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Autore: Sagas    12/07/2017    12 recensioni
«Che cosa ha fatto tua sorella?» Domandò Seimyn. «Perché la Orrigan la cerca? Che cosa vogliono da lei?»
La ragazzina scosse lentamente la testa.
«Non so quale sia il motivo. Shalia non ha voluto dirmelo per proteggermi.» Rispose. «L’unica cosa che so è che vogliono ucciderla.»

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La HECO è un'enorme nave fuorilegge, controllata dall'unica Intelligenza Artificiale Senziente che si sia mai vista nella galassia e oltre.
In un universo gestito dalle grandi corporazioni, la Orrigan, una delle più potenti in circolazione, è alla ricerca di una ragazza che sembra sparita nel nulla. Ma anche l'equipaggio della HECO è sulle tracce di questa giovane, e il destino della galassia potrebbe cambiare radicalmente a seconda di chi sarà il primo a trovarla.
Genere: Avventura, Azione, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Wizard Motor'
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NOTE
Salve a tutti <3
Ringraziamo innanzitutto Ayreanna, Trix_, Old Fashioned, Spettro94, John Spangler, Star_Rover, morgengabe, Sakkaku e Aleksis per le recensioni!

Siamo felici che le vicende di questi disgraziati intergalattici vi stiano piacendo, anche se siamo solo agli inizi :3
E ci fa piacerissimo vedere che la nostra Richa, la mercenaria con l’esoscheletro insettoide, abbia ricevuto un certo apprezzamento. Sappiate che la ragazza sarà un personaggio piuttosto importante di questa storia, per cui la rivedrete spesso e volentieri :D

Non vi fate problemi a chiedere qualora ci fossero dei punti che vi risultano oscuri: questa storia fa convergere i diversi filoni narrativi della saga Wizard Motor, per cui alcune cose potrebbero essere state approfondite in altre pubblicazioni precedenti a questa. Ma non ci facciamo alcun problema a spiegare qualsiasi dettaglio :)

