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Autore: MarcoBacchella    02/07/2017    0 recensioni
Møbel è un nome complicato da scrivere. Per fare la o con la sbarretta ci vuole una maestria unica con il tastierino a destra, quindi deve esserci una ragione per cui ho deciso di chiamare il coprotagonista di un giallo in questo modo.
Circa un centinaio di lampadine, e una persona, scompaiono.
Non si sa esattamente se siano correlati, ma ai nostri due coprotagonisti, Møbel e Isabella, poco frega.
Al limite della parodia, questo giallo si propone come il nuovo giallo generico, ma con la psicologia e lo shamanesimo di mezzo.
Genere: Comico, Mistero, Parodia | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 1
Capitolo 1

"Gli agenti sono al lavoro da giorni per trovare al più presto i responsabili di questi atti gravosi contro la nostra comunità, ma, purtroppo, ancora brancolano nel buio."
Møbel prestava sempre attenzione alle notizie della radio quando faceva yoga.
Dal suo ultimo tracollo mentale si era convinto, corrompendo il principio di Pareto, che constata che l'80% delle risorse sarà distribuito sul 20% della popolazione, che l'80% dei momenti memorabili della sua esistenza sarebbe partito con quello che succedeva mentre faceva yoga, ovvero, il 20% della sua giornata.
Concludendo con un "Namaste", decise che era giunto il momento.
L'universo gli disse di cambiarsi i pantaloni.
Non era interessato a quali pantaloni si sarebbe dovuto mettere;
infatti quella decisione non comportava in minimo modo una sua eventuale selezione, in quanto essa comprendeva una miriade di variabili che partivano circa dall'ultima lavatrice che Møbel decise che l'universo richiedeva, al pasto precedente alla sessione di yoga precedentemente citata.
Quello che era importante era che l'universo gli avesse detto che c'era bisogno della sua particolare abilità nel cambiarsi i pantaloni.
D'altronde, farlo richiede svariate abilità che non sono proprio da tutti.
Il camminare brevi distanze senza morire o rischiare la vita è una di queste abilità, spesso dimenticata in favore di altre, come quella di scegliere i pantaloni in base all'accostamento cromatico in relazione agli altri capi che in quel momento si stanno indossando.
Insomma, l'universo aveva, ancora una volta, bisogno della sua capacità nel camminare brevi distanze senza morire, c'era qualcosa che avrebbe dovuto fare che sarebbe partito proprio da quei pantaloni.

"Isabella, devi capire che il fatto che Corrado sia scomparso non rappresenta minimamente un reato o un crimine. L'ha già fatto per seguire altri casi, chi ti dice che sia per forza correlato a quell'altra roba lì?"

Mario era il solito personaggio secondario di qualsiasi altro giallo mai scritto fino ad ora: con un nome generico tipo Mario, calvo, baffi bianchi, sulla sessantina, collega di un tale Corrado, ovviamente in contrasto con la nostra coprotagonista per qualche motivo che non possiamo definire immediatamente ma potrebbe essere un punto pivotale della trama.

"Non puoi bollare il fatto che quelle lampadine siano scomparse davanti a casa sua come coincidentale. Insomma, non è che esistono bande di ladri di lampadine."
Isabella, invece, contrariamente ai soliti stereotipi dei gialli, non aveva nessuna backstory particolarmente tragica.
Nata in Cina, fu adottata in tenera età da una coppia italiana.
Ebbe un'infanzia felice.

Prima che partano le speculazioni, no, Corrado non è il padre biologico.
Corrado era solamente colui che ha assunto Isabella come stagista nell'ufficio investigativo.
"Per quanto possa sembrare strano, le lampadine costano fin troppo al supermercato. Le lampadine e le pile per i telecomandi costano un occhio della testa."
"Senti, sono mesi che non abbiamo un lavoro che non sia seguire il coniuge di qualcuno per smascherare qualche fetish strano. Non ti chiedo neanche soldi per farlo. Dammi solo le chiavi del suo appartamento."

