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Autore: astra238    14/07/2017    1 recensioni
Ho solo sentito parlare di lui. O almeno questo è quello che dico alla gente, a chi mi chiede chi fosse, come fosse, perché fosse. Conoscevo Dario Albertelli.
Non bene quanto voglia far credere a me stesso a quanto pare, ma abbastanza da potermi illudere di raccontare la sua storia. In fondo nessuno di noi è in grado di conoscere al cento per cento l’altro. Non conosciamo neanche noi stessi, figuriamoci!
Non mi metterò a dirvi quale fosse il suo colore preferito o cibo prediletto o genere di film preferito. Non perderò tempo con queste banalità, perché credo proprio che non abbiano importanza.
Non ricorderò Dario per il colore, cibo o film amato. Lo racconterò per quello che fece e per cui penso meriti di essere conosciuto.
Genere: Introspettivo, Malinconico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
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Capitolo 1


 
Ho solo sentito parlare di lui. O almeno questo è quello che dico alla gente, a chi mi chiede chi fosse, come fosse, perché fosse. Conoscevo Dario Albertelli.

Non bene quanto voglia far credere a me stesso a quanto pare, ma abbastanza da potermi illudere di raccontare la sua storia. In fondo nessuno di noi è in grado di conoscere al cento per cento l’altro. Non conosciamo neanche noi stessi, figuriamoci!

Non mi metterò a dirvi quale fosse il suo colore preferito o cibo prediletto o genere di film preferito. Non perderò tempo con queste banalità, perché credo proprio che non abbiano importanza.

Non ricorderò Dario per il colore, cibo o film amato. Lo racconterò per quello che fece e per cui penso meriti di essere conosciuto.




Abitavo al terzo piano di una piccola palazzina, in un quartiere comune di una cittadina alla periferia di Roma. A quel tempo, almeno durante tutte le elementari, quella borgata era abbastanza tranquilla. Ora basta che vi dica il suo nome per farvi un’idea della zona. Tor Bella Monaca.

Il primo giorno di scuola, il primo giorno delle medie, mi sentivo più euforico di quando i miei mi avevano portato a scegliere Thomas al canile. Era un nuovo inizio, un nuovo capitolo della mia vita sociale in cui si fanno i migliori propositi del mondo per cominciare alla grande.

Farsi nuovi amici, andare bene a scuola, studiare costantemente, vantarsi delle nuove scarpe, delle figurine rare dei calciatori e di wrestling… Ovviamente aspettative che tutti i miei compagni di classe, in un modo o nell’altro, riuscivano a rispettare a mio discapito. O almeno questo era quello che pensavo per giustificarmi per la perdita di tutti quei buoni propositi dopo un paio di settimane.

Dario si inserì in quella classe di demoni dopo un mese, cosa che gli procurò una certa notorietà tra i miei compagni, soprattutto tra le mie compagne che si sa, si erano svegliate dal torpore fanciullesco con almeno tre anni di anticipo rispetto a quanto avremmo fatto noi. Quindi, il fatto che Dario fosse decisamente di bell’aspetto, gli conferì ammirazione dalle signore e rispetto dai ragazzi, misto ad un pizzico di gelosia che male non fa.

Più alto di noi di almeno una spanna, occhi grandi e azzurri e folta chioma bionda che pettinava sempre all’indietro: il principe azzurro, in pratica. Io ero basso, privo di qualunque segno di mascolinità emergente, con l’apparecchio fisso, i primi brufoli che mi avrebbero accompagnato fino ai sedici anni e, rullo di tamburi, un paio di occhiali a fondo di bottiglia per completare il quadro generale. Inoltre mi ero anche guadagnato il delizioso appellativo di “formaggino” per essere stato beccato con una scatola di formaggini per minestrine a colazione. Mi piaceva la matematica e praticamente studiavo solo quella, quindi ero anche il cocco della Pietrangelo e come se non bastasse, la mia collezione di figurine era passata di moda, soppiantata da quelle stupide trottole prese da un cartone animato di cui neanche ricordo il nome. Insomma, ero quello che spesso piace definire sfigato.

Nonostante la popolarità di Dario lo proiettasse anni luce davanti alle lande desolate della mia vita sociale, senza alcuna ragione né raziocinio aveva deciso di diventare amico mio.

Successe così: un giorno di novembre (lo ricordo bene perché usciva in edicola il nuovo numero di Topolino) mi si sedette accanto e mi offrì un pezzo di merendina al cioccolato.

