Storie originali > Soprannaturale
Segui la storia  |       
Autore: marielou    14/07/2017    0 recensioni
Ambra, Alessandro, Irene e Luigi. Quattro ragazzi totalmente diversi tra di loro si ritroveranno, per una svolta casuale del destino, in un borgo rurale di periferia, Segezia. Ben presto però, una serie di inquietanti coincidenze li porterà a scoprire che in realtà tra le quattro mura del borgo si cela un segreto centenario, oscuro e potente. E che le loro vite sono molto più intrecciate di quanto pensassero.
Genere: Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
La collana

5

La collana

 

Erano le sette del mattino e Luigi era già assorto nel pulire il bancone del The Party: il signor Vincenzo gli aveva offerto il lavoro con molta gentilezza dopo che lo storico cameriere si era licenziato all’improvviso, e non si era proprio sentito di rifiutare, dal momento che il piccolo portafoglio sdrucito, nascosto nei recessi del suo armadio e che conteneva i suoi già esigui risparmi stava deperendo a vista d’occhio. Trasalì visibilmente quando vide apparire all’improvviso davanti ai suoi occhi una figura familiare.

“- Buongiorno.” – salutò Vittoria, sedendosi ad uno degli sgabelli di legno e accavallando le gambe. Luigi la guardò dritto negli occhi. Era lì per uno scopo, era evidente.

“- Siamo ancora chiusi… Ripassa fra mezz’ora” - sbottò rudemente e versò nuovamente dell’alcol etilico da una bottiglia rosa acceso sul bancone ormai perfettamente lucido. Vittoria storse il naso quando l’odore forte e pungente le arrivò alle narici.

“- Non sono qui per bere. E lo sai anche tu. Devo parlarti.”

Luigi lasciò cadere lo straccio sul bancone e incrociò le braccia al petto.

“- E di cosa esattamente?”

Vittoria non gli diede soddisfazione.

“-So chi sei. Ho chiesto in giro, sai? Arrivato qui da poco, non si sa il perché… O almeno non si sapeva fino a ieri sera.”

Luigi la guardò.  Sembrava abbastanza decisa: non se ne sarebbe andata via da lì fino a quando non avrebbe avuto l’opportunità di dire quello che voleva dire: tanto valeva lasciarla parlare. Si schiarì la gola:

“- Vittoria… Giusto?”

Lei annuì: non sembrava sorpresa del fatto che lui conoscesse il suo nome: probabilmente aveva collegato lui ad Ambra e agli altri.

“- Cosa vuoi?”

La ragazza si aprì in un sorriso: le stava dando proprio quello che voleva. Rovistò nella borsetta di pelle nera: Luigi notò tristemente che il valore di quella borsa si aggirava probabilmente attorno al valore di due dei suoi stipendi, ma passò oltre. Vittoria estrasse un fazzoletto di stoffa bianca e lo posò sul bancone.

“- Ecco.” – esclamò con fare teatrale e richiuse rapidamente la borsetta. Luigi guardò il fazzoletto e rise.

“- Carino.” – osservò cinicamente – “E’ il regalo di papino per la parata di ieri?”

Vittoria alzò gli occhi al cielo.

“- Ti serve quello che c’è dentro.”

Aprì il fazzoletto, che era piegato in quattro e Luigi vide un lungo capello nero. Credeva di sapere di chi fosse.

“- Non mi interessa.” – ribattè immediatamente – “Vai via di qui.”

Vittoria rise.

“- Sappiamo benissimo che non è così.”

Luigi si sporse sul balcone.

“- Anche se non fosse così, non credo siano affari tuoi.”

Vittoria sostenne il suo sguardo e si avvicinò ancora di più a lui. Poteva sentirlo respirare sul suo mento.

“- Sì che lo sono. Sara è la mia matrigna.”

La curiosità di Luigi crebbe.

“-Davvero? E che cosa speri di guadagnarci?”

Vittoria assunse l’espressione più convincente del mondo.

“- La verità… Per tutti questi anni ho sempre avuto la sensazione che stesse nascondendo qualcosa. Voglio sapere che razza di donna è davvero quella che mio padre ha sposato.”

Luigi rise.

“- Commovente, tutto questo amore filiale, lo sai? Mi hai quasi convinto. Peccato che io le conosca le persone come te: non fanno mai niente per niente. E io lavoro da solo. Da sempre.”

Vittoria assunse un’espressione a metà fra lo scettico e il disgustato: nessuno aveva mai osato rifiutarla, mai. Era la figlia del sindaco, per giunta giovane e carina: le porte per lei erano spalancate, sempre.

“- E in ogni caso”- soggiunse Luigi – “ Non posso eseguire un test del DNA senza il consenso dell’interessata.”

Vittoria si alzò dallo sgabello. Il fazzoletto rimase sul banco.

“- Tu no, ma il tuo amico medico sì… Sono certa che troverebbe il modo, se volesse.”

Luigi fissò sul fazzoletto. Il suo intero essere era pericolosamente in bilico. Gettò lo sguardo su Vittoria, ma lei era inespressiva, i suoi lineamenti parevano fissi come pietre. Luigi tentennò, poi sporse la mano e prese il fazzoletto tra le mani. Sembrava che potesse bruciargliele.

“- Buona fortuna, ragazzo.”

Luigi rimase a fissare il fazzoletto tra le mani. Non si accorse che lei si era già allontanata.

 

 

 

 

 

Foggia, obitorio, quello stesso giorno.

Il volto di Vera era livido, con le labbra bluastre. Il tavolo di ferro su cui era poggiato era gelido. Enrico lottò disperatamente contro il crescente senso di nausea che gli opprimeva lo stomaco. Era passato tanto, davvero troppo tempo dall’ultima volta che aveva visto un cadavere. Il medico legale aveva da poco terminato l’autopsia, a giudicare dai ferri chirurgici non ancora lavati posti accanto alla vittima e stava scoprendo il corpo per mostrarlo a lui e al comandante dei carabinieri. Dopo le opportune presentazioni, il medico legale indicò con ad Enrico di avvicinarsi. Lo stomaco dell’uomo urlava, ma si fece coraggio. Non avrebbe mai immaginato di dover fare questa fine nel momento in cui aveva scelto di fare l’antropologo.

“-Guardi questi segni sul braccio… Sono simboli insoliti, non trova? Ne conosce il significato?”

Enrico prese il braccio di Vera e lo osservò attentamente. Conosceva quel marchio. Sapeva benissimo dove l’aveva incontrato la prima volta…

“- E’ lo stemma dei Varesi, giusto?”- chiese il capitano dei carabinieri.

Enrico annuì lentamente. Immagini del passato danzavano nella sua mente, ricordi dal sapore amaro.

“- Sì, ma il simbolo non è nato con loro.” – iniziò a spiegare: aveva la bocca secca, doveva allontanarsi da quell’odore di morte. Posò con delicatezza il braccio sul tavolo, quasi accarezzandolo. Il medico e l’ufficiale lo guardavano, in attesa. Enrico si fece forza e iniziò a raccontare quello che sapeva.

“-Solitamente viene attribuito alla tradizione cristiana come nodo di San Giovanni e simbolo dell’Apocalisse, ma in realtà il fiore o il nodo, ha origini molto più antiche. I petali che si generano dall’interazione tra quattro porzioni di cerchio rappresentano i quattro elementi terrestri che in questo modo rifioriscono per generare pace. Nella cultura esoterica rappresenta anche la conoscenza… e l’unione di più mondi.”

Il comandante dei carabinieri e il medico tacquero

“- Quindi, Lei mi sta dicendo che il simbolo in questione… Non è niente di…”- iniziò il comandante.

“- Vuole sapere se si tratta di un simbolo satanico?” – il carabiniere annuì ed Enrico scosse la testa, dubbioso.

“- No, non è la tipologia di simbolismo che usano di solito. Inoltre nella tradizione cristiana si ritiene che questo simbolo sia una sorta di potente talismano contro il maligno… Ad ogni modo credo che l’omicida stia tentando comunque di mandare un messaggio molto preciso.”

“- Che genere di messaggio?” – anche il medico era interessato.

“- Non lo so.”- ammise Enrico.

“- Segezia è tappezzata da questi simboli…” – mormorò il comandante, turbato.

Enrico lo sapeva. Tutte quelle ricerche sul folklore locale però non gli richiamavano nulla su quello che poteva essere l’eventuale movente dell’omicidio. E soprattutto su chi potesse essere l’assassino. Eppure… C’era indubbiamente un’altra persona che ne sapeva quanto lui sulla storia di quel borgo dimenticato dal tempo. E viveva a Segezia. No, non può essere. Non è di certo un’assassina. Eppure Vera era stata uccisa in casa sua. Doveva dirlo agli investigatori? O lo sapevano già ma cercavano conferme alle loro ipotesi? Decise di tenerlo per sé per il momento.  Non c’erano prove che collegassero Sara a quell’omicidio. Anche se era laureata in Antropologia come lui. E non aveva mai più lasciato Segezia dopo il periodo di studio che avevano trascorso insieme nel fare ricerche sulle tradizioni locali… Dopo un po’ di tempo per lei quella non era più una ricerca. Era diventata in breve tempo un’ossessione. Sapeva già senza che il comandante glielo dicesse, quale sarebbe stata la sua destinazione da lì a 10 minuti: Segezia.

