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Autore: Dark_sky114    16/07/2017    1 recensioni
(Dal primo capitolo)
-Perché mi hai fatta venire fin qui?- "..." -Sappiamo quanto ci tenga a fare una fine dignitosa e quanto io ci tenga a tenerti il più lontana possibile da questo posto. Ti propongo un patto-
-Che patto?-
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Berlino 1940 degli scienziati crearono una macchina per riportare in vita le persone morte in gioventù o per cause non naturali. Pochi anni dopo la macchina fu sequestrata e nascosta sottoterra assieme alle persone che aveva riportato in vita.
New York 2017, un giovane malavitoso newyorchese, dopo aver scoperto l'esistenza della macchina e del Mondo Sotterraneo da un soldato, riportato in vita, inizia a cercare l'ingresso per il Mondo Sotterraneo. Però, dovrà vedersela con Joanna Meson, giovane sicario, finita in prigione dopo un "lavoro" andato male.
Genere: Angst, Science-fiction, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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12.000 metri sopra al Pacifico, ore 23: 40

Il jet era avvolto dall'oscurità più totale, piccole nuvolette grige correvano verso le ali del velivolo per poi essere tagliate dalle lamiere mentre i lampi illuminavano un cielo nero come la pece. 
Abbassò la tendina e si appoggiò allo schienale del sedile. Quel viaggio d'affari lo aveva letteralmente distrutto. 
Lanciò un'occhiata a suo zio. Lo invidiava: era sprofondato nel sonno non appena si era posato su quel dannato sedile di pelle, dall'odore così forte da fargli girare la testa. 
Chiuse gli occhi, ma non riuscì a prendere sonno. 
Andò nella cabina di pilotaggio dove i due piloti se ne stavano seduti sulle loro poltroncine a sorseggiare caffè forte, lasciando che il pilota automatico mantenesse la rotta al posto loro: -Come va il volo?-gli chiesero. Sbadigliò e si tirò indietro i capelli: -Bene, se riuscissi a dormire sarebbe meglio, però il viaggio non è male-
Rimase qualche minuto immobile con lo sguardo puntato davanti a sé. 
Erano appena tornati da Taipei dopo una lunga trattativa con un piccolo criminale locale che, dal poco che aveva capito, doveva difendersi da un rivale. 
I tre avevano farfugliato in cinese così a lungo che suo zio aveva lasciato la stanza d'albergo dove alloggiavano con la scusa di andare in bagno, lasciandolo solo con quei tre spaventatissimi ladruncoli di quartiere. Alla fine non aveva neppure dovuto andare al ribasso sul prezzo e aveva pure guadagnato il doppio di quello che avrebbe voluto. Non era stato poi un viaggio vuoto.
Sbadigliò di nuovo e tornò sul proprio sedile. Voleva posare i piedi sulla terra ferma ed andare a dormire sul proprio letto e non in quello scomodissimo sedile all'interno di una lussuosa lattina di lamiere sospesa a dodicimila metri d'altezza sopra all'Oceano.
Guardò di nuovo suo zio dormire; sembrava un normalissimo uomo di mezza età di ritorno da un viaggio d'affari estenuante e non il temutissimo capo stipite di una famiglia di gangster newyorchesi. Sorrise a quel pensiero: da piccolo aveva sempre avuto paura dello zio. Si ricordava ancora le sue visite nella loro villa di Los Angeles e si ricordava ancora le volte in cui si era nascosto sotto alla scrivania del padre per non doverlo incontrare.
Anche se aveva sempre fatto di tutto per non doverlo vedere, alla fine, era arrivato il giorno in cui non aveva potuto fare a meno di parlargli quattrocchi. Se lo ricordava come se fosse accaduto il giorno prima. Suo padre era stato appena arrestato per l'omicidio di un giovane uomo d'affari di Hollywood e stava per essere condannato a morte. 
Albert era andato nella costa ovest solo per poter parlare con il nipote. Avevano discusso per più di tre ore nel magnifico ufficio della villa, finché il ragazzo, ancora diciottenne, aveva acconsentito ad andare a New York con lui per aiutarlo a portare avanti gli affari di famiglia e prendere il posto del padre. 
Sceso dall'aereo, aveva compreso il suo impiego nell'azienda di famiglia e, non poteva negarlo, aveva provato un sincero disgusto per suo zio e per l'ormai defunto padre. Però, arrivarono loro. 
Aveva scoperto il Mondo Sotterraneo quasi per caso, leggendo l'articolo di un giornale. Parlava del ritrovamento di un soldato morto nella Seconda Guerra Mondiale, la cosa buffa era che l'uomo non era invecchiato neppure di un giorno. 
Non appena aveva raccontato a suo zio ciò che aveva letto si era preso un bello scappellotto e una sgridata di circa due ore sull'importanza di pensare in modo razionale invece di seguire fuochi di paglia come quello. 
Alla fine di quella discussione, aveva preso suo cugino e due guardie del corpo ed erano partiti per Berlino. Lì avevano conosciuto il soldato, un certo Alexander Schultz, un tipo molto simpatico. Quello raccontò ai due di aver conosciuto uno scienziato in grado di riportare in vita i morti con una macchina creata da un gruppetto di ricercatori un po eccentrici,  durante la guerra. 
Alexander era stato molto disponibile con i due ragazzi e, soprattutto, aveva dato ai due il nome di uno di quegli scienziati.
A casa dell'uomo avevano dovuto usare un po di forza per aiutare il vecchio ricercatore a rispondere alle loro domande. Alla fine quello aveva deciso di parlare e aveva raccontato del Mondo Sotterraneo dei suoi abitanti, di cui la maggior parte erano persone resuscitate grazie a quella strana macchina, però, aveva giurato su tutti i santi e sulla vita di tutti i componenti della propria famiglia di non saper entrare in quel mondo. Da quel giorno in poi il giovane Adam Coleman II aveva deciso di far conoscere a tutta la specie umana il Mondo Sotterraneo, ad ogni costo.
Con il tempo, però, i soldati del Mondo Sotterraneo avevano iniziato ad assillarlo, lo fermava in metropolitana, nel bel mezzo della strada e nei locali per arrestarlo oppure per farlo definitivamente fuori. 
L'ultimo aveva pure farneticato di un sicario mandato apposta per uccidere lui e suo zio. Gli era quasi venuto da ridere:  un sicario venuto solo per lui? Roba da matti!
Si piegò verso la fiaschetta di grappa di suo zio, la prese e ne bevette un lungo sorso. Sentì il liquido bruciargli in gola e la testa farsi un po più leggera. Posò la fiaschetta sul tavolo, odiava ubriacarsi: preferiva avere sempre la mente fresca e pronta a prendere decisioni importanti e poi suo zio non era molto disposto a condividere la propria scorta di alcolici. 
Avrebbe tanto voluto svegliarlo e parlare del più e del meno, ma sapeva benissimo che suo zio odiava essere svegliato nel bel mezzo della notte senza un motivo valido e fare quattro chiacchiere rientrava nella lista delle motivazioni valide per destarlo dal proprio sonno. 
Abbassò lo schienale e chiuse gli occhi per poi sprofondare in uno stato di dormiveglia che durò più di quattro ore: -Stiamo atterrando, allacciatevi le cinture- annunciò il pilota. 
Aprì gli occhi e seguì il consiglio del pilota.

