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Autore: TimeFlies    09/07/2017    0 recensioni
[Storia sospesa dal 01/08/2017]
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Prendi la mira.
Spara.
Passa al prossimo bersaglio.
È una sequenza che ti entra nelle ossa e non ti lascia più, quando diventi un assassino, non importa per quale motivo, lo rimani per sempre.
Margot lo sa bene, convive con la morte giorno dopo giorno, missione dopo missione. Il suo lavoro come agente dell’Agenzia Controllo delle Minacce Interne è proteggere Baltimora dalle ombre che la divorano dall'interno e che hanno già dato prova di essere spietate.
Ma quando il pericolo si annida nel cuore dell’Agenzia stessa, tutti gli equilibri vengono stravolti, sopravvivere non è così scontato. Le minacce arrivano da chi dovrebbe proteggerti, la realtà si trasforma in un gioco dal ritmo serrato a cui non puoi sottrarti, neanche quando hai il cuore a pezzi, neanche quando il tuo unico alleato non c’è più.
Quando passi dall’altra parte del grilletto, niente è più come prima, le regole smettono di valere.
E nessuno è a prova di proiettile.
Genere: Azione, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
Capitoli:
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SIN - 18.

 

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18. To Be Understood

“Perhaps one did not want to be loved
as much as to be understood.”
George Orwell – 1984


La statale, un lungo nastro d’asfalto scuro, scorreva davanti all’auto mentre si addentrava nella Virginia Occidentale. Le cime rocciose degli Appalachi svettavano contro il cielo azzurro, sembravano emergere dalle fitte foreste che ne ricoprivano i fianchi come rovine di antiche città; nuvole pigre si impigliavano sulle loro punte frastagliate.
Molti definivano quello Stato un vero e proprio paradiso terrestre e Dominic non poteva che concordare nonostante ne fosse fuggito anni prima. La Virginia Occidentale era un’oasi dove la natura conservava ancora il suo spirito selvaggio e indomito e si innalzava sulle montagne e gli altipiani, per poi scendere nelle vallate strette e scorrere impetuosa in fiumi e torrenti. A volte, quando si perdeva ad ammirarne i paesaggi, gli sembrava di avere un po’ di quell’animo indomabile dentro di sé, lo sentiva pulsare come un secondo cuore da qualche parte nel proprio petto.
Era alla guida ormai da più di cinque ore, ma si era fermato solo una volta per fare benzina e comprare una tazza di caffè. Non vedeva l’ora di arrivare e mettere la parola fine a quella vicenda.
Attraversò il ponte della I-64 sul fiume Kanawha per raggiungere la parte sud di Charleston, la sua città natale. Era lì che si trovava il Thomas Memorial Hospital, l’ospedale dov’era ricoverato Rory. Nel passare di nuovo tra quelle strade così familiari, Dominic avvertì una fitta di nostalgia. Baltimora era affascinante e pericolosa come una scheggia di vetro, Charleston era tutto il contrario, era calma e accogliente, era casa. Ma era anche soffocante, troppo piccola per potersi allontanare dalla difficile situazione della sua famiglia, racchiusa tra le vette delle montagne che impedivano di vedere al di fuori dei suoi confini.
Impiegò meno del previsto per trovare un posto nel parcheggio dell’ospedale. Scese dall’auto richiudendosi lo sportello alle spalle e, dopo un respiro profondo e vagamente rassegnato, si incamminò verso l’ingresso. L’odore pungente del disinfettante, le luci asettiche, il bianco assoluto delle pareti lo disorientarono per un attimo. Sbatté le palpebre lasciandosi sfuggire una smorfia e riprese a camminare senza degnare di uno sguardo l’infermiera mora dietro il bancone, pronta a dare informazioni.
Conosceva a memoria il numero della stanza di Rory e sapeva per certo che sua madre non avrebbe mai permesso che la cambiassero, non importava se questo significava dover pagare un extra.
Si sentiva pesante, quasi avesse avuto le ossa di piombo; ogni passo rendeva il senso di nausea che gli stringeva la gola più pressante. Tutto in lui gli urlava di voltarsi e andarsene il più in fretta possibile, ma non poteva farlo. Passò accanto a diverse porte chiuse, tutte fatte dello stesso legno chiaro, tutte con il numero inciso su una placchetta di metallo. Si soffermò davanti alla stanza 127, combattuto.
Una dottoressa seguita da un giovane infermiere gli passò accanto quasi senza vederlo. Non aveva il coraggio di bussare, né tantomeno di sopportare quello che lo aspettava oltre la porta. Indietreggiò di un passo pur non volendo, il cuore sul punto di infrangersi contro le costole. Era stata una pessima idea andare lì, non avrebbe mai dovuto accettare, farsi convincere da Alder… Era stato uno stupido a pensare di poterlo reggere.
