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Autore: dimest    29/06/2017    0 recensioni
La mia era una vita deprimentemente tranquilla e normale, finché una sera sono incappata in qualcosa di spaventoso che mi ha trascinata con sé in un mondo che mai avrei immaginato, ma nel profondo ho sempre voluto.
"Qui è la vita stessa che ti offre una seconda occasione e sta a te scegliere di afferrarla o lasciarti andare [...]."
"Le scelte che farai, d'ora in avanti, ti porteranno a combattere al fianco della morte; dovrai essere abbastanza forte da sopravvivere agli eventi, ma, soprattutto, a te stessa."
Genere: Angst, Azione, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 2

 

Al mio risveglio capisco già di non essere a casa nel mio letto.
L’odore che sento è fresco ma allo stesso tempo forte, talmente tanto da darmi il capogiro e, di sicuro, differente a quello a cui son abituata: sa di ammoniaca e di limone, al cui si aggiunge poi una sfumatura di lavanda che, molto probabilmente, proviene da fuori la finestra lasciata aperta; l’insieme crea un miscuglio di fragranze che proprio non riesco a tollerare. Oltretutto i miei sensi sembrano essere amplificati, l’odore che sento sembra arrivarmi direttamente giù per la gola, irritandola e acuendo un principio di mal di testa.
Cerco di mettermi a sedere e, per quanto ci provi, non ho abbastanza forze in corpo da riuscire subito nell’intento. Mi ci vogliono alcuni tentativi anche solo per tirarmi un poco più su ed appoggiare meglio la testa sui cuscini. Avverto fitte di dolore in ogni parte del corpo e ho paura di quanti possibili lividi abbia collezionato.
< Non è stato un sogno. > è tutto quello a cui riesco a pensare.
Ovviamente l’avevo già realizzato sul campo mentre cercavo di tenermi in vita, ma continua ad essere un’esperienza troppo surreale per parere vera.
In più, da quando ho riaperto gli occhi, mi sento terribilmente a disagio, come se ci fosse qualcosa di terribilmente sbagliato, e il senso di estraneità non aiuta a calmarmi. Così mi guardo intorno con aria indagatrice soppesando con superficialità i dettagli che riesco a scorgere.
La stanza ricorda vagamente quella di un ospedale: muri dipinti di un chiarissimo celeste, alcune brande vuote dalle lenzuola candide ed immacolate con paraventi a confinare ogni letto. Addirittura vedo spuntare l’asta metallica di una flebo al mio fianco. Il colore trasparente del sacchetto è identico a quello usato negli ospedali.
Decido di seguirne il percorso, soffermandomi sulla cadenza delle gocce cristalline, poi percorro la linea del tubicino finché lo vedo terminare al mio braccio, più specificatamente nella parte interna del gomito.
Improvvisamente realizzo e, spaventata, scatto a sedere cercando di togliermi l’ago dalla vena, ma sono sopraffatta da una forte fitta allo sterno che ferma un mio qualsiasi impulso. Prendo dei bei respiri profondi, anche se mi causano altro dolore, e tento di calmarmi per non peggiorare i possibili danni che riporto.
Devono essere le costole che molto probabilmente mi sono rotta durante lo scontro.
Mi tasto il fianco e solo ora mi accorgo delle fasciature sul busto, attorno al braccio sinistro e anche ad una caviglia (suppongo) dal momento che non riesco a muoverla. Osservo i lividi violacei sulle braccia: da dove parte la fasciatura c’è un grosso ematoma interno al braccio, mentre su quello in cui ancora è attaccata la flebo pare essercene una costellazione.
Guardare nuovamente la parte interna del gomito mi riporta alla realtà ed alla situazione assai astrusa in cui mi trovo. Non ho il tempo di contare i danni subiti, devo andarmene alla svelta da qui e, proprio quando sto per strapparmi l’ago dalla vena (imprecando contro ogni divinità esistente e non), qualcuno entra nella camera.