Vi lasciamo al capitolo, grazie ancora a tutti e buona lettura

~Skycendre ed EpsylonEmme

CAPITOLO III



Seimyn aveva passato altre quarantotto ore in riabilitazione prima che lo lasciassero uscire, e finalmente aveva ricevuto il lasciapassare per riprendere a muoversi nell’astronave.
Durante quei due giorni Dax gli aveva portato cibo e vestiti e sostanzialmente si era occupato di lui neanche fosse stato assunto a tempo pieno, al punto che il giovane tecnico aveva finito per domandargli come mai fosse sempre in sua compagnia, e mai al capezzale del capitano Hivelin.
Sapeva che Dax e Iro erano amici da quando erano bambini, e probabilmente il capitano era la persona che il Carath aveva più cara al mondo, fatta forse eccezione per Rose.
Dax gli aveva risposto in maniera evasiva, dicendogli che lui aveva più bisogno d’aiuto rispetto ad Iro, ma il ragazzo non se l’era affatto bevuta. Alla fine, dopo una certa insistenza che si stava velocemente trasformando in angoscia, l’altro aveva confessato che Iro si trovava in un’ala del reparto medico non accessibile se non al personale.
Ragion per cui, quando Seimyn fu abilitato a lasciare il lettino per tornare alle proprie occupazioni, non uscì affatto dal reparto e sgattaiolò in una delle stanze di monitoraggio, per scoprire dove tenessero il capitano Hivelin. Gli bastò inserire nome e una manciata di codici per venirlo a sapere, quindi sgusciò fuori prima che chiunque notasse la sua presenza e raggiunse l’ala non accessibile.
Era separata dal resto della struttura da una porta scorrevole senza vetri, di quelle che hanno bisogno di un codice per passare. Il giovane tecnico storse la bocca e mise mano al piccolo pannello che chiudeva i cavi; era più che avvezzo a quella pratica, aveva mandato tante di quelle porte automatiche in cortocircuito che ormai aveva perso il conto.
Si diresse velocemente verso la stanza segnata come l’unica occupata, e sbirciò da tutte le parti prima di decidersi ad entrare, cercando di muoversi nel più assoluto silenzio.
Iro era disteso su un lettino simile a quello che aveva ospitato Seimyn nei giorni precedenti, ma i macchinari che aveva attorno erano più numerosi. Aveva una fasciatura sulla testa e il braccio destro prigioniero di una struttura di vetro morbido e stecche di metallo.
E il suo viso era parzialmente nascosto da un respiratore.
Sforzandosi di deglutire, il ragazzo recuperò la cartella clinica per darle una veloce occhiata. Il braccio era rotto in tre punti, due costole fratturate con conseguente perforazione del polmone. Ma soprattutto, emorragia cerebrale.
Rimise a posto il fascicolo e si accostò al bordo del letto, e non trovando alcun posto dove sedersi si accontentò di piegarsi sulle ginocchia. Fece scivolare una mano sul materasso fino a quella del capitano Hivelin, che giaceva inerte sul lenzuolo.
Avrebbe voluto dirgli che gli dispiaceva, ma non sapeva nemmeno lui di che cosa. Per qualche ragione, gli sembrava che le condizioni di Iro fossero in qualche modo causa sua, almeno in parte.
Quando si erano trovati entrambi su quel pianeta, Iro non aveva fatto altro che proteggerlo. L’idea di cercare e disabilitare l’antenna era stata sua, e se non fosse stato per quello, Dax e gli altri non sarebbero mai arrivati a riprenderli. Dopodiché aveva fatto del suo meglio per evitare che finissero entrambi molto male, a causa di quei tagliagole, e le sue condizioni attuali testimoniavano quanto fosse andato vicino a perdere la vita, per proteggere quella di Seimyn.
Il ragazzo deglutì a fatica, preferendo non pensare a che cosa aveva dovuto fare per evitare che i banditi li uccidessero entrambi, quando l’uomo vestito di bianco aveva puntato una pistola alla testa del capitano Hivelin. Le immagini arrivarono comunque alla sua memoria e lui fece uno sforzo per ricacciarle indietro, stringendo la mano di Iro che sentiva innaturalmente fredda, al punto che dovette controllare lo schermo di tutti i macchinari per sentirsi sicuro sul fatto che il capitano stesse bene, o che comunque non stesse peggiorando.
D’un tratto sentì un rumore e si rese conto che qualcuno era entrato nell’ala interdetta ai visitatori. Si affrettò ad uscire da quella stanza e a nascondersi dietro un angolo, immaginando che chiunque fosse si sarebbe diretto all’unica camera occupata, senza preoccuparsi di fare il giro dell’intera sezione.
Così fu. Sentì i due medici parlare fra loro riguardo il fatto che entro sei ore avrebbero tolto Iro dal coma farmacologico, che ormai le sue condizioni non erano più critiche, e Seimyn tirò un sospiro di sollievo, ritenendosi fortunato per aver origliato.
Quando fu certo che i due se ne fossero andati si mosse per uscire, ma qualcosa catturò la sua attenzione. Lungo il corridoio c’era una luce lampeggiante che segnalava un’altra camera occupata, e non era quella del capitano Hivelin.
Il ragazzo andò a sbirciare, e la trovò chiusa da una porta di metallo spesso con inserimento codice, una di quelle a campo di forza che Heco aveva fatto istallare da poco. A Seimyn parve molto strano, dato che sui registri non erano segnalati altri pazienti in degenza. Ma quella porta era troppo complessa da forzare anche per lui, quindi si disse che avrebbe chiesto a Dax se si fosse fatto male qualcuno durante la missione di recupero.