Proprio quando era sul punto di crollare e andarsene, la porta di aprì. Alder Whitemore rimase a guardarlo per un attimo, gli occhi azzurri uguali ai suoi spalancati dalla sorpresa. Indossava una camicia bianca sotto una giacca a vento, in netto contrasto con il giubbotto nero dal taglio militare di Dominic.
Un sorriso fiacco si aprì sulle sue labbra. – Dom. Ce l’hai fatta a venire.
Lui espirò piano per calmarsi. – Già – Non fu capace di dire altro, non senza rischiare di soffocarsi con le sue stesse parole.
Alder uscì in corridoio richiudendo la porta e si aggiustò i capelli scuri, già perfettamente in ordine. Lo faceva sempre quando era nervoso, era come se, sistemando il proprio aspetto, facesse ordine anche nei propri pensieri.
– Com’è andato il viaggio? Hai trovato traffico? – domandò con voce gentile, di circostanza.
Dominic distolse lo sguardo. – Tutto okay, non ce n’era molto.
Alder annuì piano stringendo le labbra. – Bene. Vuoi… vuoi entrare?
Lui sollevò di colpo gli occhi sul fratello, allarmato. – No, non importa. Davvero.
L’altro sembrò intuire il suo disagio. – Ti va di fare due passi allora?
Dominic tirò un sospiro di sollievo senza curarsi di nasconderlo. – Sì, certo.
Alder gli rivolse un sorriso rassicurante che lo portò a pensare di apparire molto più in difficoltà di quanto credesse. Si avviarono lungo il corridoio da cui era venuto, facendosi da parte per lasciar passare dottori indaffarati e infermieri ingombri di cartelle mediche.
Vedendo che lui non aveva intenzione di aprire bocca, Alder si decise a rompere il ghiaccio: – Come vanno le cose a Baltimora?
Dominic scrollò le spalle. – Come al solito, c’è sempre qualche cattivo da catturare.
– Beh, meglio così, no? O saresti disoccupato – commentò Alder giocherellando con il bottone sul polsino della camicia.
– Già… E tu invece? Qualche novità? – domandò lui.
Il fratello continuava a tenere lo sguardo fisso sul pavimento. – Ho trovato lavoro come contabile in un’azienda di qui. La paga è buona, potrò estinguere i debiti in un paio d’anni, forse meno.
Dominic aggrottò le sopracciglia. – Aspetta, che debiti?
Alder si passò una mano sulla nuca, imbarazzato. – Quelli con la banca. Negli ultimi anni le cose non sono andate benissimo, ho dovuto chiedere un prestito per mantenere le spese di Rory.
Lui dovette mordersi la lingua per trattenersi. – Un prestito? Potevi chiedere a me, Al. Dannazione, pensi che non ti avrei aiutato?
L’espressione di Alder si era fatta sofferente. – Io…
– Perché ti comporti come se Baltimora fosse dall’altra parte del Paese o dall’altra parte del mondo? – sbottò Dominic. – Sono a cinque ore da qui, non cinque anni luce. Se avevi bisogno ti sarebbe bastato chiamarmi.
Il fratello incassò la sua rabbia chinando la testa. Era più grande di lui di tre anni, eppure in quel momento sembrava un ragazzino perso e solo. – Non volevo pesarti. So che per te questo non è facile, volevo solo tenerti fuori da qualcosa che ti fa star male.
Dominic si sentì la bocca secca come una manciata di sabbia. – Mi fa star male anche vederti incastrato con un lavoro che odi. Al… Lo so che me ne sono andato e ho dato l’impressione di voler tagliare i ponti con voi, ma non è così. Sono ancora tuo fratello, siamo ancora una famiglia.
Alder si lasciò sfuggire un respiro tremante. – Mi… mi dispiace. Ho cercato di fare del mio meglio, ma adesso… Dio, adesso sono solo stanco di tutto questo.
Dominic infilò una mano nella tasca interna del giubbotto, afferrò il portafogli e ne trasse il libretto degli assegni. Non lo usava mai, spesso e volentieri si dimenticava di averlo. Avevano raggiunto il bancone dell’ingresso, così allungò un braccio e rubò una penna per poi mettersi a scrivere sul primo assegno in bianco. Tutta la rabbia e la frustrazione che si era portato da Baltimora fin lì si riversarono sulla carta sottile, quasi la stesse pugnalando.
– Dom… che stai facendo? – chiese Alder con voce sottile, incerta.
Dominic si soffermò per un attimo sulla riga destinata alla cifra. Non aveva idea di a quanto ammontassero le spese mediche di Rory, né tantomeno il prestito chiesto dal fratello. Imprecò sottovoce mentre scarabocchiava una cifra seguita da quelli che gli sembravano abbastanza zeri.
Quasi incise la propria firma sull’angolo prima di staccare l’assegno e metterlo in mano ad Alder. – Paga quei maledetti debiti e basta.
