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Autore: RebeccaZ    04/07/2017    1 recensioni
Otto anni fa Kaleth è stato marchiato da un uomo sconosciuto che, prima di morire, gli ha consegnato un enorme potere accompagnato soltanto da poche righe su come utilizzarlo e contro chi scagliarlo. Costretto ad abbandonare ogni cosa, compresa la sua identità, Kaleth inizia, assieme al suo labrador Douglas come unico compagno, una vita itinerante a caccia di demoni e licantropi finché il professor Shepherd non lo coinvolge nella sua ricerca spasmodica di una verità di cui il ragazzo ne è la chiave essenziale. Strane presenze infatti si aggirano per la città di Forest Hills, riportando a galla vecchie ferite e nemici antichi, gettando Kaleth all'interno di un vortice impossibile da fermare se non, forse, con l'aiuto di nuove alleanze e fedeli amicizie.
Genere: Dark, Sovrannaturale, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Là sotto l'odore era acido e agre, come di qualcosa che andava via via marcendo. Le esalazioni gli bruciavano le narici e ogni respiro rinnovava un dolore tagliente che saliva su finoalle meningi. Era insopportabile, ma necessario.

Kaleth si maledì pensando a quel piccolo momento di distrazione che l'aveva trascinato giù fino aquelle fogne fetide e profonde, per poi proseguire lungo la strada, i liquami che gli arrivavano alpolpaccio. Capì di essere arrivato quando il puzzo arrivò ai massimi livelli di sopportazione consentiti, tanto dariuscire a stento a trattenere un conato di vomito. Si sporse lievemente sull'entrata del cunicolo e lo vide: grande, grosso, enorme e colossale, stava preparando il suo prossimo pasto arrotolando con le zampe un corpo già coperto da uno spessostrato di seta secreta da delle filiere poste proprio sull'addome. Aveva i minuti contati.

Kaleth diede una rapida occhiata in giro alla ricerca di quello che era il principale oggetto delladella sua discesa infernale, stizzito dalle nuove circostanze che restringevano il tempo a sua disposizione. Se ne accorse quasi per caso grazie ad un piccolo spiraglio di luce che ne fece brillare l'elsa d'argento: il suo pugnale, lì, conficcato proprio sulla schiena del mostro, dove l'aveva lasciato l'ultima volta, prima che una zampata di dolore non avesse permesso alla bestia di disarcionarlo e fuggire via, lasciandolo intontito per qualche minuto. Un sorriso soddisfatto si fece largo sul viso del ragazzo che poi prese ad analizzare velocemente lospazio circostante: una stanza larga e scarsamente illuminata, ma non per il doppio paio d'occhi del suo nuovo amichetto a otto zampe, il che rendeva l'intero vano sprovvisto di nascondigli tra i quali sgusciare o nascondersi, esclusione fatta per quelli che sembravano resti di animali e persone giàprecedentemente spolpate e accatastate alla rinfusa nel nido e che causavano quell'odore nauseabondo.

Doveva attaccarlo uscendo direttamente allo scoperto.

Poco male, avrebbe impiegato meno tempo a farlo fuori. Un sospiro a pieni polmoni e quando riaprì gli occhi era già freddo e razionale, pronto a colpire. Non appena fece un passo dentro il nido, quattro occhi lo individuarono immediatamente e parvero osservarlo con tutto l'odio che riuscivano ad esprimere. La bestia lasciò andare il suo bozzolo e si scaraventò immediatamente su Kaleth che non trovò dimeglio da fare che scivolare, mezzo annegato nei liquami, lungo l'addome della bestia, per riemergerne alle spalle, nauseato e furibondo. Un balzo e riuscì a salire sul dorso dell'aracnide che cominciò a dimenarsi nel tentativo didisarcionarlo nuovamente, ma questa volta Kaleth non si sarebbe lasciato distrarre per nessuna ragione, continuando ad arrampicarsi fino a raggiungere il suo pugnale, estraendolo.