                                                     ***********************

New York, ore 04: 00

Scese dall'aereo, felice di mettere i piedi a terra una volta per tutte. Cercò da ogni parte una macchina o qualcosa che assomigliasse ad un mezzo a quattro ruote... non c'era nulla se non un elicottero pronto per spiccare il volo: -Finalmente a casa!- urlò suo zio per sovrastare l'elicottero: -Forza, Adam, so quanto odi volare, ma fai quest'ultimo sforzo-
Lo seguì fino all'elicottero e si sedette proprio davanti a lui: -Sei stato bravo con quei tre. Parlavano così velocemente che per un attimo ho temuto che le loro lingue s'intrecciassero nelle bocce e, invece tu, hai preso in mano la situazione e ci hai fatto guadagnare il doppio-gli disse, dandogli una pacca sulla spalla. Rimase senza parole: non era da Albert fare quel genere di complimenti: -Domani ti do la serata libera, che ne dici?-
    -Grazie-
Sapeva perché suo zio era di buon umore e sapeva pure perché gli lasciava la serata libera e quella cosa aveva pure un nome: Carmen. Aveva visto poche volte l'amante di Albert, però si era sempre chiesto come facesse a stare con quell'uomo. 
Se la ricordava come una donna sudamericana, dalla pelle ambrata, il fisico da far invidia ad una modella di costumi da bagno, i capelli color cioccolato fondente e il viso ancora più bello del fisico, mentre suo zio non si poteva definire proprio un modello, forse una ventina d'anni prima poteva essere stato belloccio, ma ne dubitava.
Lo vide prendere un sigaro e fumare con lo sguardo rivolto verso il finestrino dal quale si riusciva ad abbracciare tutta la metropoli con uno sguardo: -Adoro guardare questa città dall'alto. Ha un che di magico; non trovi?-
    -Si, è magnifica-
La cosa che preferiva di New York era la sua continua e frenetica attività: pure di notte non sembrava mai fermarsi, meritandosi a pieno titolo il nome di città che non dorme mai. Però, per quanto la sua città fosse instancabile, lui aveva un bisogno disperato di dormire ed era sicuro che quella sera non avrebbe chiuso occhio: -Fai tu o faccio io?- gli chiese suo zio, notando l'aria sfatta del giovane: -No, faccio io. Si trova nel mio bagno non nel tuo-rispose Adam. Avrebbe preferito tenerlo in vita almeno  fino alla mattina seguente, tuttavia  ogni secondo che passava le possibilità che quel soldato si liberasse aumentavano. 
L'ostaggio in questione proveniva direttamente dal Mondo Sotterraneo e sembrava molto amico di Patrisha O'Connor, visto che quando gli  si era avventato contro aveva urlato il nome della donna. Comunque, non era stato molto furbo: si era fatto sparare a tutte e due le gambe. 
L'elicottero atterrò sopra al tetto del grattacielo nel quale suo zio aveva creato la propria azienda edile: -A domani. A mezzogiorno, come tutti i giorni, cerca di essere puntuale se no te la sogni la serata libera-
Lasciò suo zio sul tetto.
"Un ultimo sforzo e ci siamo" si disse, uscendo dal palazzo. Salì in macchina e guidò fino al proprio appartamento.

