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Autore: changeling    05/07/2017    1 recensioni
Doveva essere una cosa rapida.
Un giorno solo, dicevano, più e una settimana di osservazione. Cinquecento dollari per non fare niente.
Doveva essere per il bene della scienza, anche, ma a rimetterci sono stato io.
Quell'esperimento ha stravolto totalmente la mia vita, il mio mondo, me stesso!
La colpa, ovviamente, è tutta degli scienziati, e il giorno in cui mi capiteranno tra le mani saprò come rifarmi. Ma c'è un'altra persona che ritengo responsabile. E' la causa principale di tutti i miei problemi da quel maledetto giorno. E' insopportabile, intrattabile, odiosa e, con mio sommo sconforto, sempre con me.
E' l'unica persona di cui non posso liberarmi. Perché è nella mia mente.
...
Agh! Ma che cazzo!
Genere: Mistero, Romantico, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
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#1_Milo
Mi concentrai. Dallo sforzo sentivo pulsare la vena sulla mia tempia sinistra, potevo tracciarla con le dita. Chiusi gli occhi. No, era peggio. Li riaprii e li fissai sul piano di plastica simil-marmorizzata davanti a me.
Stavo sudando. Stavo sudando!
-Senti, lasciati andare- sussurrò il diavolo. Strinsi i denti. Ignoralo.
-Ti stai solo facendo del male in questo modo.-
In effetti avevo il collo così contratto che sembrava un pezzo di legno, come sarebbe stato bello girare appena la testa... No!
Ignoralo. Ignoralo.
-Sai, ora che lo guardo meglio, ha proprio un bel...-
-Non. Dire. Una parola!- sibilai, fulminando il demone tentatore con lo sguardo. Lei scrollò le spalle.
-Come vuoi tu, Milo. Ma quando quella vena esploderà non dare la colpa a me.-
-Ovviamente darò la colpa a te.- ringhiai allungandomi sul tavolo. L'odore del caffè mi solleticò il naso, ma era ancora troppo caldo. Avevo il tempo di sbraitare un altro po'.
-E' sempre colpa tua. Ogni singola volta. E adesso smettila di fissarlo!-
Lei tenne gli occhi puntati alle mie spalle, prendendo un sorso di frappè alla fragola.
-Mmmm, no. No, non credo che lo farò. Almeno uno di noi due deve stare in pace con sè stesso.-
Si mordicchiò il labbro inferiore con aria famelica, senza dubbio presa da fantasie indicibili. Per questo mi ritrassi involontariamente quando tornò a guardare me. -Tra le altre cose, ehi! Quasi non ti riconoscevo oggi! Che hai fatto agli occhiali?-
Distolsi lo sguardo, frustrato. -Li ho tolti.-
-Ma dai? Pensavo fossero diventati invisibili.- mi lanciò un'occhiata esasperata (lei esasperata! che coraggio) poi tornò al suo spettacolo personale dietro di me -Mi chiedevo solo quale cataclisma stia per abbattersi su di noi se hai deciso di lasciare quei cosi a casa tua. Chi ti ha convinto, finalmente?-
Troppo caldo. Il caffè era ancora troppo caldo. Dannazione! Avevo bisogno di riempirmi la bocca. Non avrei mai detto ad alta voce che non riuscivo più a guardarmi allo specchio mentre li indossavo. Mi sentivo ridicolo.
Fino al mese scorso avevo amato svisceratamente i miei occhiali. Un altro amore perduto. Per colpa sua.
-Stai infinitamente meglio. Sul serio, sembravi una specie d'insetto prima. Ti sei anche dato una spuntatina alla frangia? Ah!-
Abbassò il frullato, schiudendo la bocca in un broncio. -Si è spostato.- si lamentò.
Tirai un sospiro di sollievo, rilassandomi finalmente. Ce l'avevo fatta. Pericolo scampato. Girai la testa per sgranchire il collo indolenzito... e lui era ancora lì! Oh, infame!
