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Autore: Amatus    01/07/2017    2 recensioni
Mastro Titta fu il boia di Roma, fu così famoso da divenire simbolo di tutti i boia che operarono in città nei secoli. Mastro Titta nacque Giovanni Battista Bugatti e questa è la sua storia, la storia di Vanni e di come conquistò il suo titolo sanguinario.
[...] C'è stato un tempo in cui le rivoluzioni sembravano lontane e i cuori battevano lenti per adattarsi al ritmo delle stagioni che si avvicendavano pazienti, in un susseguirsi rassicurante e infinito. La vita di mio padre sembrerebbe ad un uomo di questi giorni lunga un secolo e anche più. Altri nomi sarebbero venuti in seguito reclamando il proprio tributo, ma al tempo ero solo Vanni e la vita mi bruciava in petto come la giovinezza
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Genere: Introspettivo, Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Yuri
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza | Contesto: Rivoluzione francese/Terrore, L'Ottocento
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Il destino di un boia

 

La bella che guarda il mare
tralala tralala tralalala
Aspetta il suo cavaliere
Tralala tralala tralalala
La bella che è prigioniera
tralala tralala tralalala
Ha un noma che fa paura
Libertà libertà libertà

 

Capitolo I

 

C'è stato un tempo in cui le rivoluzioni sembravano lontane e i cuori battevano lenti, per adattarsi al ritmo delle stagioni che si avvicendavano pazienti in un susseguirsi rassicurante e infinito. La vita di mio padre sembrerebbe ad un uomo dei nostri giorni lunga un secolo e anche più.
Le giornate erano lunghe e trascorrevano serene, soprattutto per ragazzi liberi dall'incombenza del futuro. Per il figlio cadetto di un uomo la cui ricchezza sta tutta nella terra che lavora come fittavolo, il futuro non esiste. Esiste solo un lungo oggi che si rovescerà sereno ed immutato nel domani, fino ad un matrimonio di fortuna o all'ingresso in seminario.
Per gli agricoltori imparare la pazienza è naturale come imparare a camminare, la pazienza è virtù sacra che si esperisce nel quotidiano non come la carità o la fede, concetti lontani ed astratti che non portano il pane in tavola e di certo non fanno crescere forti gli uomini. La pazienza, al contrario, è compagna fedele di colui che pianta il seme sperando che diventi un giorno spiga dorata o ortaggio succoso, aiuta a sopportare sia la fatica del lavoro sia le lunghe e vuote giornate di attesa. Durante il grigiore dell'inverno la pazienza è più forte della fede, quando la speranza vacilla e il mondo intero sembra gridare che il sole non tornerà più, la pazienza seda gli animi e tiene lontana la disperazione.
Ma non è certo la virtù più facile da apprendere per un bambino abituato ad avere tempo e spazio sempre per sé.
Io Giovanni Battista Bugatti nacqui quando quei tempi volgevano al termine, nell'anno del signore 1779 tra la gente semplice della campagna di Senigallia, in una comarca lontana dal fervore delle grandi città. Nacqui ultimo di molti fratelli e poche sorelle e la mia prima infanzia fu libera e spensierata come quella di un selvaggio. Pochi erano i miei compiti e vi attendevo con solerzia, bramando la libertà che sapevo sarebbe giunta in contraccambio.
Altri nomi sarebbero venuti in seguito reclamando il proprio tributo, ma al tempo ero solo Vanni e la vita mi bruciava in petto come la giovinezza e, per quanto mio padre tentasse di insegnarla a suon di busse, la pazienza era per me virtù difficile da apprendere e impossibile da praticare, solo oggi ormai vecchio, mi guardo indietro e scopro come questa virtù infingarda si sia insediata nella mia vita poco a poco diventando anche per me compagna fedele.
A quel tempo amavo trovare nuovi modi per poter sfuggire alla sorveglianza e allontanarmi dai campi, sebbene potessi dare per certa la punizione che ne sarebbe seguita.
La cascina e i terreni della famiglia Bugatti sorgevano ben fuori della città e imparai presto che tutto ciò che contava accadeva lontano, verso la città, vicino al mare.
Finché il padre di mio padre era stato in vita, mi era stato concesso o forse imposto di recarmi in città piuttosto spesso.
Ben due giorni a settimana abbandonavo i miei doveri nei campi e, in cambio di piccoli servizi, il curato mi insegnava a leggere, scrivere e far di conto, mentre la domenica dopo la messa insegnava, a me come a tutti i bambini della città, i precetti del catechismo.
Il padre di mio padre, che ricordo di aver sempre chiamato Signor Nonno, era convinto che leggere e scrivere facesse la differenza tra un contadino libero e uno asservito, egli fu l'unico in grado di far piegare la testa a mio padre e quindi finché fu in vita io e i miei fratelli godemmo di un'insolita fortuna che ci permise di sfuggire l'analfabetismo.
Non passò una settimana dalla morte del Signor Nonno, che vidi le visite al curato sostituite da nuove incombenze in fattoria e l'unica gita in città che mi era consentita divenne la messa della domenica e ovviamente le lezioni del catechismo. Mio padre, non si sarebbe certo assunto la responsabilità per le nostre anime, dovevamo apprendere il bene e il male così da essere gli unici responsabili per le nostre azioni.
Dopo la morte del Signor Nonno fu inevitabile quindi che le scappatelle proibite si moltiplicassero esacerbando allo stesso tempo la mia impudenza e il rigore di mio padre.
Di certo non avevo molti amici con cui condividere i miei infantili moti di ribellione, la maggior parte dei ragazzini della mia età iniziava ad avere vere responsabilità e a non rinunciarvi a cuor leggero. Non tutte le famiglie avevano la fortuna di avere tanti figli maschi, forti e in salute come erano i miei fratelli e laddove i miei compiti erano pochi e per lo più strettamente simbolici, i miei coetanei seppero ben prima di me che la ribellione è un lusso da privilegiati e che, volendo avere la fortuna di ricevere almeno un pasto caldo al giorno, dovevano rimboccarsi le maniche e lavorare sodo.
Due ragazzini facevano eccezione: Tessa e Raniero, giovani rampolli Targhini, una famiglia di mercanti tra le più ricche di Senigallia. Tessa, una ragazzina vivace e irrefrenabile, seguiva suo fratello maggiore come un'opera e testarda e viziata com'era, era stata l'unica ragazzina ammessa a frequentare il catechismo con i maschi del paese. Li conobbi durante le lunghe e noiose lezioni del curato e ben presto divennero i compagni delle mie scorribande.