Lui guardò il pezzo di carta con espressione incredula, confusa. Sembrava temere di muovere le dita o anche solo di alzare lo sguardo. – Non posso… Tu…
– Vivo da solo in un appartamento minuscolo, non ho chissà quali spese. E ho dei soldi da parte, quindi prendilo – insistette Dominic fingendosi molto impegnato a rimettere a posto libretto e portafogli. – Sistema le cose con la banca e smetti di pensarci, per sempre. Ne hai bisogno, tutti ne abbiamo bisogno.
Alder lisciò l’assegno con la punta delle dita, lo sguardo velato. Era come un uomo che, dopo mesi passati a vagare nel deserto, trovava finalmente dell’acqua, il sollievo sul suo viso era venato di disperazione. – Sai, spesso ho pensato di odiarti. Ma non perché te ne sei andato – rivelò parlando quasi sottovoce. – Ti detestavo perché avevi avuto il coraggio di farlo, di salvarti da questa… di non rimanere in mezzo a questo dolore. Io no, non ci sono mai riuscito. Ci ho pensato, spesso, però non ho mai trovato il fegato di farlo.
– Tu hai avuto il coraggio di restare, Al – commentò Dominic abbandonando la penna sul bancone. – E, almeno secondo me, vale molto di più – Si schiarì la gola abbozzando un sorriso. – Perché non ti prendi una vacanza, mmh? Prenditi un po’ di tempo per te, va’ da qualche parte, magari vicino all’oceano.
Alder fissava un punto nel vuoto davanti a loro, sembrava distante, quasi perso. – Non posso lasciarli, non adesso. Dire addio a Rory sarà ancora peggio e avranno bisogno di me e io…
Dominic gli mise una mano sulla spalla - più sottile delle proprie, irrobustite da anni di addestramento in Agenzia - costringendolo a guardarlo negli occhi, così simili ai suoi. – Non puoi fare nulla per loro, non se avrai un crollo nervoso. E sappiamo benissimo entrambi che sei a tanto così da cedere. Concediti una pausa.
L’uomo strinse le labbra fino ridurle a una linea sottile. Esitò per un secondo prima di abbassare la testa. – Hai ragione, non sarei di nessuna utilità.
– Ti meriti un po’ di pace, Al, tu più di chiunque altro – mormorò lui.
Alder sollevò lo sguardo per incrociare il suo. – Anche tu. So che per te è difficile ammettere di averne bisogno, ma… se vuoi parlare, devi solo chiamarmi, okay? Tienilo a mente.
Dominic si costrinse ad annuire mentre le parole di Margot gli rimbombavano in mente: perché vorresti scusarti? Per non avere il coraggio di provare emozioni? Il problema era tutto il contrario, in realtà. Dominic aveva paura di sentire troppo, di finire soffocato dalla forza dei suoi stessi sentimenti. Era più semplice comprimerli nei recessi più bui di sé, piuttosto che affrontarli e farsi dilaniare.
– Andiamo, mamma e papà ci staranno aspettando – fece Alder con un debole sorriso. – E grazie, Dom, sul serio.
Lui si sforzò di ricambiare il sorriso, riuscendo solo a sollevare un angolo della bocca. – Figurati, per la famiglia questo e altro.

***

Quella notte, James Abbott sognò città rase al suolo e sangue che riempiva le strade. Sognò urla strazianti e grida di sofferenza. Sognò il terrore e il dolore e la morte.
Sognò Baltimora, la sua Baltimora distrutta, ridotta a rovine fumanti, il fantasma della città che era stata. Ed era successo per colpa sua.
Si svegliò a mezzanotte con il cuore che gli martellava nel petto e le lenzuola strette nei pugni. Temeva quasi di guardare il cellulare, abbandonato sul comodino di legno chiaro accanto al letto, aveva paura di vedere messaggi che lo avvisavano che era successo di nuovo, che c’era stato un altro Undici Settembre, che un’altra città era caduta. Ma lo schermo rimase nero, del tutto innocuo. Un unico led blu lampeggiava a intermittenza in cima allo schermo.
L’uomo si tirò su a sedere spostando le gambe fuori dal letto e scostando le coperte. Rabbrividì appena sentendo il pavimento freddo sotto i piedi. Dalle tende socchiuse che oscuravano la finestra si intravedeva uno scorcio di Baltimora, i grattacieli che parevano brillare fino a oscurare persino la luna.
James prese il telefono e lo sbloccò per controllare le notifiche: chiamata persa da Noah Bauer. Si massaggiò le tempie sospirando piano, gli ultimi brandelli di sonno che lo abbandonavano. Ad Anchorage, in Alaska, erano quattro ore indietro, da loro erano solo le otto. E Noah l’aveva avvertito che avrebbe potuto chiamarlo sul tardi perché sarebbe stato impegnato con una missione.
James premette il tasto per richiamarlo e si portò il telefono all’orecchio. Sentiva il bisogno di alzarsi e scostare le tende per vedere Baltimora tutta intera, priva di ferite, ma si impose di rimanere seduto sul bordo del letto.
Noah rispose dopo due squilli, la voce pacata come sempre: – James, buonasera.
