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Autore: Crateide    16/07/2017    1 recensioni
[storia partecipante alla challange "scambio di coppia" indetta sul gruppo Efp Fandoms!]
"- Secondo te chi è?
Sua madre sollevò le spalle e scosse il capo.
- Non ne ho idea – rispose – so solo che se non l’avessi trovata, sarebbe morta annegata.
- Secondo te viene da... di là?
- Spero di no. Saremmo nei guai, altrimenti.
Venilia storse le labbra.
- Non ci ha visti nessuno mentre la trascinavamo a riva e la portavamo qui – sussurrò.
- Me lo auguro, figlia mia.
Un mugolio fuoriuscì dalle labbra della sconosciuta, richiamando la sua attenzione. Sperò di vederla riaprire gli occhi, invano.
- Rimarrò io a vegliarla – disse risoluta.
Sua madre la guardò negli occhi.
- Ne sei certa? – le chiese.
- Sì, mamma. Tu va’ pure e non preoccuparti.
- Va bene. Sta’... sta’ attenta.
Venilia gettò una veloce occhiata agli indumenti della sconosciuta e alla lunga spada appoggiata contro il muro. Annuì e si sedette su uno sgabello, inclinando il capo sulla spalla sinistra, assorta."
Genere: Angst, Science-fiction, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: FemSlash
Note: AU | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza
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Il Sole splendeva alto nel cielo opalino di Lycoville, spandendo nell’aria una luce lattescente, filtrata dai fumi che appestavano l’aria.

Venilia, una ragazza sui vent’anni dalle forme generose e dai lunghi capelli scuri, camminava lungo le sponde del Grande Fiume, con una cesta di panni sporchi stretta sotto al braccio. Procedeva lentamente, sorridendo maliziosa a qualche sguardo licenzioso che i pochi pescatori che incontrava le rivolgevano. Era sensuale Venilia, e ne era consapevole. Le piaceva attirare l’attenzione su di sé e non perdeva mai l’occasione di stuzzicare l’interesse di qualche bel giovane.

Eppure, nonostante avesse fuori la porta una frotta di pretendenti pronti anche a battersi per lei, Venilia non era interessata ad impegnarsi con nessuno di loro. Sentiva di non aver ancora incontrato la persona in grado di farle battere il cuore e, per questo, aveva promesso a se stessa che non si sarebbe impegnata finché non l’avesse trovata.

Catturata da questi ed altri pensieri, Venilia si rese conto del vecchio che le andava incontro solo quando le fu quasi dinanzi. Lo guardò in quel viso rugoso, sporco e un po’ bruciato dal Sole, incorniciato da una lunghissima barba bianca e si ritrovò imbrigliata nel suo sguardo azzurro e un po’ opaco.
- Buongiorno – la salutò con voce profonda e roca.
- Buongiorno a voi – si affrettò a rispondere. Solo in quel momento Venilia si rese conto che si trattava del Saggio, il filosofo che abitava Lycoville e che ispirava rispetto nei suoi abitanti.

Rimase interdetta, chiedendosi come mai l’avesse fermata. Di solito, infatti, era un tipo schivo, seppur gentile, che preferiva vivere ritirato nella sua dimora dall’altra parte della città.
- Ho una cosa per te – le disse ad un tratto.

Venilia trasalì.
- Per me? – chiese.

Il Saggio sfilò qualcosa dalla tracolla di pezza che gli pendeva da un fianco e le si accostò, depositando sul cesto di panni un gomitolo di lana talmente bianca da sembrare iridescente.

La giovane rimase ad osservare l’oggetto per alcuni istanti, perplessa. Non aveva mai visto un filo talmente bello e prezioso!
- Perché me l’avet-... – ma le parole le morirono in bocca. Del Saggio non c’era più traccia.

Si guardò intorno, facendo un giro completo su se stessa, ma non vide nessuno.

Un brivido le scosse le membra fin dentro le ossa. Chissà perché l’uomo le aveva fatto quel dono!

Venilia si avvicinò alle sponde del fiume. Si sporse leggermente per specchiarsi, di nuovo persa nei propri pensieri. Fu allora che lo vide e fu quasi per caso: il corpo di una persona stava galleggiando sul pelo dell’acqua, inerme, trascinato dalla corrente.

“Oh Dèi!”.

Si portò le mani alle guance e lanciò un grido, lasciando cadere a terra la cesta di vimini.

 

 

Venilia si preoccupò di portare delle coperte, mentre sua madre spogliava la giovane donna dagli indumenti fradici. Non aveva ancora ripreso conoscenza, nonostante suo padre le avesse fatto sputare l’acqua ingerita.

