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Autore: gigliofucsia    15/07/2017    0 recensioni
Alisea é una ragazzina abile con la spada e con problemi al cuore, nata in una famiglia dalla professione centenaria di assassini, decide di scappare di casa per costruirsi una vita al di fuori della famiglia poiché non ne condivide gli ideali. Trova rifugio in un'organizzazione chiamata TMG votata a migliorare le condizioni di vita delle persone. Dopo tre anni, però il capo della TMG decide di dare la caccia alla famiglia di Alisea. Dopo molti interrogativi decide di salvare quelle persone che non hanno mai preso parte agli omicidi, gli Innocenti, cioè donne e bambini prima che il capo della TMG metta in atto l'attacco.
Genere: Avventura, Azione, Drammatico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 11

Ritorno a casa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla porta entrarono due uomini incappucciati. Alisea ed Eleonora, anche volendo non avrebbero potuto dire nulla senza che loro sentissero. Inoltre non avevano tempo. Alisea abbassò la lama e la sua testa venne invasa dalla nebbia. Posò la lama sul tavolo.

– Non preoccuparti Eleonora – disse mentre i due le afferravano le braccia, le legavano i polsi dietro la schiena e la portavano via.

Alisea riusciva a sentire la tristezza di Eleonora come se fosse la sua. La cosa la accompagnò finché non uscì dalle segrete.

Ma proprio nel momento in cui la porta per il pian terreno, si aprì. Un'ondata di luce a cui non era stata esposta per una settimana, piombò sui suoi occhi. Alisea fece un passo indietro chiudendo gli occhi lacrimanti per la troppa luce. Furono i due incappucciati a condurla fuori dall'edificio dove una luce ancora più forte la inondò senza pietà.

Non vide dove stava andando, sentiva comunque le chiacchiere di coloro che la guardavano e le stavano intorno. Sentiva mormorii ma erano troppe per distinguere le parole e comunque sia interessava poco. Ad un tratto la luce si fece meno intensa e Alisea si decise ad aprire un poco gli occhi. Vide tutto sfocato ma le sembrava di essere nella foresta.

Fu dopo un po' che gli occhi si abituarono alla luce. Stava camminando già da qualche ora. Gli occhi erano aperti e scrutavano la strada su cui passava.

– Il tuo piano non é andato come speravi è cuginetta? –

Alisea rispose:

– Stai zitto –

Ma lui continuò:

– Dove pensavi di andare? Con la forza che ti ritrovi –

Alisea cerò di mantenere un tono piatto:

– Quando ho detto “stai zitto” qual'era il punto in cui non era chiaro? –

– Non sei nella posizione di dare ordini – la canzonò il secondo.

In effetti avevano ragione. Quindi lasciò che infierissero sperando che a forza di ignorarli avrebbero smesso. Ed infatti fu così.

 

Camminarono per un tempo che parve diluirsi sempre di più. Nell'aria invernale che avrebbe fatto tremare anche i più abituati. Alisea era così chiusa in se stessa e nei suoi pensieri da non accorgersi delle dita che perdevano di sensibilità. Ma dopo un po', Per il freddo che ghiacciava i polmoni ad ogni suo respiro e al tremare delle braccia, ripiombò nel mondo reale, guardando la foresta ricoperta di neve.

Quando vedeva la neve d'inverno il suo pensiero volava fino a casa sua e alle sue interminabili ore di pensieri, paura, indecisioni, cose che non voleva ricordare. Perciò finse di non averla vista e guardò solo i suoi piedi.

Il cielo si era fatto aranciato, il freddo aumentava sempre di più man mano che calava la notte. Ma loro non si fermarono. Avevano il compito di riportarla a casa senza soste, oppure avevano paura che scappasse durante la notte, anche perché ne sarebbe stata capace in qualche modo.

Alisea cercò di non sentire le gambe che stavano per cedere o le dita ghiacciate che stringeva nel pugno nel tentativo di riscaldarle o qualsiasi cosa poetesse suggerirgli che stava soffrendo. Camminava in modo meccanico, con passi tutti uguali e sperava che le guardie non avrebbero interrotto il ritmo o sarebbe crollata a terra senza sapere quando si sarebbe rialzata e se ci sarebbe riuscita.

