Storie originali > Generale
Segui la storia  |       
Autore: Hanna McHonnor    16/07/2017    2 recensioni
Se cercate qualcosa di serio, allontanatevi da questa raccolta... è frutto di diversi ricordi ritrovati e pieni di errori o cose che sinceramente oggi avrei fatto in modo diverso. Ma sapete cosa? Ci si deve pur mettere in gioco ogni tanto e ho deciso di accettare la sfida lanciatami da Soul_Shine. Se volete partecipare pure voi, fatevi sotto con i vostri ricordi :)
Genere: Generale, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
 <<  
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Trovato qualcosa...
 
 
 
La mattina si svegliò prestò, voleva finalmente provare a trovare la mappa di cui aveva parlato il padre il primo giorno che erano giunti in quel posto, che poi non era altro che due giorni prima. Visto che i suoi genitori ancora dormivano fece colazione da sola e in punta di piedi arrivò vicino alla credenza. La mamma l’aveva già riempita con barattoli, barattolini e varie cose da mangiare. Senza far rumore tolse tutto e cercò di alzare le varie mensole.
Erano molto pesanti.
Con le sue sole forze non ci sarebbe mai riuscita, ma invece di mollare si mise a pensare ad una soluzione: prendere il martello e con questo rompere tutto non era di certo una buona idea. Poteva aspettare che i suoi si svegliassero, ma nessuno le garantiva che avrebbero avuto il tempo di aiutarla.
Sembrava che le idee buone, quella mattina, volassero altrove.
Poi una lampadina le si accese e corse verso il mobile in soggiorno dove il padre era solito posare le chiavi della macchina. Le prese e correndo più veloce per ritornare prima che qualcuno si svegliasse, andò in garage. Qui, non mise in moto la macchina come ci si sarebbe potuto aspettare in principio, ma aprì semplicemente il bagagliaio per prendere la cassetta degli attrezzi del padre. La portò sopra il tavolo della cucina e ne estrasse solo il cacciavite. Lo usò per forzare le mensole, prima una, poi un’altra e infine l’ultima. Ogni volta che una mensola si toglieva uno schiocco rimbombava per tutta la casa. Il primo aveva spaventato anche lei, non solo per il forte rumore improvviso, ma per la paura di sentire passi provenire dal piano superiore. Accortasi che non si era svegliato nessuno, continuò nel suo lavoro talmente concentrata che quando i genitori si presentarono alla porta della cucina, lei non li sentì.
Si girò per prendere un cacciavite più piccolo e scorse un’ombra. Non urlò per poco, ma ogni muscolo del suo corpo si contrasse finché non fu sicura di chi si trattasse. La sicurezza fu più vicina quando una voce disse:
“Cos’ è successo qui?” era sua madre
“Niente. Stavo cercando la mappa. Vero papà che potevo?” cercò di fare il più possibile gli occhi dolci,
“Si, ma non pensavo mi prendessi così alla lettera. Comunque hai trovato qualcosa?”
“Ancora no” la risposta uscì tristemente dalle sue labbra.
“Sentite” disse la mamma “Devo andare in Paese per delle commissioni. Andrò da sola, altrimenti come ieri, non compreremo nulla per parlare con gli amici di tuo padre. Voi due” li indicò per essere sicura che capissero “Pulirete qui e cercherete di aggiustarmi quelle mensole”.
Né Cristina né il padre protestarono, sapevano che non sarebbe servito a niente. Si limitarono, per prima cosa a trasportare il legno, mensole e credenza nella capannina vicino alla villetta. Lì vi erano alcuni strumenti da falegnameria, difatti il nonno si dilettava con questo hobby.
Non fu difficile riassemblare le mensole, perciò il signor Capileri decise anche di lucidare il tutto, visto che la moglie non era ancora tornata. Perciò lasciò la figlia da sola per andare a prendere la vernice.
Cristina in quei pochi minuti si mise a girare intorno alla credenza, sapeva che da qualche parte si trovava celato qualcosa. Lo sentiva. Con la mano sfiorò il mobile per tutta la sua lunghezza e larghezza. Ma niente. Nessun spigolo, nessuna sporgenza.
Ad un certo punto sobbalzò e si portò il dito alle labbra istintivamente. Si era punta con un chiodo, pensava. Lo cercò per vedere se era arrugginito, perché se lo era avrebbe dovuto dirlo al padre, altrimenti no. Cercò un qualsiasi chiodo sporgente o vite che magari non era stata avvitata bene. Ma non trovò niente.
In realtà qualcosa scorse, ma non pensava fosse importante. Era un semplice filamento di legno appuntito, ma non era convinta che a pungerla fosse stata la scheggia finché non vide una minuscola goccia di sangue sulla sua estremità:
“Allora sei stata tu a pungermi!” sussurrò piano, forse senza nemmeno rendersene conto.
Osservando più attentamente si accorse che vi era un minuscolo foro sul fondo della credenza, proprio vicino alla scheggia. La spezzò e ai suoi occhi si rivelò un’asse di legno molto più chiara e meno rovinata rispetto al legno usato per il mobile da cucina.
Prese il martello e con una botta riuscì a spezzarla. La spostò e riuscì a scorgere un pacchetto ben nascosto fra ragnatele e polvere. Esitò un attimo, ma poi si decise e prima che il padre tornasse lo prese e se lo mise in tasca.
Quando il signor Capileri arrivò Cristina gli disse che si era accorta dell’asse rotta sotto la credenza e aveva cercato di aggiustarla. Ma non c’era riuscita, però si era sporcata tutta, chiese il permesso di andarsi a lavare le mani e cambiarsi; avuto questo si allontanò di tutta fretta.
Giunse in camera sua e qui si sedette sul letto. Prese il pacchetto e lo aprì. Fu costretta a starnutire varie volte per liberare il naso dalla polvere che alzava nel tentativo di scoprire che cosa c’era dentro.
Forse era la mappa. O forse qualcos’altro. Ma se era così, che cosa di preciso?
La gioia di aver scoperto finalmente un oggetto celato le faceva tremare le mani e di conseguenza il laccio che teneva chiuso il pacchetto non venne sciolto velocemente.
Quando riuscì ad aprirlo poté vedere che dentro vi erano delle lettere. Senza perdere tempo si mise a leggere la prima:
 