Venilia la guardò in viso, mentre la copriva meglio che poteva. Il colorito era assai pallido, ma non nascondeva le lentiggini che le punteggiavano il naso. Le labbra carnose erano un po’ bluastre e screpolate e una zazzera di capelli biondicci le incorniciava gli zigomi alti, inanellandosi leggermente.
- Secondo te chi è?

Sua madre sollevò le spalle e scosse il capo.
- Non ne ho idea – rispose – so solo che se non l’avessi trovata, sarebbe morta annegata.
- Secondo te viene da... di là?
- Spero di no. Saremmo nei guai, altrimenti.

Venilia storse le labbra.
- Non ci ha visti nessuno mentre la trascinavamo a riva e la portavamo qui – sussurrò.
- Me lo auguro, figlia mia.

Un mugolio fuoriuscì dalle labbra della sconosciuta, richiamando la sua attenzione. Sperò di vederla riaprire gli occhi, invano.
- Rimarrò io a vegliarla – disse risoluta.

Sua madre la guardò negli occhi.
- Ne sei certa? – le chiese.
- Sì, mamma. Tu va’ pure e non preoccuparti.
- Va bene. Sta’... sta’ attenta.

Venilia gettò una veloce occhiata agli indumenti della sconosciuta e alla lunga spada appoggiata contro il muro. Annuì e si sedette su uno sgabello, inclinando il capo sulla spalla sinistra, assorta.

Trascorsero le ore e si fece notte. Una sola candela gettava nella stanza una luce mobile, che pareva danzare sulle pareti di legno scuro.

Venilia si mosse, arricciando il naso. Era rimasta immobile per così tanto tempo, che le dolevano le natiche!

Non aveva cenato e sentiva i crampi della fame morderle le viscere. Tuttavia, non se la sentiva di lasciare da sola quella sconosciuta: se si fosse svegliata mentre lei non c’era, come avrebbe reagito? E se fosse fuggita? No, doveva restare lì e attendere.

La osservò e notò che la donna riposava tranquilla da almeno un’ora. Il volto aveva ripreso un bel colorito e il respiro si era stabilizzato.

“Chissà chi è e da dove arriva...” si chiese, mordendosi il labbro inferiore. Quante domande avrebbe voluto farle! Cosa ci faceva nel fiume? Come ci era finita? Stava forse fuggendo? E perché aveva con sé un’arma, non sapeva che l’Imperatore aveva vietato ai cittadini di possederne?

Un mugolio la fece sobbalzare. La fiamma della candela ondeggiò, disegnando ombre sul volto della sconosciuta che, lentamente, aprì gli occhi, rivelando delle iridi talmente azzurre da sembrare bianche.

Venilia trattenne il respiro. Avrebbe dovuto chiamare i propri genitori, invece rimase imbambolata lì dov’era, mentre la donna si guardava intorno e appuntava tutta la sua attenzione su di lei. Cercò di sollevarsi, ma ricadde inesorabilmente sul letto.
- Ch-chi s-sei? – le chiese con voce arrochita.
- Il mio nome è Venilia – si affrettò a rispondere – e questa mattina ti ho trovata che galleggiavi, priva di sensi, nel fiume.

La donna si portò una mano alla fronte e chiuse gli occhi per un lungo istante.
- Maledizione – imprecò a bassa voce.
- Come ti chiami? – le chiese Venilia – Perché ti sei gettata nel fiume? Da dove vieni?

La sconosciuta risollevò le palpebre e le scoccò un’occhiata infastidita.
- Quante domande! – brontolò – Il fatto che tu mi abbia salvato la vita, non significa che adesso debba raccontarti la storia della mia vita! Piuttosto, ragazzina, dov’è la mia spada?

Venilia fece il broncio e senza replicare indicò l’arma appoggiata contro il muro. La donna parve rilassarsi.
- Perdona se sono stata scortese – disse dopo un po’ – ma odio chi mi fa troppe domande.
- Scusa se voglio sapere chi sto ospitando in casa mia.
- Il mio nome è Eryi.
- Da dove arrivi, Eryi? Forse... dall’altra parte del fiume?

Eryi la guardò intensamente, senza sbattere mai le palpebre. Venilia si sentì precipitare in quelle iridi chiare, che la misero subito in soggezione.
- Vengo da Uran City, se ci tieni a saperlo.

Venilia sobbalzò due volte, strabuzzando gli occhi. Uran City era la città che, trent’anni prima, aveva cercato di ribellarsi al governo dell’Imperatore, fallendo miseramente. Cosa ci faceva una sua abitante lì?