 

Irene si diresse senza indugio verso l’imponente edificio della biblioteca. Ignorò il rumore dei suoi sandali sulle scale e si introdusse nel grande atrio. Rimase senza fiato: l’interno era molto più grande di quanto potesse apparire all’esterno, come fosse il frutto di una bizzarra illusione ottica su grande scala. C’era un sontuoso punto di accoglienza: chiese informazioni e cinque minuti dopo la tessera di iscrizione era nelle sue mani. Era strano da spiegare, il senso di oppressione che sentiva nel petto in quei giorni: forse era triste per la morte di Vera, ma una parte di lei sussurrava impaziente che c’era dell’altro. Forse avrebbe dovuto mollare tutto e andare via da quel luogo…Avrebbe trovato il modo di spiegare a Selenia la sua assenza, non le importava… Ma poi l’immagine di Vera le offuscò la mente. E quella di Ambra, Alex e Luigi… In fondo sai che hai già scelto. Altrimenti non saresti qui disse a sé stessa.  Arrivò ben presto nel reparto dedicato alla storia locale: il silenzio era talmente profondo si sarebbe potuto sentire uno spillo cadere per terra. Il rumore dei suoi passi era quasi fastidioso: non fu sorpresa di trovare nessuno nella grande sala. Gli immensi scaffali in ciliegio emanavano l’odore di legno, di carta, inchiostro e di qualcosa di antico e dimenticato. I libri erano ordinati per periodo storico di riferimento. Irene si avvicinò allo scaffale e ne lesse i titoli poco promettenti: I borghi e il fascismo… si chiese se Vera l’avesse mai letto. Lo rimise apposto sullo scaffale e proseguì nella sua ricerca. Passò veloce lo sguardo su una serie di libri di fotografie delle borgate circostanti, finché un titolo attrasse la sua attenzione. Segezia. I Varesi tra storia e leggenda. Irene lo trasse fuori dallo scaffale e ne osservò il simbolo dell’Apocalisse stampato sulla copertina. I suoi occhi andarono alla ricerca dello scrittore: Enrico Mucilli. Aggrottò le ciglia. Non lo conosceva… Uno pseudonimo forse? O era semplicemente la sua ignoranza?  Posò il volume sul grande tavolo e iniziò a sfogliarlo… Saltò a piè pari la prefazione e l’indice e si immerse nella lettura, come faceva da bambina con i libri di fiabe…

Le origini di Segezia, ad oggi sono incerte. La tradizione locale fa riferire la sua nascita alla volontà dei Conti Varesi, Maria e Lorenzo: fu infatti per loro volontà che venne edificato probabilmente attorno all’anno 1656 il loro castello di cui non sono rimaste ad oggi, tracce note ad eccezione delle antiche rovine situate nella pineta centenaria a nord del borgo.

Irene spalancò gli occhi: un castello? Continuò a leggere.

L’unica impronta medievale autentica dei Varesi può però essere ricercata nell’antico campanile: leggenda dice che la stessa Contessa Maria avesse curato i dettagli dello splendido orologio che può essere liberamente ammirato da tutti i visitatori del borgo…

Avrebbe preso quel libro in prestito, ne era più che sicura. Fece scorrere rapidamente le pagine del volume tra i polpastrelli: ne erano meno di 300… Da topo di biblioteca qual era, avrebbe potuto finirlo quel giorno stesso. Poi i suoi occhi caddero su un altro stralcio:

 

“Il rapporto tra i conti Varesi ad oggi, non è chiaro. Certamente il loro matrimonio fu imposto dalle loro famiglie, come da costume all’epoca. Eppure decine di ballate descrivono la contessa Maria come profondamente innamorata del suo sposo: questo non è del tutto improbabile perché, nonostante le fonti storiche siano scarse, le famiglie degli sposi erano legate tra loro da un profondo legame di amicizia, cosa che rendeva probabile il fatto che i due giovani si conoscessero sin dalla più tenera infanzia. Altre fonti (vedi indice delle fonti a pag 293) descrivono la donna amareggiata e distrutta dalla morte del marito Lorenzo in circostanze rimaste ad oggi ancora ignote il 4 settembre 1664, come risulta dai registri parrocchiali dell’epoca”.

Irene fece un rapido conto mentale. Secondo il manuale, la data di nascita di entrambi si attestava presumibilmente attorno al 1636. Quindi Lorenzo Varesi era morto a 28 anni. Perfettamente in standard con la durata media della vita media dell’epoca, ma…

“E’ infatti da questa data in poi che le notizie sulla famiglia dei Conti Varesi e sul loro destino si fanno sempre più incerte, fino a scomparire del tutto: dalla coppia non nacque nessun figlio, motivo per il quale la discendenza Varesi può considersi terminata con loro. Il castello venne misteriosamente distrutto da un incendio circa sei mesi dopo la morte di Lorenzo Varesi…”

Troppo, troppo poco per poterci costruire sopra di concreto…. Avrebbe dovuto leggerlo tutto per avere le idee più chiare. Qualcosa le diceva però che lo storico, Enrico Mucilli si sbagliava e anche di grosso su alcune sue supposizioni. Nella sua testa cominciava a prendere contorno un’intuizione… Le foto, scattate in piena Guerra Mondiale… Possibile che la discendenza dei Varesi non si fosse fermata? Possibile che potessero essere loro?  Ma questo è impossibile, si disse. Proveniamo tutti da città diverse, le nostre famiglie non hanno nessun legame apparente. Poi si ricordò che non era vero. Ambra era nata e cresciuta a Segezia. Luigi aveva vissuto sempre a Foggia, ovvero a meno di 15 chilometri da Segezia. Ed erano là. Così come erano a Segezia quei quattro giovani durante la guerra… L’omicidio di Vera non era un caso, ne era più che certa. Ma possibile che il collegamento fossero proprio loro?

“- Mi piace vedere una donna quando riflette… Sono piene di fascino e di una bellezza così introspettiva…” – commentò qualcuno. Irene saltò sulla sedia dallo spavento. L’uomo, biondo e pallido, le sorrise amichevole.

“- Mi scuso per averla spaventata.” – disse, suadente. “- Il mio nome è Claudio.”

Irene era incerta. Era sempre in imbarazzo quando doveva parlare con degli sconosciuti.

“- Irene… Lei lavora qui?” – chiede, tendendogli la mano. Lui gliela strinse: era singolarmente fredda ma quando Irene gliela strinse avvertì una sorta di scintilla, un pizzicore, come quando si prende una scossa elettrica.

Claudio si sedette di fronte a lei.

“- No, ma sarebbe meraviglioso, non trova? Tutti questi libri…Sono la felicità per le anime sognatrici come le nostre.”

Irene lo guardò, leggermente insospettita.

“- Cosa ne sa della mia anima?” - gli chiese, evitando di fissare quegli occhi cerulei.

Claudio rise.

“- So molto più di quando lei possa immaginare, sa? Sono bravo a leggere le persone, di solito… E lei, signorina…Lei è così profonda che non ha un’anima dentro, no. Lei ha un abisso.”

La stava volutamente mettendo a disagio, o voleva semplicemente provarci con lei? Irene non si lasciò ammorbidire da quelle sue parole e non rispose…. All’improvviso tutto le apparve così surreale. Come una sorta di strano sogno ad occhi aperti. Claudio osservò il libro che stava leggendo: Irene d’istinto, provò a nascondere il titolo, ma era troppo tardi. Claudio sorrise.

“- Appassionata di storia, a quanto vedo.” – osservò – “Beh, ha buon gusto.”

Irene si schiarì la voce.

“- Anche lei lo è?”

Claudio la scrutò attentamente e le sorrise. Poi scosse la testa.

“- Non esattamente… Io mi definirei più un estimatore del Tempo.”

Irene alzò un sopracciglio, scettica.

“- Il Tempo?”- chiese, incerta.

Gli occhi chiari di Claudio sembravano diventare sempre più grandi.

“- Certo… Non si è mai soffermata a pensare alla grande potenza del Tempo? Non è forse esso che fa la storia? Immagini che potere immenso avrebbe qualcuno che riuscisse a manipolarlo a suo piacimento.”

Irene era confusa. E per niente a suo agio. Sembra un esaltato… anzi lo è, pensò. Claudio la stava fissando e lei si trovò costretta ad annuire alla sua osservazione. L’uomo si alzò e iniziò a camminare lentamente in tondo per la sala deserta, lo sguardo perso in qualcosa di molto remoto.

