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Autore: sympansheep    14/07/2017    1 recensioni
Agata Orfeo è cresciuta in fretta. Come tante altre ragazze nel mondo, per una motivazione o per un’altra.
Si è ritrovata per colpa della malavita a vivere in un povero ghetto al nord di Copenhagen, da sola, con un effimero supporto morale da parte di quelle che erano da bambine le sue compagne di giochi.
Eppure, loro non sono come lei. Loro non devono vivere in bilico tra l’essere zingara, ricca o assassina. E Agata non è una volpe, non sa sfruttare le persone: sa solo contare sulle proprie forze.
Ma arriva il momento in cui deve rinunciare all’apparente stabilità emotiva che le è stata accanto per ventitré anni e iniziare a scappare per davvero. Scappare dai sicari, scappare dagli opportunisti, scappare dalle autorità.
E non dovrà mai fermarsi: l’obiettivo sarà sempre fisso lì, e niente dovrà ostacolarlo.
Neanche l’alleanza, l’amicizia, l’amore improvviso.
Non una trappola dovrà intralciare la sua fuga.
Ma se invece si accorgesse che in realtà sta solo fingendo di correre lontano?
Genere: Angst, Sovrannaturale, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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Rik, bortskjemt, falsk
Capitolo 3 – Ricca, viziata, falsa


 
Impiegò poco tempo per tornare ad essere una zingara qualunque e a confondersi fra i passanti. Il quartiere viveva ad orari ben prestabiliti: era tutta questione di minuti. Per gli appuntamenti, tutti la pensavano allo stesso modo. Per le pause, chiunque aveva la stessa manciata di quarti d’ora. Il modus operandi era così uniforme che ogni persona poteva essere definita parte di un’unica creatura più grande.
La stessa che Agata voleva evitare, per la paura radicata nei suoi confronti. L’unica cosa che adesso poteva fare, affinché nessuno riuscisse a raggiungerla con lo scopo di portarla indietro dalle arpie e di riprendere forzatamente quella missione che aveva appena calpestato come i fumatori di vecchio stampo con i mozziconi di sigaretta era abbandonare le vie, raggiungere l’altra parte del muretto ed entrare in città senza farsi riconoscere. Non aveva con sé, però, i vestiti che in genere usava per recitare la parte adatta a quel momento. Quindi avrebbe dovuto fare un giro parecchio lungo, allontanarsi con le poche cose che aveva cercando di mescolarsi alle ombre notturne.
Non aveva altra scelta.
Aveva occupato uno degli appartamenti della zona malavitosa, per pura fortuna. Nessuno aveva voluto quella residenza, poiché era troppo piccola per continuare gli affari, o per far accomodare in casa un cliente – in quel caso sarebbe stata la donna il vero interesse dello spudorato di turno. Ma a lei bastava un materasso su cui dormire e una guardia che le permettesse di passare tranquilla la notte, forse neanche quella. Avendone bisogno colse la palla al balzo e la ottenne, insieme alla gratitudine del disperato proprietario.
Dopotutto, nessuno avrebbe voluto vivere (e vorrebbe) in un rione più simile a un ghetto in stile anni Quaranta, sia per edifici che per stile di vita, se non per stretta necessità. Dall’esterno della recinzione fatta perlopiù di pietre grezze e alcuni tratti delimitati da fili spinati arrugginiti, poteva sembrare solo una zona disabitata, silente, ma questo era il pensiero di turisti e ingenui che si ritrovavano a passare dall’altra parte, ancora nel pieno centro urbano. I curiosi che avevano avuto il coraggio di entrare, al contrario, potevano assolutamente smentire questa credenza, apparentemente molto diffusa.
Per fortuna nessuno era stato tanto eroico da segnalare il tutto alle autorità. Da una parte, però, si trattava di fortuna: la vita di Agata sarebbe andata a rotoli, più di quanto stesse già facendo di suo. Appare come un’osservazione paurosamente egoistica, ma era dettata dalla situazione in cui si era ritrovata sin dalla nascita.