– Ti sei svegliata finalmente. – esordisce lo stesso uomo che ho visto poco prima di svenire.
– Chi sei tu? E che ci faccio io qui? – domando impaurita. Tutta questa situazione non mi piace: prima vengo massacrata da una creatura misteriosa e poi mi rapiscono. – Tanto per chiarire i miei genitori non sono ricchi. Se hai intenzione di stuprarmi invece…–
– No, aspetta Fermati un attimo. – m’interrompe l’uomo avanzando di qualche passo con una mano alzata. Alla sua azione, indietreggio rischiando quasi di cadere dal letto. Lo fisso come se in mano stringesse un’arma insanguinata, così lui arresta ogni suo movimento. – Non ho quel genere d’interesse nei tuoi confronti e noi non siamo quel tipo di persone. Puoi stare tranquilla su questo punto. –
– Allora perché sono qui? Chi siete voi? E cosa mi state facendo? – chiedo con insistenza alzando il braccio a cui è attaccato il tubicino trasparente.
Ad ogni minuto che passa la situazione pare degenerare. Prendo atto di dettagli nuovi e tutti mi sembrano terrificanti. Voglio piangere, mettermi ad urlare, tornare a casa dalla mia famiglia e rintanarmi sotto le coperte per non uscirne mai più.
Che cosa ho fatto di male al mondo per meritarmi una fine simile?
– Quella che ti stiamo iniettando in corpo è morfina, serve ad alleviare il dolore delle varie fratture. Hai riportato ferite cui è stato necessario intervenire facendoti assumere dei medicinali per contrastare il veleno del demone. –
– Demone? – domando basita.
– Quello che hai visto ieri sera era un demone di rango C. Non sono creature molto potenti e, solitamente, non attaccano da soli, anzi sono soliti spostarsi in piccoli gruppi. Quello di ieri è stato un caso raro, potremmo definirlo ambiguo. Potrebbe averti seguita o essersi separato dal gruppo quando ha percepito il tuo odore… Ancora non lo sappiamo con certezza.– mi spiega brevemente lui.
Sono una serie d’informazioni senza senso per me. Lui rimane fermo nello stesso punto ed io non mi sento minimamente più tranquilla.
– Aspetta… Ieri sera? –
– Se è per la tua famiglia che ti stai preoccupando, allora non vi è motivo di farlo. Li abbiamo avvertiti noi che saresti stata via sia stanotte sia la notte scorsa. – mi risponde con tono saccente, come se questa fosse la situazione più naturale del mondo.
In parole povere hanno soggiogato la mia famiglia con qualche strano trucco perché non c’è modo che i miei genitori ed i miei fratelli si possano fidare di costoro e lasciarmi in mano a dei perfetti sconosciuti. Questo significherebbe che non mi amano, che a loro non importa nulla di me, ma, per quanto mi sia convinta della loro indifferenza verso i miei sentimenti e stato d’animo negli ultimi mesi, voglio credere di essere ancora importante.
– Cosa? Come? –
– La versione ufficiale è che ti sei fermata a dormire a casa di un’amica. Tua madre è stata alquanto sorpresa nel sentirlo, ha fatto delle domande, ma poi ha acconsentito. Starai qui anche stanotte, finiremo di curarti e domattina potrai tornare a casa. – m’informa brevemente, poi resta fermo come se stesse riflettendo o ascoltando qualcosa che solo lui può udire, infine annuisce e torna a concentrare la sua attenzione su di me. – Ora devo andare, tornerò più tardi a vedere come stai e a rispondere alle tue ultime domande. – mi comunica percorrendo velocemente la camera fino a trovarsi davanti alla porta. – Cerca di riposare. – dopodiché esce ed io rimango di nuovo sola.
– Strano tipo, vero? – borbotta Magic tutto ad un tratto, ricomparendo al mio fianco, fissando anche lui la porta.