“E se fosse qui per uccidere il re?”.

Una gocciolina di sudore freddo le corse lungo la schiena.
- E... cosa ti ha spinta a venire qui? – chiese in un sussurro, come se temesse che qualcuno potesse udirla. Avere in casa una cittadina di Uran City non era affatto prudente!
- Non sono affari che ti riguardano – rispose Eryi, volgendo il capo dall’altra parte, come per rifuggire il suo sguardo.

Scese un astioso silenzio, durante il quale Venilia si perse nei propri pensieri e ragionamenti. Forse...
- Sei qui per il tributo? – chiese ad un tratto, muovendo appena le labbra.

Eryi si volse di scatto, con gli occhi azzurrissimi che dardeggiavano.
- E se anche fosse? Hai intenzione di denunciarmi alle autorità di questo schifo di città? – ringhiò a denti stretti.
- No, ma... devo saperlo, se vuoi che io e la mia famiglia ti teniamo nascosta – rispose con semplicità, nella speranza che, mettendola alle strette, la donna le dicesse la verità.

Eryi parve placarsi e la vena al centro della fronte smise di pulsare impazzita. Rilassò i muscoli scattanti delle braccia – muscoli di chi ha passato gran parte della sua vita a combattere, non c’erano dubbi – e i lineamenti del suo volto si distesero.
- Da trent’anni a questa parte – le sentì dire – quel bastardo dell’Imperatore pretende che, ogni cinque anni, la mia città invii una nave con nove ragazzini e nove ragazzine come tributo per il mostro che nasconde nel Labirinto da lui fatto costruire.

Venilia abbassò il capo e si guardò le mani strette in grembo. Conosceva bene quella storia. La notte, ogni cinque anni, se rimaneva perfettamente in silenzio, poteva udire le urla disperate delle vittime sacrificali.

Scrollò le spalle, mentre un groppo le stringeva la gola.
- Lo so – sussurrò – Io... mi dispiace.

Eryi la guardò così intensamente, che per lei fu quasi impossibile non risollevare lo sguardo e puntarlo nel suo.
- Io ucciderò quel mostro.

Venilia strabuzzò gli occhi.
- E come farai? Anche se ci riuscisse, rimarresti intrappolata per sempre nel Labirinto!

La donna guardò la parete di fronte a sé.
- Troverò un modo per uscirne – disse, quasi a voler convincere se stessa – perché poi ho intenzione di uccidere anche l’Imperatore, così che l’intera E’Suez sia libera dal suo dominio.

Venilia si portò una mano sul cuore.

Avrebbe voluto dirle che avrebbe fatto di tutto per aiutarla, ma l’entrata improvvisa di sua madre la costrinse a tacere.
- Che rimanga fra noi – sussurrò Eryi – posso fidarmi, Venilia?
- Certo – si affrettò a rispondere – puoi fidarti di me, Eryi.

Venilia non rivelò la verità ai propri genitori e rimase in silenzio quando Eryi raccontò di essersi arruolata nell’esercito dell’Impero e di essere stata gettata nel fiume da dei ribelli di Uran City. Non disse nulla nemmeno quando sua madre e suo padre le offrirono ospitalità, ripetendo a se stessa che ciò che muovevano Eryi erano alti ideali.

Quella notte rifletté a lungo nel suo letto, fino alle prime luci dell’alba. Lei avrebbe mai avuto il coraggio di liberare il proprio popolo dalla tirannia dell’Imperatore? No, probabilmente no.

Venilia si sentì pervasa da una strana eccitazione mista a paura. Si portò una mano sul cuore e provò il forte desiderio di aiutare Eryi nel suo intento. Ma come fare?

Il sonno la sorprese così, mentre la sua mente si immaginava più coraggiosa di quanto fosse in realtà, al fianco della donna che aveva salvato.

Quella visione si perse in un sogno.

 

 

Trascorse una settimana e Venilia strinse una bella amicizia con Eryi, nonostante la donna fosse un po’ restia nel parlare di sé.

Non era scorbutica come le era sembrata durante il loro primo dialogo, a suo modo sapeva essere gentile e anche divertente. Possedeva un fascino rustico, quasi selvaggio. Era così diversa da lei, che invece era assai femminile!

“Beh, in fondo Eryi è una guerriera” si disse un giorno, mentre osservava la lunga spada intarsiata.
- A cosa pensi? – le chiese la donna, che si era ripresa magnificamente e già era in grado di rimettersi in piedi.

