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Autore: Sapphire_    09/07/2017    0 recensioni
STORIA PARTECIPANTE AL CONTEST "XTREME" INDETTO DA Hannibal.L
***
Tratto dalla storia:
«Quando morirò finirò all'Inferno, vero?»
«Avevi qualche dubbio?»
«Io...»
«Non ti piacerebbe finire in Paradiso?»
«Il Paradiso... è freddo. Io voglio bruciare»
«Così sia. Il Paradiso oltre te, l'Inferno ai tuoi piedi»
Genere: Angst, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Nome sul forum: _Amethyst_
Nome su EFP: Sapphire_
Titolo della storia: Oltre il Paradiso

Pacchetto scelto: Mary Jane
NdA: Allora... All'inizio ho pensato al Satanismo come se una cosa del genere nascesse dal nulla, o da un tentativo di essere anticonformisti. Però poi ho detto “ma se ci fosse invece un motivo per cui una persona chiede aiuto a Satana e non a Dio? E se questo motivo fosse che, semplicemente, Dio avesse abbandonato la persona che ha chiesto aiuto?”. Da questo è nata la mia storia.
Ho pensato a una ragazza che immolasse la sua vita a Dio, a una ragazza che non fosse in grado di contare su se stessa, e che invece comprendesse come non sempre i “migliori” siano coloro disposti ad aiutarti, ma che invece sia necessario chiedere ai “cattivi” per potersi rialzare.
La citazione che mi è stata fornita è “Come la più fredda brezza invernale: il Paradiso accanto a te, l'Inferno dentro”: pensando al freddo mi è venuto in mente quando si è completamente gelidi e si tenti in qualsiasi modo di scaldarsi, finendo per far nascere il calore dal proprio interno invece che prenderlo da altri. E ho voluto interpretare quel “Paradiso accanto a te” come la semplice sensazione paradisiaca di essere veramente amati, accettati, anche se dentro di sé non si è buoni.
Ho poi cercato di inserire la storia nel periodo dell'Inquisizione spagnola, un periodo della cattolicissima Spagna in cui dubito accettassero certi tipi di culti. E l'inverno, beh, era la perfetta cornice di ciò che ho finito per voler raccontare.
Spero di essere riuscita a esprimere ciò che volevo e che la storia sia piacevole.
Buona lettura!

~Sapphire_

 

 

 

 

 

 

~Oltre il Paradiso

 

 

 

 

 

Anita aveva sempre odiato profondamente l'inverno.
Il freddo, il vento gelido, la neve che copriva la città in una coltre bianca che ben presto diventava marrone lungo le strade sporche, mentre rimaneva candida sopra i tetti delle case barcellonesi.

Aveva un animo profondamente spagnolo, e con questo il caldo era un elemento imprescindibile per lei. Ecco perché odiava l'inverno: il sole diventava freddo e il bisogno di calore si faceva sempre più assurdamente doloroso.
Rannicchiata lungo la parete di quel vecchio edificio, con la notte che incombeva, era appena riparata da una coperta di lana sporca e sdrucita, insufficiente riparo per il suo corpo che diventava sempre più esile.
La fame, in quei momenti, si sentiva ancora di più.
La sete, in quei momenti, le spaccava le labbra in due mentre gocce scarlatte le tingevano il volto cereo in una parvenza di vita.
E quando le persone passavano di fronte a lei, senza degnarla di uno sguardo – o se lo facevano era con una maschera di disgusto in quei volti tondi e ancora caldi – poche parole erano articolate dalla sua bocca irrigidita dal freddo.
«Ti prego, ti prego, se ci sei ascoltami... Aiutami, ti prego...»
Una litania infinita, diretta a qualcuno che non sapeva se la stesse ascoltando.
«Dio, Padre mio, concedimi la grazia e portami via da questo posto»
Ma le parole, soffiate appena in quel vento che sapeva di ghiaccio, non arrivarono mai a destinazione.
Camminava da non sapeva quanto tempo.
Il dolore procurato dalle piaghe nei piedi veniva attutito dal freddo – stava diventando sempre più insensibile. Ben presto, anche il suo cuore sarebbe diventato un pezzo di ghiaccio?
Di sicuro, i suoi occhi riflettevano la stessa freddezza di cui il suo corpo era invaso, ma avevano ancora una scintilla al loro interno.
Veniva solo da chiedersi quando si sarebbe spenta.
L'alba e la luce del sole arrivarono dopo una lunga agonia, ma i raggi erano freddi, non riuscivano a scaldare quel corpo che richiedeva le fiamme dell'inferno per recuperare calore a sufficienza.
Quando la mensa per i poveri venne aperta, Anita sentì le porte del paradiso schiudersi per lei; quella era l'unica parvenza di gioia che poteva avere durante quei lunghi giorni in cui il buio faceva soccombere la luce nel periodo dell'anno in cui era più forte e longevo.
C'era una calca immensa di fronte ai portoni della sala adibita a mangiatoio – sì, mangiatoio, perché loro erano come animali – e si ritrovò sballottata da una parte all'altra mentre cercava di arrivare all'inizio della fila per ricevere il suo pasto quotidiano.
Il tanfo che chiunque avrebbe avvertito lì dentro – prodotto dagli stessi commensali, d'altronde – non raggiungeva il naso di Anita, o forse era semplicemente troppo assuefatta dalla propria puzza, resa quindi incapace di accorgersi di ciò che la circondava.
Ma quando la tua casa è stata sequestrata e rivenduta, i tuoi genitori e i tuoi fratelli morti, cosa ci può essere di così forte da destare la tua attenzione?
Quando guardava i clericali che distribuivano il cibo – una zuppa con troppa poca carne e numerose verdure, più qualcos'altro di non identificato all'interno – li vedeva avvolti da una luce bianca; erano santi, loro?
Perché loro erano stati benedetti da Dio, mentre lei, per quanto lo implorasse, veniva ignorata?

