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Autore: mylinkinday    13/07/2017    1 recensioni
In fisica, un sistema isolato è un sistema posto così lontano dagli altri da non interagire con loro, oppure un sistema chiuso che non ha scambi con l’ambiente circostante. È un sistema perfetto, in equilibrio, costante.
Mi chiamo Mitch e non sapevo di vivere in un sistema isolato.
Genere: Azione, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Capitolo 2
Il vento entra dalla finestra. A occhi chiusi, lo sento sulla pelle.
Una pacifica tarda serata primaverile, una di quelle che adoro.
La godrei di più se fossi fuori, all'aria aperta, invece di star chiuso nella mia stanza, la porta accostata.
In soggiorno sento il brusio della televisione.
Parole sconnesse, troppo lontane per essere percepite e io troppo disinteressato per discernerne l’argomento.
Ma va bene così.
Forse dovrei uscire, giusto un’oretta, per schiarirmi le idee e permettermi di pensare.
Il mio corpo si muove quasi in automatico. Vedo la mia mano afferrare il cellulare, le cuffie e una torcia.
In fondo al piccolo corridoio riesco a vedere mia madre seduta sul divano, un braccio a sostegno della testa.
Non penso stia realmente prestando attenzione a ciò che trasmettono, la luce dello schermo le illumina il viso, creando due triangoli di luce sotto gli occhi, come il trucco dei clown di una volta.
Sorride fra sé e sé, mi chiedo a cosa stia pensando.
Vado dritto verso la porta, avvertendola al volo del mio breve ritiro spirituale, che di religioso non ha nulla, se non l’associazione concettuale.
Alle mie orecchie giunge la sua benedizione, in perfetto accordo con il mio pensiero.
Mi ritrovo a camminare al buio. Giro intorno alla casa per raggiungere il boschetto che si stende dietro.
Ringrazio ancora una volta di vivere in periferia, non ho mai amato il caos del centro.
La città rappresentava il pericolo per noi ragazzini da villetta a schiera.
Un vicino, un uomo dalle sopracciglia folte e brizzolate, ci aveva lasciato l’avambraccio destro, laggiù in città.
Dicono l’avesse perso in un incidente, ma a noi raccontava di una lotta mortale contro un mostro terrificante, per sopravvivere aveva dovuto rinunciarvi.
Qualche anno fa, passando davanti a casa sua, le luci erano spente, un camion si allontanava.
Penso che, avendo nostalgia del suo braccio, avesse deciso di andarselo a riprendere.
Non molto dopo ho appreso la verità: setticemia era il nome del mostro, il braccio era andato in necrosi. Non ho voluto sapere altro, il duello era molto più interessante.
Ma i bambini crescono e la città non fa più così paura.
Io, personalmente, continuo a preferire il boschetto.
Alla luce della torcia, mi faccio strada sulla collina.
Gli alberi si avvicinano a ogni passo che compio.
Vorrei spegnere la luce artificiale per camminare illuminato dalla luna.
Stasera romanticamente piena, si mostra nel suo splendore.
Vorrei alzare il braccio e raggiungerla, è là che mi aspetta, come se fosse uscita apposta per me.
Entro nel bosco, il braccio sinistro davanti a me per schiarire il cammino, quello destro aperto per sentire gli alberi.
Non solo toccare, li voglio sentire.
Respiro l’aria quasi notturna, gli odori del bosco intorno a me.
Raggiungo finalmente una piccola radura, un ovale privo di alberi, il prato ad attutire i miei passi.
È il mio rifugio.
Me l’ha mostrato mia madre, molti anni fa, quando la vita era semplice e le preoccupazioni facevano parte del mondo degli adulti.
Ogni volta che il mondo diventa troppo difficile da sopportare, mi ritrovo qui.
Mi siedo al centro, a osservare la luna. Prendo il cellulare e le cuffie, indossandole il mondo si silenzia.
Faccio partire ‘Elijah”, di Matthew and the Atlas, e mi stendo.
Chiudo gli occhi per ascoltare la musica, concentrandomi sulle parole.
Le mani scorrono fra i fili d’erba, la chitarra acustica scandisce il ritmo dei miei pensieri.
“Elijah, you’re too young to be lost”
Elijah, sei troppo giovane per smarrirti.
Smarrirsi. Non si è mai troppo giovani.
Ed è anche facile, smarrirsi. Se non ci si aggrappa abbastanza forte alla realtà, si vola via.
E così sembra di fluttuare, di osservarsi vivere senza prenderne parte.
Guardarsi dall’alto e sentirsi come in un sogno.
Non ci vuole molto per lasciarsi andare.