Ma nonostante ciò sentiva la debolezza correre lungo le gambe che stavano gridando di fermarsi anche solo per poco e invece continuava a camminare ignorandole. Quindi sapeva che prima o posi sarebbe successo.

Era in piena notte, un firmamento di stelle si stagliava contro le fronde dei pini oscurati che si muovevano al vento. Uno spicchio di luna era davanti ai suoi occhi. Cercava di occuparsi la mente con il suo ipnotismo. L'assassino alla sua destra reggeva una lanterna che veniva alternata tra i due ogni volta che uno si sentiva stanco. Lo scricchiolio della neve sotto suoi piedi era l'unico rumore che sovrastava tutti gli altri. Il freddo era sempre più insopportabile e nuvole sfiato uscivano dalle narici della ragazza.

Fu un piede messo male per la stanchezza a farla cadere in ginocchio. Aveva gli occhi aperti, le sue ginocchia affondarono nella neve bagnata, ci sarebbe finita anche la faccia se i due Reggioli non l'avrebbero tenuta per le braccia. Il suo fisico era così debole che nemmeno le labbra poterono dire una parola quando la scossero ordinandole di alzarsi subito. La scossero. Solo quello alla sua sinistra fu abbastanza intelligente:

– Di cosa ti stupisci? Io piuttosto mi chiedevo se sarebbe crollata prima dalla fatica o dal freddo –

Il Reggioli alla sua destra disse:

– Ma adesso come facciamo Robi? Se non arriva a casa prima dell'alba nostro padre ci scuoia vivi –

Alisea sentiva cuore pesargli nel petto, ansimava con l'obbiettivo di riprendere fiato prima che loro la tirassero su.

– Francesco, cosa vuoi che ti dica? O aspettiamo che si riprenda oppure...

In quel momento sentì il sonno coglierla in quell'ora tarda, cominciò a girargli la testa e i suoi occhi si stavano offuscando di nuovo.

– … uno di noi due deve portarla in spalla – concludette Robi sentendo la ragazza farsi pesante.

Francesco sbuffo:

– a quanto pare ti tocca portarla in spalla –

Francesco perse Alisea e la mise in spalla a Robi a quel punto continuarono il viaggio.

 

Alisea cominciò a riprendere i sensi quando l'aria cominciava a farsi più tiepida e le forze cominciarono a tornare. Percepì subito di essere vicino ad una fonte di calore, quando aprì gli occhi e vide che era sulla schiena di Robi la cosa la allarmò all'inizio ma poi decise che chi la portava non era di grande importanza. Stava di fatto che non voleva essere portata da nessuno, non avrebbe varcato il cancello di casa sua in groppa a qualcun altro.

Il cielo era ancora scuro ma all'orizzonte, tra gli alberi si vedeva una leggera alba, dovevano essere vicini.

– Robi – mormorò con la voce ancora impastata dal sonno.

Lui si fermò di scatto guardandola. Francesco si voltò esclamando:

– Si è svegliata? –

Ma Alisea lo ignorò:

– So camminare da sola –

A quel punto, Robi la posò a terra senza dire nulla, e così continuarono il cammino.

Quando il sole finì di albeggiare, Robi, Francesco e Alisea uscirono dalla foresta. Il sentiero continuava dritto verso una costruzione dalle mura imponenti. Oltre le mura merlate vedeva spuntare torri che si alzavano verso il cielo.

– Rieccoci a casa – mormorò maliziosamente Francesco nell'orecchio di Alisea.

Era proprio davanti a lei, sperava di non doverlo mai più vedere, il castello degli assassini.

Le mura erano spesse segnate dal tempo, rampicanti si aggrappavano tra le sue pietre ed una bandiera rossa rovinata sventolava sulla torre più alta. Più si avvicinava e più sentiva qualcosa partire dallo stomaco. Il suo cuore cominciò a battere forte. La sua testa continuava a dire che se fosse entrata lì dentro non ci sarebbe uscita mai più ma non era quel pensiero che la spaventava. Ormai era abituata a vedere quel castello come un'enorme prigione. Le venne un moto di panico e d'impulso fece un passo indietro scuotendo la testa come un ossesso, il suo cuore batteva così forte che solo una parola l'avrebbe fatto esplodere. Robi e Francesco cercarono di trattenerla ma più cercavano di farla avanzare e più lei opponeva resistenza.