Venilia la osservò mentre si stirava i muscoli tondi e si ritrovò inspiegabilmente ad arrossire.
- A nulla. Mi chiedevo...
- Cosa?

La guardò negli occhi, seriosa.
- A quando agirai.

Eryi si scurì in volto.
- Il prima possibile – rispose – forse, domani notte.

Venilia sentì il cuore mancare un battito.
- Così presto? – chiese.
- Come mai quella faccia? Sembri dispiaciuta. Ti ho già detto che non ho intenzione di farmi ammazzare tanto facilmente.
- Lo so, ma...
- Niente “ma”. Agirò domani notte.

Venilia si alzò in piedi e le si accostò.
- Ma come farai con le guardie? Ce ne sono tantissime a presiedere il Labirinto! – disse, quasi lo urlò.
- Non sono alla mia altezza, te lo assicuro – rispose Eryi con un sorriso mefistofelico – anche perché ho dalla mia parte un qualcosa che loro non hanno.
- E cosa?

La donna aprì una mano e dal suo palmo si sollevò un globo di luce.
- La magia – rispose.

Venilia si coprì la bocca.
- Sei una maga?!
- Non proprio. Conosco solo qualche incantesimo rudimentale d’offesa. Quanto basta per sapermela cavare in combattimento – Eryi fece una pausa, per poi scoppiare a ridere – che faccia! Lo so che la magia è stata bandita a Lycoville, ma non a Uran City. Lì c’è una vecchia maga che addestra i pochi volenterosi rimasti nell’utilizzo di quest’arte ormai dimenticata.

Venilia osservò il globo di luce evaporare nell’aria, in silenzio.
- Eryi – disse infine, ritrovando la voce in fondo alla gola – perché tutto questo? Voglio dire... perché hai così a cuore le sorti di Uran City?

Eryi distolse lo sguardo – lo faceva sempre quando qualcosa la imbarazzava – e divenne seria tutto ad un tratto.
- Sediamoci – disse e si abbandonò pesantemente sul letto.

Venilia fece lo stesso e le si dispose accanto, continuando a fissarla intensamente.
- Dieci anni fa mia sorella si è sacrificata al posto mio. L’ho vista mentre veniva condotta via, fra le risa dei soldati dell’Imperatore.

Il silenzio cadde pesante. Venilia si morse il labbro inferiore per trattenere le lacrime. Agì d’istinto e le prese una mano fra le sue, stringendola forte.
- Oh Eryi... Non avrei mai immaginato una cosa simile – le disse – mi dispiace, sono stata indiscreta.

Eryi si volse a guardarla. Aveva gli occhi lucidi.
- No, è stata una domanda legittima – replicò – in fondo, mi stai ospitando e nascondendo in casa tua ed è giusto che tu sappia la verità. Domani sera toglierò il disturbo. Ciò che mi dispiace, è non poter ripagare te e i tuoi genitori per l’ospitalità.
- Non ci devi nulla – disse Venilia – io... io voglio solo che tu torni sana e salva – e, nel dirlo, arrossì fino all’attaccatura dei capelli.

Eryi sbatté ripetutamente le palpebre, perplessa. Infine, sorrise e posò una mano sulla sua.
- Non preoccuparti, tornerò.

Per tutto il giorno Venilia non fece altro che pensare ad un modo per aiutare l’amica. Ma cosa avrebbe mai potuto fare lei, una ragazzetta di appena vent’anni senza arte né parte, buona solo a cucire vestiti?

A fine giornata si buttò sul proprio letto, esausta, coprendosi la fronte con l’avambraccio. Nel buio che le rapì gli occhi, immaginò Eryi lottare contro un mostro gigantesco e spaventoso e sentì le viscere contorcersi dalla paura. Nonostante la conoscesse appena, sentiva di non volerla perdere...

Si risollevò di scatto, scuotendo il capo. Si portò le mani sulle guance un po’ accaldate e si chiese cosa le fosse venuto in mente.

Navigò con lo sguardo per la stanza, cercando di decifrare e al tempo stesso scacciare i sentimenti che le avevano infiammato il petto. Posò gli occhi sulla piccola libreria che troneggiava sulla parete di sinistra, piena di libri e bambole di porcellana che adorava collezionare e, infine, sulla scrivania di legno chiaro proprio di fronte a lei, sulla quale spiccava il gomitolo di lana che le aveva dato il vecchio Saggio. Rimase ad osservarlo per diverso tempo, meditabonda, mentre un’idea cercava di concretizzarsi nella sua mente. Un’idea che, forse, avrebbe potuto aiutare Eryi.