“- Il tempo non è altro che sinonimo di potere. Con il tempo si ottiene tutto… L’amore, la vita, i nostri sogni, i desideri nascosti nei più profondi recessi della nostra anima…La vendetta.”

Irene alzò gli occhi verso di lui dopo l’ultima parola. C’era qualcosa in lui… Emanava delle onde dal suo corpo… Era come una sorta di assurdo magnetismo: provava repulsione ma non riusciva a scappare. Era come ipnotizzata. L’uomo sembrò riscuotersi dalle nebbie della sua mente e ritornare al presente.

“- Ci rifletta su, Irene…” – le mormorò ad un orecchio e Irene lo vide allontanarsi dalla sala. La sua ombra si specchiava sul pavimento lucido come uno specchio. Osservò il libro che aveva tra le mani e fece un respiro profondo: non si era accorta che aveva trattenuto il fiato per quasi tutto il tempo del loro breve scambio di parole. Non sapeva spiegare perché si sentisse così turbata: sapeva soltanto che voleva andare via da lì. Prese il libro e si diresse verso il punto prestiti, mise una rapida firma e uscì più sollevata: sentiva irrazionalmente di essersi lasciata alla spalle qualcosa di molto sinistro, una sorta di oscura ombra. Il sole caldo, il rumore delle cicale e la sua bocca secca la riportarono alla realtà.  Si sedette su una panchina all’ombra di due grandi eucalipti che riversavano intorno la loro balsamica fragranza e mise la testa fra le mani… Non sapeva spiegarlo, ma era come se fosse appena uscita da un brutto tunnel. Forza, andiamo a casa. Poi richiamò il nome nella sua mente. Claudio… Una vocina le sussurrò piano che avrebbe quell’uomo avrebbe potuto dar loro un sacco di problemi. 

 

Ambra era seduta sul divano di casa sua. Era tornata a casa alla fine, e Luisa le stava offrendo una tazza di tè. Erano in silenzio da più di dieci minuti e Ambra iniziò a pensare che avrebbe perso l’uso della lingua. La verità era che era stata toccata nel profondo. Molto più di quanto non gradisse in quel momento. Ed era assurdo pensare che per la prima volta dopo tanto tempo dopo la morte di suo padre, questa era la prima vera emozione che provava. Rabbia, delusione, frustrazione. Eppure… Eppure provava. Era come se negli ultimi tempi il suo cuore fosse diventato altro. Una sorta di scatola dove non c’era spazio se non per il vuoto. E la cosa più assurda era che la sua mente sapeva benissimo che era più che normale. Sapeva che prima o poi sarebbe potuto succedere… Sua madre era nel pieno diritto di rifarsi una vita. Ma qualcosa urlava prepotentemente nella sua mente che non poteva essere con quell’uomo. Non era adatto a lei, in nessun caso. E non perché fosse sposato, ma perché avvertiva nel suo intimo che non avrebbe mai potuto amare sua madre come meritava.

“- Tesoro… Mi dispiace che tu l’abbia scoperto in quel modo.” – Luisa le sorrise. E Ambra avvertì, percepì un po’ di quella donna straordinaria che era nel suo sorriso, il centro del suo mondo quando era bambina. Avrebbe voluto abbracciarla. Avrebbe voluto soltanto per un secondo, fare finta che la morte non fosse una presenza ingombrante fra di loro. Non ne avevano mai parlato davvero, ma per due motivi opposti: Luisa era stata rasa al suolo da quel dolore, Ambra invece lo conteneva. Si sentiva come i muri di una diga: l’acqua saliva e saliva e ogni giorno diventava sempre più difficile contenerla. Ma non aveva voglia di cancellare nella sua mente il sorriso di suo padre. L’uomo che le aveva insegnato tante cose… A guidare una moto, ad andare sott’acqua. L’uomo che aveva creduto in lei, sempre. E in quel momento qualcosa in lei si ruppe.

“- Mamma.” – mormorò e il cuore di Luisa si aprì a quella voce. Forse perché il tono di Ambra era spezzato, come lei in quel momento. E in quel momento, senza sapere il perché, forse senza nemmeno volerlo davvero:

“-Mamma… Io lo amavo….” – le lacrime sgorgarono, silenziose. E Luisa, per istinto dell’amore più antico, atavico e viscerale del mondo, la strinse a sé. Ambra sentì i suoi capelli, il suo profumo e per un attimo sembrò tornare indietro di vent’anni. A quando tutto era più semplice. A quando cadeva dalla bicicletta e lei la abbracciava. Si sentiva amata da sua madre, per la prima volta dopo tanto tempo.

“- Anche io amore.” - le sussurrò – “Lo amavo anche io… Tu hai perso tuo padre… Io ho perso l’amore della mia vita.”

E in quel momento Ambra capì. Capì il senso dell’alcol. Delle droghe. Dello gettarsi nelle braccia di uno sconosciuto. In fondo non era molto diverso dal rapporto che lei aveva con la musica: era un modo per sfuggire a quella crepa che entrambe avevano dentro. Tentare di sanare quella frattura. Era un modo per gettarsi in un abbraccio che però non sarebbe mai più stato il suo. Perché in fondo sua madre, così come lei e tutti gli uomini sulla Terra, aveva un bisogno disperato di essere amata. 

“- Mamma… Smettila di autodistruggerti.” – la pregò, accoccolata sulla sua spalla. Luisa appoggiò il mento sui capelli di sua figlia. La verità era che non era mai stata una buona madre per lei: non era tagliata per farlo, non era mai stata brava in quel genere di cose. Era sempre stata severa con lei… Troppo concentrata su sé stessa, troppo giovane quando l’aveva messa al mondo, troppo fragile. Non la stringeva in quel modo da quando era bambina. La amava appassionatamente, come ogni genitore amava suo figlio, eppure non era mai stata in grado di dimostrarle tutto quell’amore. Anzi, più ci provava, più sbagliava. Era come una sorta di maledizione. Rimasero così in silenzio ad ascoltare il ticchettio dell’orologio. Erano distanti ancora… Ma in qualche modo, in quel momento, erano l’uno il porto sicuro dell’altra. L’ancora che avevano gettato nel mare della loro instabilità…. Quel momento, quell’istante erano l’unica cosa che contava davvero.

“- Ambra…”

“- Sì?”

“- Ho chiuso con lui. Ho chiuso non appena ti ho vista.”

Ambra chiuse gli occhi.

“- Mi sento così egoista.” - le confessò. Sapeva come poteva apparire agli occhi di sua madre, ma non era così: lei voleva soltanto che sua madre potesse avere un uomo che la rispettasse e amasse davvero.

“- No. Non mi amerà mai come voglio essere amata io. Non lascerà mai sua moglie per me. Tutto sommato, credo che tu mi abbia salvata quella sera…”

 

“- Ma ti rendi conto di quello che mi stai chiedendo esattamente o no?!”

Alex era allibito. Come al solito Luigi era piombato all’improvviso nel suo studio, fregandosene della fila immensa fuori dal suo ambulatorio e proponendo una cosa al limite della fantascienza. Luigi sospirò.

“- Lo so. Lo so che è assurdo, ma tu sei l’unico che puoi aiutarmi!”

Alex si alzò di scatto e iniziò a camminare nervosamente avanti e indietro. Poi sospirò.

“- Cerca di comprendermi, Luigi.” - disse comprensivo, cercando di riportarlo alla ragione - “Non è semplice come pensi… Il risultato richiede almeno un giorno, come minimo. Ma non è questo il punto. Il punto è che potrebbero radiarmi anche solo se io proponessi di fare una cosa del genere, lo capisci? Non sai in che situazione potresti mettermi.”

Luigi capì che aveva ragione.

“- Va bene. Scusa. Ora vado.” - disse e fece per andarsene. Santo Cielo, come fa a farmi sentire così in colpa?! Pensò Alex.

“- Aspetta.” – ordinò e lo prese per il braccio per fermarlo.

“- Cosa?” - Luigi si liberò dalla presa e lo guardò, in cerca di risposte.

“- Possiamo provare…” - gli occhi di Luigi si illuminarono e Alex si affrettò a concludere – “Ma non posso garantirti nulla! Aspetta qui fuori, non ci vorrà molto per finire… E ora lasciami lavorare.”

Luigi annuì e si affrettò ad uscire.

“- Alex?”

“- Che altro c’è?” – replicò l’altro, stizzito.

“- Grazie.”