-Reese...- protestai debolmente. Era stato tutto inutile, e ormai era troppo tardi. La mia attenzione era stata catturata dal glorioso lato B dell'inserviente in divisa all'ingresso del bar. Capelli scuri, pelle abbronzata, camicia bianca e pantaloni neri fatti apposta per delineare quelle sode, perfette natiche cesellate.
Oh, buon dio.
Mi venne l'acquolina in bocca. Gemetti involontariamente a labbra chiuse.
-Ti odio.- sussurrai.
Reese sapeva perfettamente che mi riferivo a lei anche senza guardarla, quindi non c'era ragione di girarsi. Lei non disse niente, rapita quanto me dalla vista. Il mio sguardo vagò su e giù, totalmente contro la mia volontà, soffermandosi su quelle spalle larghe e gli avambracci scolpiti.
E' un uomo, continuavo a ripetermi, ma disgraziatamente questo non sembrava più un problema per me. Anzi.
-Ti odio.- ripetei con più convinzione.
Una coppia di ragazze fece il suo ingresso facendo scampanellare il sonaglio in cima alla porta del bar. Cercai di spostare gli occhi su di loro, ma nemmeno le registrai, perchè, prendendosi gioco di tutti i miei sforzi precedenti, quel magnifico sedere si alzò e abbassò al ritmo dei passi del cameriere che le accompagnò a un tavolo libero. Quando si sporse in avanti per dare loro i menù non riuscii più a trattenermi.
Deglutii. Sonoramente.
Stavo per mettermi a piangere.
Dall'altro lato del mio tavolo Reese sospirò. -Onestamente Milo. E' veramente così terribile?-
La rara nota di senso di colpa nella sua voce fu l'unica cosa che mi persuase a distogliere lo sguardo, e approfittai dell'occasione per incenerirla.
-Terribile?- echeggiai. Terribile? Di punto in bianco, la ragazza a cui fai il filo da una vita di colpo non ti interessa più; posi gli occhi su di lei, e ti rendi conto che la stai guardando solo perchè è proprio davanti a un ragazzo, il suo ragazzo. Il ragazzo che in terza elementare ti rubava il game boy e cancellava i tuoi dati di gioco. Il ragazzo a cui eri stato costretto a dare ripetizioni due volte a settimana per venti miseri dollari,
mentre lui mangiava nachos in una ciotola di porcellana cinese. Il ragazzo che girava con lei per i corridoi del tuo liceo, con un braccio intorno alle sue spalle e la faccia da coglione. Il ragazzo a cui hai sempre voluto rompere il naso, ma che adesso non fai che fissare sotto la cintura!
E tutto questo senza menzionare gli sbalzi d'umore e l'ossessione per i muffin di Starbucks.
-Non hai idea.- sibilai in risposta.
Reese si agitò sulla sedia, insolitamente a disagio. -Senti, mi dispiace- ammise gesticolando col frappè in mano -Veramente. Ma non è colpa mia se sono una donna e mi piacciono gli uomini.-
Mi passai una mano tra i capelli accorciati, gorgogliando: -Non è questo.-
Nonostante tutti gli alti e bassi, non ero così irragionevole. Che poteva farci lei se un esperimento fallito aveva proiettato su di me le sue preferenze sessuali? E ad essere onesto, non era chissà quale tragedia. Essere forzatamente liberato dall'attrazione per la ragazza che non avevo mai potuto avere, tralasciando ovvie controindicazioni, era stato un sollievo, e nonostante tutto non avevo perso il mio buon gusto. Un bel sedere non dispiace mai, poco importa a chi appartiene. Tutto sommato, essere diventato gay poteva non essere la cosa peggiore che mi fosse mai capitata.
-Se fosse solo che di colpo mi piacciono gli uomini, me ne farei una ragione- mormorai facendo attenzione che gli altri clienti del bar non ci sentissero. Quando fui sicuro che nessuno ci prestava attenzione, infusi nuovo fuoco nel mio sguardo e sibilai: -Quello che non sopporto è che per colpa tua sono diventato un maniaco sessuale!-
Reese storse la bocca. Non era d'accordo con la mia analisi della situazione, non lo era mai. La vena sulla mia fronte minacciò di esplodere di nuovo. No, la mia sessualità non mi disturbava minimamente quanto il continuo stato di eccitazione in cui mi ritrovavo a causa sua. Per tutti i santi, sembravo assatanato!