Tutto ad un tratto, Venilia saltò giù dal letto e si precipitò verso la scrivania, afferrando il gomitolo con entrambe le mani. Ma certo! Era un piano geniale!

“Che il Saggio me l’abbia dato per questo? Ma cosa poteva saperne, lui?”.

Scosse il capo e uscì dalla propria stanza per recarsi dall’amica.
- Eryi! – urlò, spalancando la porta, con un gran sorriso stampato sul volto.

La donna sussultò, mentre rifoderava la spada. Aveva indossato l’armatura e sembrava in procinto di andare via.

Venilia sentì le fauci seccarsi.
- Eryi... dove vai? – chiese, richiudendo la porta alle proprie spalle e avanzando verso di lei.

Eryi assunse un’espressione seria e, questa volta, non distolse lo sguardo dal suo.
- Ho deciso di andare stanotte – rispose con semplicità – non voglio più attendere.

Venilia sollevò il mento.
- Io verrò con te – dichiarò solennemente.
- Cosa? Scordatelo!
- E se ti dicessi che so come tirarti fuori dal Labirinto?

Eryi spostò il peso del corpo da un piede all’altro, confusa e curiosa al tempo stesso. Si passò una mano fra i corti riccioli biondi, palesemente in difficoltà.
- Hai un piano? – le chiese infine.

Venilia le mostrò il gomitolo bianco con un certo orgoglio.
- Sì – rispose – useremo questo.
- Mi prendi in giro?
- Affatto.
- E sentiamo: cosa vorresti farci?
- Ti legherai in vita un capo del gomitolo e ti addentrerai nel Labirinto, mentre io terrò il bandolo all’esterno, affinché tu possa ritrovare poi la strada per uscire seguendo il filo lasciato dietro di te. Che te ne pare?

Eryi le si accostò, accompagnata dal suono pesante e metallico della sua armatura.
- Che è un piano folle – ribatté – questo filo potrebbe spezzarsi.
- Non accadrà – rispose Venilia.
- E cosa te lo fa pensare?

Le ammiccò.
- Anche qui abbiamo un po’ di magia – e le raccontò dell’incontro con il Saggio.

Eryi rimase a pensarci per alcuni, lunghi istanti, tenendosi il mento fra l’indice e il pollice. Intanto, fuori il Sole aveva lasciato il posto alla sera e ad un cielo color indaco.
- Sta bene – disse infine, per poi titubare alcuni istanti – ma... Venilia, sei certa di volermi accompagnare? Potrebbe essere pericoloso.
- Con te al mio fianco non ho paura – rispose arrossendo.

Eryi distolse lo sguardo e annuì con un certo imbarazzo.
- Bene. Quando i tuoi genitori dormiranno, partiremo.

Venilia annuì e fece per andarsene, quando l’altra la trattenne.
- Venilia?
- Sì?
- Grazie. Sei... sei una cara amica.

Venilia sorrise e uscì di gran carriera, stringendosi al petto il gomitolo luminoso.

 

 

Le strade di Lycoville erano del tutto deserte. Solo qualche sentinella passeggiava pigramente per le vie, sbadigliando di tanto in tanto, senza accorgersi di due ombre che sgusciavano fra viuzze strette, celate dall’oscurità della notte.

Era mezzanotte e l’aria era fresca. Solo la Luna alta nel cielo illuminava i loro passi, rendendo la città quasi spettrale.

Venilia, nascosta dentro ad un mantello slavato, procedeva dietro Eryi che, nonostante l’armatura e la spada, possedeva un passo assai silenzioso.
- Eccolo – le sussurrò ad un tratto, indicando una struttura dalle imponenti e altissime mura. Era stata costruita con blocchi di pietra ciclopici e assai spessi, che incutevano terrore alla sola vista. Nel silenzio della notte, si udivano richiami lontani e gemiti mostruosi.

Venilia rabbrividì e si aggrappò al braccio di Eryi.
- Ci saranno sicuramente delle guardie – sussurrò.
- Lo so, ma a loro ci penserò io – rispose la donna – vieni.

Venilia la seguì dietro ad un edificio assai alto e, cercando di fare il minimo rumore, si arrampicarono usando la scala posta sul retro, che serviva probabilmente come via di fuga in caso di incendio. Una volta raggiunto il tetto, Eryi si sedette a terra a gambe incrociate, depositando la spada al suo fianco.

Venilia non disse nulla e rimase ad osservarla basita, mentre una nenia si diffondeva nell’aria e una leggera luce azzurrognola illuminava il corpo dell’amica. Guardò l’orizzonte, dove un vero e proprio esercito pattugliava il Labirinto. Uomini nerboruti e spaventosi, con indosso delle maschere altrettanto tremende, camminavano lungo tutto il perimetro esterno della struttura, armati fino ai denti.

