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Autore: Crateide    03/07/2017    5 recensioni
Ade e Persefone. E non solo.
Benvenuti fra i Giardini dell'Averno!
Genere: Angst, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Crack Pairing
Note: AU, Lime, What if? | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
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I wanna know
I wanna see
If this road is leading to nowhere

I wanna feel
I hear you breathe
And your broken wings can be mended

- After the Night is Over, Kiske/Somerville -

 

 

 

 

 



 

 

 

Camminava accanto a Ade, aggrappata a quella mano che, da sola, riusciva ad infonderle coraggio e un grande senso di protezione. Camminava per quei corridoi immaginifici che, davanti ai suoi occhi increduli e sbigottiti, si disfacevano e si ricombinavano in modi sempre diversi fra le tenebre che spiravano nell’aria.
- Sembra un labirinto – sussurrò ad un tratto, ritrovando la voce in fondo alla gola.

Ade rise piano.
- Lo è, Kore – rispose – qui siamo nell’Erebo ed egli è vivo e mutevole.

Kore rimase muta e sollevò lo sguardo al soffitto d’ombra, alto e irraggiungibile, in cui il suo sguardo quasi si smarrì. Per un istante ebbe come la sensazione di scorgervi due paia di occhi rossi e giganteschi che la fissavano. Si strinse contro il braccio di Ade e rabbrividì suo malgrado.
- Qualcosa non va? – le chiese il dio, arrestando il passo. Nella voce c’era una punta di rammarico.
- Ho solo avuto l’impressione che qualcuno ci stesse fissando. Possibile che si trattasse di Erebo? – rispose, riprendendo a camminare e sforzandosi di sorridergli. Per quanto cercasse di convincere se stessa del contrario, Kore aveva un sentore di paura che le premeva sulla bocca dello stomaco.
- Possibile, sì – rispose – anch’io ho avuto la stessa impressione quando ho calcato per la prima volta il suolo degli Inferi. Credo che Erebo sia una divinità... curiosa.

Kore tese di nuovo le labbra in un sorriso.
- Sarà sorpreso di rivedermi qui, allora... Come lo sei tu – disse.
- Non ci speravo, se devo essere sincero.
- Perché?
- Perché avrai udito storie orribili su di me.

Kore ebbe un fremito che non riuscì a trattenere, mentre una fioca luce si faceva sempre più vicina dall’orizzonte d’ombra.
- Di te non si parla mai sull’Olimpo – disse infine.

Sul volto di Ade comparve l’ombra di un mesto sorriso.
- La cosa non mi sorprende – sussurrò.
- Perché?
- Kore, ci sono tante cose che non sai...
- Narramele.

Si fermarono sulla soglia del palazzo, da dove Kore poté vedere un cielo cupo e purpureo, velato da un pesante strato di nubi mobili. All’orizzonte rosseggiava un campo di fiori indistinti, che si estendeva a perdita d’occhio.

Delle grida assordanti e un frenetico frullo d’ali rimbombò d’improvviso fra le nuvole burrose.
- Cosa...?
- Non guardare! – Ade le prese il viso fra le mani e allacciò lo sguardo al suo – Sono le Erinni, Kore. È meglio che i tuoi occhi non incontrino mai le loro figure.

Kore deglutì, naufragando nell’azzurro di quello sguardo apprensivo.
- Per quale motivo? – chiese in un soffio.
- Non possono farti nulla, giacché possiedi un animo puro e immacolato. Tuttavia... Potrebbero incuterti timore. Non hanno un bell’aspetto – le rispose.
- Sono addirittura più terribili di Caronte?
- Sì.
- Non le guarderò, allora.

Ade increspò le labbra e il suo volto dagli zigomi forti parve afflosciarsi.
- Cos’hai? – gli chiese Kore, preoccupata.
- Il mio Regno è spaventoso, Fanciulla. Temo che, dopo averlo veduto, non vorrai più rimanervi – rispose – tu vivi di Sole e di profumi, di Vita e di colori... Mentre qui c’è una cosa sola: la Morte.
- Ade... Ho paura solo perché non l’ho mai veduto – rispose – ricordi ciò che ti dissi la prima volta che ci siamo incontrati? Si ha paura solo di ciò che non si conosce. Istie ha ragione.
- Non è così semplice. I miei sudditi sono Ombre senza passato né futuro. E io... Io sono il loro Giudice.
- Cosa significa?
- Che le sottopongo ad un giudizio e le condanno a pene indicibili.

