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Autore: SuperGoat    15/07/2017    2 recensioni
Come spero TUTTI voi abbiate già intuito è una storia ispirata al celeberrimo canto alpino "Il testamento del capitano". Come? Temo lo si scoprirà solo alla fine....dopo indicibili sofferenze.
Quel che è certo è che troverete molto patriottismo, molte montagne e molta morte, forse anche in quantità eccessiva, in questa storia ambientata in Trentino tra il 1905 ed il 1918.
Genere: Drammatico, Guerra, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Il Novecento, Guerre mondiali
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30 dicembre 1999
È strano quello che si riesce a ricordare alla vigilia dei propri cento anni.
L'altro ieri uno dei miei nipoti, Tommaso, è venuto a farmi visita con i suoi due figli e la moglie. Non riesco a ricordare, nemmeno mettendoci tutta la volontà, i nomi dei due bambini, non ricordo se li avevo già incontrati questo Natale, né quando siano nati, trovo sia un miracolo il solo aver riconosciuto Tommaso, eppure non ricordo dove viva, se mi faccia spesso visita o meno. Ricordo quando mi veniva a trovare tutti i giorni Giovanni, il mio migliore amico, ma lui è morto oltre un anno fa e non ho che ricordi confusi dei tredici mesi che sono seguiti.
Eppure non è che io non abbia buona memoria, ricordo, ricordo tante cose.
A ben pensarci ricordo anche l'estate 1905, oltre novantaquattro anni fa, e la ricordo distintamente, come se fosse impressa nella mia mente, come se fosse finita ieri.
Era l’estate in cui mio padre aveva disperatamente tentato di insegnarmi a tracciare le aste prima di mandarmi a scuola, era una prassi che era stata adottata anche con i miei fratelli maggiori ma prima di me nessuno aveva mostrato particolari difficoltà nell’esercizio. Il mio scarso rendimento nei compiti era stato interpretato da mio padre come mancanza di volontà, verso la metà di luglio era esasperato. Un giorno, finalmente, mi concesse di fare una pausa e andare in montagna, una vacanza che però aveva l’aria di un rimprovero, mi spedì ai pascoli a guardare le pecore con mio fratello maggiore, "Ecco, vai al pascolo così sarai con i tuoi simili” aveva detto “Tanto non potrai fare altro nella vita, se non ti impegni, Vittorio, farai il pastore, però prima imparerai a scrivere, a suon di legnate, perché non permetterò che un membro della mia famiglia rimanga analfabeta".
Ah, se mio padre fosse vissuto abbastanza a lungo da vedermi diventare giudice! Ma questo fa parte di un'altra storia, la storia che sto per raccontarvi io è la storia mia e di mio fratello e, ora che ci penso, non è un caso che mi sia venuto in mente quel giorno di luglio 1905, non per quello che mi disse mio padre ma per quello che successe dopo.
Era una mattina splendente, quella in cui io e mio fratello, Italo, salimmo ai pascoli. Mi sembra di sentire ancora l'odore dell'erba bagnata di rugiada, dei fiori, delle mucche, delle nostre pecore che ci seguivano disordinate. Gli scarponcini chiodati che io ed Italo indossavamo poggiavano leggeri sul pendio in salita, ed Italo balzava da un lato ad un altro con l'agilità dei suoi dieci anni appena compiuti, io, che di anni ne avevo cinque e mezzo, tentavo di imitarlo con estrema goffaggine.
Mentre saltava Italo agitava il ramoscello che aveva in mano, saltava e agitava il ramoscello, in cinque anni non lo avevo mai visto camminare in modo diverso. Se per mio padre io ero lo svogliato della famiglia lui era lo scalmanato ed era stato rimproverato e punito molte più volte lui che io.
La strada era lunga per arrivare ai pascoli, e Italo la percorreva ogni giorno, quando non doveva andare a scuola era obbligato da mio padre a dare una mano a Roberto, amico di famiglia e proprietario di bestiame, con le pecore, ad ogni modo non credo che a mio fratello dispiacesse, tanto più in alto si poteva andare, tanto più in alto Italo voleva salire.