“Ciao ometto,
come state tu e la mamma? Qui non c’è male, però mi mancate molto. Fra due giorni arriveremo sul campo di battaglia e per alcuni giorni non potrò scriverti. Non preoccuparti troppo.
Ti prometto che tornerò a casa, non lascerò che un’ insulsa guerra distrugga la nostra famiglia.
Mi raccomando prenditi cura della mamma. Ha bisogno di te e di sentire che ti mantieni  in forze e sereno. Questa per me  è la più grande gioia.. Non crescere troppo durante la mia assenza, mi raccomando.
Ti voglio bene.
                                                                                                   Tuo padre…”
 
Cristina leggeva rapita da quelle righe. Molte altre lettere parlavano di guerra e di dolore, non solo direttamente, ma anche nella stessa calligrafia si poteva scorgere la sofferenza. Un’altra lettere recitava così:
 
“Caro Alexander,
ho provato a chiedere una licenza per poter tornare a casa, da voi, dalla mia dolce famiglia. Ormai sono due mesi  che manco, senza vedervi. Queste mie righe dovrebbero arrivarti intorno al giorno del tuo compleanno…compierai dodici anni… Resistete, sto per tornare da voi.
 
Ti voglio bene
                                                                                         Tuo padre…”
 
Tutte le lettere finivano con la stessa frase: “Ti voglio bene…tuo padre…” . Cristina sperava che il padre di Alexander fosse riuscito a tornare dalla sua famiglia. Frugò nel pacchetto per cercare una prova della sua speranza. Invece trovò una lettera stranamente sinistra. La calligrafia non era quella del padre di Alexander, stava lì immobile, come a presagire ciò che tutti temevano, ma non volevano nemmeno dire sottovoce.
 
“Gentile signora Marie,
mi rammarico nel comunicarle la morte di suo marito. Era un combattente valoroso e per questo gli avevo concesso di poter tornare a casa fra un mese esatto. Sappiamo che lascia, oltre a lei suo figlio, appena dodicenne, perciò per qualsiasi cosa potete scrivere.
 
Sentite condoglianze.           
 