Kore prese rumorosamente aria.
- In base a cosa lo fai? In base a cosa le condanni? – chiese, quasi indignata.
- Ai loro peccati – rispose Ade.
- Beh, allora potresti tenere in considerazione anche le loro buone azioni!

Il dio assunse un’espressione dura.
- Non è così che funziona qui negli Inferi.
- Le cose possono sempre mutare.

Scese un lungo silenzio, spezzato di tanto in tanto dalle strida a volte vicine a volte lontane delle Erinni.
- Proseguiamo, se vuoi – disse ad un tratto Ade.

Kore, però, puntò i piedi.
- Aspetta – lo trattenne – non mi hai raccontato nulla...
- Lo farò ora, mano a mano che ripercorreremo la strada che feci io, secoli e secoli prima della tua nascita.

Un sentiero si aprì davanti a loro, d’improvviso. Il terreno era sdrucciolo e costeggiato da scheletri di arbusti che si ergevano verso il cielo con i loro rami appuntiti e dritti. Il prato di fiori vermigli si avvicinava sempre di più.
- Cosa sono? – chiese Kore – Non ho mai visto dei fiori simili.
- Sono Asfodeli – rispose Ade.

La dea arricciò il naso, colpita da un odore ferrigno e nauseabondo.
- Cos’è questo lezzo?
- Sangue.

Deglutì, ma il timore rimase lì, fermo in gola.
- Sangue? – ripeté – Di chi?
- Di coloro che vengono sacrificati in mio onore o di quello dei morti.

Kore ansimò, inorridita.
- Davvero ti tributano il sangue di vittime innocenti? – chiese.
- Non posso farci nulla. Gli uomini mi credono spietato.
- E lo sei?

Ade tacque per un lungo istante.
- Non lo so. Forse, potrai giudicarlo tu stessa dopo aver visto il mio Regno, lo specchio della mia anima.

“Lo specchio della tua anima” ripeté fra sé e sé, “ho come la sensazione, Ade, che nemmeno tu creda a queste parole...”.
- C’è una cosa che non ti ho detto quella volta in cui Atropo mi ha condotto da te – gli disse, volgendo il capo per ammirare il suo profilo stagliarsi nella bruma rossastra.
- E cosa? Ti ascolto – le rispose, senza voltarsi a sua volta. Sembrava all’erta, come se si stessero avvicinando ad un grande pericolo.
- Che mi sei parso tanto triste e solo.

Ade ghignò.
- Lo sono – confessò.

Kore indurì la mascella, mentre si allontanavano dalla prateria degli Asfodeli e prendevano un sentiero nascosto fra un fitto bosco atro.
- Anche se hai al tuo fianco una Lampade? – disse e si fermò. Intorno a loro spiriti inquieti aleggiavano fra gli arbusti bruni dalle foglie secche, evanescenti e solitari, illuminando a tratti l’oscurità sempre incombente.

Il Signore degli Inferi non batté ciglio e, finalmente, la guardò negli occhi. Il suo sguardo s’era incupito.
- Come sai di lei? – chiese.
- Ha forse importanza? – replicò Kore – Non hai risposto alla mia domanda, comunque.
- È una domanda che non ha una risposta precisa: è complessa – prese aria – se sono il Signore di questo Regno e se ho potuto salvare i miei fratelli liberando gli Ecatonchiri e i Ciclopi dal Tartaro, lo devo solo a Myntha – fece una pausa – è stata lei a guidarmi, insieme a Hypnos e Thanatos.