Alex annuì e per la prima volta gli rivolse un sorriso, scuotendo la testa. In fondo è una buona persona, pensò Luigi. Ho sbagliato a giudicarlo così in fretta. Si rese conto che aveva fatto con lui lo stesso errore che aveva fatto con Irene: Alex non era un tonto e un figlio di papà, era soltanto troppo legato alle sue sicurezze, alle formalità. Abitudinario, non amava il rischio. Probabilmente, per quanto lo desse meno a vedere rispetto agli altri, era forse il più destabilizzato fra tutti per quello che stava loro accadendo. Luigi si rese conto che l’essere stato tanto tempo solo con sé stesso lo aveva reso incapace di capire gli altri: e se all’inizio la cosa non lo toccava affatto, adesso iniziava a sentirne il peso… Non aveva fatto niente per nessuno, a parte che per sé stesso, per sopravvivere. Si chiese che cosa avrebbe fatto lui al posto di Alex, se la situazione fosse stata invertita e sapeva già la risposta. Non l’avrebbe aiutato, non senza avere qualcosa in cambio: era forse così diverso da Vittoria? Invece Alex aveva accettato di provarci, senza pretendere nulla in cambio, con il rischio di farsi rovinare la carriera. Attese pazientemente fuori dallo studio fino a quando Alex uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alla spalle.

“- Pronto?” – chiese Alex.

Luigi annuì.

“- Pronto, dottorino.”

E in pochi minuti furono fuori da Segezia.

 

Ambra guardò il cellulare e visualizzò il messaggio di Irene: “Come stai? Chiamami appena puoi. Ho delle cose da dirti.” Non le rispose: aveva bisogno di riassettare parecchi cassetti dentro di sé, prima di poterle rispondere. Si sedette sul letto della sua vecchia cameretta. Guardò la sua piccola libreria di legno bianco. Sorrise fra sé. Rimproverava sempre suo padre perché le occupava tutti i suoi scaffali con quelli che lei definiva cianfrusaglie: si avvicinò e toccò delicatamente con la punta delle dita un modellino di aeroplano in legno. Accanto a questo c’erano vecchi modellini di biciclette, di moto, di distintivi militari e cornici vuote. Ricordava come fosse ieri il giorno in cui sua zia le aveva proposto di disfarsi di quella roba insieme a tante altre. L’aveva sbattuta fuori dalla stanza, urlando. Ora capiva di aver esagerato… Non si tratta di non amarlo. E’ che devi lasciarlo andare. E’ in pace, ora. Se lo trattieni, fai del male soltanto a te stessa.

“- Sono pronta.” – mormorò a sé stessa e all’improvviso si sentì più leggera, finalmente libera da un peso. Sorrise ancora guardandosi allo specchio e scese al piano di sotto per prendere gli scatoloni.  Poco dopo era davanti al negozio di antiquario. La porta era chiusa a chiave e dietro il vetro era appoggiata una targhetta con una scritta nera e piena di fronzoli: “Suonare.”

Ambra trafficò con lo scatolone e lo trattenne a fatica con una sola mano, mentre con l’altra si sporse a tirare la corda: il campanello suonò e dopo un secondo la porta si aprì da sola. La prima impressione che ebbe fu quella di ritornare indietro nel tempo: dal soffitto pendevano numerosi lampadari dorati e con pendenti in vetro luccicanti: ai suoi piedi il parquet era quasi del tutto coperto da tappeti rossi, marroni e dorati con motivi floreali. Le pareti erano tappezzate da arazzi e quadri che ritraevano gentiluomini e dame settecentesche: dappertutto spuntavano come funghi tavolini bassi e ingombri di servizi da tè e posaceneri in ceramica.  Per poco la ragazza non urtò quella che sembrava essere una copia della statua di Amore e Psiche di Canova: amava molto quella scultura, la tenerezza di quell’intimo abbraccio impressa con morbida delicatezza nel marmo.  Il resto era tutto un insieme confuso di mobili in legno, candelabri e grandi lampade in stile tiffany. Ambra arrivò al bancone ma non vide nessuno: appoggiò lo scatolone e si perse nella contemplazione di un elaborato portaombrelli in legno, fatto da serpenti intrecciati.

“- Posso aiutarti?”- Ambra alzò gli occhi e per poco non svenne dallo spavento. C’era una ragazza minuta davanti al bancone, poteva avere al massimo diciassette anni, non uno di più. Tuttavia non era l’età ad averla spaventata, era il suo pallore. E gli occhi, rossi. Tutto era bianco di lei, i lunghi capelli sciolti dietro le spalle, perfino le sopracciglia e le ciglia. Se Alex fosse stato presente, la diagnosi sarebbe stata fin troppo facile: albinismo. Anche Ambra capì immediatamente e si ricompose subito, ma la ragazza se ne accorse e le sorrise, cercando di rassicurarla: probabilmente era abituata ad essere guardata in quel modo.

“- Non preoccuparti. Sai, io sono affetta da…”

Ambra la interruppe.

“- Sì, lo so. Scusami, è che…” - arrossì per l’imbarazzo.

Lei rise. Aveva una risata pura, squillante, cristallina.

“-Oh, non è nulla… Cosa mi hai portato?” - chiese, indicandole la scatola. Ambra sembrò ricordarsi lo scopo per il quale era venuta.

“- Oh, sì… Beh ci sono un po’ di cose. Erano di mio padre, sai…”

Il volto della ragazza si aprì in un sorriso dolcissimo, disarmante. Ambra si sentì invadere da una strana pace. La ragazza infilò la mano lunga e affusolata dalla scatola e ne trasse un vecchio monocolo.

“- Uhm… Molto interessante, Ambra.” - commentò, avvicinando la lente al proprio occhio destro.

La ragazza la guardò, allibita. Come faceva a conoscere il suo nome?  Anche qui la ragazza sembrò leggerle la mente, perché le rispose subito.

“- Sono una sensitiva.” – le sussurrò con una risatina e lo sguardo complice. Ambra ricambiò il sorriso, leggermente a disagio. Meno di due settimane fa non le avrebbe creduto affatto. Ma ora…

“- Il mio nome è Iris.” – le disse, leggera, quasi frivola. Ambra annuì.

“- E’ un bellissimo nome.” – commentò, sincera.

“- Oh, anche il tuo.” – rispose lei, guardando l’aeroplanino in legno – “L’ambra profuma. E’ la resina delle conifere…Si fossilizza e conserva resti vegetali e animali. Ed è importante conservare. Avere memorie. Come queste che hai in questa scatola.”

Ambra non sapeva cosa rispondere. Il suo istinto le diceva di non avere paura, ma osservandosi dall’esterno la situazione appariva piuttosto inquietante.

“- Non sto cercando di disfarmene, io…” – biascicò. Non sapeva cosa stava facendo. Perché si giustificava? E per cosa poi?

Iris ancora una volta riportò fedelmente i suoi pensieri in parole.

“- Non ne hai più bisogno. Chi ami è lì, dentro di te. Non hai bisogno di queste cose per amarlo e ricordarlo. E’ maturo. E’ saggio.”

Ambra annuì.

“- Ad ogni modo, se non è il genere di cose che vendete, posso riportarle indietro… Non mi importa nemmeno di essere pagata.”

Iris ripose il monocolo e gli altri oggetti all’interno del cartone e sembrava non ascoltare minimamente quello che Ambra stava dicendo in quel momento. Poi fissò i suoi occhi di ciliegia sulla ragazza.

“- Lo vuoi un regalo?” – le chiese di botto.

Ambra era sempre più destabilizzata. Non sapeva cosa rispondere: cercò di non essere scortese.

“- Sì, beh… Va bene. Grazie.”

Il volto della giovane si illuminò. Ambra notò che i suoi tratti erano molto belli. Aveva un viso a punta, somigliava ad un elfo, o ad una fata. Emanava un fortissimo odore, molto buono. Ambra cercò di individuare il profumo, senza successo. Strano, di solito era brava a riconoscere le fragranze.

“- E’ fresia.” – le rispose Iris e Ambra cercò di non agitarsi troppo. “- Se ti piace ti regalo una bottiglia… Lo faccio io stessa.” – poi si sporse sul bancone e le aggiustò una ciocca di capelli, mettendogliela dietro l’orecchio; Ambra cercò di contenere il suo turbamento di fronte all’improvvisa vicinanza fisica.

“- Ora chiamo mia sorella.”- la avvertì e Ambra non ne capì il motivo.

“- Arianna! Porta il regalo.”

Arianna uscì fuori dalla tenda alle spalle di Iris e Ambra capì perché la ragazza l’aveva avvertita: erano identiche. Erano gemelle. La ragazza deglutì. Era tutto strano, molto strano: la prima immagine che le passò per la testa, assurdamente, erano le gemelle del film Shining; oltretutto le due ragazze erano anche vestite identiche, con un vaporoso abito rosso che faceva risaltare la pelle diafana e gli occhi cremisi. Si pentì di quel pensiero e provò quasi dispiacere per loro.

“- Questo è per te.”- le disse Arianna mostrandole un sacchetto di velluto verde e Ambra cercò disperatamente di non scomporsi mentre notava come anche le voci fossero praticamente uguali. Forse quella di Arianna era leggermente più infantile. Iris sembrava eccitata:

“- Aprilo.” – le ordinò con impazienza ed entusiasmo.