I suoi occhi erano spalancati come se il castello stesse per mangiarla viva. Il suo viso era pallido come la cera e i suoi muscoli si agitavano come un cavallo davanti al fuoco. Le porte del castello si spalancarono. Uscirono altri uomini incappucciati che si gettarono contro di lei afferrandola da ogni parte. La condussero a forza oltre le porte del castello dove tutta la famiglia, donne, bambini, anziani e soprattutto suo padre, la aspettavano nel cortile.

Le porte si chiusero dietro di lei, e a quel punto accettò il fatto che era tornata a suo malgrado.

Davanti ai suoi occhi, tutti la guardarono con gli occhi affilati come spade. Mosè avanzò a lenti passi verso la figlia che lo guardava dal basso. Nel frattempo la folla aveva iniziato a mormorare.

Suo padre la guardò dall'alto in basso. I suoi occhi bruciavano. La sua barba nera incorniciava un volto dai tratti decisi. Anche se con le rughe sugli occhi le braccia che tenevano l'elsa della spada e la cintura erano forti. Il fatto che un prominente buzzo facesse cadere la cintura non sminuiva affatto il suo aspetto imponente e truce.

– Portatela in cella con sua madre – mormorò facendosi da parte.

In quel momento l'intera famiglia passò dai mormorii agli insulti. Mentre passava per il cortile verso il portone principale tutti scoppiarono in uno scroscio di urla si alzò intorno a lei. Avrebbe preferito che stessero in silenzio. Non si era mai sentita così sotto stress. Il suo cuore era già partito.

Le guardie la fecero entrare nell'ingresso principale, una sala alta e vasta. Alisea alzò lo sguardo guardando i quadri sulle pareti. Ognuno della stessa misura, raffiguravano scene degli assassinii più importanti della storia dei Reggioli. L'assassinio di Re Giorgio III, che ha liberato il popolo dalla sua schiavitù per rimetterlo sotto il comando di un altro tipo di dittatore che è stato ucciso anche peggio del precedente, e alla via così. In fondo alla sala si alzava su un pavimento rialzato un trono di marmo decorato con stoffe rosse. Proprio lì alla parete destra vicino a quel trono c'era la porta per le segrete, sempre chiusa a chiave. Alisea era molto agitata e al suo cuore non faceva bene. Il suo continuo battere non era pericoloso per ora ma lei cominciava a sentirsi stanca. I suoi occhi cominciavano a chiudersi, e le sue gambe si fecero pesanti. I due assassini aprirono la porta e dalla scalinata arrivò una folata di aria fredda che diede i brividi ad Alisea. C'era la probabilità che facesse più freddo lì sotto che fuori.

I due cominciarono a farle scendere le scale chiudendosi la porta alle spalle, ma non a chiave. Ben presto, l'impressione di Alisea si rivelò veritiera. Quella segreta era buia come qualsiasi segreta ma le torce usate per illuminare non evitavano a quel posto di diventare una ghiacciaia. Ma ciò che la preoccupava era che, quando la temperatura del corpo scende, uno dei metodi del cervello per mantenerlo a temperatura è far viaggiare velocemente il sangue e più il sangue correva veloce e più il suo cuore deve battere velocemente e più batte veloce e più c'é il rischio di avere un infarto.

La fecero camminare lungo un corridoio pieno di celle a sbarre incrociate. Si fermarono davanti ad una cella vicino al fondo del corridoio. Alisea vide una figura nella semioscurità muoversi. Sembrava una persona adulta ma di corporatura minuta. Sapeva già chi aveva davanti ma non voleva pensarci.

Robi aprì la cella con la chiave. I cardini cigolarono rimbombando in tutto il corridoio. Francesco invece la spinse al suo interno liberandola dalle corde. I suoi polsi erano liberi dopo giorni di prigionia. La stretta delle corde aveva lasciato un segno sulle corde che davano fastidio. Alisea si massaggiò i polsi per dargli sollievo mentre i cardini cigolarono alle sue spalle e la serratura si lamentò serrandola all'interno di quella stanza.