Quello non è il tuo cammino, Anita.
Tu sei destinata ad altro, tu sei destinata al calore.
Tu sei destinata alle fiamme.

Il pasto era stato solitario come sempre. Quasi tutti coloro che erano lì mangiavano da soli, poche persone erano in coppia ed erano più unici che rari i gruppi di tre. Nessuno faceva amicizia con nessuno: chi si fidava?
Anita sapeva che nessuno le avrebbe mai rivolto la parola.
Si ricordava il suo comportamento, due anni prima – due anni? Era passato già così tanto tempo – mentre la sua vita vita era ancora dignitosa: i pezzenti, i mendicanti, tutti loro li guardava con occhiate miste di pietà e disgusto. Lo stesso sguardo che ora riservavano a lei.
Forse era per questo che Dio non le rispondeva? Perché ora era come coloro che disprezzava a suo tempo? Tutto quello era una punizione divina?
Mentre faceva quei pensieri, Anita stringeva i pugni fino a quando sentiva le unghie conficcarsi nei palmi – poi si guardava le mani: mezze lune rosse in quegli arti rachitici.
Più passava il tempo, più diventava magra. Stava diventando l'ombra di se stessa, il riflesso pallido di colei che era stata.

Il tuo passato ti è necessario.
Necessario per quello che sei destinata a diventare.

Mentre camminava lenta per le strade, per i vicoli, strisciando come farebbe un ratto nelle soffitte sudice, ripensava a quel lontano giorno di otto anni prima, quando aveva appena nove anni.
A quella così giovane età, con i boccoli scuri mossi dal vento bollente dell'estate, gli occhi vivi, due pietre di ossidiana incorniciate da ciglia folte e scure, e la pelle olivastra abbronzata dal sole bruciante; quando era appena una bambina sapeva già cosa sarebbe diventata da grande.

«Voglio diventare una suora!»
Aveva pronunciato quelle parole con la felicità tipica infantile, guadagnandosi occhiate orgogliose dal parroco e dalla propria famiglia.
Con una figlia così devota, i Familiares non si sarebbero mai avvicinati, giusto?
Dio aveva scelto quel grazioso fiorellino neanche del tutto sbocciato per renderlo la sua futura devota figlia, baciandola e lasciandole il segno della purezza in cima alla fronte.
Ma a quel punto era andato tutto a puttane, lei stessa era diventata una sporca sgualdrina che per racimolare un pezzo di pane in più si lasciava prendere nel sudiciume di un vicolo da degli sconosciuti.
Sconosciuti che puzzavano di alcol, che cercavano qualcuno su cui riversare la propria disgustosa bramosia.
E una ragazzina di diciassette anni come lei faceva gola a molti.

Si ricordava la prima volta che aveva rinunciato a quella purezza, alla sua verginità, solo perché sentiva la bocca così arida e lo stomaco così implorante che si sarebbe staccata addirittura una mano per ricevere del cibo.
Aveva strisciato ai piedi di un disgustoso usuraio che l'aveva guardata con una strana luce negli occhi – le aveva promesso del cibo e lei, stupida, aveva creduto per un attimo che la sua fosse autentica bontà.
Quando aveva sentito le mani unte scivolare sulle sue coscie, un dito infilarsi dentro di lei per “prepararla” a ciò che sarebbe successo dopo – in quel momento non era riuscita a impedire alle lacrime bollenti di scivolarle lungo le guance, lasciando dei solchi nella pelle annerita dalla sporcizia.
Il bruciore successivo era stato devastante.
Spinte continue che la perforavano peggio di un pugnale piantato nel cuore.
Era stata lasciata là, per terra, affianco a lei un pezzo di pane vecchio. Il sangue e lo sperma che le colavano sulle gambe, che scivolavano via da lei insieme a tutta la dignità che le era rimasta.
Aveva masticato quel cibo senza sentirne il sapore, senza provare gioia in qualcosa per cui aveva sempre ringraziato Dio – e ora chi doveva ringraziare? Dio, per averle permesso di ricevere del cibo? Permesso grazie a una veloce e sterile scopata con uno sconosciuto?
Ma ben presto aveva capito l'uso che poteva fare del proprio corpo, e nonostante le prime volte urlasse dentro di sé e chiedesse scusa al proprio Dio, pregandolo di perdonarla per l'immondo gesto che compiva, ben presto si era ridotta a chiudere la mente e le emozioni e a fare ciò che serviva per ricevere ciò di cui aveva bisogno.
Chiedeva tutti i giorni scusa a Dio per le proprie azioni, inginocchiandosi di fronte alla porta della Chiesa – non aveva il coraggio per entrare e mostrare apertamente le sue miserevoli condizioni a colui che amava e a cui era devota.