Raniero, figlio privilegiato, studiò fino in età avanzata godendo di una libertà sconosciuta ai suoi coetanei. Aveva già 17 anni quando iniziò a disertare le nostre avventure per seguire suo padre, pronto finalmente ad apprendere i segreti di quel mestiere che un giorno avrebbe ereditato.
Tessa aveva invece la mia stessa età e godette con me di qualche anno in più di spensieratezza sebbene la lontananza del fratello rendesse anche i nostri incontri più difficili. Non ero solo io infatti a dover sfuggire al controllo dei miei sorveglianti per potermi recare in città, anche lei doveva riuscire ad eludere una fitta rete di tutori e governanti, per potersi incontrare con me.
Non era facile comprendere come mai finché Raniero aveva condiviso le nostre scappatelle nessuno avesse mai cercato di fermare Tessa come accadde invece in seguito, ma il padre della ragazza era un uomo docile e nessuna punizione fu mai davvero tanto dura da convincere la ragazza a rimanere in casa.
Ogni giorno ci portava un'avventura nuova e come due cuccioli di lupo godevamo innocenti della reciproca compagnia, ignorando completamente quanto ad occhi maliziosi potesse apparire deprecabile quella comunanza. Ignoravo allora, ma forse non lo ignorava Tessa, che la terra su cui ero nato e cresciuto non apparteneva a mio padre e neanche al Signor Nonno, bensì ai Targhini.
A quel tempo, ignorante e sognatore com'ero, ero certo che fosse la mia famiglia tanto ricca da poter mantenere anche quella di Tessa. Sapevo che il padre di Tessa e Raniero non aveva un vero lavoro, infatti mio padre ripeteva sempre come il vero lavoro fosse solo quello capace di bagnare la fronte, il resto non poteva che essere roba da donne, e io non avevo mai visto quell'uomo sudare, dubitavo persino che fosse in grado di farlo.
Il Targhini, così tutti in città chiamavano il padre di Tessa come se l'articolo fosse parte del nome, era un omino pallido dall'aria debole e malaticcia, era quasi del tutto calvo e la sua apparenza delicata ricordava più quella di una donna che quella di un signore. Di contro mio padre era grosso e vigoroso come un orso, aveva occhi duri scuri che sembravano sempre pronti a pietrificare il mondo, portava la sua folta chioma corvina con la fierezza di un eroe greco. Come se non bastasse tutto questo per sollecitare la mente malleabile di un bambino, il Targhini si recava ogni mese alla cascina, arrivava con un carro vuoto guidato da un aiutante -il povero uomo non aveva neanche la forza di guidare da sé un carro?- e ripartiva con un carico di frutta, ortaggi, vino e formaggi.
Spesso prima di ripartire si aggirava per i campi con sguardo sognante e io sapevo che in quei momenti non poteva che ammirare con invidia i nostri averi. Era evidente che i Targhini dipendessero da noi per la loro sopravvivenza, noi avremmo avuto il pane anche senza di loro, ma non era vero il contrario.
Eppure molti dubbi mi afferravano ogni volta che lasciavo i miei pensieri percorrere questi sentieri. Come mai la loro casa era grande e bella e i loro vestiti più caldi e meglio rifiniti dei miei? Ma soprattutto, avevo appreso sulla mia stessa pelle quanto mio padre fosse sordo al richiamo della benevolenza, cosa lo spingeva quindi a dividere i suoi sforzi con quella famiglia? Di certo non mia madre, succube silenziosa, non era in grado di chiedere per sé una seconda porzione di fagioli, figurarsi se sarebbe stata capace di convincerlo a dividere con altri il raccolto. E allora perché?
Immaginai a lungo un debito di sangue, magari risalente ad avi lontani. Solo durante l'estate dei miei 13 anni iniziai a trovare risposte che avessero radici nella realtà e non nelle fantasie dell'infanzia. In uno strano giorno fui costretto a riconoscere che tutto è destinato a cambiare e non in un eterno ciclo come le stagioni, il mutamento che scoprivo allora per la prima volta era incontrovertibile e non portava con sé come l'inverno l'implicita speranza della primavera. Nella vita ciò che cambia lo fa per sempre, senza tornare mai indietro.
Nel giorno del compleanno di Tessa c'era sempre un carro che arrivava alla cascina per portare via il prezioso carico e il giorno in cui compì 13 anni non fece eccezione. Come ogni volta anche lei era sul carro ma non era allegra come sempre, fuggimmo presto dalla vista dei grandi ma qualcosa era diverso. Erano diversi i suoi vestiti che le impedivano di arrampicarsi sugli alberi, era diverso il suo umore, troppo fosco e malinconico per rassomigliare alla solare e allegra Tessa che conoscevo. Mi presi un poco gioco di lei, imitando scherzi che lei spesso aveva guidato con leggerezza e a cui aveva in passato risposto con allegria. Quel giorno invece il suo sguardo era adombrato e le sue parole cariche di rabbia. Ascoltai dalla sua voce parole come pudore e convenienza, il cui significato rimaneva per me misterioso ma che sua madre aveva usato contro di lei. Non comprendevo il suo dispiacere, aveva spesso discusso con sua madre in passato, ma non ne era mai rimasta così scioccata. Parlò a lungo e presto ridemmo insieme delle assurde pretese di sua madre, che l'avrebbe voluta signorina in un salotto.
Ricordo il suo sorriso come lo avessi ancora davanti agli occhi, il sorriso che oggi so essere quello di una donna, un sorriso che mascherava un dolore conosciuto appena ma che Tessa aveva già imparato a nascondere. Con l'istinto del fanciullo, sentivo, più che comprendere, che non tutto era tornato in ordine, sentivo un infantile senso di colpa per essermi preso gioco di lei e con un altrettanto infantile voglia di fare ammenda raccolsi una pesca. Gliela donai per lenire quel dolore che non riuscivo ad afferrare e che per la prima volta mi faceva sentire inadeguato davanti a lei.
La pesca era il suo frutto preferito, la faceva ridere ritrovarsi inzaccherata di quel succo tanto dolce che inevitabilmente le colava dal mento e dalle mani fin sul vestito. Fu con un gesto di rivincita che quel giorno si ripulì le mani sulla stoffa leggera della gonna, il suo sorriso per un attimo tornò vero e trionfante e mi sentii felice, per la prima volta come un uomo non più come un bambino.