La bestia parve urlare di dolore e prese a dimenarsi ancora di più ma il ragazzo, la presa ben stretta sul dorso, continuò ad arrampicarsi fino a raggiungere gli occhi, accecandoli tutti e quattro in uncolpo solo. Fu allora, quando saltò giù lasciando che la bestia si contorcesse per il dolore, che Kaleth sfruttò ilmomento di confusione dell'animale per squarciarle il ventre da parte a parte, uccidendolo. Aveva ancora il fiatone quando si rese conto di aver centrato anche questa volta il suo obbiettivo e dovette trattenere un conato di vomito particolarmente prepotente quando si accorse dello stato incui era: coperto da capo a piedi dai liquami e dal sangue della bestia, non aveva più un centimetro di pelle libera. Mentalmente, ricordò a se stesso di fare una bella doccia calda non appena avesse varcato la portadi casa.

Stava cercando di scrollarsi di dosso quella poltiglia alla meno peggio, quando venne distratto dauno strano suono soffocato che proveniva da poco lontano, lì nel mucchio di bozzoli messo sudall'aracnide fino a quel giorno.

<< Accidenti...>> mormorò il ragazzo tra i denti, ricordando solo in quel momento che uccidendo l'animale aveva anche salvato la vita a qualcuno che rischiava di diventare il piatto del giorno. Un paio di salti particolarmente scivolosi e Kaleth si ritrovò davanti ad un bozzolo che si dimenavanervosamente.

<< Sta calmo! Ci penso io a liberarti. Ora, fermo...>> provò a tranquillizzarlo, mentre con ilpugnale prese a squarciare la seta che lo imprigionava.

Quello che vide fu un fatto curioso: solitamente le prede di quel ragno erano barboni, cani randagie qualunque creatura commettesse l'errore di appisolarsi all'aperto senza prestare troppa attenzione attorno a sé. Questa volta, invece ciò che emerse da quel groviglio colloso era un volto terrorizzato incorniciato da un paio di occhialetti apparentemente nuovi,seguito da un corpo ben vestito e tremante.

<< Grazie... grazie... io .. non so da dove sia sbucato... era un.. ragno! Enorme ragno!>>

<< Si, si lo so. Stia tranquillo oramai è andato.>> Kaleth cercò di tirarlo su, ma il tremore gli impediva di reggersi autonomamente in piedi. << Riesce a camminare?>> chiese indagatore, senza ottenere alcuna risposta. << Va bene,d'accordo. Usciamo da questo posto, ok?>>

Sbucarono all'aperto da un tombino su Randall Park e a giudicare dal buio doveva essere notte inoltrata. L'aria frizzante di novembre punzecchiava un po' il viso, ma era un sollievo dopo il clima fetido e rarefatto delle fogne.

Kaleth portò in spalla l'uomo, non senza fatica, e lo adagiò sul terreno, per poi sedersi su una panchina per riprendere fiato. Si sentiva estremamente spossato.

<< Era... un ragno... un enorme ragno.>>

<< Si, questo credo che sia ormai chiaro per tutti e due.>> rispose spazientito il ragazzo perl'ennesima ripetizione del concetto da parte dell'uomo.

<< Ma era... enorme!>>Kaleth fece una smorfia di noncuranza, mentre l'uomo si alzava e si andava a sedere accanto a lui.<< L'hai ucciso tu?>>

<< Ha importanza?>>

<< Vorrei conoscere almeno il nome del mio salvatore....>>

Kaleth rise. Non era la prima volta che salvava qualcuno, ma questa era la prima volta che la persona inquestione era sveglia e cosciente, e mai si sarebbe sognato questo genere di domande. Diamine!La prima cosa che avrebbe chiesto lui sarebbe stato senza dubbio da dove diavolo venisse un ragno tanto grande o come fosse possibile che un ragazzino l'avesse fatto fuori da solo ma questo curioso omino invece voleva sapere il suo nome e nient'altro. Il resto era archiviato.

<< Mi chiami come vuole, non ha importanza.>>

<< Dovrai avere un nome tuo,no?>>

<< Senta, è tardi, farebbe meglio a tornare a casa.>>

<< Certo...>> tentennò l'uomo. << Mi farebbe piacere sdebitarmi con te.>>

<< Non ce n'è bisogno. >>

<< Vorrei farlo comunque.>> asserì l'omino infilando la mano nella tasca interna della giacca edestraendone un bigliettino spiegazzato. << Questo è il mio biglietto da visita. Se mai avrai bisognodi qualcosa, puoi fare un colpo di telefono.>>

Kaleth guardava l'uomo esterrefatto, poi prese a ridere sonoramente, leggendo il biglietto che orareggeva tra le dita : “Prof. K.P. Shepherd, docente materie umanistiche. Per ripetizioni chiamare etcetc etc...”