Devi capire, bambina mia, che lui non ti ama.
C'è però qualcun altro pronto ad ascoltarti.
Te ne accorgerai.

Anita, in quella vita terribile e vergognosa, aveva una sola e unica certezza.
Una. E basta.
Che sarebbe stata sempre fedele a Dio, perché questa sua fedeltà sarebbe stata ripagata e un giorno egli l'avrebbe portata via da quella sporcizia, benedicendola per l'anima pura che aveva mantenuto – ma no, come poteva crederci? La sua anima era già nera da tempo, dal giorno in cui aveva lasciato la sua famiglia nella casa in fiamme per mettere se stessa in salvo.
Anche questa certezza le venne strappata via, calpestata, spezzata e bruciata di fronte ai suoi occhi.

Don José era sempre stato un secondo padre per lei.
La conosceva da quando era bambina, l'aveva allevata e le aveva insegnato le preghiere e l'omelia personalmente. Talvolta le aveva permesso di legargli la cintura dell'abito da parroco, prima che la Santa Messa venisse celebrata.
Anita lo amava proprio come una figlia amerebbe un padre. Lei era nella sua ala protettrice.
«Padre mio...»
Lo chiamava così Anita, rannicchiata fuori dalla porta della sagrestia, mentre la neve era ripresa a cadere da quella mattina.
Il freddo la distruggeva nel corpo e nella mente: aveva fatto crollare anche il suo ultimo muro d'orgoglio e l'aveva costretta a strisciare da colui da cui non si era fatta più vedere per vergogna di aver perso la purezza che la contraddistingueva.
La porta si era aperta e Don José l'aveva vista lì, per terra, con i piedi afflitti da piaghe, i capelli sporchi e le ossa che le spuntavano dal corpo. Aveva freddo, aveva fame. Aveva bisogno di qualcuno che si occupasse di lei.
«Anita, figlia mia»
Quelle parole erano state così calde che era scoppiata a piangere senza fare nulla che potesse impedirlo.
Aveva così tanto bisogno di sentire una parola di affetto che se ne rendeva conto soltanto in quel momento, quando l'uomo la raccolse da terra e la fece entrare in quel posto che lei stessa conosceva a memoria.
Era stata portata vicino al camino dove un fuocherello scoppiettava allegro, riscaldando l'ambiente.
Anita si era avvicinata così tanto alle fiamme che il vecchio si ritrovò costretto ad allontanarla con la forza, poiché si stava per scottare. Ma la ragazza non riusciva a spostare lo sguardo da quel fuoco così caldo e le venne in mente che, dai suoi ricordi di bambina, mai esso le era sembrato così bello come in quel momento.
Mai avrebbe voluto così tanto bruciare come invece sentiva in quell'istante.
«Cosa ti è successo, Anita, racconta»
Le aveva chiesto il parroco, mentre con mani gentili passava un panno bagnato sopra la sua pelle, togliendole strati e strati di sporcizia. Aveva la pelle così sensibile che quel panno di morbida lana le sembrò carta vetrata.
«Io mi vergogno, padre»
Aveva bisbigliato, non guardandolo negli occhi. Come poteva farlo quando non aveva più nemmeno un briciolo di dignità?
«Dove sei stata tutto questo tempo? Come hai fatto a sopravvivere?»
E mentre le poneva queste domande, continuando a lavarla, vide sul suo corpo i segni neri e violacei di ciò che Anita faceva per sopravvivere.
L'aveva lasciata quasi scottato e la ragazza non aveva avuto il coraggio di guardarlo.
«Tu...»
Non aveva terminato la frase, iniziata con un tono di disprezzo.
Non le aveva più chiesto nulla, limitandosi a finire di lavarla. Le aveva portato del cibo – più di quanto avrebbe mai osato sperare – e Anita ci si era fiondata come un animale affamato, mangiando senza compostezza né pazienza.
Sentiva il grasso della carne che le colava sul mento, il pezzo di pane fresco che le rimaneva bloccato in gola dalla fretta ma che veniva subito buttato giù da un generoso sorso d'acqua pulita.
Dopo il pasto si era appisolata sulla sedia di fronte al fuoco, lasciandosi cullare da quel calore e venendo ammaliata dalle eleganti movenze delle fiamme, che con i loro giochi di luce e ombra l'avevano incantata fino a farla addormentare.

Poi Dio decise che non era più degna di stare tra le sue fedeli.