Quella che i suoi genitori, a quanto pare, non potevano neanche minimamente concepire. E ciò li portò negli inferi, morti nella terra di nessuno per mano delle stesse marionette invisibili da cui la giovane zingarella tentava di fuggire.
Fuggiva da tutto come i codardi fanno con i problemi? No, non era così che in realtà girava il suo mondo.
 
Eccolo, il palazzo, proprio davanti ai suoi occhi. Il tragitto, a passo svelto, si era rivelato più corto di quanto effettivamente fosse. Vernice andata a male, all’esterno, l’umidità aveva fatto la sua parte, e talvolta anche gli incendi avevano imbruttito l’aspetto generale dell’edificio, il quale candore ormai sembrava essersi tramutato in color fegato. Se non ancora più scuro, cenere, o addirittura nero totale.
Gli alberi intorno, tuttavia, erano ancora piuttosto rigogliosi, come se fossero stati piantati da relativamente poco. Le radici, spesse e robuste, sollevavano l’asfalto rovinato, creando delle protuberanze consistenti, un vero pericolo per i meno svegli. Le ramificazioni, in alto, erano abbastanza forti da reggere anche due persone, e le fronde si affacciavano sui balconi più alti, appartenenti ai piani lasciati a sé stessi, non ancora terminati dopo chissà quanto tempo impiegato nei lavori di costruzione.
Un vero peccato, per l’intera capitale: un deturpamento dell’esteriorità civica bello e buono – più o meno. E nessuno pareva essere dell’idea di abbattere le abitazioni per ampliare per bene altre contrade.
Che la malavita si fosse spinta fino alla più completa protezione del ghetto? Questo Agata non lo sapeva, se l’era spesso chiesto, ma in fondo non le importava. Ciò che davvero rientrava nei suoi interessi, adesso che stava percorrendo silenziosamente le rampe e i lunghi pianerottoli, era prendere il minimo indispensabile, compresi gli spiccioli che aveva accumulato, e raggiungere l’altra parte del muro. Ma se ci fossero stati dei problemi non avrebbe fatto dietrofront, preso la strada per il mare e ripercorso i canali per uscire dal territorio di nessuno. Per lei l’unica via d’uscita era varcare quel rozzo insieme di lastre grezze messe una sopra l’altra. Non esisteva un piano B: l’avrebbe abbattuto con ogni tipo di mezzo, se fosse stato necessario.
Lei doveva uscire di lì. In fretta.
 
A cosa serviva una spada in tempi in cui i cecchini sembravano avere la meglio su ogni tipo di arma? Un saif, per giunta, un’arma araba che facilmente avrebbe destato scalpore in quel periodo. Le sue compagne, in passato, gliel’avevano chiesto con scetticismo, ma una persona veramente informata sulla ‘sì detta maledizione angelica – pensava Agata – avrebbe provato una stima immensa per la sua previdenza.
Questo perché, a tipi come lei, la maledizione impediva ad un semplice proiettile di danneggiare il suo corpo, provocando un dolore pari ad una botta su una superficie piana completamente liscia e neanche perfettamente solida. Non che le armi bianche da taglio fossero maggiormente avvantaggiate, ma con le giuste caratteristiche potevano essere fatali. E quel saif, ereditato dal nonno per mezzo del padre, era un esempio considerevole. Era uno degli oggetti indispensabili che doveva finire in borsa per primo, ma non poteva mica portarsela dietro come se niente fosse, era un’arma vera, mica un giocattolo. E non doveva neanche farsi scoprire, ovviamente: la licenza era di suo padre, non la sua. Sapeva bene che quest’ultima non era ereditaria, e non poteva richiederla così, di punto in bianco, dopo aver ucciso gente ritrovatasi davanti a lei per farla fuori.
Quella era l’arma che in genere usava il suo lato assassino. Aveva macchiato di rosso il terreno del cimitero e la Skasìla.