Kore reclinò il capo sul petto e guardò i propri piedi avvolti dai sandali chiari. Quelle parole le provocarono una stilettata al cuore, che palpitò dolorosamente. Mille pensieri deflagrarono nella sua mente, disorganizzati e confusi. Immaginò Ade fra le braccia di una donna bellissima a godere i piaceri dell’amore, e si sentì una sciocca per avergli confessato i propri sentimenti. In fondo, cosa ne sapeva lei dell’amore?

“Assolutamente nulla” si disse e arrossì, rimembrando che gli aveva regalato il suo primo bacio.
- A che pensi? – le chiese il dio.
- A quanto io sia sciocca – gli rispose.
- Perché lo saresti?
- Perché mi sono illusa su... Su di noi – concluse con un sospiro.

Ade non replicò e riprese a camminare, stringendole più saldamente la mano.
- Proseguiamo.

Kore si lasciò trascinare, a capo chino, meditando nel cuore che, forse, avrebbe fatto bene a dimenticare per sempre Ade e il suo Regno e, con loro, sia il pegno che vi aveva lasciato sia la sua sciocca promessa.

A strapparla da quei pensieri che le rattristavano l’animo fu il rumore gloglottante delle acque di un fiume. Risollevò la testa dorata con uno scatto e fra le carcasse degli alberi – ma come potevano esserci degli alberi negli Inferi? – vide un fiume dalle acque bigie e burrascose scivolare impetuoso al centro di una putrida palude.

Kore si coprì il naso con una mano e mugugnò per il disgusto. L’odore che lì stagnava era ben peggiore di quello che dominava la prateria degli Asfodeli!
- Finalmente ci incontriamo!

La fanciulla sobbalzò, colta di sorpresa da quella voce inaspettata e gioviale. Guardò dritto di fronte a sé e vide che davanti ad una robusta imbarcazione di legno nero se ne stava un giovane poco più grande di lei, dai capelli e gli occhi color dell’oro. Il volto pulito e dolce era dominato da un’espressione di pura gaiezza e da un affabile sorriso.
- Chi sei? – gli chiese, sorpresa di trovare negli Inferi una figura così accogliente e gioconda.
- Il mio nome è Hypnos, mia dolce Fanciulla – rispose il Genio – non sai da quanto tempo avevo voglia di incontrarti! Tante volte, volando, ti ho scorta giocare con la tua amica ninfa e tante volte avrei voluto discendere per chiacchierare un po’ con te, ma... non era ancora il tempo opportuno.
- E adesso lo è?
- Direi di sì.

Kore guardò Ade, che sembrava aver ritrovato un po’ di pace dal suo tormento interiore.
- Perché non ti sei mostrato la prima volta che sono giunta in questo Regno? – chiese, tornando a rivolgersi a Sonno – Eppure, io avevo scorto sia te sia tuo fratello Thanatos.

Il Genio allargò il proprio sorriso.
- Non era ancora il momento opportuno – rispose – io e Thanatos eravamo chiamati dalla Superficie e non potevamo venir meno ai nostri doveri.
- Capisco.

Ade l’attirò verso l’imbarcazione con un sorriso rassicurante e afflitto al tempo stesso.
- Sei certa di voler proseguire e vedere tutto? – le chiese in un sussurro.
- Sì – rispose Kore in un soffio.
- Allora – s’intromise Hypnos, con un remo intarsiato fra le mani pallide – lasciate che sia io ad accompagnarvi!
- Di che fiume si tratta? Non ho mai visto nulla di così... impetuoso.

Ade prese aria e rispose:
- Questo è il fiume Stige, che si ricongiunge all’Acheronte poco più in là.
- Rivedrò dunque Caronte? – chiese Kore, che già rabbrividiva al solo pensiero di incontrarne la figura arcigna.
- Probabile, ma sappi che non sarà l’unica cosa spaventosa che i tuoi occhi vedranno.
- Mio Signore, non terrorizzarla! – lo ammonì bonariamente Hypnos, che già si reggeva saldamente sull’imbarcazione senza alcuno sforzo – Non ci sono solo cose orribili nel tuo Regno.
- Ricordo ancora e con affetto i Campi Elisi...
- Saranno l’ultima meta – sentenziò Ade, aiutandola a salire sulla barca – e poi...
- E poi?

