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Autore: RebeccaZ    10/07/2017    1 recensioni
Otto anni fa Kaleth è stato marchiato da un uomo sconosciuto che, prima di morire, gli ha consegnato un enorme potere accompagnato soltanto da poche righe su come utilizzarlo e contro chi scagliarlo. Costretto ad abbandonare ogni cosa, compresa la sua identità, Kaleth inizia, assieme al suo labrador Douglas come unico compagno, una vita itinerante a caccia di demoni e licantropi finché il professor Shepherd non lo coinvolge nella sua ricerca spasmodica di una verità di cui il ragazzo ne è la chiave essenziale. Strane presenze infatti si aggirano per la città di Forest Hills, riportando a galla vecchie ferite e nemici antichi, gettando Kaleth all'interno di un vortice impossibile da fermare se non, forse, con l'aiuto di nuove alleanze e fedeli amicizie.
Genere: Dark, Sovrannaturale, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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III.

 

Il piano d'emergenza sembrava lavorare bene.

La notte stessa in cui era fuggito dalla casa del professore, Kaleth aveva raccolto le sue cose e aveva cambiato appartamento e quartiere, in modo da allontanarsi il più possibile da quell'uomo. La metropoli d'altra parte era di grandi dimensioni, e abbondava di zone problematiche in cui nessuno fa domande, ragion per cui svanire nell'ombra non si rivelò poi così difficile.

Per sicurezza, cercò anche di cambiare fisionomia tagliandosi i capelli che ormai gli arrivavano sino alle spalle ma quando ebbe finito lo specchio gli restituì soltanto l'immagine di un giovane passato sotto una mietitrebbia. Kaleth ridacchiò tra sé e lasciò perdere ogni manovra che potesse servire ad aggiustare quello scempio dal momento che l'estetica non era in ogni caso una sua priorità.

Un altro particolare che arricchiva di piccole punte di serenità la vita di Kaleth era che nessuna creatura si era fatta viva in quei giorni e continuò a farlo per un mese intero, tanto da pensare che forse poteva godersi quelle piccole perle di normalità, per quanto la sua condizione glielo permettesse. Stava ancora ridacchiando tra sé davanti alla stupida ordinaria indecisione tra uno shampoo alle erbe e uno ai frutti tropicali quando con la coda dell'occhio intravide un particolare che lo fece trasalire: un paio di grosse e grasse cosce che distoglievano lo sguardo da un paio di occhi guardinghi mentre con decisione fulminea una mano acchiappava un gruppo di birre da sei e le ficcava in una borsa piena di toppe colorate.

Ci mancava solo la sorte a mettersi in mezzo: si trovava a chilometri dalla casa del professore e questa tipa andava ad inciampare giusto nello stesso identico supermarket dove Kaleth si era fermato casualmente perché di strada verso casa.

La rabbia gli montava su ad incredibile velocità, mentre ricordava lo spiacevole episodio verificatosi durante la sua convalescenza e sebbene adesso si trovasse nella condizione perfetta per una vendetta dolce e senza scrupoli, il terrore che la ragazza potesse dire al professore di averlo visto in città, quando oramai sperava che l'uomo pensasse che era fuggito via cambiando anche Stato, lo terrorizzava completamente, per cui decise quasi di immergersi tra i saponi, ostinandosi a leggere delle etichette che per lui non avevano alcun senso comprensibile.

<< Bene, bene, bene... ci siamo ripresi a quanto vedo. >> la sentì poi inesorabilmente sibilargli alle spalle.

Kaleth prese un enorme, impercettibile, respiro prima di voltarsi con espressione neutra.

<< Ci conosciamo? >> chiese cortesemente.

<< Andiamo, non fare l'idiota. Si vede lontano un miglio che vuoi ficcarmi un calcio in bocca. >>  ridacchiò allora quella, gli occhi saccenti che saettavano di perfidia.

<< Dimmi un po', ti diverti a provocare perché sei estremamente autolesionista oppure vuoi semplicemente vedere se ho il coraggio di spaccare il naso ad una ragazzina davanti a un sacco di gente? >> rispose allora il ragazzo, furioso, i palmi che si stringevano sino ad impedire la circolazione sanguigna.

<< Colpiresti una ragazza? Che persona orribile. >>

Kaleth si trovava sul punto di rispondere direttamente con i fatti, ma mentre stava optando per una risposta verbale altrettanto espressiva, gli parve di percepire uno strano odore nell'aria, di quelli che pizzicavano le narici, e sebbene quell'odore riportasse alla mente qualche ricordo, non riusciva ad associarlo a quella sensazione così particolare.

Fu quando osservò dietro la spalla della ragazza che lo vide e allora comprese.