Ambra ebbe qualche difficoltà a sciogliere i lacci del piccolo sacchetto, a causa delle sue mani tremanti. Rovesciò con delicatezza il contenuto del sacchetto sul bancone e vide qualcosa che la lasciò a bocca aperta. Era una collana, ma non una qualunque. Era meravigliosa: il pendente d’argento era stato modellato per formare una chiave di violino e al centro c’era una pietra blu. Era sbalordita. Come faceva Iris a sapere che lei era una musicista?

“- E’ bellissima. Veramente…” – disse a voce bassa, quasi a sé stessa.

Arianna la prese e andò alle sue spalle: Ambra capì le sue intenzioni e spostò i capelli; Arianna la agganciò e il pendente cadde con grazia sul suo collo. Ambra era confusa, mentre Iris assumeva un’espressione soddisfatta. Le stava davvero bene.

“- Grazie… Ma perché?”

“- E’ molto antica, lo sai?”- le spiegò Arianna, senza rispondere alla sua domanda. “- Abbine cura.”

Ambra era perplessa e curiosa.

“- Quanto antica?”

Le due sorelle sorrisero, complici.

“- Tanto.” – fu la semplice risposta di Iris. E Ambra capì che anche questa volta le toccava fidarsi.  Così si limitò a ringraziarle.

“- Grazie ragazze, davvero. Io…”- non seppe cosa dire: le mancavano le parole. Arianna le si avvicinò.

“- Tu sei buona. Io lo posso sentire.” – le mormorò ad un orecchio e pose la mano sulla mano di Ambra: la ragazza ebbe un tremito al suo tocco e sentì un improvviso tepore dentro di sé: era come se il suo corpo stesse rifiorendo dall’interno, una sorta di bizzarra primavera accelerata.

 

Alex incominciava a divertirsi: il viaggio con Luigi si stava rivelando migliore delle sue aspettative. L’auto scorreva tranquilla per le strada circondata da campi enormi di grano, in un morbido oro ondeggiante. Il caldo era soffocante, così avevano entrambi abbassato i finestrini, godendosi il vento tra i capelli e la luce accecante del sole. Alex alzò il volume dello stereo e sorrise soddisfatto: Ed Sheeran con Shape of you. Semplicemente perfetta per dare ritmo a quella che sapeva già sarebbe stata una situazione difficile.

“- Sembri di buon umore!” - gli urlò Luigi, urlando per sovrastare il vento e il volume spaccatimpani.  Alex rise, mentre innestava la sesta.

“-  Mi dà la carica… Qualcosa mi dice che ne avrò bisogno da qui a dieci minuti!”

Luigi rise e poggiò come sempre i piedi sul cruscotto: Alex lo guardò male, ma non disse nulla. Ormai era una sorta di rito, si era rassegnato.

“-Sai che non sei affatto male? Ti ho giudicato troppo in fretta!” – ammise Luigi, inforcando gli occhiali da sole e assumendo una posa da divo. Alex lo guardò come a dirgli “sei ridicolo”, poi aggiunse:

“- Scusa… Non sono interessato.” Luigi strinse le labbra e annuì soddisfatto mentre batteva il tempo con una mano sul bordo del finestrino.

“- Però. Ora fai pure le battute. La mia presenza è davvero miracolosa.”

Alex fece finta di non averlo sentito. Non voleva rovinarsi l’attacco dei Clean Bandit. Rockabye.

“- Non dovremo parlare?” - chiese Luigi – “Sai, chiacchiere da uomini… Cose molto on the road, non so se hai presente…”

“- Penso che possiamo tranquillamente risparmiarcelo, se non ti dispiace.” - rispose Alex e alzò ancora di più il volume. Luigi lo abbassò.

“- Bene, allora concentriamoci su qualcosa di più costruttivo.” – affermò risoluto.

“- Tipo?” - chiese Alex, superando una mietitrebbia.

“- Come convincerai i tuoi colleghi di Grey’s anatomy a farmi avere i risultati del test?”

Alex lo guardò. Sembrò rifletterci un attimo, poi chiese:

“- Cos’era che dicevi prima, delle chiacchiere on the road?”

Luigi scoppiò a ridere. Però. L’aveva davvero sottovalutato. Bene, se voleva continuare così…

“-Allora, dimmi… Quante ne hai portate in giro con questa? Sempre se l’hai completato il giro.” - soggiunse, allusivo. Alex sorrise.

“- Un gentiluomo non si vanta mai delle sue conquiste.” – rispose, voltandosi verso di lui.

“- Certo come no. Secondo me nessuna.” – Luigi adorava stuzzicarlo.

“- Oh, potresti stupirti. Tu invece… Suppongo sia una lista bella lunga.” - ribatté Alex, curioso.

Luigi parve rabbuiarsi. Tenne lo sguardo basso e sollevò le spalle.

“-Beh, io… Nessuna.”

Alex si voltò di nuovo, allibito.

“- Non è vero. Stai mentendo.” – rispose, di getto. Luigi scosse la testa.

“- No. Davvero.”

Alex capì che diceva sul serio. Poi spalancò gli occhi, incredulo.

“- Aspetta… Non mi starai dicendo che…” – lasciò in sospeso apposta la frase.

“- Ebbene sì. Casto e puro come un angioletto.” – ammise Luigi sorridente, togliendo i piedi dal cruscotto.

“- Scherzi?! Nemmeno un bacio?!”

Luigi fece cenno di no con il capo. Poi provò a spiegarsi.

“- Non ne ho mai sentito l’esigenza, ecco…”

Alex scoppiò a ridere. Se c’era una cosa che sapeva per certo grazie ai suoi studi è che certe pulsioni erano ancestrali, insite nel meccanismo di sopravvivenza della specie.

“- Oh, no. Stai mentendo. E’ impossibile che tu non abbia sentito certe…esigenze.

Luigi lo interruppe precipitosamente.

“- No! Cioè sì… Ammetto di sì… insomma nel sentire determinate necessità in senso fisico. Ma non ho mai incontrato nessuna...”

Il suo pensiero si soffermò involontariamente su Irene, per un decimo di secondo. Mai nessuna prima d’ora. Si sorprese di sé stesso: cacciò di nuovo indietro nei recessi del suo inconscio tali pensieri. La sua sincerità convinse Alex ad aprirsi.

“- Beh io sì invece… E’ finita però. Un sacco di tempo fa.” – precisò con una nota di amarezza nella voce.

“- Posso chiedere perché?”

Alex alzò le spalle.

“- Non l’ho mai capito con certezza. Non c’è chi ha lasciato chi. E’ stata una cosa reciproca” – rifletté – “Ad un certo punto ci siamo persi. Suppongo sia parte della vita. Si cresce, si cambia…Eravamo amici di infanzia. Poi siamo stati fidanzati, poi amanti…”

“- E poi estranei.” – concluse per lui Luigi.

“- Già.” – commentò Alex. Erano quasi arrivati: ad Alex parve strano, quasi fastidioso rivedere il caos della città, i clacson. Si era abituato al silenzio irreale del borgo. Perfino vedere l’ospedale lo disturbò e non riuscì capire il perché: non l’aveva mai detto a nessuno, ma amava lavorarci. Lenire il dolore degli altri non era per lui un lavoro. Era parte stessa della sua personalità. Si estraniava da tutto il resto: quando era lì dentro, il resto del mondo non esisteva. Forse era questa la ragione di tanto improvviso turbamento… Aveva capito che il mondo non era racchiuso tra quelle quattro mura. Era di più. Molto di più di quanto avrebbe mai potuto immaginare. Mostrò il tesserino alle guardie giurate, che sollevarono le sbarre per consentirgli l’ingresso nel cortile interno. Parcheggiò all’ombra di abete e fece cenno a Luigi di scendere dall’auto. Luigi si sgranchì le gambe e lo seguì a breve distanza mentre Alex si dirigeva verso un edificio in mattoni rosso, accanto al pronto soccorso. Luigi ebbe un improvviso déjà-vu e pensò a Nadia, l’anziana ostetrica. Chissà se avrebbe fatto in tempo a passare a salutarla… In fondo, che Alex potesse sapere non era più un problema. Alex tirò dritto verso l’interno dell’edificio e Luigi lesse sulla targa accanto alla porta la scritta “Sezione di Genetica Medica”.

“- Ci siamo” – gli disse Alex sottovoce “- Adesso, per favore, lascia fare a me. Niente scenate, niente irruenza, niente litigi. D’accordo?”

Luigi annuì.

“- Bene. Dammelo.” – Luigi capì che si riferiva al capello e gli porse il fazzoletto. Alex gli si avvicinò e gli tirò una ciocca di capelli.

“- Ahia!” - si lamentò Luigi.