Ma non le giunse alcuna risposta, se non lo sciabordio dissonante delle acque stigie.

Hypnos affondò il remo fra i flutti violenti e, chissà per quale incanto, l’imbarcazione prese a scivolare placidamente, senza troppi sballottamenti.

Kore si guardò intorno, sempre al fianco di Ade, con il vento che le sparpagliava i capelli sulle spalle minute. Vide su entrambe le rive del fiume assieparsi le Ombre dei morti e tendere le braccia rinsecchite verso di lei, il cui corpo irradiava un leggero bagliore, che scacciava via le tenebre e si rifletteva sulle acque scure del fiume.

Alti lamenti si levarono d’improvviso, insieme ad un odore sulfureo e, di nuovo, al lezzo del sangue.
- Reggetevi – sussurrò Hypnos, spezzando il silenzio.

Kore stava per domandarne il motivo, quando innumerevoli mani artigliarono i bordi dell’imbarcazione, strattonandola prima a destra e poi a sinistra. Urlò, inorridita da quelle visioni spettrali che emergevano dalla furia delle acque e tentavano di salire a bordo, gridando, stridendo e sibilando.
- Non temere – le disse Ade, saldo sulle proprie gambe – niente e nessuno ti farà del male finché ci sarò io al tuo fianco.

Kore osservò la scena con sbigottimento, aggrappata alla veste del dio. Bastò che egli sollevasse un pugno in aria e le anime dannate che popolavano lo Stige presero fuoco. Fiamme azzurrognole divamparono violente sulla superficie dell’acqua, con un orrido scoppiettio. Un odore ripugnante e acre avvelenò l’aria e Kore fu quasi sul punto di svenire. I suoi occhi erano colmi di paura e turbamento.

Erano dunque quelli i poteri di Ade? Non aveva mai visto nulla di simile, nemmeno dal padre Zeus che con le sue folgori schiantava anche le rocce!

Infine, quando tutto tacque e le fiamme scemarono fino a sparire in un fumo lieve, la dea prese rumorosamente aria e con le labbra arricciate e un’espressione di puro terrore sul volto di porcellana sollevò lo sguardo verso Ade, che non appariva per nulla turbato.
- Mi dispiace – le disse – non volevo che assistessi a tutto questo.
- Co-cosa o ch-chi e-erano? – balbettò, tremando in tutto il corpo.
- Erano Lemuri, ovvero anime erranti di coloro che hanno trovato una morte violenta e prematura e che, di conseguenza, non riescono a trovare pace, in quanto hanno smarrito coscienza di sé.
- Cosa volevano?
- Te, Kore, e l’alito di vita che emani – Ade le carezzò una guancia e con il pollice le raccolse una lacrima sfuggita alle ciglia nere – essi si nutrono della paura dei viventi. Li tormentano fino a portarli alla pazzia.
- E appartengono al tuo Regno? Anche loro fanno parte degli Inferi?
- Non proprio. I Lemuri finiscono qui come tutte le Ombre degli uomini, ma vagano senza ricevere mai giudizio, in perenne pena.

Kore deglutì.
- Perché? – chiese.
- Perché fuggono da qualsiasi luogo in cui li si rileghi, che sia la Prateria degli Asfodeli o le Bolge.
- Cosa sono le Bolge?

Ade stese un braccio alla propria sinistra e indicò un luogo indistinto nella bruma d’ombra che ristagnava in ogni dove. Kore aguzzò la vista e riuscì a contraddistinguere un’enorme fossa scavata nel terreno, sorvegliata da creature spaventose simili nell’aspetto a Caronte. Tese l’orecchio e udì lamenti sommessi innalzarsi al cielo vermiglio. Si sollevò sulle punte e i suoi occhi scorsero Ombre di uomini, donne e bambini aggirarsi senza posa fra quelle pareti di roccia e, di tanto in tanto, sollevare i volti ossuti come per chiedere clemenza e salvezza.
- Da quella parte, invece – continuò Ade, indicando con l’altro braccio verso destra e senza darle il tempo di proferire motto – ci sono coloro che si sono macchiati di tracotanza verso noi divinità: puoi vedere Sisifo, ad esempio. È quello lì.