Ma non è un sogno nel senso metaforico della parola.
È quel senso di incertezza e impossibilità di cogliere a pieno il reale, come se si mettessero perennemente le mani avanti per raccogliere un frutto, ma afferrare fumo.
Non mi piace la sensazione, ma ultimamente è l’unica vita che conosco.
Come se non riuscissi a svegliarmi.
Come se stessi perdendo qualcosa.
La musica varia, una transizione fluida fra una melodia e l’altra, naturale fra le due canzoni seppur appartenenti a due menti diverse.
E una voce baritonale mi racconta l’antica leggenda di un poeta, dopo aver perso la sua musa in un lago, questa gli appare in sogno e lo convince a seguirla nel lago.
“The poet came down to the lake to call out to his dear,
when there was no answer, he was overcome with fear…”
È la paura la vera tortura.
Quel terrore che ti assale nel momento in cui ti rendi conto che non tornerà più.
Quel senso di impotenza contro l’universo e i fatti, che ti soffoca nella sua morsa e ti gela lo stomaco.
La discesa nella pazzia è lenta e dolorosa, i secondi diventano ore, i minuti giorni, e Achille sa che non raggiungerà mai la tartaruga, può solo continuare a correre vedendo la distanza ampliarsi e riuscire solo a sperare di scorgere la fine.
Apro gli occhi.
Decido di concentrarmi sulla luna.
I miei pensieri mi porteranno alla pazzia.
La mia mente è un posto pericoloso, non dovrei attraversarlo da solo dopo un certo orario.
Muovo di nuovo la mano fra l’erba, sentendola leggermente umida.
L’immagine del poeta nel lago mi torna in mente.
Mi metto a sedere per scacciarla, premendo indice e pollice fra gli occhi e scrollando la testa per far cadere la pellicola, che ancora gira davanti al mio occhio mentale.
Fantasia.
Arma potente la fantasia.
Prendo il cellulare per cambiare canzone. Per sbaglio chiudo l’app, la musica si ferma.
Scrollo le spalle.
Meglio così, alla fin fine è una serata tranquilla, potrei anche stare in silenzio ad osservare il cielo.
Mi porto le ginocchia al petto, abbracciandole e poggiando il mento su di esse.
Scrutando il boschetto intorno a me, due occhi neri mi appaiono davanti.
Quel ragazzo.
Che sia stata solo la mia immaginazione?
No, era così tangibile.
Eppure lo conosco.
Dov’è che l’ho già visto?
Nello sforzo di ricordare, sembra come materializzarsi fra gli alberi.
Mi guarda, immerso nell’ombra dei tronchi.
Ricambio lo sguardo, aspettando che l’immagine sbiadisca.
Ma non lo fa. Neanche dopo l’eternità che sembra passare.
È lì, davanti a me, nel mio rifugio.
Che stia cercando me? Come fa a sapere dove trovarmi a quest’ora?
Mi alzo lentamente, e altrettanto lentamente cammino verso di lui.
Mi volta le spalle e si allontana, addentrandosi nella selva.
Mi ritrovo a correre per paura di perderlo di vista.
Continua a camminare calmo davanti a me, come se mi volesse condurre da qualche parte.
“Ehi!” cerco di chiamarlo, ma non so il suo nome.
“Ehi, tu! Fermati!” inciampo, la mia attenzione si sposta sul terreno. Quando rialzo gli occhi, è scomparso.
Mi fermo, cercandolo, girandomi intorno.
“Non è divertente.” Un fruscio sulla mia destra, qualcosa si muove fra le piante. Incrocio le braccia.
“Senti... mi stai inquietando. Potresti farti vedere e, non so, dirmi chi sei...”
Inizio ad avvicinarmi, tendendo la mano.
“Una tua risposta sarebbe conveniente...” Salto in aria quando un gufo sbuca dalla flora verso la quale mi stavo rivolgendo. Mi porto le braccia sopra la testa a proteggerla.
Quando il rumore è finito, torno dritto e, in due passi, percorro la distanza per cercare fra le piante.
Nessuno.
“Ma... allora! È uno scherzo, per caso? Ti sei messo d’accordo con Cam?”
Sbatto un piede a terra quando non mi arriva risposta.
Intorno a me, neanche il vento fiata.
Che mi sia di nuovo immaginato tutto?
Non so cosa pensare, mi gira la testa e la paura mi fa formicolare le dita.
Torno alla radura per riprendere ciò che ho lasciato e andare a casa.
Sulla strada del ritorno, mi volto per osservare il bosco.
E se fosse infestato?