Delle improvvise mani sulla bocca la svegliarono impedendole al contempo di urlare.
Subito iniziò a dibattersi spaventata e confusa dalla situazione che non comprendeva.
«Zitta! Sei solo una puttana»
Aveva sentito pronunciare quelle parole da una voce così familiare e mentre avvertiva il profumo – no, la puzza – di colui che l'aveva accudita quel giorno, una fioca luce di candela illuminava il volto che la sovrastava tanto quanto bastava per darle la stoccata finale.
Quel volto che tanto aveva amato la guardava con un'aria famelica di cui non credeva possibile.
E mentre sentiva le lacrime colarle sul volto – era da tanto che non capitava per quel motivo – le sue gambe venivano aperte con la forza, delle mani conosciute la toccavano nella sua intimità, scontrandosi con la peluria scura e insinuando le dita con la forza in quel buco che non si eccitava.
Dei pantaloni che si abbassavano e poi la sua testa fu spinta giù, di fronte a quel membro imbarazzante.
Non poteva alzare la testa e i capelli le venivano stretti con violenza.
«Avanti, fammi vedere quello che sai fare»
Era stata costretta a prenderlo in bocca e mentre sentiva i conati di vomito salirle chiudeva gli occhi, fingendo che quello fosse solo un brutto sogno.
E succhiava, perché non poteva fare altro.
Dopo pochi minuti la sua bocca venne invasa da un liquido bianco e vischioso che si ritrovò ad inghiottire nonostante la propria volontà.
Con la bocca ancora sporca venne tirata su e voltata, costretta a poggiare le ginocchia sulla sedia che fino a poco prima la ospitava nel suo sonno.
Il suo vestito le fu alzato fino alla vita e quel disgustoso essere la penetrò come avrebbe fatto un animale.
Fu così doloroso che pianse – ma fu un pianto silenzioso, fatto con i denti stretti e la bocca sigillata, gli occhi aperti fissi in un punto nel buio. Bruciava più che mai, più di tutte le volte precedenti, forse perché non era una persona qualunque.
Non seppe quanto tempo passò quando l'orgasmo di lui sopraggiunse, per poi venire abbandonata sulla sedia come un giocattolo rotto.
Rimase lì a fissare il vuoto anche quando l'uomo se ne andò non si sa dove.
Si alzò solo quando cominciava ad albeggiare, e fuggì.

Vedi?
Te l'avevo detto che ti avrebbe abbandonata anche lui.
Ti rimane una sola opzione.
 

La neve era bianca anche sulle strade.
Anita non avvertiva il freddo perché lei era più gelida dello stesso.
Camminava senza guardare dove mettesse i piedi e per questo motivo cadde.
Come toccò le lastre di pietra fredde con le ginocchia, vomitò. Cacciò via tutto ciò che aveva mangiato ore prima, cacciò via forse la sua stessa anima e rimase lì, rannicchiata, senza neanche la forza per provare disperazione o dolore.
Era vuota.
Era vuota, ma in quella desolazione interiore riuscì a trovare la forza per maledire Dio.
«Tu, tu bastardo! Mi hai detto solo puttanate, mi hai mentito per violarmi in questo modo! Che tu sia maledetto, che tu possa bruciare nelle fiamme dell'inferno!»
Urlava senza capire se si stesse rivolgendo a Dio o a Don José.
Mentre il suo cuore implorava per la morte, la sua mente però si rifiutò: elaborò un modo per sopravvivere e la spronò ad alzarsi, a strisciare verso qualcuno che le avrebbe dato una mano di aiuto – non le importava il prezzo.

Le era sempre stato detto di non avvicinarsi a quella parte di Barcellona.
Non che volesse farlo, era comunque piuttosto distante da dove abitava; ma in ogni caso, non avrebbe voluto farlo per il semplice motivo che avrebbe arrecato un'offesa a Dio.

Camminava in quel viale lungo e piuttosto buio, guardandosi intorno in un certo modo circospetta; aveva sentito che da quelle parti circolassero spesso i Familiares, alla ricerca di coloro che andavano contro la volontà della corona. Se l'avessero vista, sarebbe stata la fine.
Quella mattina il cielo era gonfio di nuvole che preannunciavano neve, bianche e grigie, e la nebbia aleggiava in quel viale rendendolo spettrale nonostante fossero le prime luci dopo l'alba.
Comunque fosse, gli alberi si diramavano in altezza con lunghi e aguzzi rami, completamente spogli, che apparvero ad Anita come mani grifagne che tentavano di afferrare le nuvole, di raggiungere il cielo.
Dei demoni che cercavano di catturare degli angeli, senza successo.
In fondo, nascosta dalla nebbia che tutto inghiottiva, Anita sapeva cosa avrebbe trovato.
Una chiesa sconsacrata che, leggenda voleva, fosse rifugio per le streghe e per gli indemoniati. E per coloro che avevano fatto un patto con Lucifero in persona.
Era sempre stata spaventata da quella storia – sempre che di sola storia si trattasse – e si era tenuta ben lontana da quel posto.
Ma ora che tutti l'avevano abbandonata – che Dio l'aveva abbandonata – da chi poteva cercare soccorso se non il Male in persona? Chi poteva aiutarla a tradire Dio se non il figlio che aveva voltato le spalle al suo stesso padre, rinnegando la luce per inseguire l'oscurità?
Anita sorrideva mentre andava incontro al suo destino.
Forse il buio sarebbe stato più accogliente. Forse nel buio non si sarebbero notate le macchie della sua anima.

La luce è sopravvalutata.
L'oscurità è molto più bella di quanto appare.
E molto più sensuale.

