canadesi mancati’.
Non so se sentirmi insultato o esserne orgoglioso.
Probabilmente non mi sento in alcun modo, perché io, nato e cresciuto nella stessa casa, in verità non vi appartengo. Forse non vi sono mai appartenuto.
Perso ancora una volta nel labirinto dei miei pensieri, non mi accorgo della macchina che accosta davanti a un edificio color crema, che prigione non è anche se lo sembra, saran le sbarre alle finestre o il metal detector all’ingresso.
Ultimo anno di liceo, per noi due. Tre alle spalle e questo da finire, da sopravvivere.
“Che hai a prima ora?” Mi chiede Cam attraversando la hall per raggiungere il suo armadietto.
“Storia. Tu?”
“Letteratura. Non vale, ultimo anno di liceo e lo devo passare lontano dal mio migliore amico.”
Faccio una smorfia.
Il suo aiuto è stato l’unica ancora di salvezza a cui mi sono aggrappato l’anno scorso per essere promosso, non perché non sappia studiare da solo, ma perché trovo il programma estremamente noioso e ripetitivo.
Alzo lo sguardo per cercare rassicurazione nel suo, ma vedo che è deluso quanto me.
Cerco di rallegrarlo. Se c’è qualcosa che non sopporto più della noia è scorgere tristezza negli occhi del mio migliore amico.
“Guarda il lato positivo: sei in classe con Leslie. Hai una cotta per lei praticamente da quando sei nato. Magari, questo è il karma o chi per lui che ti sta dando una possibilità.”
Ridacchia.
“Potresti avere ragione, Mitchell Davis. Non tutto il male vien per nuocere, vero?”
Annuisco convinto.
La campanella suona, ora di andare in classe. E io non ho nemmeno preso i libri.
Corro a prendere l’occorrente, ancora con il fiatone mi siedo al mio posto poco prima che entri il professore.
“Buongiorno ragazzi e ragazze. Questi sono gli ultimi mesi del vostro ultimo anno e...”
...e io smetterò qui di ascoltarti. Non perdo molto. Alla fin fine, posso studiare la storia da solo, sul libro, tanto ciò che è già successo non cambia.
Osservo i miei compagni di corso.
Adolescenti assolutamente normali.
Ragazzi nel bel mezzo della pubertà, che mostrano sul viso il risultato di squilibri ormonali che si stabilizzeranno in un anno o due, e ragazze con il viso come tela, il sorriso della gioconda e i colori della pop-art su labbra e occhi.
Tutti assonnati, tutti simili al precedente come al prossimo.
Mi ritrovo ancora una volta a guardare attraverso il vetro per cercare un minimo di libertà.
In quel mare di normalità semi-riflesso dalla finestra, scorgo una figura dai capelli del colore del Folk e gli occhi appartenenti a una strada notturna senza lampioni né stelle.
È così familiare e sconosciuto allo stesso tempo.
Mi osserva, lo guardo di rimando.
È un ragazzo più o meno della mia età, né troppo alto, né troppo basso, apparentemente come gli altri, ma con quel je ne sais quoi che lo distingue dalla massa.
Non ho il tempo di catturare il pensiero che la persona, con un battito di ciglia, scompare, riportandomi al mio precedente stato di rêverie.
  
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