<< Giù! >> urlò schiacciando per terra anche lei ed evitando cosi un pugnale che sibilò proprio sopra le loro teste, per andarsi poi a conficcare in una busta di latte a qualche metro da loro.

Ogni volta riuscivano a fregarlo, quei maledetti demoni muta forma: chi avrebbe mai sospettato di un tenero bimbo che sceglieva le merendine dando la mano alla sua dolce mammina? Questo poneva l'accento sul fatto che i demoni erano due mentre lui era solo e sopratutto circondato da un sacco di gente che rischiava di essere ferita.

<< D'accordo, squinternata. >> mormorò lentamente alla ragazza. << Non muoverti di qui e resta giù. >>

La giovane lo guardò con fare interrogativo mentre lui scattava in avanti, pronto a colpire, per poi virare improvvisamente verso l'uscita, seguito dai due demoni.

Non seppe dire per quanto corse, madre e figlio alle calcagna, prima di trovare un vicolo solitario e silenzioso dove attirarli. Si mise nell'angolo più buio e attese, sperando che la sua trappola funzionasse.

Quel giorno doveva essere particolarmente sfortunato perché dei due demoni solo il piccolo lo seguì fino a quel budello chiuso annusando l'aria, cercandolo. Poco male: meglio affrontarli uno per volta che tutti e due insieme. Quando gli fu a due passi dal naso Kaleth schizzò fuori, pugnale in mano, la mira puntata dritto sul cuore ma il demone fu più veloce, artigliandolo alla mano e facendogli perdere cosi la sua preziosissima arma.

Nel giro di un attimo quella creatura gli si gettò addosso, cercando in tutti i modi di accecarlo con i suoi artigli, senza che lui riuscisse a liberare una sola mano per poter riprendere il suo pugnale, mentre già sentiva i passi del demone più grande, attirato forse dagli strilli del piccolo. Doveva prendere il suo pugnale e subito o sarebbe diventato pappa di demone nel giro di qualche minuto.

Mentre con la coda dell'occhio cercava il suo preziosissimo stiletto qualcosa urtò il terreno a pochi centimetri dal tuo viso rischiando di sfregiarlo. Sebbene il corpo del demone sopra di lui gli impediva di avere una visuale completa della strada, si rese subito conto che una pioggia di oggetti di varia natura stava piombando addosso a lui ma sopratutto addosso al suo nemico, distraendolo verso un'altra direzione e dandogli così modo di scagliargli un destro ben dosato e liberarsi così dalla sua presa.

Quando si rimise in piedi si lasciò sfuggire un gemito spazientito alla vista di Sammy all'imboccatura del vicolo che afferrava qualunque oggetto a portata di mano offerto dai cassonetti attorno a lei. Ma che cosa pensava di fare? Non le bastava che le avesse salvato la pelle qualche isolato più in là, doveva proprio ficcarsi in affari che non le riguardavano! Un coltello del secondo demone le sfiorò il braccio, mancandola per poco ma ferendola di striscio. La situazione gli stava sfuggendo di mano.

<< Ragazzina! Esci dal vicolo, subito! >> urlò nella sua direzione.

Contrariamente alle sue aspettative, la ragazza annuì e sparì dietro l'angolo, appiattendosi contro il muro e accovacciandosi tremante. La ferita nel braccio non era profonda ma le bruciava come se le stessero spingendo un ferro caldo dritto sulla carne. Un lampo di luce bianca proveniente dal vicolo la fece sobbalzare, mentre una scarica di adrenalina le pervase il corpo nell'udire dei passi sempre più veloci dirigersi verso l'uscita della stradina, dritto verso di lei. Chiuse gli occhi e si lasciò scappare un'imprecazione mentre nella sua testa già si faceva strada l'idea di alzarsi e correre via per mettere quante più miglia possibili fra lei e quei due esseri. Quando infine qualcosa le afferrò il braccio mentre stava per mettersi in piedi, un urlo fece per uscirle dal profondo dello stomaco per poi morirle in gola, colma di paura.

<< Ferma! Che cosa stavi cercando di fare? >> urlò Kaleth, furioso.

Quella ragazzina era davvero incredibile: prima aizza dei demoni contro di sé e poi tenta di fuggire via lasciandolo lì da solo come un ceppo in una piazza. In un primo momento lei non rispose, boccheggiando e squadrandolo da capo a piedi, poi si schiarì la gola e cercò di rimettere su la sua maschera di sufficienza.

<< Non so, mi sembrava che ti stessi prendendo tutto il divertimento. >> rispose con voce rauca.

<< Sei proprio una stupida. >> le sputò addosso Kaleth, furioso. << Fa un po' vedere. >> le ordinò poi indicandole il braccio, dove delle macchie di sangue avevano sporcato anche gli indumenti.