Alisea guardò la figura che si alzava da terra. Si rifiutava di vedere sua madre in quella cella con lei anche se cel'aveva davanti. Fece due passi indietro si appoggiò al muro e si sedette a terra. La figura si alzò in piedi con le mani incrociate mormoro:

– figliola –

Alisea si abbracciò le gambe affondando la faccia sulle ginocchia. Sentiva come una costrizione alla bocca dello stomaco come se ci fosse qualcosa che avesse voluto uscire. Quando la percepì i suoi occhi si inumidirono e fece di tutto per restare muta e silenziosa. Tutto per non far capire a sua madre cosa stava provando.

Lei rimase a guardarla per pochi secondi poi si sedette accanto a sua figlia afferrandosi le braccia. Alisea sapeva che lei stava aspettando una qualche risposta ma in quel momento tutto ci che voleva era essere lasciata in pace. Il suo cuore continuava a correre. Una sola parola da parte di chiunque la sua maschera di indifferenza sarebbe crollata in mille pezzi. Sperava che il suo cuore crollasse prima di allora.

Per questo rimase in quella per lunghe ore. Finché sua madre, con calma si tolse il laccio dai capelli. La sua crocchia si trasformò in una cascata di capelli mori e crespi. Le sue dita lunghe si infiltrarono tra le ciocche cercando di farsi largo tra i nodi. Forse era l'unica cosa che le permetteva di sorridere almeno un po', anche se si trovava in una cella buia, lontana dal sole con una figlia che, in ogni caso, avrebbe perso.

La mano che non pettinava i capelli era agitata. Ogni dito picchiettava sul ginocchio sinistro uno dopo l'altro. I suoi occhi scuri come i capelli si voltarono verso sua figlia. Lei la guardava con l'occhio destro da sopra il braccio. Appena i loro sguardi si incrociarono Alisea si strinse ancora di più le gambe e affondò gli occhi nelle braccia.

Sua madre aspettò ancora qualche secondo, poi, disse con calma e tremore:

– Alisea... tutto a... sono contenta di vederti – mormorò – di nuovo.

Alisea deglutì, il suo respiro si fece più pesante. Alzò gli occhi umidi, la guardò per un secondo poi aprì la bocca come a voler dire qualcosa, ma poi la richiuse e appoggiò il mento sugli avambracci guardando avanti nell'oscurità.

Alisea non voleva, in nessun modo, dare l'impressione di essere preoccupata.

– A-Anche io mamma – rispose con la voce strozzata – anche io –

Sua mamma si avvicinò ancora di più, sempre con cautela, come se dovesse avvicinarsi ad un vulcano che sta per eruttare. Le appoggiò una mano sulla spalla con delicatezza. Alisea, appoggiò la sua mano su quella della madre, e con altrettanta delicatezza a spinse via.

Sua madre la guardò sbigottita. La ragazza si alzò fece quattro passi lontano da sua madre e poi afferrò le sbarre di ferro. Le strinse tra le mani con tutta la forza che aveva, solo per convincersi che erano vere. Erano ghiacciate, arrugginite e lei aveva le dita quasi insensibili per il freddo. Più le stringeva e più nella sua testa echeggiava un pensiero. Il pensiero che era chiusa in una gabbia e non ci sarebbe più uscita, come un canarino domestico, era suo destino rimanere in gabbia. Appoggiò la testa sulle sbarre. Non sapeva il perché, forse cercava solo un po' di calma o un po' di... ciò che aveva perso... la determinazione.

– Mamma – mormorò, più a se stessa che a sua madre.

Lei non disse niente. La guardava con occhi attenti ad ogni minimo movimento.

– Cosa sono diventata? –

Sua madre rispose:

– Sei diventata grande... – sembrava sicura di ciò che diceva.

Alisea la guardò come a cercare conferme poi chiuse gli occhi.

– Ma in fondo sei sempre la stessa... fragile e forte allo stesso tempo... mi vuoi raccontare cosa ai fatto in questi tre anni –

Alisea alzò lo sguardo, sorrise. Almeno aveva trovato qualcosa da fare. Così chiese a sua madre cosa voleva sapere.

 

 

Alisea e sua madre parlarono a lungo. Sua madre fece molte domande e anche se cercava di fare battute divertenti, di non mostrarsi triste Alisea vide i suoi occhi brillare e le sue mani tremare mentre stringeva la gonna.