~


Iro premette la combinazione di tasti che l’avrebbe portato al ponte di comando, e le porte dell’elevatore si chiusero con uno sbuffo, mentre la scatola di metallo cominciava a muoversi in orizzontale.
Mosse cautamente l’articolazione del braccio destro; il gomito gli dava ancora fastidio. Grazie a quella stramberia laser con cui gli avevano sistemato le ossa rotte, era potuto tornare in piedi in una settimana, dopo che gli avevano grosso modo incollato costole, cranio e tutto il resto, ma ancora non poteva esercitare troppa pressione sui punti danneggiati.
E nemmeno fare sforzi con il braccio offeso.
Quasi ringhiò, sperando che quella maledetta scatola si sbrigasse a portarlo da Heco. Il capitano aveva due paroline da dire alla Signora, date le recenti scoperte che aveva fatto su un inaspettato “nuovo elemento” del personale di bordo, ultimo acquisto dell’equipaggio dell’astronave madre.
Ripensò a quella faccia inespressiva e a quegli occhi grigi, e non poté impedirsi di sfogare la frustrazione con un pugno ben calibrato alla parete metallica dell’elevatore, cosa che fece fermare la scatola per qualche istante prima di farla riprendere a scorrere, stavolta in verticale.
Si disse di stare calmo. Di stare calmo e di conservarsi per quando avrebbe detto alla Signora che cosa ne pensava della questione.
Le porte si aprirono e lui si diresse spedito fra le console e gli addetti al monitoraggio, sapendo che avrebbe trovato Heco lì, da qualche parte. Ignorò chiunque lo stesse salutando e qualsiasi cosa gli stessero dicendo, raggiungendo la Signora a passo di carica.
«Capitano Hivelin.» Salutò lei senza nemmeno voltarsi, entrambi i palmi inseriti nel pannello di contatto neuronale.
A Iro venne voglia di strattonarla per la coda, ma Heco fece in tempo a girarsi.
«Ti sei rimesso con una velocità notevole.» Disse poi, accennandogli un sorriso. «E a giudicare dalla ruga che hai sulla fronte, mi sembri un po’ su di giri.»
«Heco.» Quasi ringhiò lui, stringendo i pugni lungo i fianchi. «Spiegami che razza di scherzo è questo.»
«Non ti chiederò di che cosa stai parlando, poiché mi sembra sufficientemente chiaro. Avevo immaginato che la presenza di Silfur a bordo ti sarebbe risultata… sgradita.»
Iro chiuse gli occhi, ignorando bellamente la vocina nella sua testa che gli suggeriva che dare in escandescenze non avrebbe avuto troppo senso.
«Sgradita?!» Sbottò, forse a voce un po’ troppo alta. «Sgradita, Heco…?»
La fissò con gli occhi che mandavano bagliori e i pugni chiusi che quasi tremavano, ignorando gli sguardi del prossimo circostante.
«Hai preso a bordo il figlio di puttana che-»
«Hivelin.»
Il suono del suo nome, tuonato non solo dalla voce della Signora ma da tutti gli altoparlanti della sala messi assieme, ebbe l’effetto di zittirlo e di strappare esclamazioni di sorpresa a tutti i presenti nell’enorme camera.
«Mantieni un contegno.» Riprese lei, staccando le mani dal pannello e girandosi completamente verso di lui. L’ultima frase non era risuonata negli altoparlanti. «Mi dispiacerebbe molto se dovessi fare una sceneggiata proprio qui, di fronte a tutto il personale della nave.»
Iro si disse che c’era il forte rischio che lui finisse per strangolarla, non ricavandoci assolutamente niente dato che avrebbe solo ucciso il corpo che ospitava la sua mente, senza realmente arrecarle alcun danno. Per cui fece appello a tutta la propria pazienza e cercò di pensare a un modo per far ragionare quella maledetta Intelligenza Artificiale Senziente.