La ragazza parve fulminarlo con lo sguardo ma dopo un primo momento di rabbia gli porse il braccio con stizza, evitando il suo sguardo.

<< Non è nulla di grave: la ferita è superficiale ma è meglio che ci metti qualcosa sopra, nel caso abbiano avvelenato la lama. Vieni con me. >> concluse infine, facendole segno di seguirlo.

Per tutto il tragitto, dal vicolo fino all'appartamento di Kaleth, i due non scambiarono neanche una parola senza che si spandesse la ben che minima nuvola di disagio, evitando così a lei di doversi scusare e a lui di doversi giustificare. Fu Sammy a spezzare il silenzio, quando Kaleth si fermò davanti ad una palazzina malconcia che forse un tempo era stato qualcos'altro e ora veniva adibita ad appartamenti per gente con pochi spiccioli in tasca, di quelle in cui era più probabile trovare degli squatter che non affittuari.

<< Che cesso. >> affermò con sufficienza. << E tu vivi qui? >>

<< No, qui è dove faccio a pezzi cadaveri di adolescenti scomode e rompiscatole, per poi andarmi a fare un goccetto nella mia villetta ai quartieri alti. >> sibilò sarcastico Kaleth mentre un sottile colore verdognolo si faceva strada nel volto di Sammy. << Scherzavo, idiota. >> sentenziò infine aprendo il portone. << Dopo di lei, mademoiselle. >>

 ***

Quella delle chiavi era sempre stata una maledizione per Kaleth: si nascondevano negli angoli più remoti delle sue tasche o delle sue sacche, costringendolo ad una caccia al tesoro snervante per poi rispuntare all'improvviso sotto il suo naso. Spesso, per mancanza di pazienza, buttava giù la porta o entrava dalla finestra ma quel giorno era troppo stanco per sbattersi contro un uscio di ferro o arrampicarsi su per sei piani.

<< Sei in grado di aprire una porta? >> sibilò Sammy con voce annoiata.

Kaleth contò fino a dieci, inspirando profondamente per poi cavarsi le chiavi dal calzino, dove aveva dimenticato d'averle messe, e aprire la porta con un movimento secco e veloce.

<< Ma quella bocca non la chiudi mai? >> sospirò furioso, per poi entrare nel suo appartamento dove Douglas lo aspettava scodinzolando.

<< No, Douglas, niente pappa. Hai messo su troppa ciccia. >> sentenziò Kaleth carezzandolo dietro l'orecchio.

Sammy rimase per un po' sull'uscio a guardarsi in giro senza dire una parola e tuttavia senza alcun tipo di soggezione: osservava quell'unico vano davanti a lei, con mobili e materassi, vestiti e oggetti accavallati alla meno peggio con aria affascinata.

<< Hey, bella addormentata, entra e chiudi la porta! E' meglio non tenerla troppo aperta. >> la risvegliò Kaleth perentorio, per poi farle cenno di seguirlo.

A braccio scoperto la ferita era superficiale, proprio come aveva previsto, e ad un primo sguardo pareva che la lama non avesse lasciato alcun tipo di veleno. Per scrupolo di coscienza le applicò uno strato generoso di una mistura precedentemente preparata e tenuta pronta per ogni evenienza per poi fasciarle il braccio con cura.

<< Bene. Se non ci lasci le penne entro domattina, vuol dire che non sei stata avvelenata. In ogni caso la pomata dovrebbe fornirti una buona copertura. >> rise Kaleth cercando di spaventare Sammy che tuttavia tastava la ferita con una mano, noncurante delle sue parole. << Un grazie sarebbe gentile. >> sibilò infine, scuotendola dai suoi pensieri.

<< Magari dovrei anche ripagarti. >> brontolò Sammy in risposta, mentre Kaleth soppesava le sue parole per poi avvicinarsi a un palmo dal suo viso facendola tremare.

<< Ripagare ? >> domandò allora lui serio, sfiorandole i capelli, mentre la ragazza si tirava un po' più indietro sulla sedia, cercando di sottrarsi ai suoi occhi ora decisi e taglienti, senza tuttavia smettere di tenere il suo sguardo con sfida. << Non hai niente che mi interessi ragazzina. >> le rise infine in faccia umiliandola al punto che nemmeno con tutta la forza del mondo sarebbe mai riuscita a celare il rossore della vergogna e della rabbia della sua impotenza.

<< Mi farò bastare un paio di quelle. >> scrollò infine le spalle, indicando la sua borsa.

Sammy gli lanciò addosso la sua sacca colorata, sperando di prenderlo in pieno viso ma non vi riuscì, poiché i riflessi del ragazzo erano pronti o molto probabilmente ben allenati.

<< Quanti anni hai? >> le domandò, estraendo tutte le birre dalla sacca.