<< D'accordo, come vuole lei.>> rispose infine alzandosi in piedi e stringendosi nei suoi abiti. << Io le consiglierei tuttavia di dimenticare tutto e di non farne parola con nessuno, è meglio.>>

<< Si, lo immaginavo...>>

<< Una buona serata, dunque. Se vuole scavalcare, da quella parte il muro è meno scosceso, altrimenti di là c'è un telefono a gettoni. Per i numeri d'emergenza non c'è bisogno di monete. Può dire di essersi addormentato prima della chiusura. >>

Il Professore annuì col capo e Kaleth gli fece cenno di saluto col capo, per poi sparire nella notte.

***

Trovare le chiavi in mezzo a quel marasma che erano i suoi abiti fu un'impresa snervante, così come cercare di fare girare una chiave lercia nella serratura.

Dopo parecchi, infruttuosi, tentativi, finalmente la porta si aprì e Kaleth si ritrovò improvvisamente disteso di schiena, tanta morbida , pesante pelle color miele addosso, mentre qualcosa di umido e rosa gli lavava letteralmente la faccia.

<< Doug! Accidenti! Non sei più un peso piuma! >> si lamentò senza troppa convinzione e mentre già un sorriso si faceva largo sulle sue labbra sottili, scostò delicatamente il suo cagnolone che gli abbaiava di rimando scodinzolando e chiedendo ancora coccole.

Il ragazzo accarezzò energicamente il capo del giovane labrador ed entrò in casa, seguito dal suo scodinzolare. Prese i suoi vestiti e li gettò dritti dritti in un cesto, prendendo nota del fatto che ridotti com'erano era meglio gettarli via.

Fece scorrere l'acqua della doccia e non appena il vapore cominciò a spandersi per tutto il vano sigettò dentro quasi ad occhi chiusi. Per un po' rimase così, immobile, sotto il getto caldo e accogliente, a riflettere. Sentiva tutti i muscoli, un momento prima contratti, sciogliersi lentamente e i capelli, un po' lunghi schiacciarsi contro il viso. Aprendo gli occhi aveva una massa corvina che gli scendeva fino alle guance, appesantendogli il volto, ma non importava. In quel momento non importava proprio un bel niente.

Quando riemerse dalla nube di vapore si sentì svariati chili più leggero ma stanco come se non dormisse da secoli. Anche la stanza pareva vorticare scompostamente ma il ragazzo lo attribuì alla spossatezza. Con la mano tolse via lo strato di nebbia sullo specchio e osservò la sua immagine: la sua pelle era bianca,molto più bianca del solito,accentuando le occhiaie sotto due occhi cerulei che sarebbero stati molto più affascinanti senza quelle cornici violacee a guastarli e nel complesso pareva piùvecchio di qualche anno. Diamine!Quanti anni era che faceva quella vita? Sei, sette? Se andava avanti di quel passo non sarebbe arrivato ai trent'anni. A quel pensiero rise amaramente. Era già fortunato se era vivo in quel momento. Decise che era inutile arrovellarsi e barcollò fino al cucinino, dove Douglas lo aspettava,speranzoso, vicino alla sua ciotola, scodinzolando incoraggiante.

<< Si, Doug, si, non mi sono dimenticato di te. È impossibile visto il macello che fai.>>

Il cane abbaiò soddisfatto, mentre Kaleth osservava sconcertato il caos che era il piccolo soggiorno. Cercò di buttare giù qualcosa anche lui, ma lo stomaco pareva non aver voglia di collaborare e ogni volta che provava a mangiare qualcosa, sembrava che dovesse venir su tutto da un momento all'altro. Si sentiva davvero molto stanco, eppure qualcosa dentro di lui lo spingeva a restare sveglio, sveglio e vigile.

Dalla finestra il cielo pareva libero da nubi e se non fosse stato per le luci accecanti della città si sarebbero potute vedere le stelle.

No, non c'era nulla di cui preoccuparsi, non ancora perlomeno. Kaleth aveva ormai imparato a convivere con quel senso di indefinito e precario che accompagnava la sua vita. Sapeva che qualcosa sarebbe venuto a cercarlo, se per qualche ragione il ruolo di cacciatore non venisse assunto da lui stesso. Col tempo aveva accettato questa situazione quasi con serena rassegnazione, fosse anche solo per il fatto che reagire era il modo più semplice per sopravvivere se tenevi caro alla pelle. Acquattarsi, nascondersi, fuggire, era una tecnica che lasciava il tempo che trovava: prima o poil'avrebbero scovato e allora non ci sarebbe stato nulla da fare.