«Heco, non so che ti ha preso quando hai proposto a quel tizio di unirsi all’equipaggio…» Cominciò, e cercò di tenere a bada la stizza quando lei gli rivolse nuovamente un accenno di sorriso.
«Silfur è un elemento irrinunciabile. È un Cytech sostanzialmente perfetto.» Lo interruppe Heco. «Sai qual è la probabilità di riuscita di un ibrido umano-macchina? Circa il cinque percento. E di questo cinque percento, solo il due percento non ha una durata di vita estremamente limitata. I pochi che sopravvivono, come lui, sono dotati di capacità di valore inestimabile.»
«Tralasciamo il fatto che il figlio di puttana mi ha quasi ammazzato solo per il semplice fatto che gli sono capitato lungo la strada.» Ribatté lui, facendosi scivolare addosso le informazioni. «Sono abituato a non legarmi al dito questo genere di… dissapori, dato che la metà del mio equipaggio ha tentato un paio di volte di farmi la pelle. Difficilmente mi soffermo sul passato degli uomini con cui ho a che fare, e sono più o meno abituato a trascorrere il tempo con la peggiore feccia che si possa trovare nell’universo.»
Di nuovo, Heco sorrise. E di nuovo, al capitano Hivelin venne una gran voglia di metterle le mani al collo, voglia che riuscì solo faticosamente a reprimere.
«Apprezzo molto il modo in cui diventi prolisso, capitano, quando sei nervoso.»
Iro chiuse gli occhi per un attimo, ignorando la provocazione e concentrandosi sul tenere sotto controllo i nervi.
«Dunque, tralasciando il… leggero diverbio che abbiamo avuto io e quel mutante. Qualsiasi cosa sia quel tizio.» Tornò a dire, stavolta fulminando la Signora con lo sguardo. «Devo ricordarti che cosa ha fatto…?»
«Non c’è alcun bisogno che me lo ricordi. Dax mi ha informata della situazione punto per punto, quando è andato a recuperarvi.» Rispose lei. «Ma forse, hai pensato che fosse opportuno rendere il pubblico della sala partecipe della cosa. Anche se non so quanto il tuo giovane amico ne sarebbe felice… ho l’impressione che non è qualcosa che Lifen avrebbe piacere a rendere nota.»
«Allora lo sai.» Ringhiò lui a denti stretti.
«Certo che lo so.» Heco si appoggiò morbidamente alla parete metallica della camera, incrociando le braccia al petto. «So perfettamente cos’è accaduto a te e a Lifen, mentre vi trovavate su quel pianeta. Come ti ho già detto, mi sono fatta debitamente informare.»
Lui si ritrovò nuovamente a stringere i pugni, stavolta con forza sufficiente da farsi dolere il gomito in fase di guarigione.
«Ed evidentemente non ti interessa.»
«Mi interessa nella misura in cui mi preoccupo delle vostre condizioni di salute. E mi risulta che entrambi vi siate ripresi.»
Iro si prese qualche istante per rispondere, conscio che se avesse parlato subito si sarebbe messo di nuovo a urlare. Non che gli importasse di dare spettacolo, ma Heco non avrebbe esitato ad assordarli tutti con l’interfono, e questo lui preferiva evitarlo.
«Heco, non mi interessano i motivi per cui quel figlio di puttana con la faccia da automa ti possa tornare utile.» Disse infine. «E non me ne frega un cazzo se è l’unico mutante sulla faccia della galassia, di questa o di altre, o chicchessia lui.»
Deglutì a fatica, lo sguardo fisso nelle iridi luminose della Signora.
«Lo vuoi a bordo…?» Ringhiò, facendo un passo in avanti. «Sappi che non credo che filerà tutto liscio, come invece tu sembri essere sostanzialmente convinta. Troverò il modo di staccargli la testa dal collo, fosse l’ultima cosa che faccio.»
Heco alzò appena le sopracciglia.
«Non ti facevo così possessivo.»


