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Autore: lightvmischief    12/07/2017    0 recensioni
Una ragazza.
Un gruppo.
La sopravvivenza e la libertà.
Le minacce e i pericoli della città, delle persone vive e dei morti.
Prova a sopravvivere.
Genere: Azione, Drammatico, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: AU | Avvertimenti: Violenza
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CAPITOLO 8
 
Ho ancora il nervoso addosso quando mi siedo sulle gradinate.
Non ho più niente.
Lo zaino che avevo deve averlo preso Jordan, assieme alla pistola e al coltello; l’arma che mi aveva lanciato una delle due donne di questo gruppo devono aversela ripresa. Le uniche cose che mi rimangono sono i vestiti.
Non so perché me ne preoccupo così tanto: adesso sono costretta a rimanere con loro.
Non so nemmeno perché me ne lamenti: la vita non sembra fatta solo di sopravvivenza qua dentro.
Provo un senso pesante di inadeguatezza e inutilità.
«Kayla» Sento pronunciare il mio nome da una voce femminile e, voltando la testa, scopro che appartiene a Olivia.
Mi chiedo se questa giornata può andare peggio di così.
La fisso per qualche istante, mentre viene a sedersi accanto a me.
Appoggia una mano sulla mia spalla, delicatamente.
«Va tutto bene?»
«Perché le importa?» le rispondo, forse un po’ troppo acidamente.
Del resto, ho le mie ragioni: l’ultima volta sembrava che mi odiasse, nonostante non mi avesse mai vista prima.
«Capisco che mi tratti così dopo come ti ho rivolto la parola e mi dispiace. Ma devi capirmi» dice, abbozzando un sorriso e sfregando leggermente la sua mano sul mio braccio.
«Non sono esattamente nella condizione di poter capire oggi» rispondo, spostandomi dal suo tocco.
Certo, non ero da salvare nemmeno io. Non avevo fatto che comportarmi male con la maggior parte della gente che avevo conosciuto.
«Mi dispiace, davvero. Keith, mio figlio, è morto da poco» mi spiega, giocando con le sue mani.
Ricordo che il ragazzo di pochi giorni fa mi raccontato di suo figlio. Non capisco perché me lo stia raccontando lei, però.
«Mi dispiace» dico, guardando altrove. Mi sento a disagio.
«È stato Jordan.» Il suoi occhi sono fissi nei miei: sono pieni di rabbia e dolore.
«Ho bisogno di sapere se è morto» continua, questa volta prendendomi le mani e stringendole tra le sue.
«Sì.»
«Grazie.» Mi stringe in un abbraccio.
La lascio fare, so che ne ha bisogno. Del resto, la capisco: quando successe tutto questo avrei voluto abbracciare anche io qualcuno e sentirmi dire che sarebbe andato tutto bene.
Ma non c’era nessuno.
«Guarda come ti hanno ridotta» dice, scrutandomi il viso attentamente.
«Passerà» rispondo e distolgo lo sguardo.
«Vieni ancora al nostro tavolo a mangiare, okay?»
Annuisco e la vedo allontanarsi e poi sparire in una delle tante porte qui dentro.
Lentamente salgo le scalinate una ad una e arrivo ad affacciarmi alle finestre: sta piovendo.
Trovo uno spazio libero e mi ci siedo.
Penso a mia sorella e a mio fratello e se fossero qui con me. Penso a come sarebbe se tutto questo non fosse vero, se tutto non fosse successo così velocemente, così alla sprovvista. Li rivedo mentre scappiamo dalla nostra casa: la fretta di prendere il necessario per vivere, il panico e la confusione negli occhi di due bambini così piccoli da non capire cosa stava succedendo, ma da capire di essere in pericolo.
Io che prendo in braccio Jackson e per la mano Ebony, li porto in macchina e cerco di tranquillizzarli, nonostante la mia voce non lo fosse.
Mi ricordo di averli abbracciati, di averlo fatto per l’ultima volta.