“- Taci e aspetta qui.” – gli ordinò Alex e gli fece cenno di sedersi su un gruppo di sedie poste accanto al muro. Luigi lo vide dirigersi verso una porta in fondo al corridoio e bussare prima di entrare. Alex respirò profondamente, si stampò in faccia un grosso sorriso di facciata e partì alla carica. La prima cosa che notò era che nel laboratorio regnava il caos: due o tre specializzandi si affannavano a stampare quelli che probabilmente erano referti. Poi puntò il suo vero obiettivo: un medico tarchiato, basso e grasso, dal camice sgualcito e dai pochi capelli unti che stava aspramente rimproverando uno studente smilzo, pallido, brufoloso e con agli occhiali spessi. Sorrise beffardo pensando a che espressione schifata avrebbe fatto Marchesi se li avesse visti.

“- Professor Perrella! Che piacere! Come sta?” - tuonò pimpante e allargò il sorriso, già enorme. Il professore strinse dapprima gli occhi senza riuscire a metterlo a fuoco, poi mise gli occhiali rotondi. Alex lo vide sbiancare mentre lo riconosceva. Buon segno, pensò. Il medico cercò di ricomporsi. Alex riconobbe quel sorriso incerto e viscido, non gli era affatto mancato. Gli si rivoltò lo stomaco, ma non diede a vedere nulla.

“- Alessandro… Ragazzo… Bravo ragazzo.” –biascicò, provando a toccargli la spalla con la mano tozza e sudata. Alex si scansò.

“- Che ne dice se facciamo quattro chiacchiere?” - gli chiese, facendo cenno alla porta d’emergenza. Il professore sembrò tergiversare.

“- Beh, veramente io…”

Alex assunse un’espressione che non lasciava spazio a fraintendimenti. Perrella si schiarì la gola.  

“- Beh…Bene, se proprio insisti… Dopotutto mi fa piacere, mio caro raga…”

Alex lo zittì aprendo la porta che dava sulla scalinata di servizio.

“- Dopo di lei.” – gli fece cenno e Perrella uscì. Alex si richiuse la porta alle spalle.

“- Sai, Alessandro” - esordì Pennella con voce tremula – “Mi sei mancato proprio…Eri un bravo allievo, molto intelligente…”

Ma Alex non lo lasciò finire: lo prese di scatto per il collo della camicia e lo sbatté contro il muro bianco e gelido del corridoio.

“- Lei non è altro che un verme viscido.” - gli disse tra i denti con la voce colma di odio e disprezzo. Si sorprese di sé stesso: non aveva mai provato tanta rabbia. Cercò di controllarsi: si era ripromesso di non perdere le staffe per cui allentò la presa mentre l’altro annaspava cercando di non soffocare.

“- Mio caro raga…”

Alex lo spinse di nuovo con più forza al muro e Perrella ammutolì.

“- Mi ascolti bene. Mi serve un favore.”

L’altro lo guardava in silenzio con gli occhi sbarrati. Alex continuò.

“- Deve farmi un test del DNA. Devo verificare se una donna è la madre o meno di un mio paziente.  Lo deve fare ora.”

Perrella lo fissò come se gli avesse chiesto di andare sulla luna.

“- Beh” - iniziò tremolante, evitando di fissarlo negli occhi – “L’iter è semplice, deve portare qui i due interessati e…”

“- So benissimo come funziona l’iter. Non ho intenzione di seguirlo.”

Gli occhi acquosi di Perrella diventarono più grandi.

“- Ma… Mio caro ragazzo… Quello che tu proponi è illegale.”

Alex rise. Era proprio quello che aspettava di sentirsi dire.

“- E lei lo sa bene, non è vero? Se ne intende, di illegalità” - lo provocò.

Perrella lo guardò. Parve recuperare una parvenza di orgoglio perché gli rispose con arroganza.

“- Mi stai ricattando? Non oserai… Io…”

Alex strinse la presa e l’uomo divenne rosso in faccia.

“- Sì, la sto ricattando. Sì, io oso. Ecco i campioni.” – gli sbatté sul muso il fazzoletto – “Si dia da fare. Devono essere pronti entro stasera. Se non lo sono, domani si ritroverà la sua faccia stampata su tutti i quotidiani locali. E se prova a giocare sporco manomettendo i risultati, giuro che le faccio pentire di essere nato. La aspetto di là… Buon lavoro.”

“- Ma entro oggi… Potrebbe essere difficile…” - Perrella tentava di svincolarsi come se fosse dentro la rete di un accalappiacani.

“- Confido nella sua professionalità e solerzia.” –ribatté Alex ironico e lo lasciò a massaggiarsi il collo dolorante. Si aggiustò il collo della camicia e attraversò di nuovo il laboratorio per tornare da Luigi.

“- Allora?” -  gli chiese quest’ultimo, in apprensione. Alex fece un sorriso fiducioso, dandogli una pacca sulla spalla.

“- Ci sono riuscito.”

Luigi ricambiò la stretta sulla spalla, pieno di riconoscenza.

“- Grazie. E adesso?”

“- Adesso aspettiamo.” – rispose Alex, sedendosi accanto a lui e appoggiando la testa contro il muro.   

 

Ambra uscì dal negozio, spaesata e confusa. Si diresse a passi lenti verso casa, poi si ricordò del messaggio di Irene: le rispose invitando lei e gli altri a riunirsi come al solito la sera al The party. Ora che c’era Luigi a lavorarci, avrebbero potuto incontrarsi dopo l’orario di chiusura. Osservò felice la sua collana e toccò leggermente la punta della pietra blu con un dito… Fu un attimo. Una sensazione fortissima. Ambra ritrasse il dito, spaventata. Non avrebbe saputo dirlo con certezza, ma nell’istante in cui aveva toccato la pietra aveva visto qualcosa. Si guardò attorno: era nella piazza centrale del borgo. Non c’era nessuno. Attentamente, come se stesse toccando del cristallo, avvicinò di nuovo al dito alla collana…

Era seduta su una poltrona, aveva un abito verde smeraldo, intrecciato con nastri d’oro. Un giovane dai capelli scuri le strinse la mano. Lei sobbalzò al suo tocco. Vide sfilare davanti a sé una coppia di giovani donne. Bianche come il latte e sorridenti, avanzavano verso di lei tenendosi per mano.

“-  Maria.” – la chiamò il giovane seduto accanto. Si voltò di nuovo a guardarlo.

“- Lascia che ti presenti queste due splendide ragazze: loro sono Arianna e Iris. Sono le guaritrici della mia famiglia e dell’intero paese. Iris si inchinò dinanzi a lei.

“- Madonna.” – la salutò con rispetto – “Un dono per la sposa, signor Conte.” -

Lorenzo annuì, felice. Iris le porse una scatola riccamente intarsiata: su di essa capeggiava la scritta “contra daemones.”

Curiosò, pensò lei. Aprì la scatola: una meravigliosa collana a forma di chiave di violino con una pietra blu come l’oceano faceva bella mostra di sé. Sorrise alle due ragazze, riconoscente. Altea sciolse le sue mani da quelle della sorella.

“- Posso, Madonna?”

 Lei annuì e Arianna gliela mise al collo. Iris parlò, appoggiando una mano sulla sua. L’odore di fresia era inebriante.

“- Questa collana, mia signora, cattura i brutti sogni. Vi proteggerà da ogni male.”

Lei deglutì. Per un attimo il suo pensiero andò all’incontro con quel mostruoso demone…

Ambra ritornò bruscamente al presente. Una visione. Aveva avuto una visione. La ragazza, Maria… Si tolse di scatto la collana e la guardò meglio. Era identica. E le due donne… Si voltò verso il negozio di antiquariato, ma le luci erano spente. Rifletté attentamente. Che quella collana potesse essere la chiave di volta per giungere alla verità? Se era l’unico modo per capire cosa c’era dietro tutta quella storia allora avrebbero dovuto ucciderla per strappargliela dal collo.  Quanto alle due ragazze, avrebbe trovato il modo per rincontrarle ancora.

 

“- Tutto questo non ha il minimo senso!” – sbottò Sara, inviperita. Il comandante dei carabinieri Saragat alzò la mano per farla tacere.

“- Non sono un’assassina, non ho ucciso io quella donna! Chiamerò immediatamente mio marito… Ne dovrete rispondere a lui.” Cercò freneticamente il nome di suo marito Ascanio, il sindaco, in rubrica.

Il comandante non si scompose.

“- Non la stiamo accusando di niente. Stiamo soltanto dicendo che al collo della vittima è stata ritrovata una collana.”

Le mostrò una foto e Sara la riconobbe immediatamente: era la sua catenina d’oro con un piccola pietra di zircone.

“- Dalle impronte e dalla testimonianza della figlia di suo marito, Vittoria, è emerso che la collana è sua. Non è così? Lo nega?”