Dovettero intervenire per farlo calmare.
Furono tutti molto sorpresi; non che il capitano Iro Hivelin si potesse definire una persona fredda e distaccata, anzi, ma quella era la prima volta in assoluto che lo si vedeva arrabbiato. Arrabbiato al punto da tentare di mettere le mani al collo della Signora.
Il capitano Iro Hivelin era anche una persona avvezza allo scontro corpo a corpo, per cui non fu facile tenerlo a bada. A maggior ragione perché era ancora convalescente, dopo un trauma cranico con conseguente emorragia cerebrale, cosa che tutti i presenti sapevano, e dato che tutti gli erano più o meno affezionati non ebbero il coraggio di andarci troppo pesante.
Ci vollero quattro persone, tra cui Richa Dawnar che invece non andò molto per il sottile, per sbatterlo fuori dalla plancia di comando.
«Datti una cazzo di regolata.» Gli soffiò la mercenaria, la mano premuta sul pannello di apertura e chiusura della porta. «Fatti una doccia fredda e vedi di non rompere i coglioni, Hivelin. Non sei tu che decidi su questa nave.»
Iro si limitò a voltarle le spalle e a ringhiarle un insulto che normalmente non si dovrebbe rivolgere a una signora.




Seimyn sobbalzò vistosamente nel sentire un rumore sordo, proveniente da qualche parte nel corridoio più avanti, come se un pannello fosse improvvisamente saltato.
Affrettò il passo verso gli alloggi, sperando che non fosse successo niente di grave.
Non sembrava essere successo niente di grave, in effetti. Il capitano Hivelin stava in piedi di fronte alla porta, una mano sul viso e l’altra chiusa a pugno, premuta contro la parete; doveva averci picchiato sopra, realizzò il giovane tecnico.
Il ragazzo rallentò l’andatura fino a fermarsi a poca distanza dal suo superiore, aspettando che Iro si decidesse a degnarlo di uno sguardo. Quando l’altro alzò finalmente gli occhi, Seimyn restò interdetto nel vederglieli sgranare per la sorpresa; il capitano non sembrava davvero aver notato la sua presenza fino a quel momento.
I due si guardarono per qualche istante, Hivelin con l’espressione stranamente contratta, e Seimyn con uno sguardo dubbioso dietro le lenti degli occhiali nuovi.
«Come stai?» Chiese infine il giovane tecnico, dato che l’altro non sembrava intenzionato a parlare per primo.
Era da un bel po’ che non si vedevano, almeno dal punto di vista di Iro. Seimyn era stato ben attento a fargli visita, mentre era ricoverato nel reparto medico, solo quando lo sapeva addormentato, non riuscendo a capire bene perché.
Il giorno prima aveva saputo che il capitano era stato dimesso, e ci aveva comunque impiegato un altro buon quantitativo di ore prima di decidersi ad andare a trovarlo, o meglio, prima di cacciarsi fuori il coraggio per andare a trovarlo. Si era perciò diretto a passo incerto verso i suoi alloggi, immaginando di trovarlo lì.
E Hivelin, in effetti, era lì. Anche se il più giovane non si aspettava di vederlo in quelle condizioni.
Il suo superiore rispose con una smorfia alla domanda, e il ragazzo si accigliò, chiedendosi quale fosse effettivamente il problema. Iro non gli sembrava sofferente, almeno non nel fisico, e lui aveva sbirciato tutte le sue cartelle cliniche, per cui era perfettamente consapevole che il capitano si era del tutto rimesso.
«Sto bene.» Rispose infine, precedendo l’altro che stava per riformulare la domanda. «Tu… tu stai bene…?»
Seimyn arricciò le labbra, annuendo.
Iro aprì la bocca per dire qualcosa. Poi la richiuse. L’aprì di nuovo, tornò a richiuderla stavolta con l’ennesima smorfia, e sembrò doversi trattenere per evitare di picchiare ancora il pugno contro la parete.