Una lacrima solca la mia guancia.
Mi mancano.
«Ehi, che succede?»
Nonostante la vista offuscata dalle lacrime, riconosco Lynton, che si affretta a raggiungermi.
«Tutto bene?» ripete, forse per la seconda volta.
Scuoto il capo e lo abbraccio.
Mi accarezza la schiena senza dire niente.
«Mi mancano.»
***
«Sei sicura di voler venire?» mi chiede Blaine, indeciso se darmi la pistola oppure no.
«Sì, sto bene adesso.»
È passata una settimana da quando sono tornata al loro campo; la maggior parte delle ferite è guarita e con loro il dolore, sia mentale che fisico.
Sono pronta per uscire di nuovo in escursione.
Ho provato a conoscere meglio tutti e sto provando tutt’ora a non fare la stronza.
Anche con Calum.
«Okay, allora tieni la pistola» dice Blaine e mi dà una pacca di incoraggiamento sulla spalla.
Gli sorriso leggermente e prendo uno zaino, me lo lego in vita e infilo la pistola nella fondina.
«Andiamo» ordina Calum, facendoci cenno di seguirlo.
Siamo quattro in totale: Blaine, Calum, io e un’altra ragazza di cui ancora non so il nome.
«Di cosa abbiamo bisogno questa volta?» chiede proprio lei.
«Legna, ramoscelli, foglie secche… insomma, qualcosa che bruci. Stiamo finendo le scorte proprio adesso che comincia ad avvicinarsi il freddo» spiega Calum mentre camminiamo per la strada.
Tiro un sospiro di sollievo alla notizia.
«Che c’è, felice di non dover tornare in città?» mi chiede Blaine, dandomi una gomitata leggera.
«Decisamente.»
«Non ne sarei così felice, io. Alcune volte è peggio nei boschi che in città perché non riesci a vederli subito: sbucano fuori all’improvviso» mi interrompe la ragazza.
Non ha tutti i torti, ma per un po’ preferisco evitare il centro abitato dopo tutto quello che è successo.
«Mi chiamo Elyse» continua con un sorriso sul viso.
«Credo che tu sappia già come mi chiami io» dico, cercando di non suonare troppo scontrosa.
Calum, che è davanti a noi, si ferma davanti a una casupola proprio appena all’entrata di un piccolo bosco.
«Ci dividiamo» stabilisce, facendo cadere a terra con un tonfo il suo zaino.
Si massaggi un po’ le spalle e piega il collo da entrambe le parti e poi se lo rimette.
«Io vengo con te» mi dice Elyse e comincia ad avventurarsi nel bosco.
Non mi lascia tempo di ribattere che subito le sono dietro.
Si china a prendere dei ramoscelli e la imito, tenendo ciò che raccolgo tra le braccia.
«Quindi… da quanto sei con loro?» sputo fuori le parole con velocità.
Guardo per terra, raccogliendo tutto ciò che trovo.
«Abbastanza da conoscerli bene» risponde vaga e lascia cadere il mio tentativo di iniziare una conversazione.
Beh, ci ho provato. Evidentemente è ancora troppo presto per pensare che a questa gente io piaccia.
Annuisco.
Metto i rami nel suo zaino e lei nel mio.
Mi volto di scatto: ho sentito un rumore tra gli alberi.
«Ehi» inizia, ma la interrompo subito mettendo un dito sulle mie labbra.
Faccio qualche passo più in là per indagare e trovo uno zombie che penzola da un ramo di un albero.
Tiro un sospiro di sollievo.
Prendo il coltello e glielo pianto nella testa.
Non faccio neanche in tempo a girarmi che sento urlare un ‘attenta’ e mi sento buttare a terra.
Lancio un urlo e tiro pugni a quello che mi è appena venuto addosso.
Mi dimeno con tutte le forze in corpo, poi sento uno sparo.