Bastava che incrociassi per strada un ragazzo anche solo vagamente attraente e dovevo reprimere l'impulso di saltargli addosso. Mi ero ritrovato a sbavare letteralmente, dietro un tizio che portava a spasso il cane, e quando un poliziotto mi aveva fermato per aver quasi causato un incidente, l'unica cosa a cui riuscivo a pensare era quanto fossero affascinanti gli uomini in uniforme.
Seppellii il viso tra le mani, desiderando solo che il pavimento si aprisse e mi ingoiasse. Reese stava cercando di apparire imbarazzata per me, un gesto carino considerato che era totalmente inutile. Sapevo già che era senza vergogna.
-Non riesco a capacitarmi che tu sia fidanzata.- borbottai. Presi consapevolmente dei respiri profondi, inspirando ed espirando lentamente come mi ripeteva di continuo il mio consulente per la gestione della rabbia. Il mio stato di frenesia interiore scemò gradualmente nella corrente elettrica che sembrava attraversarmi costantemente da tutta la vita e m'impediva di sedere tranquillo per più di dieci minuti, ma incapace di star fermo era meglio di vulcano in procinto di eruzione. Dopo un minuto, sicuro di non essere più a rischio di esplodere, osservai Reese attraverso le dita aperte. L'occhio mi cadde sul suo anulare sinistro, impreziosito da un piccolo solitario montato su un delicato cerchietto d'oro bianco. Anche se non avessi assistito in prima persona alla dichiarazione nel salotto di casa sua, non avrei dovuto sforzare molto l'immaginazione per capire da dove era spuntato fuori.
Sospirai e abbassai le mani. -Alla fine avete deciso per la data?-
La discussione a riguardo era andata avanti per un bel po', prima di essere abbandonata nell'emozione del momento.
Reese aprì la bocca, poi si ricordò di non avermi mai detto niente a riguardo e la richiuse. Stette immobile per un momento, quindi strinse gli occhi e prese un sorso di frappè con aria scocciata.
-E' snervante- borbottò.
-Dillo a me.-
-Sei assolutamente sicuro di non poterlo impedire? Tipo, che ne so, immaginare di chiudere a doppia mandata una porta tra la mia mente e la tua e buttare via la chiave? O un muro di mattoni che ci divide?-
Come se non volessi altro nella vita che condividere ogni suo singolo pensiero. -Non funziona così- scossi la testa, impaziente -Lo sai, te l'ho spiegato. Più o meno venti volte.- Ventidue, e lo sapevo per certo, ma Reese mi prendeva in giro quando mi esprimevo con precisione. Presi in mano il caffè e provai un sorso.
Bevibile. Alleluja!
Con l'umore risollevato dalla caffeina finalmente in circolazione, decisi di lasciar perdere per una volta il fatto che Reese decidesse di dimenticarsi sistematicamente tutto ciò che le spiegavo della mia parte del nostro legame solo per potersene lamentare quando le pareva. In fondo le avevo rovinato la sorpresa, anche se non per scelta.
La questione di come funzionasse la comunicazione tra me e Reese era a dir poco confusa, ma un po' per volta eravamo riusciti a stabilire delle regole di base. Oggi, per esempio, lei aveva la testa tra le nuvole. La sera prima il suo fidanzato le aveva fatto la proposta e per tutto il giorno lei aveva camminato a due palmi da terra. Mi sarebbe quasi dispiaciuto riportarla alla realtà col nostro appuntamento, se quella notte non avessi avuto vivide visioni del modo in cui lei e Vincent, il suo futuro marito, avevano festeggiato il fidanzamento.