Tanti anni addietro si sarebbe infuriato, avrebbe preso a calci muri e finestre, ridotto armadi acumuli di stuzzicadenti, chiedendosi continuamente perché, perché, perché.. Poi la rabbia lasciò il posto alla stanchezza, all'indolenza verso qualunque forma di monotonia e allora lasciò perdere: che senso aveva comportarsi come un cane che si morde la coda? Che rosica sempre lo stesso osso, consapevole del fatto che non si trasformerà mai in un bel pezzo di manzo,dal momento che l'unica persona che poteva rispondere a tutti i suoi quesiti oramai non poteva più rispondergli? Nessuno, allora tanto vale non pensarci più.

Strinse i pugni, conficcando le unghia nel palmo della mano. A volte la rabbia tornava indietro, riemergendo dai ricordi o dall'esercizio machiavellico del suo cervello. Maledetto cervello! Per colpa sua adesso aveva anche male alla testa. Si stropicciò gli occhi che adesso bruciavano come due pezzi di carbone acceso e decise che era davvero ora di andare a letto. Sorprendentemente si ritrovò a barcollare, privo di equilibrio, rendendo ogni passo una sfida controse stesso, eppure il suo cervello continuava a dire che tutto andava bene, che non c'era nulla di cui preoccuparsi. Giunse nella camera da letto che quasi gli cominciava a mancare il respiro. Si gettò sulle coperte senza neanche i vestiti addosso e crollò in uno stato di incoscienza. Attorno a lui tutto prese a vorticare, vorticare e vorticare senza alcuna parvenza di pietà verso di lui che oramai non riusciva più a tenere insieme i pezzi della realtà che gli stavano attorno. I suoi neuroni dovevano essere completamente da qualche altra parte, perché ogni logica e ogni certezza svaniva come fumo dinnanzi a quello che gli si parava davanti: lupi, lupi in quantità spaventose, con le loro zanne traboccanti di bava ferina, furiosi e affamati, che avanzavano verso di lui lentamente senza che riuscisse ad alzare un solo muscolo: Era una lotta della volontà contro un corpo ribelle dalla quale non sembrava che sarebbe uscito vincitore. Sentiva il respiro farsi sempre più affannoso, mentre uno di quei lupi si staccava dal branco per farsi più vicino, ringhiando. Ad ogni passo un lieve tremore si faceva strada lungo la schiena del ragazzo, portandosi con sè una paura antica, di cui credeva di averne perso la memoria. La belva ora camminava sul suo corpo, premendo con le sue zampe sul petto del ragazzo, rendendogli la respirazione ancora più difficile, mentre quella gli alitava a pochi centimetri dal viso tanto da poterne sentire le esalazioni di morte e sangue, di carne macilenta e ossa fracassate, piene di terribili promesse. Poi la belva parlò, con una voce profonda e umana, riconoscibile per la sua quasi ancestrale perfidia.

<< Hai paura, ragazzo?>>

Kaleth avrebbe voluto urlare di si, ma si rifiutò di rispondere, aiutato anche dal fatto che le sue mascelle, così come il resto del corpo, non sembravano rispondere a nessun impulso. La bestia sorrise, ne era sicuro. C'era qualcosa in quel volto di lupo che gli ricordava un viso umano, mortale, riflesso di un qualcosa di perduto per sempre, soppiantato da qualcos'altro di molto più forte e combattivo. Erano gli occhi: due pupille sadiche e determinate, di un verde lontano miglia da qualunque specie animale di quel genere.

<< Ti ho fatto una domanda. >>La voce della bestia gli risuonava nel cranio perforandolo. << Ti ricordi di me? >>

Si, che lo ricordava, come ricordava le fiamme e il fumo in lontananza, le macerie, le urla di dolore e paura di chi ha provato lo stesso a difendersi invano contro qualcosa più forte di lui per quello spirito di sopravvivenza e amore per la vita che spinge ogni essere vivente a lottare fino all'ultimo respiro.