Mi accorgo di aver chiuso gli occhi solo quando sento il suo peso schiacciare il mio corpo. Lo butto a terra e mi alzo. Struscio le mani sui vestiti per pulirli dalla terra.
«Pulisciti la faccia, hai il sangue di quello stronzo addosso» dice Elyse, indicandomi la faccia.
«Grazie.» Mi pulisco la faccia con i vestiti.
Alza le spalle non curante e dà un calcetto al corpo del morto per assicurarsi che ora lo sia definitivamente.
«È meglio se ce ne andiamo. Se ce ne sono altri in giro, non ci metteranno molto ad arrivare.»
Annuisco di nuovo – ormai è l’unica cosa che mi viene spontanea fare – e la seguo fino al luogo da dove siamo venute.
Troviamo già lì Calum e Blaine con un bel mucchio di legna accatastato a terra di fianco a loro.
«Siete state voi a sparare?» chiede Calum allarmato.
«Sì, sono stata io. Andiamo adesso» risponde scocciata Elyse.
Si mette subito in marcia per tornare indietro e gli altri due la seguono. Sento Calum che si lascia scappare un commento sul suo modo di rispondere, ma lei lo ignora.
Prima di seguirli mi guardo in giro per assicurarmi che non ci siano altri di quei mostri in giro e, mentre il mio sguardo torna alla casupola di legno, noto una sagoma che sembra di una macchina.
Mi avvicino per controllare che la mia mente e la mia vista non mi giochino brutti scherzi e sì, è proprio una macchina.
«Ragazzi!» li chiamo a gran voce, sapendo che erano ancora vicini per potermi sentire.
«Che fai ancora lì? Muovi il tuo bel culo e raggiungici» grida Calum seccato dal fatto che io sia rimasta indietro.
Alzo gli occhi al cielo e gli faccio cenno di tornare indietro.
«Spera per te che sia una cosa veramente importante» dice Elyse, sorpassandomi.
Alla vista della macchina alza un sopracciglio.
Noto ora che ha un piercing a forma di anello proprio lì.
«Quindi?» chiede Blaine, incrociando le braccia al petto.
Odio il fatto che tutti e tre mi stiano trattando come fossi un’idiota.
«Potremmo portarla al campo. Sicuramente in macchina sarebbe più facile portare tutta questa legna» dico come se fosse ovvio.
Elyse nel frattempo ha aperto il cofano.
«Il motore è a posto» interviene, sfregando le mani tra di loro per pulirle.
«Lo sai che sei veramente sexy quanto fai queste cose?» commenta Blaine, passandosi la lingua sulle labbra.
«Vaffanculo, Blaine» ribatte lei, alzando il dito medio.
«Quando ti arrabbi lo sei ancora di più.»
«Ehi!» sbottai frustrata.
Mi stavano prendendo in giro e non lo sopportavo.
«È a secco. Possiamo andarcene adesso.» Calum sbatte con violenza lo sportello della benzina.
«Potremmo…»
«Non c’è niente che possiamo fare con questo catorcio, lo vuoi capire?» sbotta lui infuriato, alzando le braccia al cielo.
«Siamo in quattro. Potremmo trascinarla» continuo imperterrita, ignorando Calum.
Lo sento sbuffare rumorosamente.
«Li attirerebbe» interviene Elyse.
«Possiamo andare ora?» chiede Blaine, già pronto ad andarsene.
Lascio che si allontanino di qualche passo e provo in tutti i modi ad aprire una delle portiere della macchina. È una questione di orgoglio ora.
Dopo alcuni tentativi, lascio perdere e tiro un calcio alla macchina, infastidita.
L’avessi mai fatto.
Scatta improvvisamente l’allarme.
«Figlio di puttana!»
Rompo il vetro all’auto e cerco il modo di spegnere quell’aggeggio, invano. Il suono è sempre più forte e so di aver combinato un casino.
«Cazzo. Siamo nella merda.»
Li sento correre indietro e imprecarmi contro.
«Corri, cazzo!»
   
 
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