– Se non fosse stato per me saresti ancora lì e forse non rischieresti di morire – Alisea la sentì singhiozzare e asciugarsi gli occhi con la mano, poi con entrambe – m-mi dispi-piace –

Alisea fece un profondo respiro e la guardò con uno sguardo indifferente ma pieno di empatia.

– Non dire sciocchezze – mormorò con il suo solito tono piatto.

La guardò con il sorriso migliore che riuscì a fare. Il che voleva dire un lieve rialzamento della parte sinistra del labbro

– Avrei dovuto dire tutto e subito... ed ora sono proprio sistemata –

Alisea lasciandosi andare aveva fatto un piccolo sbaglio. Una lacrima stava per scendere dall'occhio. Lei si massaggiò le palpebre per non farla arrivare alla guancia.

– Secondo te domani morirò per via del mio cuore o per la forca –

Sua madre buttò fuori un tremolate respiro e stringendo più di prima la gonna rovinata rispose:

– Speriamo che tu sopravviva fino al momento in cui verranno a prenderci, almeno verremo impiccate insieme –

Alisea la guardò con gli occhi spalancati. Da quel momento non riuscì più a stare seduta. Si alzò in piedi ma il suo cuore cominciò a correre come un treno. Sua madre stava per morire insieme a lei e non aveva modo per farla uscire. Alisea sarebbe dovuta rimanere anche se avesse un'uscita ma almeno sua madre avrebbe dovuto salvarsi in qualche modo.

Il freddo, l'ansia, il senso di colpa, il suo cuore correva. Sentiva un peso enorme sul petto. La bocca dello stomaco stava contorcendosi per la fame. Le gambe cominciarono a cedere e cadde in ginocchio. Il petto cominciò a bruciare e Alisea fu costretta a stringersi il petto mentre ansimava.

La madre la mise a pancia in su.

– Alisea rispondi! –

Alisea aveva gli occhi serrati, le mani sul petto.

– Mamma! – mormorò in preda ai dolori.

La madre la sollevò sulla schiena e la trascinò vicino alla parete per farla stare seduta.

– Adesso respira – disse avvicinandosi alle sbarre.

Guardò il soldato alla destra della gabbia e gridò:

– Ha un infarto! Chiamate un medico! –

La guardia si girò con gli occhi spalancati e corse immediatamente su per le scale. Alisea doveva mantenere la calma. Il suo respiro era debole e i suoi occhi si stavano facendo pesanti.

Sua mamma le arrivò davanti ad una velocità sorprendente e cominciò a scuoterla gridando:

– Resisti! Devi stare sveglia! –

Le volle uno sforzo non indifferente per tenere gli occhi aperti. Ma i suoi occhi smaniavano per chiusersi. Ad un tratto guardò sua madre:

– Tirami uno schiaffo se serve a farmi stare svegli...a – si stava riaddormentando.

La sua mano viaggiò decisa e disperata sulla guancia della figlia che spalancò gli occhi:

– mamma mia! Con quale violenza! –

fu dopo quella frase che le due sentirono passi frettolosi echeggiare nel corridoio. La porta della cella cigolò ed un uomo in tunica nera con un siringa entrò di prepotenza. Fece una prova con l'ago per eliminare le bolle d'aria, poi passò quest'ultimo nella vena del braccio senza passar dal via –

Alisea ricominciò a respirare in modo regolare. Alisea sentì il suo cuore pulsare di nuovo sotto la sua mano. Sua madre sospirò:

– Grazie al cielo! – le sue mani tapparono la bocca. La testa si abbassò. Alisea allungò una mano su quella di sua madre. Lei la guardò, solo quello.

Il medico a quel punto si alzò dicendo:

– Se doveva scegliere un muro, la prossima volta scelga quello giusto – con la mano indicò la parete parallela alle sbarre, fu solo un secondo. Ma la madre rimase comunque perplessa. Alisea cominciava a chiedersi cosa intendesse dire quando il dottore uscì seguito dalle guardie che ridevano alla battuta, se era una battuta. A dirla tutta Alisea non la trovava affatto divertente.