Annuisco, incapace di formulare una frase di senso compiuto. Ho così tanti dubbi in testa che, se dovessi aprir bocca ora, temo uscirebbero tutti nello stesso istante.
Non posso fare a meno di chiedermi se questa situazione non sia il frutto della mia galoppante immaginazione. Da sempre desidero un po’ di avventura nella mia monotona vita, ma questoquesto è decisamente troppo.
Mi corico nuovamente cercando di ignorare le fitte e l’ago nella parte interna del gomito, non potrei andare da nessuna parte malandata come sono, in aggiunta l’uomo mi ha detto di non essere interessato a me in quel senso e che non corro alcun pericolo; voglio credergli nonostante continui a conservare una nota di scetticismo. Se avesse voluto farmi male, non avrebbe avuto a cuore il mio stato d’animo né tanto meno la pazienza di rispondere alle mie domande. Non mi fido di lui, ovvio, ma ho paura di andare là fuori da sola, non dopo aver subito un’aggressione simile.
Il tempo pare trascorrere lentissimo e senza musica o internet o un libro davanti, mi annoio presto. Potrei dormire oppure fare mente locale di tutti gli eventi verificatesi finora, ma il mal di testa pare potrebbe aumentare se anche solo provassi a pensare alla causa per cui sono finita qui dentro.
Osservo i lividi sulle braccia, ne traccio i contorni con lo sguardo senza osare toccarli: sono orribili e creano un contrasto sgradevole con la carnagione pallida. Poi porgo l’attenzione alle bende poco più in basso. L’uomo ha parlato di veleno, probabilmente è entrato in circolo quando quel mostro ha lacerato la pelle ma, presa com’ero dalla situazione, non mi sono accorta di nulla ed è forse stata quella la causa del mio svenimento. Lascio andare un sospiro e Magic si fa più vicino.
– Che stupida. – mi riprende con aria strafottente.
Sbuffo e cerco di non porre troppa attenzione alla sua frecciatina; sono ormai abituata alle sue parole e so per esperienza che l’unico modo per evitare di arrabbiarsi è non dare importanza a quello che dice.
– Scema. – canticchia lui.
– Smettila. So di essere stata un’idiota a non accorgermi di cosa accadeva al mio corpo in quel momento, ma rinfacciarmelo ora non mi è di alcun aiuto. – ribatto, fissandolo arcigna.
Lui stira la linea della bocca guardandomi di rimando: lo fa in segno di sfida ed io non voglio perdere. È un gioco che facciamo da sempre, il premio in palio è il mio orgoglio.
Mi gira intorno continuando a fissarmi. Vorrei riuscire a farlo sparire in momenti simili.
Qualcuno bussa alla porta e il gioco s’interrompe.
– Scusami, ti disturbo? – domanda una ragazza dai capelli lunghi di un bel rosso mogano, elegantemente legati in una treccia e dagli occhi chiari cerchiati da un sottile strato di matita.
È vestita di nero, gli abiti aderenti nei punti giusti ne risaltano il fisico tonico. Più la guardo e più m’incanto, così decido di spostare l’attenzione sulle lenzuola, sistemandole sul bacino e nascondendo le braccia.
– No, tranquilla. – le rispondo imbarazzata, rimettendomi nuovamente a sedere. Non so chi sia o che cosa voglia; potrebbe essere una sociopatica (e, considerati gli ultimi eventi, non ne sarei sorpresa) o una pazza venuta a torturarmi, ma ora non m’importa. Sono sopraffatta dal mix di pensieri e medicinali per darle vera importanza.
Lei si avvicina, occupa posto sul lettino a fianco al mio e mi sorride. È un sorriso dolce, molto simile a quello che mi rivolgeva Giorgia i primi tempi in cui avevamo iniziato a socializzare. Il cuore mi si stringe al ricordo, mi volto a guardare i piedi che s’intravedono da sotto le coperte.