«Hivelin, sto bene.» Fece Seimyn, indurendo il tono di voce forse più di quelle che erano state le sue intenzioni. «Mi hanno dimesso dal reparto medico quasi una settimana prima di te. Sto bene
L’altro sembrò voler parlare e per la centesima volta si trattenne, ma invece di aprire e chiudere la bocca come un idiota, serrò la mascella e gli occhi chiusi e si passò una mano fra i capelli scuri.
Il giovane tecnico sospirò.
Si disse di prendere atto del fatto che quello che era accaduto su quel pianeta, con quei banditi, doveva pesare ancora al capitano. Forse più di quanto non pesasse a lui.
Il giovane tecnico tornò a sentirsi in colpa, come se la responsabilità di quegli avvenimenti ricadesse, in qualche modo, anche su di lui. Abbassò appena lo sguardo e si tolse gli occhiali in un gesto meccanico, per quanto le lenti non avessero alcun bisogno di essere pulite.
«Mi dispiace.» Disse poi, stringendosi vagamente nelle spalle.
Era stato un peso inutile per Hivelin. L’altro se l’era sostanzialmente trascinato dietro; Seimyn l’aveva rallentato con il suo bisogno di protezione e la sua incapacità di badare a se stesso, e se non fosse stato per lui, Iro non avrebbe rischiato la morte. Sarebbe senza dubbio riuscito a nascondersi, a evitare quei banditi, e non avrebbe dovuto ingaggiare contro di loro per proteggerlo.
Si girò e fece per andarsene, ma non fece nemmeno un passo che si sentì afferrare per un polso.
«Aspetta.»
Iro respirò profondamente, ricambiando il suo sguardo quando Seimyn fu tornato a voltarsi verso di lui.
«Seimyn… aspetta.» Ripetè, lasciandogli il polso. «Non voglio sentire questo genere di fesserie uscire dalla tua bocca.»
Il ragazzo si accigliò.
«Di che stai parlando…?»
«Del fatto che mi hai appena detto che ti dispiace.»
Il capitano sembrò voler incrociare le braccia in petto ma cambiò idea a metà strada.
Dedicò un verso frustrato al suo gomito non ancora perfettamente funzionante, e decise per infilarsi le mani nelle tasche della giacca.
«Mi… mi dispiace per…» Cominciò Seimyn, passandosi le dita fra i capelli chiari.
«Non mi hai sentito? Niente fesserie.» Lo interruppe l’altro. «Se è successo… quello che è successo…»
Iro fece una smorfia e chiuse gli occhi, sembrando resistere alla tentazione di prendersela di nuovo col muro, data la tensione di entrambe le sue braccia.
«Quello che voglio dirti, Seimyn, è che mi hai salvato la pelle.» Borbottò alla fine, tornando a rivolgere le iridi azzurre al volto del giovane tecnico. «Hai salvato la mia fottuta pelle. E io sono sufficientemente figlio di buona donna, per cui diciamo che in genere me la cavo, ma quella volta non avevo davvero modo di uscirne.»
Il ragazzo non riuscì ad impedirsi di scuotere la testa.
«Non è vero.» Rispose con un filo di voce. «Se non fosse stato per me, tu non-»
«Se non fosse stato per te, ci sarei morto su quel pianeta.» Interruppe di nuovo Hivelin, assottigliando lo sguardo. «Quel bastardo mi avrebbe ammazzato, senza dubbio. Ma Seimyn… voglio che una cosa sia ben chiara, tra di noi.»
Il giovane tecnico si ritrovò a fare fatica a deglutire.
Non era per niente abituato al fatto che Iro si rivolgesse a lui in quel modo. Che lo guardasse in quel modo. Ricordava pochissime occasioni in cui gli occhi del capitano non avevano avuto una luce divertita, in cui non gli aveva rivolto un sorriso sornione, in cui non aveva mancato di prenderlo in giro.
Ad aggiungere alle stranezze, il capitano si allungò e lo afferrò per il bavero della giacca, tirandolo più vicino a sé, e per poco il gesto non gli strappò uno squittio sorpreso.
«Ascoltami bene.» Ringhiò Hivelin, adesso a pochi centimetri dal suo viso. «E che sia ben chiaro. Cristallino. Mi stai ascoltando…?»