Da sveglio i pensieri di Reese non mi disturbavano, erano come rumori di sottofondo, e dovevo concentrarmi molto per captare qualcosa di preciso, ma in genere ero ben felice di ignorarla. Mentre dormivo, però... silenzio, mente rilassata... era tutto un altro discorso. Per il mio iniziale disgusto, e successivo sempiterno imbarazzo, Vincent aveva popolato i miei sogni tutte le notti per più di un mese, e a causa dell'appetito insaziabile di Reese, per circa tre o quattro volte a settimana non si trattava affatto di sogni ma di qualcosa di più... concreto.
La sera prima ci avevano dato sotto, e io non avevo affatto apprezzato le condizioni delle mie lenzuola quando mi ero svegliato stamattina. Grazie a dio, da quando avevo cominciato il college non vivevo più con mia madre, se no avrei dovuto dare un bel po' di spiegazioni.
-Quindi? La data?- insistei.
-Ventiquattro maggio dell'anno prossimo.-
Undici mesi. Saremmo riusciti a rompere questo legame prima di allora? Non avevo la minima intenzione di sorbirmi la luna di miele. Anche se... non avevo cambiato orientamento solo a causa dell'influenza latente di Reese. Vincent era decisamente dotato. E creativo.  Era un bene che non l'avessi mai incontrato personalmente. Il rischio che mi lasciassi andare, nel caso, era piuttosto alto. I miei pensieri scivolarono alla deriva...
-Stai pensando qualcosa che non dovresti pensare.-
Tornai presente a me stesso. Negare, negare sempre. -Cosa te lo fa credere?-
Questa non era una negazione.
Reese strinse gli occhi a fessura. -Lo sento.- rispose.
-Non è vero- ribattei con sicurezza. Sì, ecco l'altro dettaglio chiaro della nostra condizione. Reese trasmetteva, io ricevevo. Non il contrario. Mai il contrario. Lei la riteneva un'ingiustizia, e generalmente anch'io, ma non in quel momento.
-Te lo leggo in faccia.-
-Le tue sono solo supposizioni.-
-Milo, sono una giornalista, riconosco le balle. E anche la faccia che stavi facendo. L'ho vista un sacco di volte allo specchio.-
-Non so di cosa stai parlando.-
Sorseggiai il mio caffè con aria indifferente, chiedendomi che cosa facesse esattamente Reese davanti allo specchio, e poi se volevo veramente saperlo. I miei occhi si posarono di nuovo sul cameriere, ma stavolta sul lato A. Non provai a frenarmi di nuovo, era fatica sprecata. Con un sospiro mi rassegnai a mangiarmelo con gli occhi. Aveva un viso abbastanza comune, ma il sorriso era accattivante, da bravo impiegato nella ristorazione. Raccolse un ordine, e mentre si dirigeva alla cassa si rivolse per caso verso di me. Il mio primo istinto fu di girarmi e far finta di nulla, ma dopo settimane di gaffe del genere avevo imparato che era la reazione peggiore possibile. Così ingoiai l'imbarazzo che mi stava arroventando le orecchie e lentamente sorrisi, senza interrompere il contatto visivo. Il ragazzo aggrottò la fronte, si guardò alle spalle, ma quando vide che nessuno ci stava prestando attenzione si voltò di nuovo verso di me.
Il mio sorriso si allargò, stavolta genuinamente, e lui mi dette le spalle scegliendo di fare un giro più lungo per arrivare alla cassa. Mentre si faceva strada tra i tavoli avrei giurato di averlo visto inciampare.
-Niente occhiali. Visto?-
Mi passai una mano sulla faccia. L'avevo fatto davvero. Avremmo dovuto cambiare bar.
-Vai da Jordan, stasera?- chiese Reese, l'irritazione svanita. La luce maliziosa era tornata, ma stavolta era per me.
-Sì. Sì.- ripetei chiudendo gli occhi, cercando di convincermi -E' assolutamente necessario.-
Il suo ghigno la diceva lunga. Era tornato il diavolo tentatore.
-Divertiti.- mi augurò ridendo suggestivamente.
Affondai di nuovo la faccia tra le mani, gemendo.
-Ti odio.-
  
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