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Autore: Lady Red Moon    16/07/2017    0 recensioni
Una donna tradita, un anello e sua figlia
Genere: Malinconico, Sovrannaturale, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
- Questa storia fa parte della serie 'Una serie di storie senza pretese'
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hL’anello i

 

Guardai la pietra scintillare, riflettere la luce e dividerla in schegge brillanti e mi vergognai, Guardai l’oro riflettere il distorto riflesso delle mie dita, guardai l’incisione impressa a regola d’arte all’interno e mi vergognai, quasi provai disgusto mentre guardavo quell’anello che non sarebbe dovuto appartenere a me. Quell’anello sarebbe dovuto essere al dito di una sconosciuta, la stessa donna che quel giorno avevo visto tra le braccia di mio marito.

Lo avevo seguito una sera, durante le sue così dette uscite di lavoro o così diceva lui. E in parte era anche vero, lo avevo visto parlare coi fornitori della fabbrica, mi ero quasi persuasa ad andare via, dicendomi che la gravidanza mi stava rendendo paranoica. È fu allora che la vidi. Bella e florida come una Venere rinascimentale, con tutte le forme al punto giusto e senza nessun ingombrante pancione a impedire che mio marito le cingesse la vita con un braccio.

Non piansi né mi arrabbiai, provavo solo vergogna nell’indossare quell’anello che non doveva essere mio, mi vergognavo per essere stata così stupida. Se mia madre non fosse tre metri sotto terra e la stupidità fosse perdonabile le chiederei scusa, scusa per essere stata così stupida, desolatamente stupida e per non averle dato ascolto e per aver creduto che quell’uomo mi amasse e non gli importasse della mia dote.

Non feci nessuna scenata, non uscii dal mio nascondiglio, non andai lì per gettagli il caffè in faccia e dare della sgualdrina alla donna seduta al suo fianco davanti a tutto il Cafè Florian. Tornai indietro, ripercorrendo le calli e i campielli che mi avevano portato lì, senza badare al freddo di dicembre, mi lasciai trasportare dal viavai di gente fino al Canal Grande sul Ponte di Rialto e guardai giù.

Annuii. L’altezza sarebbe andata bene, anche se avessi avuto le gonne ad ostacolarmi la scavalcata, nel migliore dei casi una volta buttata di sotto l’impatto con l’acqua mi avrebbe ucciso all’istante, nel peggiore, sarei morta congelata o affogata. Stavo facendo leva sulle braccia per issarmi oltre la ringhiera quando lo sentii.

Un colpo, poi un altro e un altro ancora. Guardai in basso, il ventre rigonfio premuto sulla ringhiera, la vita al suo interno che protestava per l’ingiustizia che stavo per compiere. Portai le mani al grembo piangendo silenziosamente.

< No > mi dicevo mentre mi incamminavo sulla strada di casa. < Non ancora > mi ripetevo tenendo le mani sul grembo, il suo cuore che batteva assieme al mio.

< Non è ancora arrivato il momento >

   
 
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