Era entrata all'interno della chiesa in punta di piedi, spaventata dal fare rumore – o meglio, spaventata e basta. Per quanto non volesse ammetterlo dentro di sé, i lasciti della sua educazione cattolica avevano ancora una buona presa su di lei.
Aveva passeggiato per quella chiesa enorme guardandosi attorno: le grandi vetrate erano mezzo rotte, le panche all'interno distrutte, alcune annerite come se fosse stato appiccato un fuoco. Sentiva puzza di urina e feci, misto a qualcosa che le ricordò alcol, ma non ne era sicura.
Si fermò quando arrivò all'altare.
Lì, sopra quel tavolo di marmo che si supponeva fosse santificato, c'era una croce rovesciata disegnata con il carbone, candele nere e i resti di un pollo sgozzato che ad Anita, oltre a farle disgusto, fecero quasi ridere.
Aveva sempre sentito strane storie sui satanisti, ma non se li immaginava a squarciare polli in onore della loro divinità – la trovava una cosa ridicola. Se ami un dio, devi immolare te stesso a lui, non degli infimi animali.
Si era morsa un labbro mentre osservava i rimasugli di quel rito: non sapeva cosa avrebbe dovuto fare, non sapeva il modo corretto per chiedere aiuto. Avrebbe dovuto attendere qualcuno di cui più esperto, qualcuno da cui farsi insegnare?
Rise isterica a quel pensiero.
No, non si sarebbe più fidata di un insegnante.
Perciò, mentre decideva cosa fare, finì per arrampicarsi sul tavolo di marmo e rannicchiarsi al centro, spostando i resti del povero pollo e iniziando a giocherellare con la lama che, si accorse, era stata abbandonata lì.

Perché tentenni?
Tu sai già cosa devi fare.
Fallo.

Erano passate ore e non si era spostata di un centimetro.
La pancia aveva preso a brontolare ma Anita l'aveva ignorata come faceva sempre; ormai era brava a non pensare alla fame che la punzecchiava.
Il pensiero che avesse saltato il consueto pasto la sfiorò, ma poi lo lasciò andare.
Ben presto sarebbe stato tutto diverso, tutto migliore.

Ore e ore passavano.
Anita sapeva cosa fare, l'aveva sempre saputo, eppure c'era qualcosa che la tratteneva.
La luce, forse? Forse fare tutto quello quando il sole era ancora alto la spaventava. Si sarebbe sentita ancora più sporca di quanto già non fosse.
Sorrideva amara pensando a quanto la vergogna non riuscisse ad abbandonarla.
E infine, mentre il crepuscolo, con la sua luce aranciata e violetta, invadeva i resti di quella chiesa, Anita si decise.
E lasciò che la lama scivolasse sul suo polso, solcasse il braccio candido rompendone gli argini e lasciando che il sangue colasse lungo il tavolo.
Anita cercò di resistere, ma alla fine la debolezza prese il sopravvento e si abbandonò lungo il marmo, gli occhi che iniziavano a cogliere dei puntini neri.«Per favore... Tu, almeno tu, ascolta le mie preghiere. Ti concedo il mio corpo, la mia anima, me stessa per l'eternità. Ma, per favore, dammi la forza e il potere di far smettere tutto questo dolore. Sii come la più fredda brezza invernale: voglio sentirmi in paradiso accanto a te, ma accendimi l'inferno all'interno»
E mentre quelle parole rimanevano sospese nell'aria stantia del luogo, ad Anita parve che l'oscurità si addensasse, prendendo forma.
In quei lunghissimi istanti, mentre il sangue continuava a colarle lungo il polso e l'unico suono percepibile era il ticchettio delle gocce che cadevano sul pavimento lastricato, il suo corpo si raffreddava ma allo stesso tempo sentiva il suo cuore divampare. Un incendio veniva appiccato nelle sue viscere, facendole assaggiare per la prima volta il vero calore.
Poi sentì una mano che le artigliava il polso e sobbalzò.
Riprese le forze, la vista le tornò, il ronzio che iniziava a invadere le sue orecchie scomparve.
E quando fu in grado di voltare la testa incontrò un paio di occhi che bruciavano come tizzoni ardenti, delle braci che splendevano nell'oscurità che invadeva la chiesa.
Un sorriso, una fila perfetta di denti perlacei e la pura bellezza che le si presentava dinnanzi con l'aspetto di un giovane che impersonava la lussuria e tutto ciò che c'è di vizioso nel mondo.
«Ti sei immolata per me. Mi dai la tua anima in cambio del mio potere»
La voce era suadente, dolce come il miele; le invadeva le orecchie, scivolando nel resto del suo corpo come un balsamo dall'aspetto benefico.
Pianse.
Pianse perché finalmente qualcuno le rispondeva, pianse perché finalmente non era più sola. Pianse perché una divinità si era accorta della sua esistenza e le offriva il suo aiuto in cambio della sua totale devozione. Devozione che lei era pronta a dare.
«Tu sei...»
Si era interrotta, il groppo alla gola che non voleva sparire.
«La stella più luminosa del mattino»
Era stata l'enigmatica risposta, ma Anita aveva sorriso.
Le forze le erano ritornate e si sollevò dalla lastra marmorea; diventava una principessa dell'oscurità, ma quell'oscurità era così magnifica.

