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Autore: leveron    12/07/2017    0 recensioni
Il viaggio di una Storia, documentato in tutti i suoi spazi.
Dal nono capitolo:
"Solo per un momento volsi lo sguardo nella direzione in cui sapevo essere sparita la Storia, per lasciarla andare altrove con un ultimo addio.
La intravidi correre lontano."
Genere: Commedia, Drammatico, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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1.1 Il bar sull’Adriatico

 


 




Era una sera calda, quella. Il vento fresco delle notti al mare sembrava aver abbandonato i miei amici e me, tesi sui tavolini del bar con le carte da gioco strette tra le mani sudate.
Il bicchiere col rimasuglio di birra ancora sul fondo mi fissava torvo a pochi centimetri dal mio viso, mentre provavo invano ad aggiudicarmi i venti euro al centro del tavolo.
I miei compari sbadigliavano, il barista tentava di far funzionare un ventilatore particolarmente testardo.
L’orologio batteva i secondi con estrema lentezza.
Quella non era di certo la sera di vacanza che ci eravamo immaginati fuggendo in macchina dai nostri doveri universitari verso l’Adriatico.   

 - Non barare – ringhiò Massimo a Simone che, con una certa goffaggine, stava facendo scomparire una carta sotto al tavolo.
 - E chi bara? – fu la poco convincente difesa.
 - Tu, bari!
 - Per favore, possiamo concentrarci? – intervenni.
 - Tanto tu, Riccardo, se sei concentrato o no non cambia niente, sei una sega a briscola! – pensavo che stessimo giocando a scopa, ma mi sentivo profondamente offeso nel mio orgoglio di giocatore.
 - Che, tu ne hai mai vinta una, di partita?
 - Sta’ zitto Luca, è meglio!
 - Per l’amor del cielo, sembrate dei bambini! – esclamò allora il barista che, abbandonato il ventilatore, aveva rivolto l’attenzione a noi quattro unici suoi clienti, ventenni bell’e fatti che parevano pronti a picchiarsi.
 - Ci scusi, è il caldo – biascicò Simone.

Perseverammo in quella deprimente atmosfera, finché un bambino sui sette anni, con capelli spettinati, pigiama e un guizzo tutt’altro che assonnato negli occhi fece il suo ingresso in sala.

 - Papà, non riesco a dormire! – dichiarò tirando una manica al barista.      
 - Mario, ci sono clienti…
 - Raccontami una storia!
 - Non adesso, davvero… te la racconto domani, dai, vai a dormire…
 - Voglio una storia! – il bambino aveva cominciato a pestare i piedini nudi con forza.
 - Non fare i capricci! Ora non mi viene, su…
 - E non possono raccontarmela loro?

Le nostre orecchie si drizzarono sentendo il ditino del bimbo indicarci e chiamarci in causa. Come non rispondere a una richiesta d’aiuto simile?

 - Ma no, dai, non disturbarli…
 - E perché?

Annoiati dal caldo, dalla partita a briscola e dalle lamentele del bambino, posammo le carte senza troppi rimpianti lanciandoci sguardi di comune intesa.

 - Sentiamo, come la vorresti questa storia? – chiesi, girandomi verso di lui.

Gli occhietti scintillarono e sul volto rotondo si aprì un largo sorriso.

 - Ma no, ma no, non disturbatevi, davvero, non fateci caso, adesso lo porto a letto…
 - Non si preoccupi.

Il barista stava per ribattere, ma venne preceduto dal figlio che, con aria esperta, disse: - Allora, nella storia ci deve essere un contrabbassista.

 - Un contrabbassista? – ripetei, poco convinto.
 - Sì, sì.
 - Come sarebbe a dire? – domandò Massimo alzando un sopracciglio.
 - Be’, quelli che suonano. Come l’amico di nonna – chiarì il bambino; noi ci guardammo preoccupati: forse la favola tradizionale che avevamo in mente non era proprio quella che intendeva lui.

Continuò: - E dev’essere ambientata in un posto con la neve!

 - E dove la troviamo la neve ad agosto? – fece Simone asciugandosi il sudore dalla fronte.
 - Be’, la inventate!
 - Quindi in un posto inventato, come “l’isola che non c’è” di Peter Pan, giusto? – chiesi speranzoso.
 - Ma no! – come avevo solo potuto pensarlo – In Italia!

Ci guardammo di nuovo. Sicuramente avremmo dovuto cambiare stagione di un bel po’, per “inventare” la neve in Italia.

 - Insomma, c’è l’Alto-Adige. Lì d’inverno nevica tanto…
 - Va bene.

E il posto, più o meno, c’era.

 - In una locanda – proseguì allora il nostro difficile ascoltatore. – Tipo questa! Tutto deve avvenire lì, i personaggi non devono uscire.
 - Come fanno i personaggi a non uscire? – Massimo sembrava nervoso; avvicinandosi a me sussurrò: “Mo’ a questo ragazzetto lo faccio addormentare io, se continua…”.
 - Il come dovete trovarlo voi! –. Chissà se Massimo avrebbe perso le staffe.

Simone e Luca apparivano semplicemente perplessi. Magari avrebbero voluto rifilargli “Cappuccetto Rosso” o “Cenerentola”, ma il nostro ascoltatore era più esigente di quanto avessimo previsto. Avevamo capito, tuttavia, come mai il padre avesse cercato di rimandare la “favoletta serale”.

Mentre i miei tre compari s’interrogavano su come cominciare – dopo il “c’era una volta…” – e borbottavano idee su cosa potessero mai fare dei personaggi in una locanda, io osservavo lo sguardo carico d’aspettativa del bambino.
Probabilmente non era ciò che mi sarei aspettato di trovare di sera in vacanza, ma per un momento tutte le mie convinzioni e quello che pensavo di portar appresso nel mio modesto bagaglio culturale scomparirono davanti alla bizzarra realtà di un bambino che mi stava mettendo alla prova.
In quegli attimi d’esitazione, colsi la Storia arrivare fino a noi, acclimatarsi fra i tavolini del bar sull’Adriatico per farci assaporare anche per poco la sua essenza, e portarci lontano. Qualcosa, da qualche parte, cambiava: e noi le stavamo andando incontro.
  

 
 
   
 
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