Quando Tessa e suo padre se ne furono andati si scatenò all'improvviso una tempesta di cui non avevo avuto sentore.
Mio padre mi aveva visto cogliere un frutto per donarlo alla figlia del mezzadro e quel gesto tanto innocuo mi fece conoscere davvero la rabbia di mio padre.
Egli mi aveva infatti punito spesso in passato ma sempre con la stessa abnegazione che metteva in ogni suo compito. Seminare i campi o colpire suo figlio per l'insolenza dimostrata erano per lui identici compiti di cui avrebbe un giorno risposto al signore e da portare quindi a termine nel migliore dei modi, anche quando ciò gli era faticoso. La rabbia con cui mi colpì invece quel giorno aveva il sapore di rivalsa, sapore della vendetta dell'uomo sulle sue sfortune.
Io non conoscevo ancora quel tipo di ribellione che alberga nei cuori più quieti e che è pronto ad esplodere improvviso e letale come il terremoto, ma è stato proprio questo particolare moto dell'animo a contribuire maggiormente al mio sostentamento per molti anni e la vita mi ha reso tanto accostumato a questa declinazione della disperazione da riconoscerne l'odore come un pescatore riconosce l'odore della tempesta con giorni di anticipo.
Allora, invece, subii attonito la rabbia di mio padre che per una volta non aveva niente di sacro e giusto, cercai supporto in mia madre che pregava e sfuggiva il mio sguardo. Temetti davvero di essere cancellato dal mondo da tanta rabbia, invece infine mio padre, con la fronte sudata, si fermò, rientrò in casa e chiuse con il ferro la porta, lasciandomi fuori e a digiuno per tutta la notte.
Io trascorsi la notte nei campi a guardare le stelle, sentivo i lividi e i tagli dolere, mi convinsi di poterli sentire rimarginarsi e per la prima volta nella vita anziché la voglia di ribellione, sperimentai la pazienza.
Da quel giorno e per lungo tempo mio padre non mi rivolse un solo sguardo, le mie incombenze nei campi aumentarono e io resistetti a lungo all'istinto di fuggire verso la città. Per un intero anno tenni fede ai miei obblighi e fui il figlio perfetto, mi recai in paese solo la domenica e ogni volta ero di ritorno poco dopo la messa, vedevo Tessa solo in quelle occasioni o quando veniva con il padre a reclamare la parte di raccolto che era loro per diritto. Nulla cambiò nell'atteggiamento di mio padre, ogni volta che alzava lo sguardo su di me era disgusto quello che leggevo nei suoi occhi. Il mio cuore di bambino piangeva incapace di comprendere la propria colpa ma certo di aver commesso un crimine terribile, il ragazzo che cresceva fiero invece era pronto a ricusare ogni accusa e a stagliarsi spavaldo contro il biasimo del padre.
Un'estate giovane si affacciò di nuovo sulla nostra terra portando con sé lunghe giornate e nuovi frutti succosi, una domenica dopo la messa Tessa mi ricordò che la Fiera era alle porte e che Raniero sarebbe tornato in città in quei giorni.
La Fiera della Maddalena era per gli abitanti dei piccoli centri della marca di Ancona un evento meraviglioso e per me, fermamente tenuto lontano dalle cose del mondo, acquisiva addirittura sfumature di favola risvegliando al contempo la propensione alla disobbedienza.
A sentire i vecchi, la fiera non era più quella di una volta infatti in giorni passati, che noi ragazzi avevamo a lungo sentito raccontare, la fiera richiamava persone a migliaia da ogni angolo del mondo conosciuto. Si raccontava di principi persiani accompagnati da bestie al limite del mitologico, di vegliardi cinesi ciechi ma saggi come Salomone e di selvaggi danzanti capaci di far dimenticare gli affanni di un'intera vita nel turbine di una piroetta.
Ma se il passato assume sfumature diverse nelle menti di vecchi nostalgici e di bambini affamati di storie e meraviglie, ancor diverso è lo spirito con cui un ragazzo alle soglie della propria giovinezza guarda alle storie dei padri. Il passato rimane lontano, impossibile da afferrare anche se continuamente sbandierato davanti ai suoi occhi e per questo diventa presto detestabile. Con la testardaggine dei giovani avevamo quindi iniziato a pensare che i racconti dei vecchi non fossero altro che senile nostalgia dei tempi andati, che il progresso ci offriva invece meraviglie che i nostri padri non avrebbero sognato i sospiri della rivoluzione d'oltralpe ci riempiva di speranze verso il futuro ciò che era vecchio si trasformò in stantio e il futuro riempiva la testa di utopie grandiose. Così anche la fiera franca del 1793 prometteva a noi giovani pionieri di un mondo in divenire di essere la più bella di sempre.
Io e Tessa avevamo fantasticato sulla fiera per tutto l'anno, immaginando il mare di colori odori e confusione che ci avrebbe finalmente visto protagonisti. Da bambini eravamo stati sovrastati dai tanti stimoli, ma quest'anno eravamo ormai pronti a cogliere ogni novità e ogni stranezza con la consapevolezza di essere finalmente grandi.
Quando Tessa mi ricordò l'evento, l'irrefrenabile eccitazione trascinò con sé anche il gusto amaro del cambiamento. Sapevo per istinto che non avrei mai più avuto il permesso di recarmi alla fiera, sapevo che non avrei più ricevuto clemenza per le mie scappatelle, sapevo soprattutto che non sarebbe più stata tollerata la mia preferenza per i figli del padrone.
Nessuno della mia famiglia lasciava la cascina per tutta la durata della fiera, mio padre tuonava spesso contro la perdizione e il malcostume che quella marmaglia di furfanti portava con sé, la Santa Maddalena a cui quella fiera era intitolata si sarebbe strappata il cuore dal petto davanti a tanto lordume. Molti dei contadini della nostra zona portavano sulle rive del canale e tra le strade del paese i loro averi così da poter ricavare qualche soldo in più, noi invece non avevamo mai venduto niente, il commercio era per mio padre un ufficio ripugnante, non c'è denaro che possa ripagare l'uomo del proprio sforzo, solo le meretrici possono ottenere in questo modo uno scambio vantaggioso. Io ero grande ormai e quel divieto, che in passato aveva rappresentato per me una rete dalle maglie molto larghe, sarebbe questa volta ricaduto severo anche su di me.
Questo bando ai miei occhi, faceva guadagnare alla fiera un fascino tutto nuovo e un desiderio di partecipare che risultava implacabile.
Dissi a Tessa che non sarei mancato per nulla al mondo e mi allontanai in fretta.