                                                                                                              Generale Friench”
 
In un angolo a sinistra di queste tristi parole c’era scritto, con una calligrafia da bambino:
Se vuoi fare qualcosa restituiscimi mio padre”.
 
Le lacrime iniziarono a sgorgare dagli occhi di Cristina. Era una storia davvero triste.
Già prima di sapere cos’era successo al padre si Alexander la guerra non le piaceva, ma adesso l’odiava proprio.
Non l’aveva mai capita, non perché fosse difficile comprenderla e lei ancora troppo piccola, ma per il semplice fatto che una cosa senza senso non si può comprendere.
Ripose le lettere nel pacchetto e depose questo in un cassetto della scrivania.
Aveva bisogno di aria e decise di andare a fare una passeggiata.
Dopo aver avvertito il padre, si incamminò nel bosco.
Lì  poteva tranquillamente sentire il cinguettio degli uccellini e lo svolazzare di api e vari insetti. Stare nella natura le piaceva e di solito riusciva a calmarla, qualsiasi fosse la cosa che la turbava. Questa volta fu più difficile non pensare ad Alexander.
Pensando non prestò attenzione a dove metteva i piedi e scivolò inciampando in un tronco di albero caduto durante l’ultimo temporale. Non si ruppe niente, però la caviglia le faceva un po’ male, così si mise a sedere.
Da terra osservò le foglie sopra di lei e rimase estasiata dagli effetti di luce che i raggi del sole creavano nel passare in mezzo alle foglie e ai rami.
Su un albero non molto distante da dove si trovava scorse qualcosa sul ramo più robusto. Si alzò lentamente e sentendo che la caviglia non le faceva più male, si avviò verso quella nuova scoperta.
Quella che aveva scorto da lontano era una capanna. Le sembrava familiare, ma pensò che in fondo tutte le capanne più o meno dovevano essere fatte allo stesso modo.
Cercò un modo per salire, voleva visitarla all’interno. Le girò intorno fino a giungere alla conclusione che entrambe le scaletta per salire erano state accuratamente chiuse e lei non arrivava al gancio per aprirle.
Le venne un’idea: se quelle scale non riusciva a raggiungere, una scala avrebbe portato lei.
Corse a casa. Il signor Capileri stava leggendo un giornale in cortile. Aveva finito da poco il restauro della credenza.
“Sei tornata per rompere qualcos’altro? Ti conviene farlo prima che torni tua madre!” scherzò ridendo
“Molto spiritoso! Sono venuta a prendere una scala…”
“Una scala? E a cosa ti serve?” l’aria interrogativa con cui la guardò faceva presagire che non capiva affatto l’uso di un simile attrezzo, ma la spiegazione non tardò ad arrivare:
“Ho trovato una casetta su un albero e vorrei entrarci, solo per vedere com’è fatta all’interno”
“Strano, non l’ho mai trovata da piccolo. Forse è recente, sei sicura che non troverai problemi con i proprietari?”
“Non sembra tanto recente. Vi è muffa ovunque sulle pareti”
“Questo non vuol dire…”
“Per favore…” di nuovo usò l’arma degli occhi dolci,
“E dimmi. Cosa pensi di rispondere se qualcuno ti accusasse di aver invaso il suo territorio?”
“Ero solo curiosa. Non c’è bisogno di allarmarsi tanto. Non ho toccato nulla. A proposito il mio nome è Cristina” inscenò la bambina, aggiungendo anche un inchino alla fine della performance.
Al padre scappò un sorriso: “Sei molto buffa, lo sai?”
“Ah ah ah! Parlando di cose serie, non credo di riuscire a trasportare la scala, mi aiuti?”
“E va bene” il signor Capileri si arrese chiudendo il giornale.
D’altronde, pensò, quella vacanza era stata organizzata per permettergli di stare un po’ di più con la sua famiglia.
Prese la scala e si fece guidare dalla figlia. All’inizio seguirono il percorso che anche lui da ragazzino aveva percorso molte volte. Poi Cristina girò a destra, non si ricordava di esserci mai stato. Poi si ricordò: a lui era proibito andare in quella parte del bosco. Lo disse alla figlia, che sorrise: “Che hai da ridere?” le chiese,