Sara stava per scoppiare in lacrime. Sapeva che Vittoria cercava di metterla nei guai. Era lì, pronta a stanarla, alla ricerca ossessiva di un suo errore. Come un predatore accucciato nel suo covo, in attesa che lei facesse un passo falso. Finora se l’era cavata bene, ma ora sentiva di essere pericolosamente sul bordo del precipizio. Vedere quel ragazzo, quella sera… Il mio bambino. No, non poteva permettersi di cedere. L’avrebbe protetto ad ogni costo. 

“- No, non lo nego.” – ammise – “La collana è mia.”

“- Ha mai avuto contatti con la vittima, prima d’ora?”

Lei scosse la testa. Saragat assunse un’espressione dubbiosa.

“- Allora come mai ha la sua collana?”

Lei alzò le spalle.

“- Non lo so, mi creda. Non ho idea di cosa ci facesse lì al suo collo. Non mi ero nemmeno accorta che ce l’avesse, io…”

Mise la testa fra le mani, disperata. Proprio in quel momento Enrico passò nel corridoio. Si videro ed entrambi spalancarono gli occhi per la sorpresa, ma lui tirò dritto senza salutare. Saragat se ne accorse.

“- Lo conosce?” – le chiese. Lei sembrava stordita e il carabiniere fu costretto a ripetere la domanda.

“- Sì… Noi eravamo compagni di corso in università.” – mezza verità. Erano molto più di questo… Ma preferì non eccedere nei dettagli.  Saragat si appoggiò allo schienale della sua sedia girevole.

“- Sa quindi chi è quell’uomo… Sa perché l’ho convocato qui?”

Sara scosse la testa.

“- Sul corpo di Vera sono stati trovati strani simboli. E lei mi ha appena detto che frequentava la stessa facoltà di Enrico Mucilli.”

Sara sbiancò. Aveva capito dove voleva andare a parare. Scosse la testa, nel panico più totale.

“- Non c’entro. Glielo giuro, io non c’entro.”

“- Questo lo vedremo.” – le rispose il capitano, dubbioso.

 

Ambra rientrò a casa, sconvolta. Sua madre non c’era e nella casa non si sentiva altro se non il ticchettio dell’orologio della cucina. Si stese sul divano e chiuse gli occhi. La testa le stava scoppiando. Si sforzò di ignorare il ritmico battere delle lancette, ma il suono diventava sempre più insistente…

Si sciolse i capelli biondi e osservò la sua figura pallida riflettersi nello specchio alla luce flebile delle candele. Era una candida notte di luna piena. La vestaglia bianca cadeva a pennello sulla sua figura esile. Alzò un dito verso lo specchio e toccò il proprio riflesso. All’improvviso vide Lorenzo apparire dietro di lei. Le si avvicinò, esitante, per toglierle la collana. Lei lo fermò, trattenendo il pendente al collo.

“- Cosa c’è?” – le mormorò lui, sottovoce. Era incredibile la loro connessione. Poteva sentirla vibrare, pulsare, espandersi all’infinito in quel silenzio pallido, tra le flebili ombre create dalle luci della candela. Erano uguali. Anime affini, avrebbero potuto per sempre parlarsi da lontano. Attraverso lo spazio, attraverso i millenni. Si voltò per guardarlo. Lorenzo sentì le gambe piegarsi per quanto era profondo quello sguardo.

“-Credi davvero che mi proteggerà dai miei incubi?” - gli chiese, spostando lo sguardo verso il monile, che riluceva debolmente di blu e di viola nella semioscurità della stanza. Lorenzo avvicinò lentamente la mano sulla pietra. Poi la spostò sulla sua pelle chiara, morbida e profumata. Poggiò la fronte su quella di lei.

“- Dove lei non arriva, arriverò io.” - le sussurrò piano. Lei avvertì gli occhi inumidirsi.

“- Credi che potrai mai amarmi, Lorenzo? Perché se è così… Se riuscirò mai a farmi amare da te… Io non rimpiangerei mai nulla.”

Lorenzo non rispose. Lei era là, e c’era in quel momento. L’unica cosa che davvero contava era poter vivere quell'istante. Era di nuovo sua amica, sua complice. Io non ti merito, pensò. Non ne era all’altezza. Non conosceva uomo che potesse essere all’altezza dell’anima di Maria. Senza parlare le infilò le dita fra i capelli. Maria tremava. Poteva sentire il suo respiro caldo sulle sue palpebre. Il battito calmo e potente del suo cuore quando posò una mano sul suo petto. Erano là, con le labbra ad un millimetro l’uno dall’altra… Se soltanto lui si fosse lasciato andare. Se soltanto le avesse dato una possibilità… Odiandosi come non mai in quel momento, Lorenzo fece per staccarsi. Ma lei lo trattenne, fronte contro fronte, mettendogli una mano dietro la nuca.

“- Nella mia mente, Lorenzo.” – gli confidò ad occhi chiusi – “Nella mia mente ho incontrato un demone orrendo. E non è una fantasia, è la realtà. Ne ho ancora il segno sulla pelle… Avrei potuto avere il mio amore, in cambio del tuo… Dovevo soltanto eliminare lei. Ma non ho potuto.”

Lui allibito, la ascoltava senza proferire parola.

“- Perché mi dici questo?” -  le chiese. Lei non rispose. Non lo sapeva.

“- Non posso promettere di amarti. Ma qualunque siano i tuoi demoni, da oggi saranno anche i miei. Li affronteremo insieme.”

Lei gli raccontò tutto di Amon fino a quando non addormentarono insieme quella notte, con le mani intrecciate e i volti vicini. Maria era sola nel letto quando si svegliò, il mattino dopo. Si alzò e si mise alla finestra: il cielo era grigio, e l’aria fresca e carica di pioggia. Poi il suo occhio cadde su un grande stendardo giallo e nero: tutto si poteva dire di Lorenzo, tranne che avesse paura. Il nodo dell’Apocalisse svettava fiero da una delle torri, lo stendardo della nuova casata creata da loro. Sorrise, pensando alla sua frase della notte precedente.

 

Irene si incamminò a passo rapido verso la pineta. Doveva capire. La prima cosa che balzò ai suoi occhi era lo stemma del fiore sui cancelli di ferro, che questa volta erano aperti. Come Luigi la prima volta che ci era capitato davanti, anche lei avvertì un senso d’inquietudine invaderla da capo a piedi. Sapeva che era irrazionale ma l’incontro con quell’uomo, quel Claudio sembrava aver amplificato le sue già preponderanti insicurezze. Entrò all’interno della fitta boscaglia: il terreno era chiaramente incolto, pieno di erbacce. Irene pensò con timore che potessero annidarsi vipere. Proseguì alla ricerca di quelle che dovevano essere le rovine…

 

L’urlo di Maria fu straziante. Tutto bruciava. Era finito. Tutto finito. Le fiamme erodevano violente e fameliche ogni traccia della sua felicità. Aveva perso ormai ogni barlume di razionalità. Era scesa nel baratro più profondo della disperazione…Lorenzo. Il dolore di quando suo padre aveva dato fuoco al suo laboratorio. Le labbra di Lorenzo. La sua stretta.  La sua voce e  i suoi occhi aperti e vuoti verso il cielo scuro. Lo stendardo bruciava…Le persone scappavano.

“Io ti conosco… Tu turnerai da me strisciando.” Era vero. Era successo. Era colpa sua. Soltanto colpa sua. Sola artefice della sua autodistruzione. Non sarebbe dovuta tornare da Amon, lo sapeva. E quelle fiamme stavano divorando l’ultimo appiglio della speranza, l’unica fonte di ricordi, l’ultimo baluardo della sua umanità. Era spezzata. Era piegata. Amon aveva vinto. Si lasciò cadere per terra, mentre il fumo soffocante si abbarbicava ai suoi polmoni. Non avvertì le mani di Arianna e Iris trascinarla via. Protese le dita verso il rosso famelico del fuoco… Forse era giusto così. Lasciare che quel rogo urticante prendesse anche lei…

 