Kore volse il capo e vide un uomo nudo, con il volto scavato e il corpo ricoperto da ematomi e graffi sanguinolenti, sospingere un masso verso la cima di un monte. Vi era quasi riuscito, quando ad un tratto il masso si fermò e, schiacciandolo, rotolò di nuovo giù a valle.
- Cosa gli è capitato? – chiese – Perché è condannato a una tale pena?
- Ha sfidato gli dèi e, ovviamente, ha perso – rispose Ade – gli avevo concesso di ritornare per un giorno soltanto in Superficie per ricevere una degna sepoltura, ma egli se n’è approfittato e vi è rimasto più del dovuto. Quando Thanatos lo ha riportato indietro, qui da me, mi sono visto costretto ad infliggergli una dura punizione, che è quella che vedi.
- Sei stato inclemente.
- Tu cosa avresti fatto al mio posto?

Kore rivolse gli occhi viola al volto di Ade, che la fissava in attesa di una risposta.
- Non lo so – sussurrò infine.

Hypnos ridacchiò.
- Hai un animo davvero sincero, Kore! – disse.

La barca virò tutto ad un tratto, lentamente, e le acque impetuose divennero più tranquille, sebbene avessero preso una sfumatura verdognola.
- L’Acheronte – sussurrò la dea, osservando il pallido riflesso di se stessa fra quei placidi flutti – lo ricordo bene.
- Via! Via! – una voce famigliare riecheggiò in lontananza, costringendola a volgersi alle proprie spalle – Non sperate di rivedere la Superficie! Via, maledette Ombre! Se prima non mi pagate non potete salire!
- Caronte...

Ade le passò una mano sulle spalle, fra i capelli setosi, e la esortò a guardare nuovamente di fronte a sé.
- Nel mio Regno non è bene guardarsi indietro – le disse.
- Perché?
- Perché potresti perdere qualcosa di assai prezioso.
- Parli con cognizione di causa, Ade? – chiese.

Il dio prese aria e strinse i pugni.
- In un certo senso, sì – rispose – quando ho accettato di divenire il Signore degli Inferi, mi è stato detto che non mi sarebbe più stato possibile tornare indietro.
- Ma io ti ho visto in Superficie!
- Metaforicamente parlando.
- Oh.

Kore spinse lo sguardo verso l’orizzonte mefitico, persa nei propri pensieri.
“Forse” pensò “questa è una delle Scelte di cui mi parlava Atropo”.

Un ringhio la ridestò, richiamandola bruscamente alla realtà. Si raggelò e fremette, avvertendo i capelli dietro la nuca rizzarsi. A quale creatura apparteneva un verso simile? Kore ebbe quasi la sensazione che gli Inferi interi avessero tremato!
- Cos’era? – chiese pianamente, quando l’ultima eco si spense.
- Cerbero, il guardiano delle porte degli Inferi – rispose prontamente Ade.
- E di che genere di creatura si tratta?
- Egli è un molosso gigantesco, dominato da tre teste dagli occhi biancheggianti. È figlio di Tifone ed Echidna e, come i suoi genitori, ha un aspetto spaventoso.
- Ovvero?
- Sei proprio curiosa! – s’intromise Hypnos – Cerca di non esserlo troppo, però... Spesso la curiosità porta solo guai.
- Perché vuoi saperlo? – chiese Ade, come se il Genio non si fosse intromesso – Ti parlo di cose spaventose e tu ne sembri quasi attratta.
- Voglio conoscere, Ade, per non avere più timore – gli rispose.
- E va bene. Cerbero ha un manto vivo, fatto di serpenti velenosissimi. I suoi latrati, come hai potuto constatare tu stessa, paiono lo scoppio del tuono.

Kore annuì e, ritta accanto a lui, seguitò a guardare l’orizzonte che prendeva leggere sfumature di azzurro e arancio.
- Non mi volterò – disse – ma un giorno, potrei chiederti di mostrarmi il tuo mastino.