Se fosse come quel posto della canzone e un poeta vi fosse morto dopo essere impazzito per la dipartita della sua amata?
“Torna in te, Mitch. Non esistono cose come i fantasmi. Sei solo stanco.”
Si alza una brezza alle mie spalle, come se provenisse dal bosco.
Sembra sussurrare il mio nome.
Solo impressione. Scrollo la testa e continuo a camminare.
“Mitch.”
Mi si drizzano i capelli sulla nuca.
Il vento sussurra chiaramente il mio nome.
Velocizzo il passo fino a correre a casa.
No.
Addio.
No grazie.
Nope.
Mi sbatto la porta alle spalle, spaventando mia madre.
“Mitchell! Ma ti sembra modo di rientrare?”
Tiro dritto per la mia stanza, con mia madre che mi chiama.
Lancio cuffie e cellulare sul letto e vado alla finestra, che dà sul bosco.
Mamma si ferma alla porta, non l’ascolto.
“Mitch, stai bene? Qualcosa non va?”
Emetto un verso d’assenso mentre scosto la tenda per guardare fuori.
Non c’è nessuno, solo il buio della notte e la luna in cielo, che si erge sopra gli alberi.
Il vento è solo vento, ora.
Sarà stata suggestione.
“Sì, tutto bene. Io...” mi volto a guardarla. Portandomi una mano fra i capelli, mi gratto la nuca, dove prima avevo la pelle d’oca.
Sorrido forzatamente.
“Non è nulla, sono solo un po’ stanco.”
Arriccia le labbra, qualcosa non le quadra.
“Ha chiamato Cam, non gli hai risposto al telefono.”
Aggrotto le sopracciglia e in due falcate raggiungo il cellulare.
Quattro chiamate perse, una ventina di messaggi, un MMS.
Un MMS? Chi è che manda ancora MMS?
Leggo i messaggi.
“Davvero se non rispondo per mezz’ora mi dà per disperso?”
Scuoto la testa e mi siedo sul letto. Mia madre si schiarisce la gola.
Mostro il cellulare per farle capire che gli sto per chiamare. Annuisce, torna sul divano.
Due squilli e risponde.
“Si può sapere che ti è successo?” Alzo un sopracciglio.
“Buonasera anche a te, Cam.” Muovo un piede su e giù.
“Ottima serata sicuramente, visto che siamo stati appena invitati alla festa del nientepopodimeno, tutto attaccato, che il presidente d’istituto, Rickie Anderson, in persona.”
Prendo la matita che avevo sul comodino e ci giochicchio.
Sono o sei stato invitato?” Ridacchia.
“Sono, sei, che importanza ha? Tanto lo sanno che siamo un prendi due paghi uno.” Mi alzo e cammino per la camera.
“E quale sarebbe la ricorrenza per questa festa?”
“Ricorrenza? C’è bisogno di una ‘ricorrenza’ per dare una festa?” Prendo la sedia della scrivania e con la mano la faccio dondolare sui piedi posteriori.
“Solitamente.”
“Solitamente? Amico, ma scherzi? Siamo invitati a una delle sue feste e ti preoccupi della ‘ricorrenza’ della suddetta?”
Mi tolgo le scarpe, con un balzo salgo sul letto.
“Devo decidere se venire o meno, e sapere se si devono fare regali.” Salgo sul comodino.
“Perché, in caso, sono povero. Verrei a mani vuote e non mi va di fare la figura dell’insensibile.” Mi allungo per salire sulla sedia.
“E poi... ci sarà anche Leslie...”
Manco la sedia e cado a terra. Mi rialzo di scatto.
“Stai bene, Mitch?” Sto in silenzio per qualche secondo.
“Per caso vuoi che venga alla festa per darti una mano con Leslie?”
“E dài!” Allunga quel dài per minuti, costringendomi ad allontanare il cellulare dall’orecchio. Alzo gli occhi al cielo.
Dopo diverso tempo, lo riavvicino.
“...Era un sì?”
“E d-“ lo interrompo sul nascere.
“Va bene! Va bene, verrò, ma smettila.”
“Venerdì sera alle nove, ti vengo a prendere un quarto d’ora prima. Fatti trovare pronto.” Riattacca.
Guardo il telefono, la schermata mostra la chiamata conclusa.
“Prego, non c’è di che.” Mormoro fra me e me.
Con il telefono fra le mani, mi chiedo se sia il caso di dormire con la finestra aperta.
Almeno uno spiraglio, forse...
Il vento che entra sembra di nuovo chiamarmi per nome.
Nope. Finestra chiusa, di sicuro, e buonanotte a me.  
  
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