L’uomo sentì un angolo della bocca sollevarsi appena. Noah era l’agente più educato e pacifico che avesse mai incontrato, non sembrava neanche capace di maneggiare un’arma, figurarsi uccidere. Eppure era stato a di istanza in Iraq per diversi anni, collezionando grandi risultati, prima di diventare il leader di un dislocamento sperimentale dell’Agenzia. Era pieno di risorse pur sembrando un gentiluomo d’altri tempi.
– Noah, ciao – replicò James. – Scusa se non ho risposto prima, qui… è mezzanotte.
– Lo so, mi dispiace. Siamo tornati solo ora dalla spedizione, ma avevo promesso di chiamarti entro oggi. Spero di non averti disturbato troppo – replicò l’altro, una nota dispiaciuta nella voce.
Lui scosse la testa quasi tra sé e sé. – No, non preoccuparti. È tutto pronto per domani?
– Sì, partiremo da Anchorage verso le sei di domattina, saremo lì nel primo pomeriggio, così avremo modo di ambientarci prima della riunione – rispose Noah. – Porterò un paio dei miei ragazzi, come avevi suggerito.
James si leccò il labbro. – Bene. Non hanno richiesto di vederli o parlare con loro, ma sapere che ci saranno potrebbe darci una possibilità in più, mostrare che stai facendo qualcosa di concreto – La sua voce si colorò di determinazione. – Otterremo quei fondi, vedrai.
– Oh, lo spero – commentò l’uomo con una mezza risata. – Sto cominciando ad affezionarmi a questo posto. È piuttosto freddo, ma ci si sta bene.
– Dopo la riunione con Barnes e gli altri funzionari del Pentagono la vostra situazione migliorerà ancora. Se riusciamo a convincerli che la Sede ad Anchorage è valida e funzionale potrebbero ufficializzarla nel giro di un paio di mesi – James si sentiva ottimista riguardo a quel progetto pur sapendo benissimo che non c’era nessuna certezza a riguardo. Non era da lui riporre tanta speranza in qualcosa di così incerto, era abituato ad aspettare fino all’ultimo prima di fare qualunque mossa, a valutare pro e contro, a non farsi illusioni in modo da rischiare il meno possibile. Eppure adesso si ritrovava ad andare contro i suoi stessi principi, e non era la prima volta che succedeva.
– James, apprezzo davvero l’impegno e la fiducia che ci stai mettendo… – cominciò Noah, il tono incerto, titubante.
Lui chiuse gli occhi. – Ma…?
Dall’altro capo del telefono giunse un sospiro. – Ma forse stiamo correndo troppo. Ci servono molti soldi per mettere su qualcosa che funzioni sul serio, molti soldi e molti alleati all’interno del Pentagono. So che tu sei a capo della Sede principale dell’Agenzia e che quindi hai un bel po’ di potere riguardo gli altri dislocamenti, però noi siamo un azzardo. Barnes ti ascolta perché hai fatto un buon lavoro in questi anni, tuttavia sappiamo entrambi che non toglierà fondi all’intelligence per questo esperimento.
Era vero, James ne era più che consapevole, quello che gli mancava forse era lo spirito pratico e realistico tipico di un soldato abituato ai fatti, agli scontri dove non c’era tempo per perdersi in fantasie. Noah era così, riduceva tutto ai fatti più importati tagliando fuori il resto, era per questo che era arrivato a una posizione di comando partendo dal niente più assoluto.
James lo ricordava ancora ai tempi del loro primo incontro, quando Noah era un sergente taciturno e attento anche ai dettagli più piccoli. Aveva già trent’anni e un bel bagaglio d’esperienza all’epoca, mentre James ne aveva appena venti e cominciava allora a capire come funzionava il mondo.
– Vale la pena sperarci – ribatté alzandosi per avvicinarsi alla finestra. – Comunque, la casa è pronta, sai dove sono le chiavi. Vi ho messo a disposizione anche un’auto.
– Perfetto. Grazie James – fece Noah con sincera gratitudine. – Ci vediamo tra due giorni allora.
James aveva scostato le tende e girato la maniglia di metallo, adesso l’aria fresca della sera gli accarezzava il viso rilassandolo. – Spero che Baltimora vi piaccia. Buonanotte.
Riattaccò posando poi il cellulare sul davanzale. Lasciò vagare lo sguardo sui grattacieli che sfidavano il buio della notte, sull’immensità di quella città che pareva estendersi all’infinito sotto il cielo trapuntato da stelle invisibili.
Aveva la sensazione, da diverso tempo ormai, che l’Agenzia e la sottile rete di collegamenti che la teneva in piedi potessero scivolargli via dalle dita come sabbia mentre lui era troppo distratto, troppo preso da un passato che non poteva più cambiare.