Aveva una gran voglia di buttarsi sul divano e dormire, ma doveva lavorare  "Il tempo è denaro."
 Si tolse la giacca ed entrò in bagno, dove un uomo dai capelli scuri se ne stava appeso alla doccia. La testa era posata sul petto e i vestiti erano sporchi di sangue, come la maggior parte del suo corpo: -Sveglia!- gli disse, aprendo l'acqua fredda. Quello sgranò gli occhi, riempiendosi i polmoni d'aria: -Ben svegliato! Oggi siamo più collaborativi dell'altra settimana?-
L'agente del Mondo Sotterraneo lo fissò e gli sputò addosso, si spostò prima di essere colpito. Fissò quell'orrido grumo di saliva e sangue, divertito: -Sei ridotto male, amico mio. Mi dici come posso entrare nel vostro mondo?-
L'uomo tentò di liberarsi, senza successo: -Non te lo dirò mai!-
Adam alzò le spalle e gli sorrise: -Odio torturare la gente onesta e so benissimo che tu sei un bravo ragazzone-
   -Che mi vuoi fare, stronzo?-
   -Io? Nulla. Odio sporcarmi le mani, però, mio zio mi ha detto "Se quello non parla piantagli un proiettile in testa e lascialo nel primo vicolo che trovi". Scusami- gli disse, facendo finta di essere dispiaciuto: -Tu sei pazzo!-
Prese la pistola: -Me lo dicono in molti-
Fece fuoco. 
Chiuse la porta del bagno e si lasciò andare sul divano, era troppo stanco pure per andare nella propria stanza. Prese il telefono: -Ciao, Gregor... Si, lo so che sono le quattro e venti... Senti Gregor! Ne ho un altro da far sparire al più presto. Ci pensi tu?... Certo, nel mio appartamento. Le chiavi ce le hai, giusto?... Allora non mi vedrai sveglio-