Facevo fatica a seguirlo, ogni volta che mi capitava di accompagnarlo, ma la cosa non mi spaventava, per quanto spesso entrambi dovessimo fermarci per asciugarci la fronte malida di sudore col dorso della mano, quando arrivavamo in quota avevamo sempre la forza di correre a perdi fiato, le pecore si disperdevano sul prato e noi, da cuccioli delle montagne quali eravamo, ci lanciavamo per istinto verso la vetta, dove il prato si trasformava in roccia, bianca e fresca al tatto, Italo mi tendeva la mano laddove non riuscivo ad arrampicare e ci accucciavamo sulle rocce a scrutare le pecore dall'alto.
Ricordo bene quel giorno, quel giorno Italo fece un salto su una roccia, la più alta in bilico sullo strapiombo, e sotto il mio sguardo sbigottito si elevò su una gamba sola spalancando le braccia per restare in equilibrio. "Sono come un Aquila, Vittorio!" Gridò a pieni polmoni, il cuore mi batteva come non mai per la preoccupazione "Italo, ti prego vieni giù di lì" supplicai "Se cadi finirai in mille pezzi". Lui si voltò ma sempre tenendosi in equilibrio su una gamba sola, io misi il broncio, mio fratello scese con un salto.
Rimasi in silenzio per l'indignazione ma Italo parve non rendersene conto, saltando tra una roccia e l'altra tornammo ai prati e lì mio fratello si lasciò cadere disteso sulla schiena con un sorriso stampato sul volto. "Com'è bello qui, Vittorio!" Disse incrociando le dita dietro la nuca in una posizione rilassata che volli subito imitare. "Sai" continuò "se anche dovessi morire, non mi dispiacerebbe riposare qui per l'eternità" disse. "Ma Italo..." provai a dire "nostro padre non vorrebbe che..." "Certo però vorrei anche essere sepolto in Italia" mi interruppe lui con un sospiro "Intendo la vera Italia, l'Italia libera". "Potresti farti seppellire in una montagna che sia in Italia..." "No Vittorio" Italo scosse la testa "Queste sono le mie montagne, sono montagne italiane e giuro che prima di morire io..." mio fratello mi fissò "noi le libereremo" si corresse, poi tornò a scrutare il cielo.
Mio fratello taceva e io mi persi nei pensieri sulla nostra terra, sottomessa allo straniero oppressore, così nostro padre amava definirla, promettendoci che un giorno avremmo combattuto la quarta guerra di indipendenza. Io ed Italo eravamo già pronti a questo avvenimento, noi e i nostri compagni di scuola, eravamo dei soldati, Italo, in particolare, era il nostro capitano.
"Vittorio" mio fratello mi richiamò all'attenzione "Se dovessi morire oggi stesso voglio che tu porti un pezzo delle mie spoglie in Patria, promettilo!"'
"Come un pezzo?" 
"lo hai detto tu, no? Che cadendo sarei andato in mille pezzi"
"Già, è vero" ricordai.  "Il secondo pezzo voglio che vada a voi, i miei soldati, per ricordo e per ispirazione" io annuii con forza, emozionato anche se davvero disgustato al pensiero di mio fratello morto. "E il terzo pezzo lo porterai a casa, così che verrò seppellito anche con la nostra famiglia"' risi nervosamente "Un altro pezzo a chi va?" Dissi guardandolo "A Dalia? La tua futura moglie?" Lui arrossì e si coprì il viso con una mano "Non è la mia futura moglie, non la vedo da due inverni fa" mi guardò male "Ma l'ultimo pezzo..." rivolse ancora in alto lo sguardo "L'ultimo pezzo resterà quassù tra le montagne" chiuse gli occhi sognante "E io continuerò a vivere nel prato e nei fiori, nell'acqua dei ruscelli, in tutto ciò che esiste di magnifico in questo mondo".
Mio fratello tacque e sorrise, come sentendo di aver detto una cosa estremamente profonda, anche io scrutai le cime, tanto maestose da farmi dimenticare la tristezza della morte, tanto che Italo sarebbe anche stato felice di morire in mezzo ad esse. "Te lo prometto" dissi sottovoce e tornai a rilassarmi sul prato.
   
 
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