<< Che t'importa? >> sibilò Sammy a braccia conserte, fissando un punto imprecisato della stanza, evitando il suo sguardo.

<< Avanti, non scocciarmi. Rispondi e basta. >> le ordinò infine aprendone una.

<< Sedici. >> rispose.

<< Non sei un po' giovane per queste? Non hai neanche l'età per bere e già ti metti nei guai per rubarle? >> le domandò sardonico.

<< Ma che ti frega? È la mia vita e tu non sei nessuno per farmi la ramanzina. >>

Kaleth ridacchiò.

<< Non mi interessa farti la ramanzina, non sono nemmeno la persona giusta per fartela. Neanche io ho l'età per bere. >> le rispose poi, lanciandole una lattina. << Solo mi chiedevo perché vuoi metterti così stupidamente nei guai quando potresti vivere una vita tranquilla, tutto qua. >>

Sammy si morse il labbro, giocando con la lattina che aveva in mano mentre continuava a puntare altrove il suo sguardo.

<< La mia vita non è tranquilla. >>

<< Si che lo è, fidati, sei tu che non l'apprezzi abbastanza. Chissà, forse è solo l'adolescenza. >> rifletté Kaleth ad alta voce, come se lei non esistesse.

<< Ma cosa ne sai tu? >> gli urlò allora contro Sammy, tanto da svegliare anche Douglas che ora la osservava con fare curioso. << Tu non sai niente di me. >> concluse infine guardandolo tristemente negli occhi.

<< Quando passi una vita a fuggire da creature come quelle che hanno rischiato di ucciderci questo pomeriggio, ti posso assicurare che qualunque altra cosa può essere definita una vita tranquilla. >> le sibilò contro scolandosi i resti della birra.

Sammy rimase silenziosa per un po', indecisa se lasciar sfogare le sue domande o tenerle per sé, mentre Douglas le veniva vicino e le posava il muso sulle ginocchia in cerca di coccole.

<< Doug! >> sospirò il ragazzo, gli occhi al cielo. << Ti stai davvero rammollendo se ti fai coccolare da tutti gli sconosciuti che... >>

<< Cos'erano quelle due creature? >> chiese precipitosamente Sammy, impedendogli di terminare la frase.

Kaleth la fissò per qualche minuto, prima di risponderle.

<< Lascia perdere, è meglio che ne resti fuori. >>

<< Andiamo! >> sbottò Sammy << Non puoi prima gettare la pietra e poi impedirmi di coglierla! >>

<< Come siamo dotte. >> le rise addosso Kaleth.

<< Smettila di prendermi in giro, sono stufa. Ho sentito benissimo come ti hanno chiamato quei due! Non puoi continuare a nascondermi le cose! >>

Il ragazzo la fissò stranito per un attimo che parve interminabile.

<< Come hai detto? >>

<< Ho detto che ho sentito come ti hanno chiamato! Cos'è una Sentinella dei Portali? >>

<< Un... che cosa? >> continuò a chiedere il ragazzo mentre ora anche Sammy gli restituiva uno sguardo interrogativo.

<< Sentinella dei Portali. >> gli rispose, incerta << È così che ti ha chiamato. >>

Kaleth prese a camminare avanti e indietro per la stanza, meditabondo, mentre la ragazza lo fissava preoccupata.

<< Hey! Sto parlando con te! >> lo fermò allora, prendendolo per un braccio e scatenando così una furia che si tradusse in uno sguardo di fuoco tanto terribile far mollare subito la presa alla ragazza, facendola arretrare.

<< Hai detto che li hai sentiti parlare? >> le domandò serissimo.

<< Sì. Hanno detto di non ucciderti perché eri una Sentinella dei Portali. >>

Kaleth le piantò addosso un paio di occhi guardinghi che parevano squadrarle l'anima da capo a piedi.

<< Come ti chiami, ragazzina? >> le chiese serio.

<< Sammy. >> balbettò quella in risposta, senza comprendere.

<< Bene, Sammy, sappi che quei due demoni, perché di questo si tratta, non hanno pronunciato una sola parola. Non sono in grado di comunicare e sopratutto non sono in grado di parlare alcuna lingua che tu possa comprendere. >>

A quelle parole, Sammy prese a balbettare confusa mentre la sua pelle si faceva di un pallore spettrale, evitando in tutti i modi di incrociare lo sguardo di Kaleth.

<< Devo andare. >> asserì improvvisamente, la voce rotta. << Si sta facendo buio. >> concluse, per raccogliere la borsa e dirigersi velocemente verso la porta d'entrata e aprirla con un solo gesto.

<< Grazie per la ferita. >> gli disse senza neanche voltarsi, per poi sparire dietro l'uscio sbattuto alle sue spalle, senza che Kaleth facesse nulla per fermarla.

 

   
 
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