– Ti starai chiedendo chi sono, cosa ci fai qui e tante altre cose, immagino. –
Il mio silenzio è un tacito assenso. In verità nemmeno io conosco con precisione il cosa voglio sapere: le domande sono così tante che si affollano l’una sull’altra e nessuna è più importante delle altre, ciò crea solo più confusione.
– Partiamo dal principio, ti va? Il mio nome è Athena e sono una grande amica di Lucky, nonché sua partner. –
Al mio sguardo confuso le scappa una breve risata.
– Oddio, non dirmi che non ti ha detto nulla. – mi guarda attentamente ed io scuoto la testa in senso di diniego. – Allora temo dovrò partire proprio dalle basi, anche se non penso tocchi a me farti questo genere di discorso poiché solitamente se ne occupa chi ha salvato il marchiato. – m’informa lisciandosi una ciocca di capelli e spostandola dietro l’orecchio.
Restiamo in silenzio per qualche minuto, il passare dei secondi scandito dal suo orologio da polso. Non l’avevo notato prima, forse perché il cinturino nero si confondeva con l’abbigliamento.
– È strana. – sussurra Magic, al che gli schiocco un’occhiataccia che lo costringe a stare in silenzio.
– Cos’è un marchiato? E, chi è Lucky? – le domando incuriosita.
– Vuoi dirmi che non si è nemmeno presentato? – di nuovo scuoto la testa e lei sorride divertita. Probabilmente non sta ridendo di me, ma non posso fare a meno di sentirmi a disagio. – Lucky è il ragazzo che ti ha aiutato la notte scorsa, a primo impatto può sembrare scostante e difficile, ma sa prendersi cura delle persone a lui care; con lui non avrai nulla da temere. – gli occhi verdi paiono brillarle e in un istante diviene ancor più bella.
< Dev’essere innamorata di lui. >
– Per quanto riguarda i marchiati, invece, sono persone prese di mira da un demone inferiore. Quest’ultimo è innocuo ed ha il solo compito di marchiare, appunto, coloro la cui depressione li ha portati a desiderare la morte, ma che, per qualche arcano motivo, non hanno ancora compiuto l’atto di suicidio. –
L’ascolto senza quasi respirare. Le braccia paiono, d’improvviso, scottare e mi sento talmente inadeguata da voler scomparire, oppure da voler correre lontano, rintanarmi in qualche angolo buio e compiangermi. Sapevo perfettamente di non essere l’unica al mondo a provare questo tipo di sentimenti, eppure è difficile stare ad ascoltare le persone quando ne parlano e mantenere un atteggiamento scostante.
– Non devi aver paura o sentirti a disagio. Qui siamo tutti simili: ognuno ha la sua triste storia che non vuole raccontare a nessuno, ma che lo rende un perfetto candidato per stare in questo posto. –
Mi chiedo quale sia la sua triste storia. Da quel viso sereno e dallo sguardo luminoso non traspare nulla, sembra quasi il tipo di persona che ha avuto tutto dalla vita. Al contrario io, ogni volta che mi guardo allo specchio, vedo solo l’ombra della me stessa di alcuni anni fa. Probabilmente percepisce i miei pensieri perché mi appoggia una mano sopra la mia in segno di conforto; solo ora mi accorgo di star stringendo le lenzuola.
– So bene che tutto questo ti sembra strano e senza senso, ma vedrai che ti ci abituerai presto. –
– È permesso? – domanda un ragazzo sull’entrata.
– Oh Drew, ti stavamo aspettavamo. – gli risponde lei allontanando la mano.
< Togli quel noi perché di certo io non lo stavo aspettando. Insomma: chi è questo? E, ti prego, basta incontri per oggi, questa giornata è già sufficientemente strana. > penso arrogantemente mentre sulla pelle avverto l’eco del suo tocco e mi trovo stupidamente a desiderare di essere confortata ancora da lei.
Magic ride di gusto, mentre il mio astio nei suoi confronti continua a crescere; non lo sopporto quando si fa beffe di me.