Durante i primi due giorni di fiera, mantenni saldo il proposito di essere il perfetto figlio assennato e obbediente, la terza sera approfittai dell'indifferenza che tutti avevano iniziato a dimostrare nei miei confronti da quando mio padre mi aveva bandito dalle sue grazie e uscii di casa. Passeggiai a lungo nei campi, vidi mia madre alla finestra mandata senza dubbio a controllarmi, la lunga giornata stentava a morire ed erano passate ormai ore dalla cena quando finalmente il crepuscolo decise di farsi mio complice.
Il profilo indefinito di un mucchio di fieno si sarebbe in quell'ora facilmente confuso con il mio, almeno quel tanto che bastava per permettermi di allontanarmi, al ritorno avrei pensato alle conseguenze.
Corsi veloce, come se da quella corsa dipendesse tutta la mia vita, corsi fino a sentire i polmoni bruciare ma non mi fermai finché le luci e i suoni della fiera non mi investirono. Girovagai tra banchi colmi di merci che non avevo mai visto. Anche lo zingaro, stagnino del posto, che tutti conoscevano e salutavano come uno di famiglia acquisiva illuminato da luci nuove un fascino esotico, sua moglie si era messa addirittura a predire la fortuna e una lunga fila di gente aspettava eccitata il proprio turno.
Mi aggirai a lungo tra la folla, ero ormai ubriaco di confusione quando mi imbattei in Raniero. Era diventato un uomo ormai, vestiva come suo padre e ne aveva lo stesso sguardo gentile. Mi salutò con calore pur riservando la distanza adatta a due uomini. Non lo vedevo da un anno e i cambiamenti che vedevo in lui mi davano d'improvviso una misura della mia staticità.
Dopo un momento mi prese sottobraccio e per un attimo il mio cuore tornò bambino. Mi ricordai di quando quel giovane signore trascorreva le sue giornate a raccontare storie a me e sua sorella, di come ci avesse insegnato a pescare e a nuotare. Mi ricordai di come con pazienza ed impegno insegnò a noi bambini un alfabeto nuovo che usammo poi per comunicare quando giocavamo ad essere briganti. Quel ragazzino era ancora presente nei modi affettuosi e negli occhi allegri del giovane signore. Mi lasciai condurre fino ad un banco che metteva in vendita strani ninnoli di vetro. Questi giocavano con la luce delle lanterne e dei tanti fuochi accesi in strada rifrangendone il bagliore in un'infinità di piccoli baleni e dando l'idea di essere circondati da un esercito di fate. Davanti a quel banco tra mille luci e suoni fatati dissi addio definitivamente al mio cuore di bambino.
Tessa era davanti a me con lo sguardo pieno di meraviglia e per la prima volta, al contrario di quanto accaduto con Raniero, non riuscii a riconoscere in lei la mia amica di sempre. Tessa con i capelli raccolti e un vestito leggero. Tessa con gli occhi allegri e un sorriso felice. Tessa al mio braccio. Tessa, per la prima volta Tessa.
Solo per un istante i timori di mio padre mi furono comprensibili ma li scacciai lontani.
Ci tuffammo tra la folla come tra le onde sicure del mare placido, con la stessa gioia e lo stesso entusiasmo. Parlammo con mercanti persiani e indiani, bevemmo vini e liquori dolci come il sole cretese o secchi come le sabbie del deserto. Infine raggiungemmo un banco diverso dagli altri, non aveva molta merce in mostra, e la mercantessa sonnecchiava in strada seduta su una bassa sedia pieghevole, come dimentica del proprio lavoro. Quando ci avvicinammo salutò debolmente senza muoversi. Tessa inebriata dai vini e dall'emozione chiese alla mercantessa cosa vendesse e quella invece di rispondere si alzò in piedi e si fece verso di lei. Mi accorsi solo allora della strana bellezza della donna. La sua pelle scura aveva, alla luce delle candele, i riflessi del bronzo appena lucidato, indossava una camicia leggera e un giacca corta che ricordavano quelle di un uomo, ma morbidezze difficili da nascondere davano all'insieme della sua figura una sensualità intossicante.
La voce poi sembrava una musica lenta, parlava un linguaggio sconosciuto ma qualunque fosse il significato delle sue parole, in un attimo tutti e tre pendemmo dalle sue labbra. Vidi Tessa arrossire, man mano che la donna le si faceva vicina e solo per un attimo la malia che la mercantessa aveva gettato su di noi, fu spezzato. La donna sussurrò qualcosa all'orecchio di Tessa e io vidi chiaramente le sue labbra delicate tremare per un istante.
Sentii Raniero irrigidirsi accanto a me. “Cosa vendete?” Chiese duro dopo un attimo.
La donna rispose senza distogliere lo sguardo dagli occhi di Tessa: “Merce preziosa, da Madeira.” Lo strano accento con cui pronunciò finalmente parole comprensibili rendeva la nostra stessa lingua una musica nuova.
“Provate il vino, non troverete mai nulla di simile. Madeira è il paradiso, potete assaggiarne un po' anche qui sulla terra.”
Si allontanò con il passo sinuoso di una pantera e fu di ritorno dopo un attimo con un piccolo vassoio e quattro bicchieri finemente intagliati. Non avevo mai visto bicchieri tanto belli. Io e Tessa ci avventammo sul vino come assetati nel deserto, Raniero rimase immobile e ci guardò severo. Ci lasciò bere ma ci trascinò in fretta lontano dalla donna. Se interrogato in quel momento avrei giurato di aver incontrato una strega, il suo filtro magico mi bruciava in gola e il dolce sapore che si spargeva nella bocca mi rendeva avvinto e prono al suo volere, avrebbe potuto ordinarmi qualunque cosa, sarei stato felice di essere suo schiavo. Mi accorsi dal suo viso che anche Tessa era vittima di quella stessa malia.
“Perché ci hai portato via?” Chiese seccata. “Avrei voluto comprare del vino, avresti dovuto assaggiarne è più buono di qualunque cosa abbia mai bevuto. Nostro padre ne sarebbe stato entusiasta.”
Raniero cercò di eludere la domanda, ma non conoscevo nessuno più testardo di Tessa e non c'era modo di distoglierla da ciò che voleva ottenere e in quel momento esigeva una risposta.
Raniero rispose infine irritato: “Quella donna non vendeva vino di Madeira, ma una merce diversa, nostro padre non desidererebbe certo sapere che ti ho lasciata fare affari con questo tipo di persone.”
Il viso di Tessa era una maschera di confusione e la mia mente rifletteva la sua espressione, una vaga risposta ronzava tra i miei pensieri ma era troppo assurda perché potessi convincermi a prenderla davvero in considerazione.