Ade le scoccò un’occhiata perplessa, quasi scioccata.
- Le tue richieste mi sorprendono ogni volta – replicò.

Suo malgrado, la dea sorrise.
- Ed è un bene o un male?
- Questo desidero scoprirlo – rispose, sogghignando.

Un vento gelido fece inaspettatamente ondeggiare la barca, che per un istante parve quasi sul punto di ribaltarsi. Kore si abbracciò il busto e rivolse gli occhi alla propria sinistra, dove il paesaggio si ricopriva di frattali di ghiaccio sempre più grandi e spessi, fino a divenire delle lastre lucide che riflettevano il rosso del cielo.
- È una valle di ghiaccio, quella? – chiese, mentre una ventata bollente le alitava sul collo.
- Quello è il Cocito, il fiume di ghiaccio – rispose Ade.

Kore girò il capo a destra e vide un fiume di lava incandescente costeggiare l’Acheronte.
- E quello?
- È il Piriflegetonte, il fiume di fuoco.
- Dove conducono? – chiese ancora, notando che entrambi deviavano leggermente per poi sparire in una nebbia fittissima.
- Nel Tartaro – fu la laconica risposta di Ade.

Kore tornò a guardarlo, con le sopracciglia corrugate e un’espressione di puro terrore sul volto.
- Voglio sapere – disse – è lì che è imprigionato Crono, vero?
- Sì. L’ingresso è sigillato: sono stato io a rinchiudere lui e i suoi fratelli in quel luogo orribile, dopo aver abbattuto Campe.
- Cosa? A me hanno sempre raccontato che a farlo è stato mio padre!
- Ti hanno mentito – rispose Hypnos, volgendosi leggermente per scoccarle un’occhiata enigmatica – ma è comprensibile. Zeus non brilla di certo per umiltà...

Kore strinse le labbra.
- Sei troppo schietto, sai? – sibilò.
- Kore – la voce di Ade le fece riportare l’attenzione su di lui – sono disceso negli Inferi non solo per seguire Myntha, ma anche per liberare gli Ecatonchiri e i Ciclopi, affinché ci aiutassero a vincere Crono. Gea, la Dea Madre, lo aveva predetto, ma io all’epoca ero troppo accecato per capire e vedere che quello che stavo seguendo non era altro che il mio Destino.
- Non hai potuto scegliere? Eppure Atropo mi ha detto...
- Certo, che ho scelto. Ho scelto di salvare i miei fratelli, bevendo le acque del fiume Stige e abbracciando completamente gli Inferi.

Kore sembrava confusa.
- Perché hai dovuto bere da quelle acque? – chiese.
- Perché è così che funziona, qui: chiunque si nutra del cibo o dell’acqua dell’Oltretomba, vi rimarrà legato in eterno – rispose Ade.
- Sembra una condanna.
- Forse lo è.

Kore stette in silenzio per alcuni istanti, infine riprese:
- È per questo che in Superficie tutti ti odiano? È perché sei diventato il Signore degli Inferi?
- Non mi odiano, Kore – rispose Ade – semplicemente, come hai detto tu stessa, temono ciò che non conoscono e che non vedono. Ermes, ad esempio, che ha girato il mio Regno in lungo e in largo ed è una divinità psicopompa, non ha timore di me. Lo stesso vale per Hypnos e Thanatos.
- E anche per Istie?

Il dio sorrise con nostalgia.
- Istie è sempre stata una dea lungimirante e una sorella amorevole – disse – forse è per questo che ha abbandonato l’Olimpo.
- Che vuoi dire?
- Che lei è custode dei ricordi, come lo è del focolare domestico.
- A proposito di ricordi – esclamò il Genio del Sonno, affondando il remo nelle acque divenute limpide tutto ad un tratto – ecco qui il Lete, il fiume dell’Oblio!