Vedi?
Era tutto così semplice.
Tu sei nata per il fuoco, non per la neve.

Scivolava nell'acqua gelida del fiume, ma Anita non la sentiva.
Lasciava che il suo corpo eliminasse quella sporcizia mentre ardeva; nuda di fronte a Lui, non provava alcun imbarazzo. Era nata per quello, per procurargli delizia.

Era nata per assaporare i vizi, per coglierli nella loro meravigliosa piacevolezza dopo l'estremo dolore provato.
Non immaginava che il sesso potesse essere così dannatamente voluttuoso; lasciava che affondasse in lei come una lama nel burro, come la lama aveva fatto prima sul suo corpo.
Poggiava il capo, ricoperto di morbidi ricci neri che avevano finalmente riacquistato la loro lucentezza, nel suo collo; sospirava, perché quella volta era importante anche il suo stesso piacere.
La bambina che voleva farsi suora era ormai così lontana dalla donna che faceva sesso con il Diavolo, che sospirava per e con Lui, cedendo a uno dei vizi capitali.
Non si capacitava come quello potesse essere considerato un peccato. Come la stessa Bellezza potesse essere considerata un segno del Male.
«Cosa vuoi?»
Le aveva bisbigliato nell'orecchio, mentre lasciava che la sua bocca scivolasse lungo il suo seno.
«Voglio il piacere, voglio il fuoco, voglio l'Inferno e voglio il potere. Voglio te con tutto quello che comporta»
La sua risposta era stata sicura ma tremante; era stesa nell'erba gelida e ricoperta di neve, ma non importava finché lui la riscaldava.
Una risata deliziata.
«Così sia. Manterrò la mia promessa: il Paradiso accanto a me, l'Inferno dentro»

Come la più fredda brezza invernale.
Te lo ricordi?
L'hai detto tu stessa, non puoi più tirarti indietro.

Anita non riusciva ad averne abbastanza di tutto quello.
Voleva di più e ancora di più, non si sarebbe accontentata, e Lui sembrava ben disposto ad accontentarla mentre pregustava già l'anima che avrebbe ricevuto alla fine e che sarebbe stata sua per l'eternità.
«Voglio ucciderli tutti»
Aveva bisbigliato una notte. Era nuda, sotto di lui, e lasciava che i propri occhi scivolassero lungo quel corpo perfetto; sembrava che appartenesse ad un angelo.
«Così sia»
La risposta era stata soffiata a un centimetro di distanza dal suo viso.
Poi non era più importata, perché il piacere aveva ripreso a crescere portandola a uno stato di ubriachezza, di ascensione dei sensi in un livello che non credeva potesse esistere.

Ecco a te il potere.
L'hai richiesto e ti è stato concesso.