<< Ti ricordi la mia promessa? >>

Kaleth ricordava anche quella. Era una promessa di morte e dolore, con inciso il suo nome sopra. Poi, la bestia ululò, seguito dal suo branco e con un ultimo ringhio, azzannò il collo del ragazzo.

Kaleth si svegliò di soprassalto, madido di sudore, un dolore lancinante che gli prendeva tutto il lato sinistro del corpo. Non appena portò la mano sul fianco, finalmente si rese conto: non era una ferita profonda, ma un taglio di striscio che partiva dall'anca fino al petto.

Non ci voleva.

Ora comprendeva tutte quelle visioni, quella pesantezza, quell'impotenza : era stato avvelenato. Maledetto aracnide. Doveva essere successo mentre gli scivolava sotto il ventre: l'animale aveva provato a colpirlo, ma non era riuscito a centrarlo, salvo per quel piccolo lembo di carne che tuttavia aveva lasciato penetrare il veleno del suo aculeo quanto bastava per disarmarlo, se non ucciderlo. Una fitta gli ricordò che il suo supplizio non era ancora terminato e che se non faceva qualcosa e subito, l'esito di quella giornata sarebbe stato tetramente prevedibile. Si alzò a fatica, il fiato mozzo e trascinandosi per la stanza che vorticava, si gettò su i primi abiti che trovò vicino a sé e si scaraventò fuori casa, seguito da Douglas che aveva vegliato tutta la notte su di lui seduto ai piedi del letto.

<< Notte da leoni, eh? >> commentò sarcasticamente il vicino, nel vederlo uscire di casa vestito alla bella e meglio, il colorito cadaverico e le pupille dilatate, il fiato corto e il sudore freddo che glicolava sulle tempie.

<< Va al diavolo..>> riuscì a soffiare via Kaleth, per poi ruzzolare dentro l'ascensore e centrare il tasto di pianterreno per puro miracolo. Il suo vicino non aveva torto: il riflesso nello specchio davanti a lui pareva restituirgli l'immagin edi un vampiro moribondo. Si alzò il cappuccio della felpa sul viso in modo da coprirlo e non attirare così altri sguardi su di lui e barcollò fuori, nella strada. Per prima cosa pensò di rifugiarsi nel primo ospedale che trovava, ma poi lì avrebbe dovuto dare i suoi dati anagrafici e comunque non era sicuro che sapessero curare quel genere di ferite. Streghe e santoni non sono mai stati il suo forte: mal sopportava la loro aria di superiorità e quella tendenza che avevano a chiudersi nelle loro piccole sette congratulandosi a vicenda e beandosi allegramente del loro sapere. Che andassero al diavolo! D'altra parte, se anche pensasse ad una tregua solo per salvarsi la pelle, non conosceva nessuno in quella città .Non gli restava altro che usare i vecchi metodi: un buon libro della biblioteca e poi di filata verso una farmacia, erboristeria, supermarket o qualunque cosa gli permettesse di procurarsi quello di cui aveva bisogno. Chiese informazioni alla prima persona che trovò a tiro disposta ad ascoltarlo, un barbone che dormiva sotto un portico lercio, ma riparato.

<< Una biblioteca? Ce n'è una a quattro isolati da qui, ma conciato come sei non so se ci arrivi intempo. >> gli comunicò dubbioso.

Kaleth rise. Che sfiga. Come inizio di giornata non era proprio male.

<< Grazie, ma ci proverò comunque,finché respiro almeno. >> La sua era un'impresa disperata, lo sapeva, e forse era il caso di raccomandare l'anima e lasciarsi placidamente andare. Poi, subentrati l'orgoglio e la voglia di vivere, mandava al diavolo il mondo intero e continuava a barcollare deciso.

No, non aveva permesso a creature peggio equipaggiate di ferirlo a morte e non l'avrebbe permesso nemmeno a quel lurido aracnide a otto zampe. Mentre rifletteva alla disperata ricerca di una via più breve per arrivare alla biblioteca, le gambe diventarono sempre più malferme e il respiro sempre più corto, mentre in bocca già si spandeva il sapore metallico del sangue. No, non era possibile, non così, non era così che voleva andarsene. L'uggiolato preoccupato di Douglas fu l'ultima cosa che sentì, prima di cadere privo di forze al suolo, circondato solo dal silenzio ovattato delle tenebre.

 

   
 
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