Kore si chinò sul bordo dell’imbarcazione e osservò il proprio riflesso svanire poco a poco.
- Non riesco più a vedermi – disse, per poi volgersi verso Ade che era rimasto in piedi a fissarla – perché?
- Perché tutto ciò che si immerge in queste acque o semplicemente ci si riflette, viene dimenticato – le rispose.
- C’è forse un motivo?
- Ad oggi, non lo so.
- Com’è possibile? Credevo che conoscessi tutto del tuo Regno!
- Non si può vedere e comprendere tutto e subito, mia piccola dea – le rispose Hypnos, facendole storcere il naso alla parola “piccola”.
- Cosa intendi, Hypnos?
- Che forse non è ancora arrivato il tempo opportuno affinché il Lete abbia il suo significato qui negli Inferi.

L’imbarcazione toccò terra d’improvviso, oscillando per un breve istante. Kore sollevò lo sguardo verso il muro d’ombra che troneggiava davanti a lei e in cui il fiume vi scompariva, provando un senso di vertigine e timore. Aguzzò la vista e si rese conto che quella parete, che si estendeva in lungo e in largo a perdita d’occhio, era viva. Pulsava come un cuore e, di tanto in tanto, volti e mani vi comparivano e sparivano come onde del mare.
- Dove siamo? – chiese infine, con la gola secca.
- Davanti all’ingresso per i Campi Elisi – rispose Ade.

Kore sollevò un sopracciglio e sbatté le palpebre.
- Mi prendi in giro? Qui non c’è nulla! E poi, credevo che l’ingresso si trovasse nella Sala del tuo trono...
- Anche. È stato Erebo a creare quel passaggio. Probabilmente sotto richiesta delle Moire.

Ade scese dalla barca con un agile balzo. Si volse e le tese una mano, che Kore afferrò subito.

Lì il terreno era ricoperto da una leggera lanugine verde, che le ricordò subito i prati rigogliosi dell’Elisio. Ne seguì il percorso e notò che, come il fiume, penetrava il muro d’ombra in un punto preciso.
- Ade? – chiamò.
- Sì?
- Avverto delle energie particolari – lo guardò negli occhi – mi sembrano famigliari e al tempo stesso sconosciute...

Non finì di parlare, che dalla parete comparvero dal nulla, in un battito di ciglia, due porte ciclopiche: una di Corno e l’altra d’Avorio. Kore si strinse contro il braccio di Ade che, al fianco di Hypnos, appariva calmo e rilassato, mentre le ante cigolavano sui cardini d’oro e mostravano due interni completamente diversi fra loro. La dea cercò di scorgervi qualcosa, ma non vi riuscì: per un motivo a lei oscuro, appena distingueva qualcosa – un oggetto, un luogo, una persona – nella sua mente svaniva come un lontanissimo ricordo.
- Chi è costei, mio Signore?

Una voce delicata, probabilmente appartenente ad un bambino, risuonò ovunque, increspando la leggera e onnipresente bruma che tutto avvolgeva. Kore si guardò intorno, ma non vide nessuno.
- Guarda di fronte a te, Fanciulla – le sussurrò Ade.

Ubbidì e con sua grande sorpresa vide che dalla porta di Corno venne fuori un bambino candidissimo, che stringeva fra le braccia un neonato dalla pelle squamata e gli occhi simili a quelli di un rettile, di un giallo assai intenso. Una zazzera di capelli bianchi gli coronava il viso un po’ paffuto, sul quale brillavano due occhi dorati molto simili a quelli di Hypnos. Una ghirlanda di papaveri gli pendevano dal collo, sulla clamide azzurra che copriva un corpicino gracile.
- Salve, dea dell’eterna Primavera!

Kore si riscosse. Era rimasta quasi ipnotizzata dalla sua figura!
- Ciao – salutò – chi sei?
- Il mio nome è Morfeo e sono il dio dei Sogni Veritieri. Questo bambino che vedi fra le mie braccia, invece, è mio fratello Fantaso ed è Colui che non dice mai la Verità.

Il bimbo dagli occhi da rettile la guardo e le sorrise, mostrando una fila di piccoli denti aguzzi al di là delle labbra violacee.
- E a me chi mi presenta?! – tuonò un’altra voce, così forte che Kore fu costretta a coprirsi le orecchi.