“Quell'affascinante signora era una donna di malaffare. Ora per favore, allontaniamoci e non parliamone più. Anzi è ora di tornare a casa.” Raniero imbarazzato e frustrato dal fatto che i suoi accompagnatori avessero reso necessaria una spiegazione tanto volgare sembrava deciso ad allontanarsi il più presto possibile così i due fratelli mi salutarono sbrigativamente e se ne andarono. Loro tornavano nel loro bel mondo fatto di sete e di pane ottenuto senza sudore e io rimanevo in strada con la sola prospettiva di dover affrontare una punizione terribile e immeritata.
Rimasi in strada ancora a lungo, si diceva che Senigallia non dormisse mai durante la Fiera della Maddalena, ma quella notte scoprii che non era vero. A lungo andare le luci si affievolirono, la confusione diradò e la folla scemò pian piano lasciando solo pochi ubriachi tra le strade come relitti abbandonati da una piena che si ritira. Il mio cuore ardeva ancora per l'eccitazione della festa e la paura alimentava forse ancor di più quella fiamma.
Se fu la curiosità o l'ardore a guidare i miei passi quella notte non saprei dirlo, ma mi ritrovai a sbirciare di nascosto e da lontano la bella mercantessa di Madeira, la scoperta che lei stessa fosse la merce in vendita acuì la curiosità anziché lo sdegno e rimasi a lungo ad osservarla sonnecchiare seduta sulla sua bassa sedia. I capelli erano una cascata di seta scura lungo le spalle, la camicia generosamente sbottonata lasciava sognare il ragazzo fin troppo ignorante che ero stato fino a quel momento. Avevo sentito i miei fratelli parlare a mezza bocca delle meraviglie delle donne, ma era un discorso segreto e che non mi aveva mai affascinato, ora invece all'improvviso desideri sconosciuti accendevano la mia curiosità e suggerivano domande che il mio imbarazzo censurava sul nascere. Rimasi ad osservare testardo ignorando il dolore e il turgore che si faceva strada dal basso ventre, non avrei mai immaginato di assistere allo spettacolo che mi si parò davanti. Una figura incappucciata si presentò d'un tratto davanti alla bottega improvvisata, la larga casacca di stoffa grezza infilata dentro un paio di pantaloni dalla foggia orientale e il corto mantello con cappuccio, non potevano ingannarmi. Quelli erano gli abiti che Tessa aveva indossato durante le nostre scampagnate, finché sua madre non le aveva vietato di farlo. Quando abbassò il cappuccio il profilo noto mi diede ogni conferma. Per un istante pensai di fuggire, invece mi accomodai meglio dietro al mio riparo, un carro abbandonato lì da qualche avventore ubriaco, e rimasi a guardare. Le voci mi giungevano indistinte come un'unica melodia suadente, la donna accarezzò il viso di Tessa che per un attimo si ritrasse. Richiamai alla mente il potere ammaliante della donna e seppi che Tessa era spacciata, con un unico passo la donna annullò la distanza tra i loro corpi. Vidi le due donne baciarsi e istintivamente chiusi gli occhi. Era assurdo, sbagliato, immorale. Era peccato. Eppure avevo saputo dal primo istante che sarebbe stato inevitabile, naturale come il succedersi delle stagioni. Lo avevo compreso nel rossore del viso di Tessa, nel tremore delle sue labbra, nel desiderio del suo sguardo. Come poteva essere possibile? Nella mia mente doveva esserci qualcosa di profondamente contorto, mio padre aveva ragione, come poteva l'immaginazione di uomo puro guidare i pensieri in direzioni tanto perverse? Fuggii senza curarmi di non fare rumore, percorsi la strada all'indietro con la stessa foga con cui l'avevo percorsa all'andata, con la stessa paura ed eccitazione, con la stessa sensazione di angoscia e lo stesso desiderio di libertà.
La porta era sbarrata come avevo immaginato, ma il caldo spingeva a lasciare le finestre aperte e riuscii a sgattaiolare in casa senza fare rumore. L'alba mi sorprese ancora vigile con il cuore in subbuglio e i pensieri impazziti.
La mia scappatella non ebbe ripercussioni e trascorsi l'intera giornata progettandone un'altra.
La sera mi coricai con gli altri, e attesi col fiato sospeso che tutti si fossero addormentati. Attesi a lungo contando i respiri dei miei fratelli e quando fui certo che che nessuno fosse rimasto vigile nell'intera casa, mi sollevai e, attento e silenzioso come un gatto, uscii dalla finestra. A spingere i miei passi quella notte era il timore di aver atteso troppo, temevo che la notte fosse troppo inoltrata e che non avrei trovato nessuno ad attendermi. In realtà il mio intero progetto mi riempiva di timore ma mi dava anche una forza che non credevo di possedere.
Quando raggiunsi il banco della mercantessa i suoni della fiera si andavano appena affievolendo, lei mi vide e sorrise lasciando la sedia come fosse un trono e muovendosi verso di me, suadente e letale. Quando mi fu vicino sorrise e io vidi che i suoi occhi erano di un verde inumano che spiccava sul bronzo della sua pelle come i primi ciuffi di grano sulla terra scura dei campi. Il suo profumo aveva le stesse note del vino dolce che ci aveva offerto la sera precedente e sentii di nuovo la gola bruciare. A ripensarci oggi non riesco ancora a provare vergogna per il mio peccato, sarà forse quello a trascinare la mia anima all'inferno ma non riesco a pentirmi per essere stato schiavo di quel desiderio. Quella meretrice mi offrì il suo corpo in cambio di una manciata di uova fresche che ero riuscito a fatica a rubare, non avevo altro da offrire ma lei le accettò sorridendo.
Fu la prima donna che conobbi e non mi vergogno a dire che fu anche l'unica. Assaggiai la sua pelle di bronzo immaginando quella chiara di Tessa. La mia mente sostituiva il bel viso e le belle labbra della mia amica a tratti a quelle della mercantessa e a tratti al mio stesso viso. Baciare le labbra baciate da Tessa era una strana forma di tradimento, più la tradivo più le ero vicino.
Dopo quella notte non tornai più in città per molti giorni. La domenica successiva non andai alla messa fingendomi malato e rividi Tessa solo qualche settimana successiva quando venne con il carro a reclamare ciò che era suo e quando ero ormai riuscito ad ingannarmi dicendo che la fiera non era niente più che un ricordo lontano.