Sentiva di essere in precario equilibrio tra il successo e il fallimento completo, ogni sua azione, anche minima, l’avrebbe portato più vicino a uno dei due, ma alla fine tutto sarebbe stato deciso da una scelta che aveva fatto anni prima. Riuscire a garantire i fondi a Noah e alla sua squadra di agenti per costruire un dislocamento dell’Agenzia, renderlo all’avanguardia e funzionale come quello di Baltimora, se non di più, era l’unico progetto che si era consentito di fare.
Dare a una persona che se la meritava la possibilità di creare qualcosa di bello, qualcosa che gli sarebbe sopravvissuto a prescindere da quale sarebbe stata la sua fine. Quel pensiero lo calmò, gli instillò nel petto una pace completa che cancellò dubbi, ripensamenti e rimorsi.
Così James chiuse gli occhi e si lasciò cullare dalla brezza fresca dal sapore di sale e oceano della sua Baltimora.

***

Liam doveva ricordarsi di mangiare. Per forza. Aveva già saltato il pranzo per due giorni di fila. Quella mattina, mentre si sforzava di piluccare qualcosa per colazione, aveva pensato di scriverselo sulla mano, come faceva ai tempi del liceo quando doveva tenere a mente qualcosa: durante la giornata gli ci sarebbe caduto l’occhio e si sarebbe ricordato di dare da mangiare al gatto, o di finire il saggio di letteratura.
La discussione con Margot nel parco, l’espressione tradita di Melanie e le ricerche su Michelle Banks gli occupavano la mente togliendo spazio a qualunque altra cosa. Si era imposto di rimanere concentrato sul lavoro però, e stava riuscendo a portare a termine tutti i suoi compiti, ma durante le pause le cose cambiavano drasticamente.
Era ora di pranzo, il riso thailandese lo attendeva nella sua borsa, eppure Liam lo ignorava del tutto, troppo concentrato sullo schermo del proprio PC. Non si fidava a cercare materiale sulla Banks nel computer della Sede, di sicuro le cronologie erano controllate lì. E poi, non poteva entrare in siti compromettenti o archivi di enti o altre agenzie dalla sua postazione di lavoro, era immorale e soprattutto illegale.
Non che avesse trovato chissà cosa in quei due giorni, anzi. Aveva ricostruito la vita di Michelle Banks dagli studi liceali all’accademia militare, aveva tracciato la sua carriera nel Pentagono, ma non aveva scovato niente di fuori posto o ambiguo. Quella donna pareva del tutto pulita, immacolata. Tranne per un dettaglio.
Liam l’aveva individuato per caso, solo un documento tra i tanti ne parlava, anche se molto in breve. Citava quella che sembrava essere un’operazione dalla rilevanza significativa denominata Protocollo Roosevelt. Non c’erano spiegazioni riguardo cosa fosse o chi ne facesse parte, neanche Michelle sembrava esserci collegata in modo diretto. Quel protocollo pareva essere un fantasma, aleggiava impalpabile e silenzioso sulla vita della donna, pur senza sfiorarla.
In quel momento, seduto a uno dei tavolini di plastica nella stanza accanto all’ascensore riservata ai momenti di pausa per i pasti o per un caffè, Liam stava facendo ricerche proprio su quell’argomento, nella flebile speranza di ricavarne qualcosa. L’internet più accessibile non gli dava grandi responsi, la biografia del Presidente Roosevelt era l’unica cosa che compariva. Era un po’ restio ad avventurarsi nella parte più oscura della rete mentre si trovava all’interno di un edificio appartenente al governo, ma si disse che doveva fidarsi dei firewall che lui stesso aveva installato e andare avanti.
Era così immerso nella propria ricerca che non si accorse della porta che veniva aperta, né della persona che entrava. Aveva una strana sensazione, come un lieve pizzicore, un pensiero sfuggevole, difficile da afferrare. C’era qualcosa intorno a quel protocollo, ma cosa?
Qualcuno si schiarì la gola facendolo trasalire in modo brusco. Chiuse il portatile di scatto sollevando lo sguardo come avrebbe fatto un ladro colto in flagrante.
E Melanie era davanti a lui, i grandi occhi castani fissi sul suo viso, le labbra strette in una linea severa. I sottili capelli biondi le ricadevano dritti e ordinati dietro le spalle, due ciocche erano fermate sul retro della testa da un piccolo fermaglio. Indossava un tailleur di un grigio chiaro che la faceva apparire pallida nonostante il trucco. Era troppo serioso per il suo animo frizzante e allegro.
Eppure nella sua espressione velata di rabbia non c’era nessun segno di allegria. I lividi che le avevano segnato il volto si erano ridotti a ombre slavate.
– Quindi hai qualcosa da nascondere – disse, la voce tesa al pari di una corda di violino.
Liam riuscì solo a deglutire, aveva la bocca arida come un deserto. Il tono di Melanie era suonato così tradito e deluso… l’aveva quasi sentito bruciare sulla pelle, il morso bollente di una frustra che lo colpiva.