Volse gli occhi alla porta d’Avorio e vi vide fuoriuscire un bambino simile a Morfeo, ma dall’aspetto completamente diverso. La pelle d’ebano era ricoperta di piume corvine. Ispidi capelli grigi gli ricadevano scompostamente intorno al volto, dominato dagli occhi nerissimi e una bocca innaturalmente larga.
- Puoi presentarti da solo – fu la laconica risposta di Morfeo – sei sempre il solito.

Il bambino dalla pelle nera fece una riverenza indirizzata a Kore e le sorrise, mostrando due canini sorprendentemente lunghi.
- Io sono Icelo e sono il dio degli Incubi – si presentò, per poi rivolgersi ad Ade e soggiungere – e così hai rimpiazzato Myntha con una dea! Fai progressi, mio Signore.
- Icelo! – urlò Hypnos – Sta al tuo posto e non osare altro!

Icelo abbassò il capo e il suo sguardo fu attraversato da un’ombra di terrore.
- Chiedo perdono, padre – disse – e lo chiedo anche a te, Plutone.

Ade mantenne la sua espressione indecifrabile e amimica, ma la vena che aveva preso a pulsare al centro della sua fronte fece intuire alla dea della Primavera che le parole di Icelo l’avevano irritato.
“Sarei dunque un rimpiazzo?” si chiese amaramente, abbassando il capo.
- Mentire è un’arte – una voce sottilissima e un po’ impastata risuonò nell’aria – non tutti sono in grado di farlo. Mio fratello, non lo è, ad esempio.

Kore risollevò lo sguardo e capì che a parlare era stato Fantaso.
- Perché dovrei crederti, se tu sei il primo a mentire? – gli chiese.
- Proprio perché mento alle volte dico anche la verità.
- Non ho mai incontrato divinità come voi...
- E aspetta di vedere Thanatos! Attenzione al suo sguardo, però: si dice che rubi anime.

Kore non replicò e guardò Ade.
- Tu li comprendi? – gli chiese.
- Prendi con leggerezza ciò che dice Icelo – le rispose il dio, carezzandole nuovamente una guancia – ma fai tesoro delle parole di Morfeo, che fra i figli di Hypnos è il più saggio.
- E anche il più illusorio – disse Morfeo stesso, per poi sorridere – ma non per questo mento.

Kore ricambiò il sorriso. Aveva come la sensazione di averlo già incontrato... Forse in qualche sogno fantastico?
- Bene! – intervenne il Genio del Sonno, battendo una volta le mani – Al fine, è giunto il momento di farti accedere ai Campi Elisi! Sarai felice di tornarci, credo.

Kore avrebbe voluto rispondere con entusiasmo, ma la voce di Ermes e lo sfarfallio agitato dei suoi calzari la interruppero, costringendola a sollevare il capo verso le nubi in cielo.
- Fermi! – urlò il Messaggero degli dèi, comparendo sopra le loro teste – Restituite Kore alla Superficie, in nome di Zeus suo padre!

Il sorriso le morì sulle labbra, la realtà di mescolò, i volti di Ade, Hypnos e dei suoi figli si confusero e, infine, il buio la rapì.

 

 

 

 

 

 

 

 

Angolino dell’autrice:

Ciao a tutti,

questo capitolo, nonostante l’abbia rimaneggiato diverse volte, mi sembra un po’ “meh”. Come potete immaginare, mi sono vista costretta cambiare la geografia degli Inferi rispetto a quelli descritti in Raptus, nonostante abbia mantenuto qualche richiamo (ad esempio, la parete d’ombra che precede l’entrata dell’Elisio). Ho frammischiato diverse versioni degli Inferi, da Dante a Omero a Virgilio e spero che il risultato non faccia troppo schifo.

Avete presente il Lete? Ecco, tenetelo bene a mente perché fra un (bel) po’ di capitoli si scoprirà il suo ruolo.

Ringrazio con tutto il cuore IreneDeNadai01, Iris_Costa e The_Trickster per aver aggiunto la storia alle Preferite e EffyLou, Denebola, Marenero05 e StarFigther per aver deciso di seguirla. Spero di non deludervi!

 

Senza pretese,

Elly

 

 


   
 
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