Camminava nella notte a piedi scalzi – non le facevano più male, le piaghe erano sparite da tanto. Le ossa erano state nascoste dalla carne e il suo corpo era ritornato formoso come un tempo grazie al cibo che Lui le dava. Era vigoroso e morbido dopo che Lui stesso l'ebbe modellato a sufficienza con la propria bocca.
Non sentiva i suoi passi dietro di lei, ma avvertiva la sua presenza.
Lui c'era e ci sarebbe sempre stato – un fantasma che l'avrebbe perseguitata, cosa di cui lei però era più che felice, era estasiata.
«Cosa vuoi fare?»
La domanda la fece bloccare – sì, cosa voleva fare?
Si era girata, sorridendogli. Il sorriso di una persona innamorata.
«Voglio fargli passare le pene dell'Inferno» aveva risposto.
Lui l'aveva guardato divertito, poi sul suo volto perfetto era apparso un sorriso diabolico.
«Così sia» aveva acconsentito.
E così l'aveva accompagnata in quella vecchia chiesa, piena di ricordi che ormai non le appartenevano più perché ormai era qualcun altro; era un'altra persona, trasformata dal patto che aveva sancito con il proprio sangue.
Leggera come l'aria era entrata in quella stessa sagrestia che conosceva alla perfezione.
L'odore era familiare, di pulito, ma Anita storse il naso come se ci fosse un fetore terribile – ed era così, perché sentiva la presenza di quel viscido uomo che era solita chiamare padre. Il ribrezzo l'assaliva a quel pensiero e cercò il contatto con Lui, che si lasciò afferrare.
Non cercava coraggio – no, non era quello che le mancava. Voleva sentirsi al sicuro, voleva sentire il potere che aveva richiesto, e ogni volta che lo toccava esso la invadeva a fiotti. Lui era la sua personale sorgente di potere e di piacere.
Poi apparve.
In camicia da notte, attirato dalla porta che era stata aperta; una candela in mano, lo sguardo confuso che diventava consapevole alla vista della ragazza.
«Anita»
Sentire il suo nome pronunciato da quelle stesse labbra che l'avevano definita puttana le fece salire il sangue alla testa.
Con una forza che mai aveva avuto prima – la forza di una posseduta – gli diede un colpo sul viso, facendolo accasciare al suolo. La candela cadde ma non si spense, come se la stessa presenza dell'Inferno lì accanto desse nuova energia.
Anita lo fissò – il buio non poteva fermare i suoi occhi quando lei stessa stava diventando il buio – e vide il sangue colare dal naso rotto dell'uomo.
Sorrise deliziata.
«È così divertente!» aveva trillato, voltandosi poi verso di Lui che le aveva sorriso accondiscendente.
«Allora continua»
La risposta fu un incoraggiamento superfluo, dato che di certo Anita non si sarebbe fermata lì.
Iniziò a prendere a calci quella cosa; rideva mentre lo faceva, una risata spontanea che di rimando fece ridere anche Lui, il quale la osservava come un padre guarderebbe il figliolo che cresce promettente.
«Anita... Ti prego, fermati» rantoli «Hai venduto l'anima a quell'essere immondo...»
Quelle parole bloccarono la ragazza. I suoi occhi si fecero ancora più scuri, neri come l'odio.
Un colpo secco, sulla testa, un successivo tonfo sordo.
«Non osare rivolgerti mai più a Lui. Tu non sei degno neanche di respirare la sua stessa aria» aveva sibilato.
Poi si era allontanata, improvvisamente nauseata.
«Stai bene?» le aveva chiesto Lui.
Anita lasciò scivolare lo sguardo sulla candela.
«Starò bene fra poco»
Un sussurro che Lui comprese subito cosa nascondesse. Le sorrise, si avvicinò a lei e la sfiorò, permettendole di sentire ancora di più quel potere che le aveva donato per non dover avere più paura di nulla, per permetterle di stare bene di nuovo e di recuperare una dignità.
Anita gli aveva preso la mano con le sue, tremanti come ogni volta che lo sfiorava, e aveva posato le labbra sulle dita diafane.
Poi lo aveva lasciato andare e si era chinata.
«Toccala»
Sfiorò la fiamma della candela con un dito. Bruciava, ma era bellissimo.
«Lei è sotto il tuo controllo. Domala e piegala al tuo volere»
La musicalità di quelle parole fu appena spezzata dalle note stonate dei bisbigli dell'uomo che giaceva per terra. Anita tese l'orecchio: preghiere in latino.
Si girò preoccupata verso di Lui.
«Non preoccuparti. Le devo temere solo se è qualcuno di veramente degno a pronunciarle»
Ciò la tranquillizzò; quell'essere immondo non era di sicuro la persona adatta, allora.
«Avanti, mostrami che sai fare. Deliziami»
Si era avvicinato a lei, la sua voce si era fatta più bassa e Anita si eccitò nel sentirla.
Avrebbe voluto essere piegata da lui, inginocchiarsi per lui; voleva gemere sotto il suo tocco.
Quel solo pensiero incendiò il suo corpo e la fiamma della candela divampò con esso: un fuoco color sangue crebbe di misura fino ad arrampicarsi lungo le pareti, fino a invadere il pavimento. Fino ad allungare le proprie mani bollenti verso l'uomo che urlava di dolore.
«Di più. Di più»
Seguiva la sua voce e alzava le mani, e le fiamme crescevano, divampavano riflettendosi nei suoi occhi.
Rideva in preda alla frenesia mentre il fuoco l'avvolgeva senza ferirla, lambendola dolcemente come una madre farebbe con il proprio neonato.
Si voltò verso di Lui i cui occhi sanguigni la fissavano deliziati. Non riuscì a resistere e si lanciò sulle sue braccia, lasciandosi ghermire nella bocca e nel corpo.
Scivolarono a terra mentre il fuoco continuava a bruciare e a distruggere tutto; mentre Anita si faceva esplorare da Lui, gemendo a quel contatto così appagante e cercandolo con gesti febbrili – voleva di più, voleva sentirlo dentro di sé, non le importava essere una schiava sessuale se sarebbe stata sempre e solo sua – mentre raggiungeva l'orgasmo inarcandosi sotto le sue dita, le urla atroci di Don José facevano da colonna sonora all'amplesso.
Delizioso.

Il fuoco non può più ferirti, lo vedi?
Tu stessa sei il fuoco.

Era ormai iniziato un gioco che Anita non voleva smettere.
Si divertiva ad andare in cerca degli uomini che l'avevano scopata per darle in cambio un pezzo di pane secco, un secchio di acqua sporca, un panno cencioso con cui coprirsi; voleva ucciderli tutti proprio come aveva fatto con quell'altro essere disgustoso che ora si trovava...

«Finirà in Paradiso?»
Una domanda mentre, coricata nel letto nuda e con le lenzuola aggrovigliate, mangiava frutta affogata nell'alcol. Delle gocce le scivolarono lungo il mento e Lui gliele leccò via.
«No. Finirà all'Inferno, in un posto in cui nessuno potrà sentire le sue urla mentre verrà torturato per il resto dell'eternità»
La risposta le aveva fatto brillare gli occhi di gioia, poi aveva continuato a mangiare, imboccandolo e toccandosi mentre lo faceva.