– Ho cercato di crederti, di convincermi che fossi sincero – proseguì la ragazza aumentando la stretta sulla borsa di pelle nera che teneva in mano fino a far sbiancare le nocche. – Ci ho provato con tutta me stessa, perché ti conosco da anni, lavoriamo insieme, fianco a fianco e ti voglio bene, ma… adesso non so più che pensare.
Liam posò il PC sul tavolo accanto a sé e si alzò. – Mel, l’hai detto tu stessa: mi conosci, sai come sono fatto. Non farei mai niente per ferirti, mai.
La ragazza rilasciò un respiro tremante. – Allora perché non mi parli, perché nascondi qualunque cosa tu stia facendo? Voglio aiutarti a uscirne, Liam.
Lui aggrottò la fronte. – Uscire da cosa? Pensi che sia entrato in qualche… giro?
– Non lo so, okay? – sbottò Melanie. – Forse stai vendendo informazioni del governo per comprare droga o qualcosa del genere. Forse ti sei indebitato con qualcuno. Come faccio a saperlo se non mi parli?
Liam scosse la testa, frastornato da quelle parole. Droghe, debiti? Era questo che Melanie pensava di lui? – Non… non sono quel tipo di persona. Dannazione, ho quasi paura degli agenti operativi solo perché girano armati! Credi che potrei finire in una situazione del genere?
L’espressione della ragazza si indurì. – Perché, che tipo di persone fanno uso di droghe e si indebitano, mmh? Criminali, rifiuti della società? Relitti?
Di nuovo, Liam era a corto di parole. Gli costava fatica persino rimanere lucido e concentrato sulla realtà. La sua mente continuava a scivolare via, a tornare al Protocollo Roosevelt, alla Banks, agli avvertimenti di Margot. – Io non…
– Mia sorella faceva uso di droghe – sibilò Melanie mentre un’unica lacrima le solcava la guancia. – Una ragazza bella e solare, iscritta al college. Aveva tutto. Ma cadde nel vortice dell’eroina e ci sono voluti anni perché ne uscisse. Sto solo cercando di proteggerti, da te stesso e da… non lo so, da quello che stai facendo.
Fu come ricevere un pugno nello stomaco. Liam si ritrovò a corto di fiato, boccheggiante e sconvolto. Melanie voleva tenerlo al sicuro, assicurarsi che non facesse la stessa fine della sorella. Non lo stava attaccando, né accusando. I sensi di colpa gli strinsero la gola annebbiandogli la vista. Era stato convinto che tenendola all’oscuro di tutto, l’avrebbe salvata in qualche modo, non si era accorto delle ferite che le stava infliggendo. E far del male a qualcuno a cui tieni senza neanche rendertene conto ti straziava il cuore.
– Melanie – fu capace di mormorare solo quello, poi la sua voce si ruppe con un frammento di vetro. – Non ne avevo idea, non sapevo… Ma questo non cambia niente, vero?
La ragazza si asciugò il viso distogliendo lo sguardo, le ciglia appesantite dal mascara che sbattevano per respingere altre lacrime. – Ho cominciato a pensarci perché non ne parlavi. Neanche lei lo faceva, non parlava con nessuno. Si vergognava di se stessa, eppure non aveva la forza di dirlo ad anima viva. Forse questo la consumava persino più della droga.
– Mi dispiace, Mel, sul serio. So quanto sono distruttive queste sostanze – replicò lui, l’immagine fugace di Donnie, svenuto sul divano dopo una sbronza, che gli sfiorava la mente. – Ma io sto bene, non sto usando nessuna droga e non sono indebitato. Sto solo… cercando di scoprire una cosa.
Lei tirò su con il naso riuscendo a farlo passare per un gesto elegante sollevando un poco il mento. – Ah sì? E cosa?
Liam scosse piano la testa. – Non posso dirtelo – Fu un sussurro basso, colpevole.
– Ovviamente – fece lei con una nota di rassegnazione. – Beh, spero davvero che tu trovi questa… cosa, e che ti renda felice.
Quelle parole erano acqua gelida che gli riempiva i polmoni strappandogli via l’aria. Liam ebbe l’impulso di portarsi una mano alla gola, ma si trattenne lasciando le braccia abbandonate lungo i fianchi. Suonava così tanto come un addio… Ed era colpa sua, non era stato in grado di proteggere una persona, quando il suo stesso lavoro richiedeva che proteggesse un intero Paese.
Chiuse gli occhi inspirando a fondo nel tentativo di calmarsi, di evitare di crollare e raccontarle tutto. Come facevano gli agenti a non rivelare mai niente a nessuno, a essere forti e sicuri nonostante i segreti e le verità taciute che premevano sulle loro spalle?
Liam tornò a sollevare le palpebre quando sentì dei passi leggeri: Melanie si era avvicinata alla porta, aveva una mano sulla maniglia e lo sguardo più triste che lui avesse mai visto.
– Buona fortuna – mormorò prima di uscire dalla stanza.
E lui rimase a fissare il vuoto con la consapevolezza di averle inferto una ferita peggiore di qualunque livido.