Ad un tratto, Eryi urlò qualcosa d’incomprensibile, che si perse nel silenzio della notte e, in un battito di ciglia, tutti i soldati si accasciarono a terra e si dissolsero come sabbia.

Venilia strabuzzò gli occhi, incredula.
- Ma come...?
- Si tratta di un incantesimo assai antico e potente – rispose Eryi con il fiato corto, pallida come la Luna – è molto efficace, ma ha una sola pecca: devi sacrificare metà della tua forza vitale per evocarlo e lanciarlo.

Venilia inorridì e le si inginocchiò accanto.
- Ma come farai a sconfiggere il mostro, se ora sei così debole? – le chiese.

La donna le sorrise, stringendole calorosamente una mano.
- Non temere, ho abbastanza forza per far fuori quel bastardo. E anche per fare in modo che l’Imperatore muoia – si rimise in piedi, barcollando – ora, non perdiamo del tempo prezioso. Sei pronta, Venilia?
- Sì.
- Allora, andiamo.

 


*  *  *

 

 

Eryi si legò il filo intorno alla vita e si sorprese nel constatare quanto fosse resistente e al tempo stesso flessibile. Era sicuramente opera di un mago, ne era certa! Infatti, adesso che ci ripensava, Circe – l’anziana che l’aveva introdotta all’arte della magia – possedeva qualcosa di simile, di cui però era molto gelosa.

Quando ebbe finito, si volse a guardare Venilia e la vide pallida come un morto, con i grandi occhi scuri che la fissavano languidamente. Avrebbe voluto abbracciarla, stringerla contro il petto, ma si trattenne. Non poteva abbandonarsi a simile smancerie: in fondo, lei era una guerriera e aveva una missione da compiere.
- Io rimarrò qui ad aspettarti – le disse Venilia, tremando in tutto il corpo, con la voce rotta.

Sorrise suo malgrado.
- Lo so. Grazie – e, detto questo, le diede le spalle e si avventurò fra quelle alte pareti. Così alte, che a stento si riusciva a vedere il cielo nero.

Eryi si concentrò e usò quel poco di magia che le era rimasta in corpo per creare un globo di luce che potesse illuminarle la via. I muri erano angusti e nell’aria c’era un lezzo di sangue davvero nauseabondo. Un gocciolio lontano rimbalzava fra le pareti, costringendola a voltarsi spesso alle proprie spalle.

Una gocciolina di sudore le scivolò dalla fronte e le sfiorò l’occhio sinistro, per poi sparire al di là dello zigomo alto.

Sfoderò lentamente la spada, mano a mano che avanzava. Il filo che aveva in vita scorreva, flettendosi e tirandosi, rimandando bagliori opalini alla luce del globo che fluttuava davanti a lei.

Un rumore metallico e un lungo lamento ruppero il silenzio assordante che dominava quel maledetto Labirinto, facendole saltare il cuore in gola. Eryi non provava affatto paura: negli ultimi dieci anni della sua vita non aveva fatto altro che temprarsi per quel momento e non avrebbe permesso al terrore di impadronirsi di lei. No, lo doveva a sua sorella. E anche a Venilia, che stava rischiando la vita a sua volta solo per aiutarla.
- Avanti, bastardo! – gridò ad un tratto, volgendosi in ogni direzione – Fatti vedere, so che sei qui! Non vuoi il tuo pasto? Io vengo da Uran City e sono giunta per ucciderti! Hai capito? Ucciderti!

Un altro ringhio riecheggiò in ogni dove.

Eryi grondava di sudore, mentre svoltava angoli ed evitava vicoli ciechi.

Da quanto tempo era lì dentro? Pochi minuti, un’ora, giorni? Il cielo era ancora scuro o almeno così le sembrava.

D’improvviso, un tonfo sordo che fece tremare le pareti risuonò alle sue spalle, costringendola a voltarsi di scatto e a gettarsi di lato per schivare un braccio gigantesco che, altrimenti, l’avrebbe falciata.

Eryi rotolò a terra, mentre il filo scorreva sempre più velocemente. Si risollevò, piegandosi su un ginocchio, mostrando i denti come una fiera pronta all’assalto.