Certo, la Skasìla. Era la maschera veneziana da lei rinominata, e la stessa sorte subì il suo lato assassino. Letteralmente Colpo al cuore, la sua complice, il suo scudo: un volto dorato e opaco, dipinto di nero sulle labbra e intorno agli occhi, con un simbolo particolare su uno di essi, molto simile all’Occhio di Horo, ma dalle sembianze più femminili, meno stilizzate e statiche. Le avrebbe fatto compagnia ancora un po’. Anche questa, insieme al corredo rigorosamente nero composto principalmente da un mantello con un cappuccio e delle vesti elastiche e piuttosto attillate con cui di solito la portava, era stata posta ordinatamente nella borsa – anche il salario non eccessivamente scarno aveva occupato un angolino. E proprio quando pensava di aver preso tutto il necessario, si accorse di essere facilmente riconoscibile. Le serviva un aspetto appariscente, che l’avrebbe confusa fra le tante donne del posto – un effetto contrario a quello che è il camuffamento classico: per passare inosservati bisognava essere come gli altri, certo, ma in quel caso molto vistosi allo stesso tempo.
Doveva inscenare la parte di Dame Marine, la ragazzetta ricca e viziata. Atteggiarsi non era il suo forte, ma nella recita rendeva bene. Si limitò a cambiarsi, indossare quel poco di elegante che aveva, un abito corto con la gonna a campana smanicato fino al collo, con una piccolissima scollatura artistica proprio sotto la nuca, aggiustare i capelli in un pratico caschetto – nonostante mettere a posto la frangia scompigliata fosse una vera tortura, a suo dire – e truccarsi per rivedere il volto del suo secondo travestimento. Dopodiché, fugacemente, nascose sotto le vesti con tanto di fodero la Misericordia, il suo splendido pugnale, dalla lama suddivisa in parte d’acciaio e parte di cristallo del tutto intercambiabile. E accompagnata dal rumore deciso dei tacchi sul pavimento, uscì dall’appartamento, dandogli – probabilmente – l’ultimo, indifferente, addio.
 
«Perbacco!» un’esclamazione altisonante e dalle sfumature anche piuttosto stridule si levò in aria. «Che figo questo posto! Tipo i film polizieschi! Bam! Bam! Bam! I poliziotti che sparano all’assassino che scappa come una saetta! OH! Ma chissà! Magari capito davvero su una scena del crimine! Sembra il luogo perfetto per un omicidio».
A parlare, anzi, a urlare, era stata una giovincella dal faccino dolce di una bambina e vispo come quello delle pesti pronte a escogitare un nuovo dispetto “divertentissimo”. Guardava tutto con aria sognante, sebbene avesse un po’ di tremarella alle gambe, e scorrazzava da una parte all’altra della strada, la quale sarebbe rimasta ancora per poco deserta. Con tutto quel frastuono rischiava di anticipare le visite.
E ad Agata questo non andava affatto bene: la sentì sbraitare – stava addirittura fingendo fra l’altro di avere una pistola fra le mani bella carica, come in genere facevano i marmocchi – non appena i suoi piedi furono entrambi usciti dall’abitazione. Nascosta nell’ombra, e usare il termine irritata per definire il suo umore è un eufemismo, si avvicinò per vedere di chi si trattasse.
Ora poteva vedere ancor meglio quella tipetta impazzita che andava sparando con una revolver invisibile imitandone il suono e urlando complimenti neanche lontanamente immaginabili a quel covo delinquenziale: un megafono umano, la definì in un primo momento.
Sembrava troppo innocua per fare del male. E troppo innocua anche per difendersi. Provava una certa pena: era comunque una donna, e a vederla qualche mostro avrebbe potuto trascinarla in un vicolo buio per rovinarla.
«Omicidio in cui la vittima potresti essere tu» disse allora, mostrandosi nella sua elegante mise, con un’espressione sarcastica, che per nulla si addiceva al carattere della normale zingarella.
«Magnifico!, cioè, no, non è magnifico. Ma un momento, chi ha parlato?»