Quel gioco di vendetta che aveva iniziato quasi per caso si ripeteva sempre uguale ma sempre appagante: li cercava, li trovava, li colpiva e li bruciava. Le loro urla fungevano da orchestra mentre faceva sesso con Lui, in una sorta di rito che le rendeva il piacere ancora più acuto.
Poi, però, iniziò ad annoiarsi.
Passeggiando sui tetti insieme a lui, si ritrovava a guardare quelle formiche – e le giudicava.
Quello era ricco, l'aveva guardata con disprezzo.
Quello era povero, aveva assistito alla sua vergogna.
Quello aveva lo stesso sguardo dell'usuraio che l'aveva violata per la prima volta.
Quello era un prete.
«Fanno tutti schifo. Devono morire tutti»
Un sibilo infastidito, i pugni stretti mentre li fissava con disgusto.
Lui le toccò la spalla e subito si rilassò; la mano scese fino a toccarle i fianchi.
«Allora uccidili tutti» le aveva bisbigliato.
Anita si era girata sorpresa, allargando gli occhi. Poi aveva sorriso estasiata.
«Posso farlo davvero?» aveva domandato, il tono colmo di esaltazione.
Lui aveva poggiato la mano sopra la pancia di Anita; poteva già sentire i battiti di quella creatura di cui la ragazza non era ancora a conoscenza.
«Tutto quello che vuoi, se può renderti felice» le aveva sussurrato.
Anita aveva riso – era felice mentre guardava i suoi occhi soddisfatti, consapevoli di qualcosa che lei non capiva, ma non le importava perché finché era felice tutto sarebbe stato al posto giusto.

Allora distruggi tutto, piccola fanciulla.
Lascia che la tua anima diventi ancora più corrotta.

Lascia che Suo figlio si nutra di ciò.

Barcellona andava a fuoco.
Tutto era fiamme, tutto era calore.

L'Inferno in terra.
Anita danzava per le strade seguita a pochi passi da Lui, godendo di quello spettacolo messo in scena da lei stessa. Ogni cosa su cui poggiava lo sguardo bruciava ancora più intensa, seguendo i suoi desideri.
«Non è bellissimo?»
Lui annuiva mentre le sorrideva. Non la perdeva di vista un attimo.
«Voglio che sia così per sempre» aveva continuato Anita, voltandosi verso di Lui.
«Lo sarà» aveva ricevuto come risposta.
«Me lo prometti?»
Anita si era fermata. Stava immobile tra le fiamme, i capelli avevano dei riflessi scarlatti dati dall'incendio.
In quell'istante, circondata dal fuoco che si piegava al suo volere, sembrava la Regina degli Inferi.
«Mi hai promesso la tua anima e molto di più. Io manterrò la mia promessa»
La risposta era arrivata sicura.
Anita aveva abbassato lo sguardo – voleva aggiungere qualcosa, ma sembrava avesse paura.
Infine, portò una mano sulla pancia.
«Sarà così anche per lui?» aveva sussurrato.
Per quando la voce fosse flebile e le urla attorno a loro fin troppo rumorose, Lui l'aveva comunque sentita.
Aveva annuito.
«Anche per lui»

Sei sempre stata destinata a grandi cose.
Dare alla luce Suo figlio – questo è l'onore più grande.

Urlava mentre si sentiva aprire in due.
Da sola, in quella camera da letto, le acque ormai rotte e il bambino che stava per nascere.

Urlava in preda ai dolori lancinanti – ma non chiamava il suo nome, quella era una cosa che doveva fare da sola.
In quell'agonia, l'orgoglio le gonfiava il petto e il padre del bambino era il pensiero fisso mentre cercava di sopportare quel dolore indescrivibile.
Forse passarono pochi minuti, forse ore o forse giorni – non lo sapeva, non le importava.
Alla fine sentì dei vagiti e il dolore diminuire. Si costrinse a sollevarsi mentre prendeva quell'esserino ricoperto di sangue, lo portava sulle sue braccia e iniziava a dondolarlo dolcemente.
Era una bambina.
«Sh, fai silenzio... Sono qui, sono qui...»
Una cantilena continua, che continuò per ore.

Si era lavata, vestita, e così aveva fatto con la bambina.
Ora era tra le sue braccia – non l'aveva lasciata un solo istante, fissandola adorante.
La sua piccola creatura, il segno di quel patto che aveva sancito mesi e mesi prima. La prova concreta della sua unione.
«Come sta?»
Aveva sobbalzato.
«Benissimo. È bella proprio come il padre» aveva poi risposto, guardando verso di Lui con un sorriso sognante.
Le si era avvicinato e aveva guardato la neonata inespressivo.
«La crescerai. La farai diventare la mia figlia perfetta»
«Certo, come tu desideri»
Anita aveva annuito, per poi riprendere a fissare la bambina con sguardo innamorato.
«Il suo nome...»
Anita alzò di scatto la testa, fissandolo in attesa.
«Il suo nome sarà Lilith»
Anita lo guardò sorpresa, per poi sorridere un istante dopo con lo sguardo consapevole.
«Come desideri tu, Lucifero»

«Quando morirò finirò all'Inferno, vero?»
«Avevi qualche dubbio?»
«Io...»
«Non ti piacerebbe finire in Paradiso?»
«Il Paradiso... è freddo. Io voglio bruciare»

«Così sia. Il Paradiso oltre te, l'Inferno ai tuoi piedi»

 

  
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