Mario tirò su con il naso. In piena estate.
"Tu pippi ancora." gli disse Isabella.
Mario tirò ancora su con il naso.
"Guarda, non mi interessa. Dammi le chiavi e mi farò un po' di cazzi miei."
Coincidentalmente, farsi i cazzi suoi coincideva con il frugare tra la roba di Corrado.
Mario tirò su con il naso per una terza volta. Poi indicò un cassetto.
Lì, per un qualche motivo, c'erano le chiavi dell'ufficio e dell'appartamento di Corrado.

Optò per i kakhi corti.
Li scelse per molteplici ragioni.
Garantivano una massima mobilità, avevano ben sei tasche, gli permettevano di mostrare il polpaccio allenato al mondo, e in più, erano gli unici puliti.
Uscito di casa slegò la bici dal palo e inforcò i pedali.
Arrivato al primo semaforo rosso, appena cento metri da casa, si domandò perché si dicesse "inforcare" i pedali.
Scattò il verde. Lui non partì, ma tirò fuori il telefono per cercare la risposta alla sua domanda.
Proprio in quel momento, da destra arrivò un SUV che bruciò un rosso e prese in pieno la macchina che, appena tre secondi prima, era alla sinistra di Møbel.
Mattinata normale a Milano.
L'etimologia è derivante dal latino volgare, "forca". Non spiegò molto.

Riprese a pedalare, schivò l'unione dei rottami delle due macchine e proseguì per la sua strada.
Møbel non usava un vero e proprio navigatore. Lui contava le persone ferme sul marciapiede e se erano pari girava a destra al primo semaforo, se erano dispari girava a sinistra. Se non c'erano persone continuava dritto.
Quando tentò di fare il pizza boy venne licenziato dopo la prima consegna, ovviamente avvenuta in ritardo di diverse ore.
 
Arrivò, non si sa esattamente come, davanti a un complesso residenziale della Milano più ricca: tra corso Magenta e corso Vercelli. Capì dove fermarsi per il numero di volanti ferme davanti al portone d'ingresso di un palazzo bianco.
Due.
Lo interpretò come un segno e legò la bici ad un palo lì vicino.
Capendo perfettamente che non c'era modo di entrare senza destare sospetti, fece una delle cose più sospette possibili.
Si mise dall'altro lato della strada e tirò fuori un binocolo con cui esaminò il palazzo.


L'odore che c'era nell'appartamento non era quello di sigaro, come Isabella si aspettava dall'appartamento di Corrado, ma era di bruciato e di pipì di gatto.
Non sapeva che Corrado avesse un gatto.
I segni del gatto erano visibili ovunque, effettivamente.
Mobili graffiati, piume per terra, probabilmente provenienti dal divano, scatolette di tonno mezze aperte sparse per tutto quello che era il mono ambiente salone-cucina. Però, nessun gatto.
Isabella lo cercò per un po', più per altruismo che per amore effettivo degli animali. Pensò che se Corrado si fosse rimaterializzato, sarebbe stato rincuorato nel sapere che la sua palla di pelo non era morta di fame.
Ma non c'era.
Cercò sotto il letto, sopra al letto, dentro l'armadio, fuori dall'armadio, dietro le tende e davanti alle tende. Non lo trovò.
“Sarà scappato.” Disse una voce fuori campo.
Ecco, nella eventuale versione cinematografica questa scena sarebbe molto più semplice da descrivere: fate finta che la voce appena sentita era, di fatto, familiare.
Entrò dalla finestra che dava sul cortile interno del condominio, contemporaneamente alla voce, la testa di un ragazzo caucasico, capelli castani e disordinati.
A questa testa era già diretto un bicchiere che Isabella prontamente gli lanciò contro.


“La legge di Poe constata che senza nessun tipo di emoticon, la parodia dell'estremismo e l'estremismo puro non sono discernibili.
Se un testo si mantiene sulla zona grigia del non essere prettamente parodistico e del non essere esattamente rappresentativo di un genere, pur mantenendo i punti chiave dello stesso, come si definisce?”

“Quel bicchiere ti ha fatto male”
  
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