***

I mormorii nervosi e impazienti dei nuovi agenti riempivano il furgone, Margot percepiva il loro entusiasmo semplicemente standogli seduta accanto. Ricordava di essersi sentita allo stesso modo, curiosa, piena di voglia di fare e scoprire, quando aveva partecipato alla sua prima vera missione.
C’era stato Carter al suo fianco e c’erano stati Bianca e Mike a sorvegliare le loro reclute con attenzione. Sembrava fosse successo una vita fa. Adesso era tutto diverso, era lei a tenere d’occhio i novellini, a guardare loro le spalle, ad avere lo sguardo più vissuto.
Aveva beccato molti di loro a osservarla con avida curiosità mentre sistemava l’M-4. Chissà quale sarebbe stata la loro reazione nel vederla maneggiare il suo fucile di precisione da cecchino. Erano affamati di quel mondo di pericolo e adrenalina e Margot li capiva, perché lo era stata anche lei.
Il furgone si fermò con una lieve scossa, i sussurri cessarono. Il portellone si aprì rivelando la figura slanciata di Bianca, micidiale nella tenuta nera che spiccava sul grigiore degli edifici dietro di lei.
La donna inarcò un sopracciglio e rivolse loro un cenno col mento. – Forza, è arrivato il momento di scendere in campo.
I dieci agenti scesero con ordine disponendosi vicino al veicolo in attesa di direttive. Margot fu l’ultima a raggiungerli, si sistemò appena in disparte imbracciando il fucile, accanto a Ben, l’altra persona scelta da Bianca per sorvegliare la situazione.
Bianca passò in rassegna con lo sguardo la sua squadra per assicurarsi l’equipaggiamento di tutti fosse in perfetto ordine. – D’accordo, novellini. Come sapete, questa è la vostra prima missione sul campo. Non aspettatevi inseguimenti, scontri o esplosioni da film – esordì raddrizzando le spalle. – Questa zona è stata resa sicura prima ancora che voi foste in grado di pensare di arruolarvi. Parte del merito va agli agenti Foyle e Hale – aggiunse accennando a Margot e Ben, allineati un passo dietro di lei.
Le reclute li osservarono con velata ammirazione, qualcuno sistemò il modo in cui teneva il fucile sbirciando le loro posizioni. Margot sentì una lieve fitta di nostalgia nel ricordarsi com’era stata impacciata durante le prime operazioni.
– Vi dividerete in coppie e farete un giro di ricognizione del quartiere – proseguì Bianca camminando avanti e indietro di fronte agli agenti. – Questo è un test che mi permetterà di vedere quanto avete imparato nelle prime settimane di addestramento, se siete in grado di muovervi in sicurezza in ambienti che non conoscete. Ricordate che sono ancora in tempo per rispedirvi tutti quanti a casa se non dimostrate di essere all’altezza – Allargò un braccio per indicare se stessa, Ben e Margot. – Noi vi terremo d’occhio con discrezione e credetemi quando vi dico che non ci sfugge nulla. Tutto chiaro?
Le dieci reclute annuirono con enfasi prima di esclamare in coro: – Sissignora!
Un lampo d’orgoglio accese lo sguardo di Bianca. – Ottimo. E ricordatevi di tenere gli auricolari accesi e soprattutto di rispondere, o giuro che ve li ritroverete in posti molto scomodi. Adesso andate.
Gli agenti si divisero in coppie con rapidità ed efficienza. Sparirono nei vicoli che si diramavano intorno a loro senza fiatare.
Margot si guardò attorno per orientarsi: si trovavano nella periferia est di Baltimora, una delle prime zone a essere stata ripulita dai Soldati dell’Ordine. Non molti anni fa era stata una zona residenziale, condomini di mattoni rossi sbiaditi dal tempo si incastravano tra palazzi di nudo cemento con i muri ricoperti di graffiti. Quasi tutte le persone che abitavano lì si erano spostate nei nuovi edifici che l’amministrazione della città aveva fatto costruire più vicino al centro di Baltimora; adesso lì rimanevano soltanto sparodici gruppetti di senzatetto.
Bianca scambiò un’occhiata di intensa con lei e Ben. – Sapete cosa dovete fare, assicuratevi che non si caccino nei guai e sorvegliateli con attenzione, vi chiederò di farmi rapporto quando torniamo.
I due annuirono, poi si separarono addentrandosi ognuno in un vicolo diverso. Margot accolse con piacere la tranquillità che l’avvolgeva, gli unici rumori udibili erano gli echi lontani del traffico e le strida di qualche gabbiano solitario. Le sembrava di essere tornata indietro nel tempo, a quando uscire in missione la faceva sentire viva e forte, a quando non vedeva l’ora che l’adrenalina le esplodesse nelle vene.
Adesso, quel desiderio di azione e scontri si era assopito, rimpiazzato dalla consapevolezza che anche l’Agenzia aveva delle ombre dentro di sé, ombre spacciate per giustizia. Carter se n’era accorto prima di lei, perché ai suoi occhi curiosi e affamati non sfuggiva mai nulla. Aveva cominciato a fare domande, a mettere in discussione ordini e missioni, incurante di quanto si stesse esponendo facendolo.