 

 

Rimanendo lì seduta sapeva che il giorno dopo le avrebbero portate al patibolo. Per questo cercava di occuparsi la testa riflettendo. Era un dubbio che le era venuto in seguito a quella frase: “Se doveva scegliere un muro, almeno che scelga quello giusto” non faceva ridere sotto ogni punto di vista ed era del tutto fuori contesto. Forse era solo una vaga speranza e quella frase era quella di un uomo ce non sapeva fare battute, ma poteva anche essere che anche quello fosse un indizio. Un indizio per cosa?

Cos'era il “muro giusto”? Nella sua mente si formò la vaga immagine di un passaggio segreto ma la ricacciò indietro Perché era dettato dal suo desiderio di uscire. Inoltre, chi costruirebbe un passaggio segreto in una cella in un muro.

Una persona molto furba e paziente. Con la mano sul cuore si alzò in piedi. Sua madre era rannicchiata in un angolo e russava. “Il muro giusto” possibile che si riferisse ad uno dei muri di quella cella. Ripensò alla scena, aveva indicato il muro di fronte alle sbarre, poteva essere un caso?

Forse era solo una cavolata ma la curiosità era troppo forte, erano in una situazione disperata, doveva almeno tentare.

Si convinse a tastare ogni muro, ogni pietra, ogni piega di quella parete. Non trovò nulla, neanche in quelle ai fianchi, ma sapeva che c'era ancora meno possibilità di trovare qualcosa lì. Pensò di arrendersi al fatto che era improbabile trovare un passaggio segreto in una cella. Ma poi le venne in dubbio di non aver controllato bene. Quando partì il secondo controllo sua madre si era alzata sbadigliando:

– Cosa stai facendo? – mormorò.

Alisea si prese il disturbo di informarla dei suoi ragionamenti mentre continuava a tastare le pietre, non stava prestando troppa attenzione a ciò che faceva e in ogni caso pensava che non avrebbe trovato niente, fu per questo che lo trovò. Ad un tratto sentì un solco sotto il suo dito indice. A quel punto si zittì e spostò lo sguardo vicino a quel solco, era una semplice freccia che indicava verso l'alto. Cosa significava? Non poteva essere lì per caso, qualcuno doveva avercelo fatto di proposito, ma per quale motivo? Cosa poteva cercare un prigioniero in una cella? Un modo per uscire o per passare il tempo. Ma se fosse stata la seconda il muro doveva essere pieno di segni invece c'era solo quello, o c'era stato per poco tempo oppure...

Spinse la pietra, era mobile, dondolava.

Sua madre le venne vicino chiedendole cosa aveva trovato. Alisea cercò di estrarre la pietra con le mani. Ma non si staccava dal muro, così decise di passare alle maniere forti. Cominciò a tirargli contro forti gomitate. La pietra iniziò ad indietreggiare come se dietro di essa ci fosse il vuoto.

– Cosa fai? – chiese sua madre guardando sua figli che tirava gomitate contro il muro.

Dopo un ultimo colpo, non solo la pietra, ma anche quelle accanto a essa crollarono rivelando un cunicolo. Sembrava scavato da molto tempo.

– Cos'è? – chiese sua madre.

Alisea infilò la testa al suo interno e sentì la terra cadere in polvere sui suoi capelli:

– Credo sia stato costruito da un prigioniero. Ha rimosso le pietre e ha scavato questo tunnel. Prima di andare via ha ricoperto il buco con le pietre che aveva rimosso e ha lasciato un segno su una di esse per i futuri prigionieri che desideravano usufruirne, sono sicura che conduca fuori dalle mura. Doveva essere una persona molto coscienziosa e intelligente.

Sua madre la guardò e poi diede un occhiata al cunicolo:

– Allora andiamo – disse.

Alisea sentì il cuore saltare nel petto così violentemente che dovette afferrarlo:

– No! Tu vai, io resterò qui –

le dispiaceva per quel dottore che aveva indicato a loro la via mettendosi in pericolo ma le era comunque grata per averlo indicato. Almeno una di loro due si sarebbe salvata.

– Cosa?! No! Non dire così vieni anche tu con me –

Alisea scosse la testa e la guardò con gli occhi lucidi:

– Non posso andarmene o mio padre attaccherà la TMG, sono un martire mamma. Tutto ciò che ho fatto fin'ora era per mettere in salvo te e risarcire il debito che ho nei tuoi confronti, non rendere vani i miei sforzi e vai a sud, La TMG accoglie qualsiasi persona che sia nei guai, se le racconterai che sei dovuta scappare di casa per via degli assassini loro ti accoglieranno, hanno un villaggio vicino fatto apposta per i fuggitivi, nessuno ti potrà fare del male.