Aguzzò la vista e quando il globo di luce che aveva creato illuminò la creatura che le stava dinanzi, il sangue le si ghiacciò nelle vene. Un robot gigantesco e deforme, ricoperto da pelli umane in putrefazione, strepitava a fauci spalancate, con gli occhi di vetro illuminati di un rosso cupo. Mosse un passo e dal suo ginocchio fuoriuscì un getto di vapore incandescente. Il mostro di metallo perforò con le dita le mura che lo circondavano e ululò nuovamente al cielo su di sé. I suoi denti erano sporchi di sangue raggrumato.

“Maledetto bastardo! Dunque è così che l’Imperatore si diverte? Ha creato questo mostro solo per vedere fanciulli innocenti morire miseramente, divorati da lui!”.

Eryi strinse fra le mani la propria spada: passò due dita sulla lama e pronunciò un piccolo incantesimo per renderla più resistente e tagliente.

Con un urlo belluino che le partì dal cuore e le lacrime a bagnarle le ciglia nere si lanciò all’assalto, schivando le gigantesche mani che cercavano di acciuffarla e colpendo il mostro alle giunture. Agile come un gatto gli s’infilò fra le gambe e lo colpì ad un ginocchio, recidendo la pelle putrescente e una manciata di fili. Il mostro stridette e si piegò in avanti, ma Eryi fu più veloce di lui e con un balzo gli salì sulle spalle. Strinse le ginocchia intorno al suo collo e sollevando spada sopra la testa iniziò a colpirlo senza sosta, perforandogli gli occhi, infilzandogli il capo.

Il mostro ondeggiò pericolosamente, agitando le braccia per afferrarla. Eryi saltò, fece alcune piroette, e infine atterrò sulle gambe. L’aria le bruciava nei polmoni, i muscoli le dolevano, i pensieri si aggrovigliavano fra loro, la stanchezza iniziava a farsi sentire.

Il mostro si muoveva a scatti. Scintille giallognole saettavano nei punti in cui era stato ferito, ma non sembrava bastare per fermarlo, per spegnerlo per sempre.

Eryi si umettò le labbra, piegandosi nuovamente sulle ginocchia, pronta ad attaccare di nuovo.
“Dovrà pur averlo un punto debole!” pensò, “ma dove?”.

Si lanciò in un nuovo assalto e, questa volta, riuscì a staccargli un braccio, che cadde a terra con un suono sordo. Fu in quel momento che Eryi lo notò: proprio al centro del petto c’era qualcosa che pulsava impazzito, illuminandosi a intermittenza.
“Ma certo! Il cuore!”.

Fu in quell’attimo di distrazione che il mostro riuscì a colpirla, scaraventandola contro una parete. La donna sputò saliva mista a sangue e per un istante mille puntini neri le annebbiarono la vista. Cadde a terra e cercò di risollevarsi il più velocemente possibile, prima che il robot potesse afferrarla e maciullarla con i suoi denti metallici. Come probabilmente aveva fatto con sua sorella.

Eryi strinse i denti fino a sentirli scricchiolare gli uni contro gli altri, e da quel pensiero trasse la forza necessaria per rimettersi in piedi e stringere la spada con entrambe le mani.

Doveva vincere.

Doveva salvarsi.

Doveva tornare da Venilia.

Guardò il filo che ancora aveva intorno alla vita e sorrise.

Prese un profondo respiro, molleggiò sulle gambe e infine spiccò un salto. Gridò insieme al mostro, mentre affondava l’arma nel suo petto e la rigirava con forza.

Mille scintille si sprigionarono dalla ferita e mancò poco che non la fulminassero. Estrasse la spada e balzò via. Il robot barcollò e, infine, cadde a terra, sfondando una parete con il proprio peso. L’unico occhio rimasto integro iniziò a pulsare impazzito. Un suono stridulo si alzò nell’aria, sempre più forte e assordante.
“Sta per esplodere!”.

Eryi afferrò saldamente il filo che aveva stretto in vita e iniziò a correre all’impazzata, percorrendo a ritroso il tragitto fatto. Il cuore le martellava nel petto, mentre la sua mente era occupata solo dall’immagine di Venilia che l’attendeva all’inizio del Labirinto.

Ad un tratto, un boato esplose alle sue spalle, investendola. Le pareti iniziarono ad incrinarsi, mentre una colonna di fuoco schizzava in aria.
“Ci sono quasi! Ci sono quasi!” pensò, mentre vedeva in fondo al corridoio l’uscita dal Labirinto e la figura di Venilia che l’attendeva con il volto molle di lacrime e contratto dal terrore.

Appena la raggiunse l’afferrò per un braccio e la trascinò via con sé, mentre un forte calore le colpiva e un’onda d’urto le scaraventava a terra. Eryi si strinse l’amica al petto e la protesse con il proprio corpo.