Ho capito che la vita fa di per sé schifo, ma neanche a questi livelli, pensò Agata a quel punto, assumendo un’aria perplessa. E poi, era praticamente dinanzi a lei, era forse una domanda retorica?
«Sono proprio qui davanti a te, megafono» alzò un sopracciglio. E quella sembrò immediatamente più sicura. Si avvicinò trotterellando, e non fece altro che aumentare lo scetticismo di Dame Marine, ma chi me l’ha fatta fare, stai al posto tuo, me ne vado.
«Oh, non ti avevo vista!» e come non vederla «Ehi! Che bel vestito! E che occhi! Sono uao, cioè, oddio, non trovo le parole per definirli!»
Portò una mano avanti, la donna, come a dirle che quello che aveva appena detto bastava e avanzava per almeno una decina di anni.
«Senti qui» abbassò il tono della voce, la piccoletta dal faccino da peste. «In realtà credo di essermi persa, giusto un po’ eh».
«Eppure non sembrava» la provocò l’altra, incrociando le braccia al petto. «Anche io sto cercando di uscire di qui sai?, ma devo cercare di non farmi vedere da quei brutti signori all’entrata»
«Ma io non ho visto nessuno!» cinguettò allora. E Agata, notata la sua scarsa attenzione al dettaglio, ci credette poco. «Dico davvero, giuringiurello» assicurò in aggiunta. E se quella innocenza fosse in realtà una messinscena? Era meglio rischiare o meno? Non era indifesa, affatto, ma quella ragazzina ai suoi occhi lo era, e ispirava vagamente fiducia. Era raro che si fidasse di qualcuno, la zingarella, e l’occasione era altrettanto unica.
«Io conosco la strada per l’entrata. Se scopro che stai facendo buon viso a cattivo gioco ti ucciderò all’istante: uomo avvisato»
«Ma no, sciocchina! Ti sembro il tipo? Ho una spada, è vero, ma… non è che sia tanto brava» ridacchiò sull’ultima parte della frase – con lo stupore di Marine, a quanto pare intercettato immediatamente dall’interlocutrice. «Non guardarmi in quel modo, sono autorizzata!» le disse sottovoce.
E la più anziana sapeva che quel tipo di persone autorizzate erano destinate a proteggere gli individui colpiti dalla maledizione. Da parecchi anni si era insediato un gruppo, chiamato Defense, che alla scoperta di nuove creature sovrannaturali prese di mira da fazioni estremiste si schierò prendendo la via dell’umanità e della tolleranza.
Inutile dire che bastarono pochi secondi per prendere una decisione.
«Allora seguimi» rispose, definitivamente. Lasciata la figura della ragazzina dietro di sé non si preoccupò del fatto che ella si fosse effettivamente accodata. Ne ebbe la prova definitiva quando si affrettò a raggiungere la posizione parallela con il suo fianco e a metterle una mano davanti.
«Comunque, piacere: io sono Dakota».


 
Noticine – Sono sympansheep, l'autrice di questo racconto. Vi ringrazio ancora una volta per aver letto fin qui!
Dopo altri sacrifici mentali sono di nuovo qui con il terzo capitolo. Due giorni di revisione passati nella disperazione più totale per cercare di fare meno orrori possibili, ho bisogno di una vacanza psicologica. Devo dire ciao ciao all'ansia pre-pubblicazione, ma ammetto che una volta postato per almeno quarant'otto ore ho una bellissima sensazione di sollievo. Poi mi butto giù di nuovo. Eh già. (cit.)
Intanto, dai, siamo alla fine 
– forse, dico forse – della parte un po' più pesante, la dinamica sta prendendo una svolta diversa da quella che io stessa mi aspettavo, quindi niente introspezione guys. O forse no? Hehehe. Vi lascio il beneficio del dubbio.
Fatemi sapere ciò che pensate di questo capitolo – vi prego fatelo! çwç Alla prossima settimana!
   
 
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