Sua madre sbatté le palpebre e dai suoi occhi uscirono delle lacrime:

– Lì c'é la tua amica Eleonora? –

Alisea annuì e la afferrò per la manica come a spingerla ad andare. In quel momento sentì dei passi e dei mormorii in lontananza.

– Muoviti stanno arrivando! –

La madre le prese il polso:

– Non posso andarmene e lasciar morire mia figlia che razza di madre sarei? –

Alisea strattonò il polso ed esclamò:

– Mamma tu non hai meno diritto di vivere perché sei mia madre capito? Ora come ora sei l'unica che si può salvare, se non ti muovi ci prenderanno tutte e due è questo che vuoi? –

In quel momento sentì la serratura della porta delle segrete scattare.

Sua madre scosse la teste ed entrò nell'antro. Alisea, con le mani tremanti rimise a posto le pietre. Intanto sentiva i passi avvicinarsi. Alisea si aspettava che sua madre stesse lì a buttare lacrime finché l'ultima pietra non l'avesse coperta. Ma non voleva mandarla via senza un ricordo, qualcosa che testimoniasse la sua maternità. Così prima di mettere a posto l'ultima pietra si tolse l'anello d'oro dal dito. L'unica cosa che Eleonora, curiosamente, non le aveva tolto, perché il fatto che fosse la miglior spadaccina della TMG non poteva toglierlo nessuno. Se lo tolse e lo porse dal piccolo buco sentendo i passi sempre più vicini:

– Prendilo, se mai avessi bisogno di ricordarti di tua figlia o di attestare la tua maternità, me l'hanno dato come trofeo in questi tre anni.

Sentiva i passi sempre più vicini, lenti ma decisivi. Sua madre lo prese al volo e dopo un ultimo tremendo addio, il passaggio fu chiuso. Appena in tempo perché Alisea potesse stendersi e fingere di dormire.

 

Quando le guardie si affacciarono sulla cella capirono subito chi mancava. Sapeva che le avrebbero chiesto spiegazioni ma avrebbero creduto che non sapesse nulla se avesse fatto una buona recita. Una delle guardie aprì la porta e posò un vassoio a terra. Alisea teneva un occhio semi aperto per vedere cosa facevano.

– è arrivata la sbobba –

Alisea aspettò che la seconda guardia si guardasse intorno dicendo:

– Dov'è l'altra prigioniera? –

A quel punto, la seconda guardia sembrò essere stata presa da un abbaglio, si guardò intorno.

– Hai ragione dov'è? –

Alisea sorrise, anche se sapeva già che la guardia sarebbe venuta da lei. L'avrebbe presa per il colletto della camicia tirandola su con forza.

– Ehi! – gridò scuotendola come se dovesse svegliarla – dov'è?

Alisea recitò la parte della finta tonta:

– Dov'è chi? – mormorò fingendo di sbadigliare –

Le guardie la guardarono con serietà:

– Lo so che lo sai, l'altro prigioniero che era con te, non puoi non sapere dove è andato? –

Alisea fece finta di guardarsi intorno con smarrimento:

– Ve la siete lasciata sfuggire? Non ci credo! – mormorò.

La guardia la strattonò:

– DOV'E ? HO DETTO! –

Alisea rise:

– e che vuoi che ne sappia io? Stavo dormendo –

La guardia la buttò a terra arrabbiato. Gridò alla seconda guardia andare a dare l'allarme e lui ubbidì. La prima invece sfoderò il pugnale ordinò ad Alisea di alzarsi in piedi. Lei, da seduta, si alzò con le mani alzate. Lui le legò i polsi e la condusse in un'altra cella. I suoi polsi furono incatenati al muro, in alto, in modo da non poterli usare per nessun motivo.

– Tanto devi star qui per poco tempo –

La porta della cella si chiuse. Alisea sorrise amaramente nel sentire i battiti del suo cuore resistere con fervore per evitare di fermarsi. La testa divenne una trottola, gli occhi si riempirono di nebbia e su di lei cadde la notte di un sonno profondo.

  
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