                                                     ***************************

Central Park, New York,  ore 10:09

Una lieve brezza invernale soffiò tra gli alberi di Central Park, facendole venire i brividi. 
Si mise lo zaino sulla spalla destra ed entrò. Il locale non aveva nulla di speciale, anche se aveva l'aria accogliente e raccolta che tutti gli abitanti del Mondo Sotterraneo amavano. Lei la odiava, preferiva gli spazi aperti e completamente privi di persone. Tutti la prendevano in giro fin da quando era piccola: viveva sotto terra ed aveva pure la sfortuna di essere claustrofobica "La vita ce l'ha proprio a morte con me."
Affondò le unghie nel palmo della mano per non pensare al fracasso e all'aria soffocante che aleggiava in quel minuscolo bar e si avvicinò al bancone: -Scusi, mi può dire dov'è il bagno?- domandò, il barista la guardò per qualche secondo, poi le indicò una porta, incastrata tra due tavoli. 
Andò dritta verso di essa ed entrò nel bagno degli uomini. Dai rapporti minuziosi  di Patrisha sapeva già dove trovare il borsone con le armi: -E tu che ci fai qui dentro?- le chiese un omino asiatico con una valigetta di pelle  nera, stretta nella  mano destra: -Tranquillo, ci metto solo un secondo, non voglio disturbarti mentre fai le tue cose- gli disse, colpendo con le nocche le piastrelle fino a trovare quelle che cercava: -Ha qualcosa per toglierle?-
   -No-
   -Fa lo stesso. Faccio da sola-rispose con un sorriso. Fece qualche passo indietro e diede un calcio al muro. Cinque piastrelle si spaccarono come se fossero di vetro sotto agli occhi increduli dell'uomo. 
La giovane prese un borsone nero e lo aprì proprio sotto ai suoi occhi. 
C'era quello che le serviva: parrucche, armi, proiettili, vestiti, maschere e anche un fucile di precisione "Il grassone sa il fatto suo" pensò: -Lei che ha da guardare?- chiese all'uomo che rimase immobile a fissare quella giovane donna: -Lei non mi ha mai vista. Se racconta a qualcuno ciò che ha visto in questo bagno...-lasciò la minaccia a metà, non serviva continuare: l'uomo se ne era già andato a gambe levate, lasciando la propria valigetta sul lavandino.
Uscì dal bagno con il borsone in spalla. Quella scoperta le aveva illuminato la giornata. 
Si vedeva già in giro per Nuova America, finalmente libera e felice. Abbassò lo sguardo sul braccio destro, se si guardava bene, si poteva vedere il localizzatore in rilievo sotto alla pelle; le faceva veramente ribrezzo, però non poteva biasimare il presidente: con una come lei non si poteva andare sul sottile, era veramente imprevedibile e soprattutto sleale.
Camminò per le strade di New York fino all'appartamento che era appartenuto a Patrisha. Era l'appartamento più spoglio che avesse mai visto, pure il sottoscala in cui era vissuta dopo la morte dei suoi genitori era più arredato di quel monolocale. I mobili erano pochi e tutti sfondati, il letto non aveva neppure le coperta e  la cucina aveva in tutto due piatti e un bicchiere. L'unica cosa ben fornita era il mobile dei medicinali. 
Posò il borsone sul divano e prese la valigetta con dentro il fucile. Adorava le armi da fuoco. Era uno dei cecchini più richiesti di tutto il Mondo Sotterraneo, in tutta la sua carriera aveva sbagliato solo una volta. 
Aprì la valigetta e fissò i pezzi del fucile, le bastava comporlo, mirare e... 
Richiuse la valigetta con uno scatto: sentiva ancora l'urlo disperato di quella donna ogni volta che vedeva un'arma da fuoco, non riusciva a guardare quel fucile senza sentire un brivido percorrerle la spina dorsale"Ancora un po, sopporta  ancora qualche giorno e poi non toccherai mai più un'arma per fare del male a qualcuno" 
Sentì il telefono squillare, non si sarebbe mai aspettata una chiamata dal telefono di Patrisha "Aspetta! Non c'era un telefono" pensò, seguendo il suono. 
Entrò in camera dove trovò un telefono usa e getta, abbandonato in diagonale proprio al centro del materasso. Conosceva la persona che comunicava con lei a quel modo e non era nella situazione per parlare proprio con lui, però non poteva non rispondere: -Cosa vuoi?-
   -Parlare-
   -Fa presto!-
   -Sei a New York per i due Coleman?-
   -Si-
   -Hanno rapito mia figlia, voglio che tu la salvi-
   -E io che ci guadagno?-
   -Non sarai più costretta a lavorare per me per ripagare i tuoi debiti-
   -Va bene-
   -Sapevo di poter contare su di te. Mia figlia ha diciotto anni è alta, magra con i capelli rossi. Sono in pensiero per lei-
   -Certo, come se tu provassi sentimenti come la preoccupazione-
   -Non ti ho chiamata per fare commenti. Ti do tre giorni, libera mia figlia, non m'importa né come e neppure cosa farai dopo ai Coleman. Mi farò sentire allo scadere dei tre giorni e spera di avere mia figlia se no il tuo debito me lo ripagherai con il tuo bel sangue-
    -Ricevuto. Tre giorni- 
Chiuse la chiamata per poi lanciare il telefono contro al muro dallo sconforto. 
In prigione si era dimenticata di quel debito, le sbarre la tenevano lontana dal mondo esterno, però tenevano fuori pure i suoi nemici. Si passò le mani tra i capelli. Tre giorni oppure sarebbe morta "Mi serve uno dei due"
Andò alla finestra. Da lì si vedeva il grattacielo della ditta edile dei Coleman, in pratica mezza New York era stata costruita da quella famiglia e dai suoi operai sottopagati "Non mi sentirete neppure arrivare"
   
 
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