“Mi ricorda la favola di Cappuccetto Rosso…”
“Solo che al posto del lupo, qui c’era il burrone”
“Anche ai bambini di adesso è proibito venire qui?”
“Penso proprio di si…perché?”
“Allora ho ragione io…la capanna è disabitata” esclamò Cristina sicura delle sue affermazioni.
“Qualcuno avrebbe potuto disubbidire all’ordine di non avvicinarsi…”
“Giusto…non tutti sono esemplari come il mio papà”
“Sento aria di presa in giro!”
“Noooo! Non mi permetterei mai!”
“Ah si?”
Il signor Capileri mise giù la scala ed agguantò la figlia con l’intento di farle il solletico. Ma lei riuscì a sgusciar via dalla sua presa. Così iniziò ad inseguirla e fra risa e divertimento passarono un quarto d’ora esemplare. Alla fine il signor Capileri chiese una tregua, non era più giovane e non riusciva a correre senza effetti collaterali. 
Ripose nuovamente la scala sulla sua spalla: “Forza, fammi vedere questa antica capanna”.
Senza rispondere Cristina si avviò nuovamente.
Arrivarono quasi subito, non essendosi fermati molto lontano a giocare.
Cristina appoggiò la scala al tronco dell’albero, il padre controllò che fosse fissata bene, poi la lasciò salire. Lui rimase tutto il tempo della salita a tenere la scala, per evitare che tremasse e facesse perdere l’equilibrio alla figlia.
Una volta che lei fu giunta in cima, preso dalla curiosità salì anche lui.
Mentre saliva Cristina era già entrata. Dentro non c’erano molti mobili, però era accogliente. In un angolo era disegnato anche un camino, le fiamme erano di un rosso talmente vivo da sembrare vere. Sul tavolo c’era un bauletto. Con il cuore martellante in petto, Cristina si avvicinò e lo aprì. Dentro c’erano una collana e un paio di orecchini. Il ciondolo della collana si dischiuse rivelando una foto. Erano ritratti un uomo, una donna e un bambino. Tolse la foto dall’apposito contenitore e la girò. Lasciò cadere il ciondolo sul tavolino: “Papà…” riuscì a sussurrare prima che la voce le morisse in gola.
“Che succede?” chiese la voce allarmata del padre.
“Qui c’è scritto Alexander…”
“Non capisco qual è il problema.  Forse è il bambino ritratto nella foto”.
Cristina raccontò al padre del pacchetto e delle lettere a anche lui giunse alla stessa conclusione: “Questa era la sua capanna. E questi gioielli forse appartenevano alla madre”
“Secondo te, Alexander è anche in vita?”
“Non lo so. Ma questo si può scoprire. Ma ora è meglio andare”
“Voglio ancora guardare in giro” quasi implorò.
Il signor Capileri scese e si sedette ai piedi della grande quercia ad aspettare che la figlia si decidesse a scendere.
Nel frattempo Cristina aveva guardato dappertutto, in tutti i cassetti. Come nei film aveva bussato sulle assi del pavimento e delle pareti per scoprire se vi erano passaggi segreti. Poi uscì nel terrazzo ed urlò al padre: “Sto per scendere. Mi tieni la scala?”
“Certo”
Girandosi per scendere scorse una piccola porta vicino a quella vera. Provò ad afferrare la maniglia, ma questa non c’era veramente. Era un affresco, era tutto dipinto. Poi sotto di essa scorse una scritta che diceva così : “Sei capace di scoprire il segreto?”.
Chissà cosa significava!
Non ci pensò molto, anche perché iniziava a essere stanca. Si ripromise che vi avrebbe pensato la mattina dopo. Forse sarebbe anche tornata in quel posto.




----------------

N.d.A.

Mi rendo conto che è un capitolo molto lungo, ma non sapevo dove spazzarlo. Nel file word era tutto insieme e avevo, in un primo momento, di spezzarlo dove il 'ritrovamento' ma poi mi sono resa conto che se avessi iniziato il prossimo capitolo con lei che si commuoveva, che piangeva, avrei spezzato il momento.

Perciò, se è troppo lungo: scusate.

Tanto corto o lungo sarebbe stato un obrobrio lo stesso xD.


Grazie ^-^



-Hanna

 
 
 
  
Leggi le 2 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<  
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Generale / Vai alla pagina dell'autore: Hanna McHonnor