All’inizio avevo pensato a qualche complotto malvagio organizzato da Tonino e Franco, ex compagni delle elementari, ma poi aveva tirato fuori le sue figurine di calciatori con le orecchie tutte rosse e mi aveva chiesto serio:

“Tu ce l’hai Totti?”

A quel punto capii che faceva sul serio. Con le figurine non c’era da scherzare.

Iniziammo a passare quasi tutti i pomeriggi insieme dopo scuola. Con la scusa di fare i compiti insieme, avevamo organizzato una vera e propria bisca clandestina di incontri di Tekken con la mia nuovissima PlayStation uno che mi aveva regalato mio nonno per Natale. Non andavamo spesso da lui perché diceva che sua mamma riposata nel pomeriggio poiché lavorava di notte. Dario non era un ragazzino di grandi parole, per questo impiegai un paio di mesi per guadagnarmi la sua completa fiducia e riuscire a fargli spiegare perché non avesse il papà. Giuseppe Albertelli se ne era andato quando Dario aveva cinque anni, lasciando soli lui e sua madre. La signora Albertelli dormiva veramente la maggior parte della giornata e Dario si preparava il pranzo da solo e si occupava della casa perché la mamma era stanca.

Da una parte lo ammiravo per saper fare le uova al tegamino e cucinare i surgelati, ma dall’altra, mi sentivo terribilmente fortunato ad avere una mamma che si occupava di tutto a casa. La mia famiglia non era tutta rose e fiori, ma almeno papà per quanto rompi scatole fosse, non ci faceva mai mancare niente.

La mamma aveva preso in simpatia Dario e spesso gli preparava i biscotti e la torta al limone che era la mia preferita. Avevo iniziato anche a provare un certo fastidio per tutte le attenzioni che gli dava. Una volta lo portò con noi al parco giochi dell’Eur e gli comprò un paio di jeans e una maglietta nuovi. Il giorno dopo, Dario le aveva riportato quei regali, spiegando che sua mamma non voleva che accettasse quelle “opere di carità”. Dopo quell’evento, smisi di essere geloso di quel contatto ed iniziai a capire, a fare caso alle piccole cose alle quali prima neanche badavo. Dario aveva sempre le stesse scarpe da ginnastica che si erano scollate sulla punta del piede destro, uno zaino con la chiusura lampo rotta che chiudeva con l’elastico interno della sacca; portava le stesse tre magliette a rotazione e credo avesse solo due paia di pantaloni, di cui uno si era bucato sulle ginocchia dopo l’ora di ginnastica. Quel giorno la mamma mi disse delle parole che mi segnarono profondamente e che non dimenticherò mai:

“Dario non è un bambino fortunato quanto te. Non glielo far pesare mai”

“Che significa? Che è povero?”

“Claudio, non si dice povero. È solo meno fortunato”

Mi crucciai molto per quella cosa. Non ero molto sveglio, ma fui abbastanza giudizioso da non chiedere a Dario spiegazioni per le parole della signora Albertelli.

Nonostante non avesse le scarpe nuove o le magliette griffate, riusciva a farsi rispettare dalla classe, anzi, a farsi amare proprio, cosa non semplice considerando la furiosa corsa alle nuove mode che atelier di Parigi, spostati. Le ragazze erano tutte uguali. Stesse felpe con le stelline, stesse mollettine glitterate, stessa marca di pantaloni, stesse scarpe e stessa venerazione per quel gruppo pseudo rock per il cui cantante mi tormentai chiedendomi a quale sesso appartenesse. Come si chiamavano? Ah, sì, i Tokyo Hotel.

Lo stesso valeva per i ragazzi e considerando la scelta più limitata, si erano specializzati in cappelli a visiera che indossavano anche se fuori c’era il diluvio universale.

Dario non era molto bravo a scuola e così facevo del mio meglio per passargli le risposte dei compiti più importanti, ma quella maledetta tacchina della professoressa Prostetti di inglese, beccò il nostro rudimentale metodo a bigliettini e fece in modo da separarci. Fu un trauma per il resto dell’anno, ma in terza la vecchia andò in pensione e riuscimmo a farci rimettere insieme al banco.