Rimasero strette l’una all’altra per un tempo che parve infinito, finché non fu Venilia a parlare.
- C-ce l’hai fatta? – chiese con quella sua vocina melodiosa.

Eryi riaprì gli occhi e le scostò una ciocca di capelli dal viso. Il filo le univa ancora, nonostante tutto.
- Sì – rispose – te l’avevo detto che non sarei morta, no?

Venilia le gettò le braccia al collo e la strinse forte, in lacrime.

Eryi ricambiò la stretta e stette ad osservare il Labirinto bruciare. I suoi occhi si spostarono sul palazzo dell’Imperatore adiacente e sulle mille luci che iniziarono ad illuminare le finestre.

Si staccò dalla ragazza e le pose le mani sulle spalle.
- Ho un’ultima cosa da fare – le disse, guardandola negli occhi.
- Cosa? – le chiede Venilia.
- Uccidere l’Imperatore.
- No – una voce roca che conosceva assai bene risuonò alle sue spalle, facendola trasalire dalla sorpresa.

Eryi si volse e vide la figura avvizzita di Circe, con i lunghissimi capelli bianchi raccolti in tante treccine che sfioravano il terreno, starsene accanto ad un uomo dagli occhi chiari e una lunga barba candida.
- Il Saggio! – esclamò Venilia, sorpresa.

L’uomo sorrise.
- Perché non devo uccidere l’Imperatore? – chiese Eryi – Sei stata tu a dirmi...
- ...Lo so cosa ti ho detto – la interruppe Circe, sorridendole bonariamente, con gli occhi neri che scintillavano come se racchiudessero al loro interno un piccolo cosmo – ma sei troppo provata per poterlo fare. Lascia che ce ne occupiamo noi.
- Voi? E come?
- Non curartene, Eryi. Sono anni che aspettiamo questo momento: l’Imperatore brucerà insieme al suo Labirinto. Andate, giacché periremo nel farlo.

Eryi sentì gli occhi bagnarsi di lacrime. In fondo, quella donna l’aveva cresciuta per dieci anni e le aveva insegnato tutto ciò che sapeva.
- No!
- Venilia? – chiamò il Saggio.
- Sì?
- Conducila via. E non voltatevi indietro.

Eryi si sentì trascinare, inerme. Abbandonò la propria spada e ciò che le rimase fu solo il filo che la legava a Venilia.

Camminò con un fischio continuo nelle orecchie. Grida disperate si levarono alte, intanto che il Labirinto bruciava.

Un lampo di luce investì Lycoville d’improvviso, accecando le due ragazze, un boato esplose nell’aria e poi fu di nuovo silenzio. Solo lo scoppiettare lontano delle fiamme riempiva gli angoli della città.

Eryi avrebbe voluto voltarsi, ma non lo fece. Strinse la mano di Venilia e arrestarono il passo all’unisono una volta raggiunte le sponde del Grande Fiume. Solo allora si resero conto che il filo che fino al allora le aveva unite era sparito.

Eryi si volse a guardarla. Le asciugò le lacrime con i pollici e, mentre la città alle loro spalle bruciava, si scambiarono un lungo e intenso bacio sotto ai raggi di una Luna divenuta rossa.

 

 

 

 

 

 

 

Angolino dell’autrice:

Ciao a tutti!
Sì, lo confesso: è il primo pseudo-fantasy che provo a scrivere e credo si noti. Come ho anticipato nell’introduzione, questa storia partecipa ad una challange ed è stata una vera e propria sfida scrivere in un genere che per me è materia oscura.

Che dire? Essendo appassionata di mitologia greca e infestando il genere epico mi sono palesemente ispirata al mito del Minotauro, rivisitandolo un bel po’. Intanto, Teseo è stato sostituito da una donna, perché è l’unico eroe che odio con tutto il cuore, dato che abbandona Arianna a Nasso (e poi perché shippo la Arianna/Dioniso come se non ci fosse un domani).

Forse questa storia di elementi fantasy ne ha ben pochi, ma come primo esperimento posso ritenermi abbastanza soddisfatta. No?

Una piccola curiosità e giuro che vi lascio in pace: per creare i personaggi di Eryi e Venilia ho utilizzato tre archetipi junghiani: Eryi è l’Eroe, mentre Venilia è a metà fra l’Angelo Custode e l’Amante. Non sono né psicologa né studio psicologia, ho solo seguito un corso di scrittura autobiografica con una psicologa junghiana e sono rimasta affascinata dagli Archetipi.

 

Senza pretese,

Elly

 

 

 

 

   
 
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