Irene arrivò al centro della radura. Osservò i cumuli di pietre annerite, tra cui spuntavano ciuffi d’erba e di grano selvatico. Si chinò e le toccò: erano fredde e umide. Avvertì una improvvisa tristezza… Ripensò alle parole di Claudio… La verità era che l’uomo era mortale e labile di fronte al tempo. Di una cosa ne era certa: qualunque cosa fosse successa ai conti Varesi, quella contenuta all’interno del libro non era nemmeno un terzo della loro reale storia. Sospirò e si rialzò in fretta… Poi si voltò di scatto. Aveva sentito un flebile rumore provenire dai cespugli e si sentiva osservata. Affrettò il passo, maledicendosi per essersi allontanata fino a quel punto. Il panico invase il suo corpo e una potente scarica di adrenalina la fece partire a razzo quando avvertì dei passi alle sue spalle: senza volerlo si ritrovò a correre, inseguita da qualcosa di ignoto e sinistro: la tracolla di pelle con il libro che aveva all’interno le segava dolorosamente la spalla, aveva il fiato corto e all’improvviso si trovò catapultata contro la terra umida del sottobosco: era inciampata in uno dei tronchi abbattuti sul terreno. Avvertì il suo inseguitore alle calcagna e cercò di rimettersi in piedi, ma il dolore alla caviglia era lancinante: ricadde di nuovo sul terreno. I passi si facevano sempre più vicini, il suo inseguitore era in vantaggio. Irene tentò di trascinarsi nel profondo del sottobosco aiutandosi con le mani, dietro un gruppo di felci. Il respiro era affannato, incontrollabile. Era vicino, sempre più vicino. Le mani dolevano, già piene di tagli contro il pietrisco e le spine: le ginocchia erano sbucciate e sanguinanti. Ti prego, ti prego. Non riusciva a pensare ad altro. Ce l’aveva quasi fatta… Se soltanto non fosse stato così vicino. Avvertì una figura nera torreggiare alle sue spalle. Il rumore dei passi cessò, la sua ombra si proiettò sul terreno davanti ai suoi occhi. Irene urlò in preda al terrore mentre veniva afferrata e rivoltata. La sua testa urtò contro le rocce e avvertì il sangue caldo scendere dalla sua ferita pulsante mentre si ritrovava faccia a faccia con il suo inseguitore.

“- Tu…” mormorò, basita e stordita dal colpo alla testa. L’immagine era confusa, sdoppiata e poco nitida per il colpo subito. Ma non fece in tempo a dire altro: ricevette un violento schiaffo e crollò per terra, priva di sensi. La figura le prese il braccio e la trascinò lentamente per il sottobosco, incurante delle irregolarità del terreno e dei sassi che ferivano la ragazza…

 

Perrella uscì finalmente dal suo studio. Erano le otto e trenta di sera ormai, e Luigi e Alex erano lì dalle undici del mattino. Luigi aveva anche saltato il turno di lavoro all’ultimo minuto. Avvertì un vago senso di ansia stringergli il petto quando vide Alex alzarsi e andare incontro all’uomo che gli consegnò la busta con aria ostile. Alex la prese e gli voltò le spalle senza salutare, cosa insolita. Ma Perrella lo bloccò.

“- Ragazzo!” – lo chiamò rudemente. Alex si voltò.

“- Con questo siamo apposto… Giusto?” – gli chiese.

Luigi non capiva: Alex annuì.

“- Sì, siamo apposto.”

Perrella si girò e ritornò nel laboratorio sbattendo la porta: Alex raccolse la sua giacca e la mise sotto il braccio, dirigendosi verso l’uscita. Ma Luigi non era convinto.

“- Ehi, aspetta un secondo.” – gli disse, afferrandolo per un braccio – “Che cosa ha detto quell’idiota?”

Alex svincolò dalla sua presa.

“- Niente di importante. Non preoccuparti… Andiamo all’auto? Quest’attesa è stata logorante.”

 

Si diressero in silenzio verso l’auto. Luigi stringeva la busta del referto in mano… Sembrava pesassero tonnellate. La pioggia aveva iniziato a scendere copiosa, ma l’umidità era soffocante. Il cielo era grigio e torbido. Alex sospirò e mise in moto l’auto. Il caldo all’interno dell’abitacolo era soffocante.

“- Sei pronto?” - gli chiese, accennando alla. Luigi la soppesò, senza rispondere. Alex capì che era meglio non insistere.

“- Capisco. Quando ti sentirai pronto lo farai.” – inserì la retromarcia e l’auto iniziò a muoversi.

Luigi scosse la testa.

“- Muoio dalla voglia di leggerli.” –ammise – “Voglio soltanto che ci siate tutti quando lo aprirò. E voglio anche che mi spieghi quanto ti è costato davvero questo favore.”

Alex sbuffò. Perché doveva rendergli sempre le cose difficili? Attese pazientemente che la guardia alzasse la sbarra prima di iniziare a parlare.

“- Quello stronzo mi ha rubato la tesi. Per farci un brevetto.” – disse tra i denti. Luigi spalancò gli occhi. Alex cominciò a parlare: era come se stesse cadendo un muro dentro di lui.

“- Ero all’ultimo anno e lui era il mio relatore… Ovviamente aveva tutto in mano, tutto il materiale… Si trattava di un kit sperimentale per la diagnosi di sclerosi multipla. Ovviamente io non sono stato nemmeno citato.”

Luigi lo lasciò parlare. Capiva che aveva bisogno di sfogarsi.

“- L’ ho scoperto il giorno della laurea. Sono andato a parlargli prima della discussione della tesi… Ha detto che avrei dovuto tenere la bocca chiusa altrimenti non mi sarei mai laureato. E io ho accettato.”

Luigi si dimenò sul sedile. Era semplicemente inconcepibile.

“-Perché? Perché non l’hai denunciato dopo la laurea? E’ umiliante quello che ti ha fatto. Degradante.”

Alex rise.

“- Non lo so. Sapevo nel profondo di doverlo fare. Sono stato codardo e vigliacco, tutto qua. La mia famiglia… A mio padre non è mai importato molto di me. E’ medico anche lui, i miei hanno divorziato quattro anni fa. E’ stata mia madre a occuparsi del mio sostentamento durante tutti gli anni di studio. Ha fatto sacrifici immensi… L’auto è stata il suo regalo di laurea. Suppongo la stia ancora pagando. Volevo darle una gioia. Non volevo avvelenare quel momento, né prima né poi… Hanno provato per anni ad avere un altro figlio, dopo me. Dopodiché lui ha avuto una figlia da un’altra…Si è rifatto una vita, ha un’altra famiglia… Volevo soltanto che lei gioisse con me di quel momento. Del resto, sai Luigi non mi importa davvero. Che usino pure quel brevetto senza il mio nome sopra. Quello che conta è che aiuti davvero qualcuno.”

 

       Luigi si vergognò profondamente. Quante volte aveva accusato Alex di essere un figlio di papà viziato? Ed era sceso anche a patti con quel verme. Aveva capito il significato di quel siamo apposto. Il test, in cambio del silenzio di Alex. Quell’uomo era un vile.

 

       “-  Ma questo non mi ha impedito comunque di andare avanti…” – osservò Alex, quasi sollevato “- Sai, una parte di me sta valutando di lasciare la specializzazione in ginecologia. Credo ritenterò il concorso per neurologia l’anno prossimo, che si fotta Marchesi... Ho finito di fargli da leccapiedi. Resto a Segezia solo perché voglio capire in che cosa ci siamo cacciati e mettere fine a questa questione una volta per sempre.”

 

     Luigi annuì. Era in imbarazzo, cosa rara per lui. Avrebbe voluto dirgli grazie. Avrebbe voluto ripagare il suo gesto in qualsiasi modo.

 

“- Mi sembra una decisione… Piuttosto ragionevole.” –commentò.

Alex annuì.

“- Ho avuto modo di rifletterci su.”  

 

  Luigi accese la radio. La voce morbida e calda di Leona Lewis riempì il silenzio. Run. Chissà se avrebbero dovuto davvero scappare da tutto questo… Alex guidava in silenzio e Luigi osservava le luci dei lampioni scorrere rapide davanti ai suoi occhi, mentre la coltre di buio calava lenta come una tenda di velluto nero. Lo scrosciare della pioggia contro i finestrini era rilassante e lasciarono in fretta la città. Luigi avvertì una strana sensazione di sollievo, come se in qualche modo anche lui fosse libero da un peso. Tra poco avrebbe saputo la verità….

 

E poi, sbucò fuori all’improvviso. Una figura nera incappucciata apparve dal nulla, illuminata dalla luce gialla degli abbaglianti. Alex sterzò bruscamente per evitarlo, le ruote scivolarono sulla strada semi allagata. Durò pochissimo. Luigi urlò… Non voglio morire. Non voglio morire. Era l’unica cosa che riuscì a pensare in quel momento. L’auto finì fuori strada, urtò contro un palo della luce e si ribaltò. Lo schianto fu assordante, gli airbag si aprirono quasi istantaneamente. Frammenti di vetro del parabrezza volarono ovunque... Alex ne sentì alcuni finirgli in bocca... Poi il silenzio. Il sangue che colava sull’asfalto duro e bagnato. Il ticchettio debole della pioggia sui fogli del referto…

 

Ciao ragazzi! Scusate per l’assenza… Spero di essermi fatta perdonare, ho fuso due capitoli in uno, quindi questo è leggermente più lungo. Leggete… E fatemi sapere cosa ne pensate. Cosa vi è piaciuto e cosa no? Vi aspettavate questa conclusione del capitolo oppure vi ha annoiato? Grazie in anticipo per consigli e critiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Soprannaturale / Vai alla pagina dell'autore: marielou