Il ragazzo annuì, il volto contratto, reprimendo l’istinto di cercare di scrollarsi l’altro di dosso.
«Non azzardarti a fare mai più una cosa del genere.» Disse il capitano, scandendo bene le parole. «Hai capito, Seimyn? Mai più. Non me ne importa quale sia la posta in gioco. La mia fottuta pelle non vale così tanto.»
A quelle parole, Seimyn sentì il respiro montargli nei polmoni.
Piegò il viso in una smorfia, alzò entrambe le braccia e agguantò l’altro per la giacca, in un gesto sufficientemente repentino da far sì che Hivelin lasciasse la presa sulla sua.
«Iro, sei un maledetto idiota!» Quasi gridò, tenendolo stretto per l’abito e costringendolo a stare piegato alla sua altezza, dato che Seimyn era più basso di lui di tutta la testa. «La tua fottuta pelle non vale così tanto…? Vallo a dire a Dax! O a Tres, a Rose, a Newt, e a tutti quei maledetti tagliagole che darebbero la loro vita senza battere ciglio, pur di proteggere la tua! »
Il ragazzo registrò che il respiro non aveva smesso di entrare e uscire dai suoi polmoni con una certa rapidità. Ma non ci badò, concentrandosi sullo sguardo quasi attonito che Iro gli rivolgeva.
«Mettitelo bene in testa.» Disse ancora. «La tua fottuta pelle vale anche troppo, perciò vedi di tenertela stretta. E per quello che riguarda me, lo rifarei mille volte. Tutto quello schifo mi andrebbe bene per altre mille volte, fosse anche solo per vedere la tua maledetta faccia un giorno di più…! »
Seimyn non fece quasi in tempo a concludere, sentendo l’urgenza che montava dentro di lui, impossibile da ignorare. Quando finalmente si decise ad assecondarla, gli bastò sporgere il viso appena più in avanti per far aderire le proprie labbra a quelle del capitano Hivelin.
Un attimo dopo lo lasciò bruscamente e indietreggiò di qualche passo, una mano premuta sulla bocca e le guance accaldate per lo sfogo, senza smettere di respirare affannosamente.
Per qualche istante, rimasero nuovamente in silenzio a guardarsi.
Dopodiché Iro si mosse in avanti e lo abbracciò.
Seimyn si rese conto di aver voglia di piangere, ma non si pose il problema. Cercò di approfondire il contatto quando il capitano tornò a far incontrare le loro labbra; un momento dopo sollevò le braccia e gliele allacciò al collo, e si separarono solo quando Iro gli spostò la mano sul volto, per togliergli gli occhiali.
A distanza ravvicinata, Seimyn poteva vedere bene il suo viso anche senza le lenti.
E finalmente lo vide sorridere del suo solito sorriso, condito di una punta ironica, con quella luce negli occhi che faceva intendere a tutti che Hivelin la prendeva alla leggera, che non c’era nulla di cui preoccuparsi, a prescindere da quanto la situazione potesse sembrare grave.
«Mi hai chiamato per nome.» Osservò il capitano, accarezzandogli i capelli. «Di nuovo.»
«Te l’ho già detto che sei un idiota…?» Borbottò lui, senza smettere di restare ancorato al suo collo.
«Me l’hai già detto.» Hivelin chinò il viso e gli sfiorò la punta del naso con il proprio. «Hai intenzione di chiamarmi ancora per nome oppure no?»
Seimyn fece una smorfia, e non si impedì un verso di sorpresa quando il suo superiore lo prese in braccio.
«Iro.» Disse piano, stringendogli i pugni sulla stoffa della giacca. «Hai… hai capito quello che ti ho detto…?»
 Il capitano piegò la testa premette le labbra sulle sue, spingendogli la schiena contro la parete. Seimyn le schiuse e gli prese il viso con entrambe le mani, inclinando il capo e aderendo il più possibile al suo corpo.
«Ho capito, Seimyn.» Disse Iro alla fine. «Hai ragione. Hai ragione tu. Ti chiedo scusa.»

   
 
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