Drew si avvicina al letto: ha i capelli di un biondo dorato con un taglio moderno ad incorniciare il viso squadrato, gli occhi azzurri risplendono man mano che ci viene incontro con il corpo stretto da una tenuta simile alla ragazza di fronte a me.
– Ciao. – mi saluta.
Per tutta risposta lo guardo aspettando che qualcuno professi qualche altra frase.
– Drew è il mio novizio e ti farà da guida nei prossimi giorni. – m’informa Athena presentandolo. – Drew questa è la novizia di Lucky. È qui da meno di un giorno quindi trattala bene. –
Novizia? – domando mentre un brivido freddo mi corre giù per la schiena.
E adesso cos’è questa storia?
Più resto confinata in questo letto e più mi sembra di essere rinchiusa in un dannato incubo (molto reale) dal quale non riesco a svegliarmi.
– Magari si tratta di una qualche setta satanica o di un programma top-secret a cui sei stata ammessa a tua insaputa. – scherza Magic, ma il suo commento, invece di farmi ridere, mi rende solo maggiormente nervosa.
– Chiamiamo novizi tutti quei ragazzi nel primo anno della “crescita”. Ora ti spiego… –
Ma non fa in tempo a cominciare a parlarmene che dalla porta compare Lucky. Ha lo sguardo torvo, la mascella contratta e i suoi occhi sono fissi su Athena.
Lei si fa improvvisamente piccola, mentre l’uomo avanza nella stanza, pigola uno “scusa” quando lui si ferma ad osservarla dall’alto del suo metro e novanta; la situazione pare degenerare ogni momento che passa. Li guardo confusa, aspettandomi una qualche spiegazione ma loro m’ignorano totalmente. Solo Drew mi rivolge uno sguardo comprensivo ed un sorriso amichevole, forzato però dalla tensione nell’aria.
– C’è qualcosa che non va per caso? – chiedo.
Magic sogghigna al mio fianco, un’espressione che col tempo ho imparato a decifrare come un “proprio non riesci a farti gli affari tuoi”, così gli scocco un’occhiataccia.
Finalmente ottengo l’effetto sperato: tutti si voltano verso di me dandomi l’attenzione voluta fin da quando Athena è stata costretta ad interrompersi.
– In parte. – espira Lucky a braccia conserte. – Potreste lasciarci soli? –
Senza proferire parola, sia Drew sia Athena, si alzano dal letto ed escono piano dalla stanza. Improvvisamente attorno a noi viene a crearsi un silenzio opprimente; Lucky sospira prima di mettersi a sedere sul mio letto. Le domande affollano la mia testa e proprio non saprei da dove iniziare a chiedere.
Quando sento il suo peso sul materasso, la prima reazione che ho è quella di spostarmi fino al bordo del letto. Imbarazzo ed incertezza mi opprimono lo stomaco; con Athena ero quasi riuscita ad abituarmi a tutta quest’assurdità, ma con lui da sola nella stanza non riesco a stare calma: l’ansia dell’ignoto mi divora le membra lasciandomi in uno stato di allarme perenne.
Deve avvertire la mia tensione perché si alza nuovamente in piedi per poi adagiarsi nello stesso punto dove stava la ragazza poco prima. Sbuffa con una nota di stanchezza, si passa una mano tra i capelli bruni tirati indietro dal gel e mi guarda, aspettando che mi calmi, poi prende la parola: – Non so fin dove Athena si sia prodigata a raccontarti di ciò che succede qui, ma non era compito suo farlo. Come tuo tutore ho il dovere di starti accanto, quindi se avrai qualche domanda da fare, d’ora in avanti, vieni da me e non chiedere a nessun altro, intesi? –
Faccio un breve cenno con la testa e lui, di rimando, annuisce compiaciuto attendendo la valanga di domande che sono pronta a porgli.