Mi apparve diversa e in lei io debbo aver suscitato lo stesso sentore, perché sembrò timorosa nell'incontrare il mio sguardo. Ci incamminammo lenti e in silenzio con la scusa di recuperare delle uova nel pollaio. La vista delle uova tra le sue mani richiamò alla mente le mani della mercantessa e un profondo imbarazzo mi bloccò in gola tutte le parole. Fu lei a parlare per prima. Raccontò della partenza di Raniero e mi portò i suoi saluti, raccontò degli ultimi giorni della fiera. Poi lanciò fuori una confessione come il colpo di una cerbottana: “Mi sono innamorata.”
Quelle parole mi colpirono il viso e lo incendiarono, sentii il fuoco salire fino alle orecchie. Inconsapevole piccola Tessa, già allora avevi scambiato il desiderio per amore, l'avventura per affetto, il desiderio di libertà per dedizione. Riuscii a rantolare un: “Di chi?” preparandomi a ridere della sua risposta, ma quella non venne. Tessa parlò solo di una persona, negli occhi le brillava il fuoco del primo amore, effimero e bellissimo come solo l'amore di una ragazza innocente può essere. Seppi di non essere in errore eppure sapevo anche che non poteva essere innocente quella ragazza, sapevo ciò che avevo visto.
Quel giorno non dicemmo altro, ma nei lunghi e grigi giorni d'inverno il discorso fu ripreso ancora, di tanto in tanto, finché un giorno più triste di altri Tessa mi confessò attonita i suoi peccati. Mi raccontò di quel bacio di cui io ero stato testimone, non dissi mai di quanto meno innocente fossero i miei peccati e di come quello che chiamava il suo raggio di sole, il suo angolo di paradiso, fosse stato molto più mio che suo.
“Vado a messa ogni domenica e insulto Dio con la mia viltà e con il mio cuore malato e perverso. Ora anche tu mi disprezzerai come io mi disprezzo. Non mi rimane nulla.”
La voce atona lo sguardo perso, non una sola lacrima a rigare il bel volto, vidi nella sua consapevolezza la donna che era diventata, arresa all'inevitabile colpa, prona davanti alla punizione.
Le presi una mano e fu come toccarla per la prima volta. La sua pelle morbida non aveva niente a che fare con con quella della mercantessa eppure la richiamò subito alla mente.
Non l'avrei disprezzata, non avrei potuto, in quel momento compresi invece come in sogno cosa sarebbe stato l'amore nella mia vita. Amore e attesa silente, pazienza e rassegnazione sarebbero sempre stati sinonimi per me, ma in quel giorno non potevo guardare così lontano. Mi limitai a tenerle la mano e a sorridere, godendo del sorriso sincero che ricevetti in ritorno.
La passione innaturale crebbe con Tessa e con la sua bellezza, la madre iniziava a cercare i migliori partiti per quella figlia indocile sperando che il matrimonio avrebbe finalmente attenuato la sua natura bizzarra, ma il buon cuore del padre le tenne lontano per anni corteggiatori poco apprezzati. Sapevo che prima o poi il suo animo di donna si sarebbe piegato alla natura e avrebbe cercato un compagno, avrebbe avuto dei figli, ma eravamo ragazzi allora e le nostre diverse fortune ci permisero di rimanerlo un po' più a lungo rispetto ad altri. Io sognavo il mio amore impossibile per la bella figlia del padrone, mentre lei cercava una spiegazione per la sua insana passione per un corpo troppo simile al suo.
Eravamo due giovani sognatori, ma la realtà presto o tardi trova tutti e più i sogni sono arditi più forte sarà lo schianto che li vedrà infrangersi.
Fu solo dopo due anni da quella fiera che segnò se non il nostro ingresso nell'età adulta almeno il nostro addio alla fanciullezza, che la vita reclamò il suo dazio.
Le due estati successive accrebbero la nostra ossessione per la grande fiera. Scoprimmo che la mercantessa tornava ogni estate da molti anni a Senigallia e l'attesa del suo arrivo divenne un rito lungo e doloroso come una una quaresima pagana così come i giorni della fiera furono la nostra settimana Santa. Scoprimmo che il nome della donna era Iara, un nome che lasciava la bocca delicato come un sospiro, e sospirai spesso quel nome durante notti simili alla mia prima. Di giorno Iara trascorreva le ore in compagnia di Tessa a parlare di quella terra lontana che lei chiamava il paradiso, di notte invece non c'erano parole tra noi, io continuavo a cercarla sperando di rubare da lei un poco dell'amore di Tessa. Nessuno lo seppe mai anche se forse Tessa lo intuì, come altro giustificare il mio insano entusiasmo riguardo quell'evento sempre simile a se stesso? Io comunque non lo confessai e la bella mercantessa non mi tradì, non saprei dire se per una sorta di codice legato alla professione o per un affetto leggero che aveva iniziato a nutrire per me o più probabilmente per Tessa.
La fiera non durava mai più di venti giorni ma quei venti giorni furono per due anni il centro delle nostre vite, dei nostri desideri delle nostre speranze.
Una notte le cose cambiarono però all'improvviso. Nel recarmi presso la bottega di Iara trovai per la prima volta qualcuno che mi aveva preceduto. A ripensarci oggi, conoscendo altre donne che praticano la stessa professione, era ben strano che io fossi al tempo il suo unico cliente. Forse i giorni erano diversi, forse i precetti cristiani raggiungono meglio i cuori tanto più ci si allontana dallo scranno di Pietro, ma la fila che vedo di notte davanti alle case di malaffare qui a Roma, farebbero la fortuna della bella Iara che si accontentava invece di poche monete o di ortaggi freschi come pagamento per le sue preziose prestazioni.
Quella notte sbirciai dalla finestra della casupola che per gli altri mercanti sarebbe stata un magazzino e che per la particolarità della merce in vendita presso quello specifico banco, era invece arredata come una piccola stanzetta.
All'interno vi erano le mie donne, Tessa doveva aver preso coraggio venendo a visitare la sua bella in piena notte. Ero pronto ad andare, avevo visto abbastanza in passato e non avrei voluto vedere o sapere nient'altro ma allontanandomi mi imbattei in Raniero. Era ormai un uomo d'affari, aveva appena stretto un vantaggiosissimo fidanzamento con la bella figlia di un mercante di tabacco, la signorina non era particolarmente brillante a sentir Tessa, ma certo compensava in grazia e bellezza le mancanze dell'intelletto.
Del perfetto signore che ambiva a diventare riconobbi quella notte in Raniero il rigore morale e l'inflessibilità. Seppi che sua sorella sarebbe stata persa se scoperta da lui e cercai nella mia mente una scappatoia.
Raniero fu più veloce del mio pensiero mi oltrepassò come fossi un fantasma senza guardarmi in volto, entrò nella casupola gridando e riuscì con la rabbia di un forsennato.