Comunque anche se non eccelleva nelle materie scolastiche, c’era una cosa in cui Dario era un vero e proprio fenomeno: lo sport. Inutile dire che era il migliore in educazione fisica: tutti ottimo più più. In pratica ci compensavamo abbastanza bene, anche se era piuttosto difficile aiutarmi con quella dannata disciplina. Dario era convinto che l’ora extra di corsa fuori scuola -tolta vigliaccamente dal nostro torneo Tekken da maggio- fosse il motivo per cui a fine anno riuscivo a strappare sempre il mio sei meno stiracchiato. A mio parere, era solo sudore gratuito e tempo buttato al vento.

Quando concludemmo le medie, giunse il momento fatidico. Quel momento in cui c’è la scelta definitiva che sembra lo scoglio più insormontabile della vita, dal quale non sai se buttarti diretto e affogare o restartene lì impalato a guardare il mare in tempesta, cercando di temporeggiare il più possibile.

Alla fine, scelsi di fare il Liceo Classico. Non era stata la prima scelta… in realtà volevo fare lo scientifico, ma mio padre aveva insistito convincendomi (più o meno) che fosse la migliore opzione per poi proseguire con l’Università. Lui voleva che facessi l’avvocato, come lui o in alternativa il medico. Non me lo disse mai esplicitamente, ma la cosa era tutt’altro che velata.

Dario, invece, contro ogni mia possibile idea, senza avermene neanche prima parlato, di punto in bianco, mi disse che avrebbe frequentato un istituto professionale fino ai sedici anni, poi avrebbe mollato tutto e si sarebbe messo a lavorare.

“Non mi piace studiare”

Rimase fermo come un idiota a fissarlo, senza aprire bocca.

“Ci vedremo lo stesso! Ma mi ci vedi al classico? Io?”

Finii la mia merendina al lampone, optando per ignorarlo definitivamente.

“Dai, Cla. Non fare l’offeso… Non ho intenzione di studiare greco”

Mi mise una mano sulla spalla, scuotendomi come faceva al solito suo, con quel pizzico di foga in più che martoriava quel manichino debole che ero.

“Non sono offeso” bonfonchiai, cercando di mandar giù un boccone che mi era rimasto in gola.

“Ah no?”

“No”

Scese dal muretto e mi si piazzò davanti, a braccia incrociate.

“Quando poi andrò a lavorare, avremo tutti i soldi che ci servono per comprare caramelle e magari un motorino per andare in giro”

Abbassai lo sguardo, fingendo un improvviso interesse per una lucertola che tentava di nascondersi sotto un sanpietrino.

“E che lavoro vorresti fare?” sputai, quasi sprezzante.

Dario sospirò.

“Il meccanico”

“Ma se neanche ti piacciono le macchine!”

“Beh se imparo a fare il meccanico potrei costruirmi da solo una super macchina cazzuta”

Lo fissai scettico.

“Mi avevi detto che volevi fare l’artista”

Ridacchiò.

“Te l’ho detto in prima”

“E quindi?”

“È un sogno stupido. Farei il morto di fame”

“Ma sei bravo a disegnare”

“Sono uscito con cinque a tecnica”

“Perché non le hai consegnato manco mezza tavola, Da’!”

Sbuffò rumorosamente.

“E tipo il calciatore? O il giocatore di basket!”

“Dovrei avere i soldi per entrare in una squadra. Cosa che non ho. Quindi, vado a lavorare”

Fu irremovibile. E per quanto mi fossi sforzato di fare l’offeso e l’arrabbiato, arrivando ad attuare la tattica dell’iotiignorobruttotraditore, Dario Albertelli ormai aveva scelto la sua strada, dove neanche io, potevo seguirlo.

Per circa un anno, rimanemmo in contatto. Ci vedevamo un pomeriggio sì e uno no, spesso al parco sotto casa mia e ogni tanto ci concedevamo una bella partita a Fifa o Tekken. Ma purtroppo, come avevo ben predetto, la scuola come ci aveva uniti, ci separò pian piano. Appena iniziato il mio quinto ginnasio, riuscii a stringere amicizia con due compagni di classe, Maria e Giulio ed iniziai a frequentare loro. Dario rimaneva al primo posto, sia chiaro, ma lentamente cominciava ad essere sempre più difficile incontrarci. Aveva trovato un posto da Lello, il meccanico di mio padre e diceva di avere orari duri e strazianti che non gli facevano avere molto tempo. Dal canto mio, io dovevo studiare come un mulo per avere una buona media ed evitare che i miei mi proibissero di uscire e mi tagliassero i fondi.

E fu così che ci perdemmo di vista.



 
 
   
 
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