– Dove mi trovo? – è l’unica fra le tante cose che voglio sapere che abbia davvero importanza. Lucky poi potrebbe allargare la risposta facendo chiarezza su altri miei dubbi, giusto?
– In una stanza d’infermeria per i novizi. Nulla di cui devi preoccuparti, qui troverai un personale organizzato e pronto a fornirti le migliori cure. –
< Questo l’avevo capito da me. > penso.
– Ok, ma dove mi trovo esattamente? –
Lui sospira, spostando il peso in avanti, i gomiti poggiati sulle ginocchia con le dita incrociate sotto il mento. – È complicato. – enuncia.
– Te l’avevo detto: setta satanica o programma top-secret. Io voto per il programma. – sogghigna Magic alle mie spalle, nascondendosi dalla vista dell’uomo.
– Non è nulla di preoccupante, tranquilla. – si affretta Lucky a rassicurare quasi avesse udito Magic blaterare. – La nostra può essere considerata una società ben organizzata, una comunità d’individui simili tra loro che combattono contro demoni o mostri molto somiglianti a quello che hai affrontato tu. Finché rimarrai qui, non avrai nulla da temere; nessuno ti farà del male. –
– Quindi non potrò più uscire da qui senza che sia attaccata da un demone? – gli domando con il panico che traspare nella voce.
È vero, la mia vita non era perfetta e molte volte ho pensato a come sarebbe stato piacevole andarsene da questo mondo che tanto odio, ma nemmeno nelle mie più fervide fantasie, mi sarei mai immaginata un epilogo simile.
Sento gli occhi bruciare e non posso impedire a qualche lacrima di cadere. Non vorrei mostrarmi così debole di fronte ad uno sconosciuto, non voglio che mi prenda per una piagnucolona, ma cosa posso fare? Le possibilità sono ben poche: vivere da reclusa per il resto della mia vita o uscire con il rischio d’imbattermi di nuovo in un demone (e non è detto che in quell’eventualità qualcuno venga in mio soccorso).
– Ti daremo tutto il supporto necessario per condurre una vita il più possibile normale, tuttavia non possiamo assicurarti che in questo modo sarai salva da qualsiasi altro attacco. Purtroppo una volta che si viene a conoscenza dei demoni, la tua vita cambia in modo radicale. – fa una breve pausa ed il peso delle sue parole mi schiaccia dentro; per me ormai non c’è alcuna via di fuga.
Vorrei solo mettermi a piangere ed urlare, vorrei poter tornare indietro nel tempo e cancellare la serata appena trascorsa. Lo vorrei più d’ogni altra cosa.
Arpiono la stoffa delle lenzuola tra le dita, stringo forte fino a far diventare le nocche bianche mentre una paura sorda riempie ogni cellula del mio corpo; sapere cosa ti ucciderà e non poter far nulla per impedirlo è terribile. Conosco il nome ed il volto del mio assassino, ma, per contrastarlo, ho solo un paio di mani vuote.
– In verità una soluzione ci sarebbe. Ti avverto che non sarà semplice e, se deciderai di intraprendere questa strada, sarà per sempre. – m’informa Lucky qualche secondo dopo.
Ha il volto serio e gli occhi mi scrutano attentamente. Se non fossi così confusa e spaventata dal mio futuro, probabilmente lo sarei per questo suo cambio di tono.
– E cioè? – gli chiedo mentre tento di fermare le lacrime.
– Puoi scegliere di combattere. –


 


Salve a tutti.
Eccomi di nuovo qui a distanza di quache anno. 
Ho deciso di riprendere in mano le mie storie e portarle a compimento.
Non ci sono giustificazioni per la mia assenza, ma spero ugualmente che il capitolo vi sia piaciuto.
Grazie mille a chi ha letto ed apprezzato.
Ci "vediamo" presto con il prossimo capitolo.
(Come sempre ricordo che se avete una qualche critica positiva, neutra o negativa da farmi, è sempre ben accetta).
Dimest.
   
 
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