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Autore: Luce_Della_Sera    14/07/2017    0 recensioni
Lavinia si è laureata con un anno di ritardo in interpretariato e traduzione; dopo un viaggio premio pagato dai suoi parenti come regalo di laurea, si mette alla ricerca di un lavoro. È consapevole che in Italia c’è la crisi, ma vuole comunque provare a vedere cosa la sua nazione può offrirle…riuscirà a trovare un impiego fisso?
Genere: Generale, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 9: Petsitter

Inutile specificare che la situazione in casa non cambiò molto: quando cercai di perorare la causa di mia sorella, mio padre si chiuse a riccio dicendo che le diceva certe cose per il suo bene, e mia madre gli diede manforte. Più tardi li sentii discutere, e per l’ennesima volta in quasi un quarto di secolo di vita mi chiesi come mai mia madre non riuscisse mai a darmi ragione quando ero presente fisicamente nella stanza, per farlo poi immancabilmente quando pensava non la sentissi. A che scopo fare fronte comune con mio padre davanti a me, e fargli notare le cose dopo? Non lo avevo mai capito, e dubitavo che ci sarei riuscita in futuro.
Nonostante ciò, furono proprio loro a darmi l’idea per un altro possibile lavoro, qualche settimana dopo.
“Ma cosa diamine ci trovi nei documentari?”, mi disse mio padre una sera a cena. “Perché non puoi guardare cose normali, come tutte le ragazze della tua età?”.
“Tipo i reality show, e i programmi dove una massa di cretine fanno le svenevoli davanti ad un belloccio senza cervello per contenderselo? I programmi talmente intelligenti in cui tutti i presenti non possiedono neanche un grammo di neurone a testa, e in cui le donne non si concedono in diretta al primo che capita solo perché sono in fascia protetta? Intendi quelli, quando parli di programmi normali?”.
Paola rischiò di strozzarsi, perché stava bevendo e sentendomi denigrare in quel modo i programmi che vedevano anche le sue amiche, le venne da ridere; e le espressioni scandalizzate dei miei non fecero che peggiorare le cose, spingendola a ridere ancora di più.
“Tutto ok?” le chiesi battendole una mano sulla schiena per farla riprendere.
“Sì, sì… tutto bene”, mi rispose qualche istante dopo, ancora in preda alle risa.
“Ti senti soddisfatta? Per poco non fai strozzare tua sorella!”.
“Mamma, non la ho uccisa. E comunque, ho espresso solo la mia opinione: non è colpa mia se certi programmi non mi piacciono e preferisco guardare documentari e anime”.
“Documentari e cosa?”.
“Lascia perdere”.
Se avessi spiegato cosa erano gli anime, avrebbero messo su una polemica infinita su come fosse possibile guardare ancora i cartoni animati alla mia età: e io non avevo bisogno di altre recriminazioni. Poi, spiegare loro la differenza tra cartone animato e anime avrebbe richiesto tempo e pazienza, e io non avevo né l’uno né l’altra! Quindi, dissi l’unica cosa in grado di rabbonire i miei, che peraltro era vera e di cui li avrei informati comunque.
“Poco fa ho sentito Giacomo, via whatsapp”.
Ci fu silenzio, ma durò poco.
“Davvero? E cosa dice? È tutto a posto a Dublino?”. Mancava poco che mia madre iniziasse a saltellare sulla sedia.
“Sì, dice che è tutto ok, che il lavoro e lo studio procedono”.
“Non torna? Non c’è proprio speranza?”.
“No, mamma. Che ci torna a fare qua, senza garanzie per il futuro?”, risposi, alzando gli occhi al cielo. Da un lato la capivo, dall’altro no. Possibile che non riuscisse ad essere felice per suo figlio, nonostante il dolore e la preoccupazione per una separazione indubbiamente un po’ prematura?
“E comunque, se anche tornasse si troverebbe una casa dove vivere da solo con Angelica. Qui a casa con noi non ci vivrà più, ormai si è fatto un’altra famiglia!”, si intromise Paola. Io le lanciai uno sguardo allarmato: per quanto fossi intimamente d’accordo con lei, non credevo che fosse la cosa giusta da dire.
“Grazie, ragazze. Voi sì che sapete tirare su di morale una madre”.
“E cosa avremmo dovuto fare, mentire per darti false speranze?”.
“No. Ma almeno potreste parlare un po’ di più con lui, quando lo sentite. Chiedergli anche altro, anziché solo come va con lo studio e il lavoro”, saltò su mio padre, come sempre a sproposito e senza collegamento alcuno con il tema principale.
“Ma cosa c’entra? E comunque, non è che possiamo fare sempre tutto noi. Pure tu potresti parlare di più con tuo figlio, sai? E magari parlargli anche di altro, invece di insistere sempre e solo per fargli comprare la macchina anche lì a Dublino, neanche fosse una cosa vitale!”.
“La macchina è una cosa vitale, cretina che non sei altro”.
“Così come sono vitali tutte le cose che piacciono a te. Quelle che piacciono agli altri invece sono stupide, giusto? O sono indice di qualche problema!”.
“Non ho mai detto questo…”
“Davvero? E i commenti riguardo al fatto che io vedo i documentari cosa erano, complimenti? Perché se lo erano, ti informo che devi impegnarti di più, perché i tuoi complimenti sembrano sempre critiche!”.
Detto questo, portai il mio piatto in cucina, e feci per andarmene.
“Dove vai? C’è da sparecchiare!”, mi richiamò indietro mio padre.
“Fallo tu. Mica sei monco, no?”, risposi, ormai pronta ad esplodere da un momento all’altro. Avevo bisogno di stare tranquilla: mi conoscevo bene, e sapevo che molto spesso tendevo a sfogare la rabbia con il pianto. Piangere davanti ai miei come se fossi io quella sbagliata non mi sembrava il caso, non avrebbero capito!
Mi chiusi dentro la mia camera, mi accucciai dietro la porta e mi abbracciai le gambe con un braccio, mentre con l’altro mi coprii la bocca, per fare meno rumore possibile.
Non è giusto. Perché non mi lasciano mai in pace, perché deve essere sempre tutto un problema? Che male c’è se mi piace guardare i documentari, e se amo gli animali? Oh, se ci fosse un lavoro che mi permettesse di stare con loro, e di allontanarmi finalmente dai miei
Sapevo di non avere né la qualifica né l’indole per fare il veterinario, e anche fare da assistente ad uno di loro era fuori questione. Il volontariato nei canili e nei gattili, per quanto fosse un nobilissimo intento, non mi avrebbe permesso di guadagnare, e sarebbe stato causa di ulteriori scontri in famiglia.
Quindi, cosa dovevo fare?
Mi lambiccai il cervello per diversi minuti, poi la soluzione mi apparve come un lampo: avrei dovuto candidarmi come petsitter. Di certo non avrei guadagnato cifre astronomiche, ma avrei fatto qualcosa che mi piaceva, e che mi avrebbe permesso di guadagnare qualcosa insieme a quello che già prendevo con il volantinaggio, in attesa di altri impieghi più seri e duraturi.
È deciso, mi dissi, asciugandomi le lacrime e alzandomi per andare ad accendere il computer. Proverò a fare la petsitter. Poi, in futuro si vedrà!

  
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