Non aveva mai avuto paura, non per se stesso almeno, non era nella sua natura passionale lasciarsi spaventare da qualche minaccia. Un sorriso amaro le affiorò alle labbra nel ripensare alla foga con cui il ragazzo difendeva i propri ideali mentre bevevano insieme un caffè in uno dei locali che si affacciavano sull’oceano.
Sbattendo le palpebre, si impose di tornare alla realtà. Si era spinta molto all’interno del dedalo di vicoli della periferia, guardandosi attorno si rese conto di essere risalita verso nord seguendo un vecchio percorso di ronda che aveva fatto anni prima durante l’addestramento. Ormai quella vita di missioni, rischi e armi le era entrata sotto la pelle, neanche volendo avrebbe potuto dimenticarla.
I suoi stivali non producevano alcun suono sul cemento polveroso, poteva quasi sentire il ritmo cadenzato del proprio cuore. Finché non giunsero le voci.
Margot si fermò nel bel mezzo di un vicolo, sotto l’ombra sbilenca di una scala antincendio arrugginita. Per un attimo credette di essersele immaginate: le reclute sapevano benissimo di dover parlare a bassa voce se dovevano comunicarsi qualcosa e lei era certa che in quella zona non ci fosse nessun’altro a parte loro. Giusto?
Le sua dita fecero scattare la sicura e scivolarono in posizione sul calcio del fucile, l’indice pronto sul grilletto. Che l’Ordine fosse tornato nel quartiere dove era già stato sconfitto? Ma a che scopo? Non c’era più niente lì, se non edifici spogli e graffiti; non sarebbe stato furbo neanche nasconderci un deposito di armi dal momento che gli agenti dell’Agenzia vi andavano spesso.
Imbracciando saldamente l’M-4, si appiattì contro il muro e rimase in ascolto. Sì, erano voci, senza ombra di dubbio. Dovevano essere almeno tre, tutte maschili. Ed erano vicine.
La ragazza corrugò la fronte richiamando alla mente tutto quello che sapeva della periferia est, di quella che era stata classificata come zona sicura: l’avevano liberata dai Soldati qualche anno prima, c’erano volute tre squadre ben organizzate più un team di cecchini di supporto, ma ce l’avevano fatta. Si articolava in intrecci di vicoli, vecchi condomini e qualche magazzino e garage, niente di più. Qualunque organizzazione criminale l’avrebbe trovata invitante all’apparenza, finché non si fosse resa conto di quanto fosse forte la presenza dell’Agenzia lì.
Quindi c’erano solo due soluzioni: o quegli uomini erano molto ingenui, o erano lì di proposito, per una ragione che lei non riusciva proprio a capire.
Strinse le labbra, combattuta. L’esperienza e gli anni di missioni sul campo le dicevano di contattare Bianca e metterla al corrente della sua scoperta, per poi andare al luogo di ritrovo dove avevano lasciato il furgone aspettare che arrivassero anche gli altri. Ma ci sarebbe voluto tempo, almeno un quarto d’ora, forse di più, ed era decisamente troppo. Quegli uomini avrebbe potuto dileguarsi senza problemi mentre lei aspettava i rinforzi.
L’istinto, quello che l’aveva tenuta in vita così a lungo, si fece largo nella sua mente portandola a prendere una decisone rischiosa e forse stupida, che però le sembrava l’unica scelta sensata da fare. Così Margot trasse un respiro profondo, espirò piano e si addentrò ancora di più nel vicolo.




SPAZIO AUTRICE: Ehilà!
Questo aggiornamento si è fatto un po' attendere, ma spero ne sia valsa la pena! Questo capitolo è relativamente tranquillo, non ci sono scene d'azione o grandi rivelazioni, ma sappiata che c'è qualche indizio qua e là... Piano piano il quadro comincia a prendere forma u.u
Abbiamo quattro punti di vista diversi, a iniziare da Dominic e suo fratello, Alder. Può non sembrare, ora come ora, ma la loro relazione sarà piuttosto importante più avanti. Dopo abbiamo James e la sua conversazione con un vecchio amico, Noah Bauer e qui c'è qualcosina di familiare... Il terzo POV è di Liam, che si confronta ancora una volta con Melanie e ancora una volta si sente terribilmente in colpa, ma riesce a non cedere.
E per ultima abbiamo Margot. Il suo POV vi sembrerà il più piatto, ma in realtà è quello che nasconde la sopresa più grande. Sappiate che il prossimo capitolo, il 19, sarà... beh, la svolta. Da lì inizia la "seconda parte" della storia e le carter in tavola torneranno a mischiarsi.
Spero che il capitolo vi sia piaciuto, se avete qualche teoria sarei felicissima di sentirla *-*

A presto,
TimeFlies
  
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