“Porterò i birri, non getterai discredito su di me. Sarai condannata da me prima che le tue azioni mi condannino!” Grida rabbiose e di terrore si mescolarono, non appena Raniero fu lontano mi gettai nella casupola. Iara cercava di consolare la povera Tessa, terrorizzata e sconsolata. Non aveva mai ceduto al proprio amore prima di quella sera e negli occhi aveva il dolore unico di un cuore infranto un passo prima di trovare la felicità.

“Devi andare via. I birri troveranno me con Iara, tuo fratello preferirà tacere che essere d'imbarazzo a se stesso.”

Iara dette indicazioni riguardo una nave pronta a salpare l'indomani e su cui anche lei avrebbe viaggiato, le diede una coppia di orecchini in grado, assicurò, di comprare un passaggio per entrambe.

Fu come il turbine di un saltarello, Tessa mi abbracciò, il suo calore mi diede le vertigini e poi scomparve uscendo dalla mia vita con la stessa semplicità con cui lasciava la casa della prostituta.

Un istante dopo Iara mi stava spogliando, le candele furono spente il calore e la morbidezza della donna mi sembrarono soffocanti. Ringraziai l'arrivo dei birri che mi trascinarono fuori da quella prigione di carne e umori, lo sguardo irato di Raniero mi riportò bruscamente alla realtà. Cosa avevo fatto? Raniero tacque, non nominò sua sorella. Tessa era salva certo, ma io?

I birri presero in custodia la donna che era con me e mi lasciarono andare, Raniero mi trascinò invece da mio padre, non ricordo di aver opposto resistenza, la città di Senigallia e i gendarmi potevano anche non ritenermi colpevole ma sapevo che nessuna forza di giustizia mi avrebbe salvato dalla condanna di mio padre. Come Tessa qualche anno prima mi arresi al verdetto della mia colpevolezza e in fondo sapevo di meritarlo.

Raniero bussò alla porta della cascina e tutta la casa si risvegliò angosciata, mio padre fece un passo oltre la soglia e si richiuse la porta alle spalle. Il mio carceriere raccontò in due parole le mie malefatte, quelle in grado di preservare l'onore della sua famiglia quanto meno. Mio padre non mi degnò di una sguardo, sputò a terra nella mia direzione poi rientrò in casa e sbarrò la porta.

Lo sguardo di Raniero tornò tenero per un momento.

La rabbia del giovane signore era scomparsa e solo per un istante era tornato il ragazzino che si prendeva cura di me quando ero un bambino, riconobbi il suo dispiacere e la sua gratitudine. Mi mise in mano qualche moneta e se ne andò.

Tra le mani avevo più soldi di quanti ne avessi mai visti in tutta la mia vita, la porta sbarrata della mia casa più che un simbolo era l'invito a prendere una direzione nuova. Mi incamminai tra i campi nella notte e quando il sole spuntò alle mie spalle, il mare era ormai lontano e tra i monti che mi sbarravano la strada intravedevo le guglie del bel paese del pittore Gentile.

 

   
 
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