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Autore: morgengabe    17/07/2017    19 recensioni
Regno di Lythra, pieno autunno: un gruppo di Bernebi, convertiti al dio dell'Incubo Kesghisher, attacca la gloriosa Sikinti. La città non ha scampo, ma dal sacrificio di molti uomini si salvano il principe Kissag e la principessa Britinia. Giurano sulle ceneri di Sikinti che un giorno torneranno come sovrani del regno. Poco meno di un anno dopo, al crocevia per il nord, due uomini incrociano per caso le loro esistenze: uno si chiama Daron Vart, è stato uno schiavista ed è tornato a Lythra dopo quattro anni di prigionia in un regno lontano. L'altro si chiama Ylon, ed è un Hoglorakan di una divinità quasi sconosciuta. Un principe in fuga, un esule e un sacerdote: cosa lega questi tre uomini così indissolubilmente?
Genere: Avventura, Dark, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'La leggenda di Temivokh'
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Ciao a tutti da Morgen e Gabe e benvenuti all’aggiornamento settimanale della Profetessa

Prima di lasciarvi al capitolo, ecco un paio di note:
#1: Se avete un dubbio o volete saperne di più riguardo l’ambientazione, il background del mondo e/o i personaggi secondari, non avete che da chiedere nei commenti. Rispondere ci fa solo piacere!
#2:
Acchiappa la Talpa: Abbiamo un vincitore/trice. Per sapere di chi si tratta, toccherà attendere la rivelazione dell’identità della spia! ^^ (
-2 alla rivelazione)
#3: La One-Shot su Sir Lando d’Ivré è stata completata e verrà pubblicata su Efp giorno 19 luglio!
Il titolo (per adesso) dovrebbe essere Sogno di un Cavaliere.

Un doveroso grazie a:
Spartacus M, Spettro94, Old Fashioned, Sagas, John Spangler, Eilan21, Makil_, Ayr, Ghost Writer TNCS, Davos, Innominetuo, MaDeSt, Dagon93, DivergenteTrasversale, Jordan Hemingway, alessandroago_94, The3dLaw, GothicGaia, Yorha VK e ai nuovi arrivati evelyn80 e Sakkaku

Buona lettura!

Valyssa Klyss
[Neraspina]


Il viaggio li prese per un’intera settimana. Fortunatamente, Daron e Valyssa non incontrarono moltissime persone lungo la larga Strada dell’Agavir. Normalmente quella era una via ovvia da prendere per coloro che, dalla Repubblica di Hrom, volevano percorrere Lythra in direzione dello Skald senza incappare in predoni e nella possibilità di perdersi lungo percorsi molto più tortuosi.
Con l’approssimarsi dell’inverno, però, nel pieno del mese di Kesghishir, Valyssa e Daron non si fermarono che per dormire nelle locande e cambiare i cavalli alle stazioni di posta ogni quanto potevano.
La Strada dell’Agavir non attraversava alcun villaggio o città: proseguiva dritta e si diramava tramite biforcazioni che conducevano lungo tutta Lythra.
- Probabilmente è la cosa più utile che l’Impero di Hrom ci abbia mai regalato. – aveva detto una volta la Varoné a Daron, un giorno particolarmente freddo dopo essere usciti dalla locanda che li aveva ospitati per la notte.
- Non so niente di nessun Impero. – aveva risposto Daron, battendo i denti per il freddo.
Valyssa gli aveva parlato a lungo della grandezza di Hrom che, sorretta dalla mano potente di imperatori coperti d’oro, aveva governato fino a un secolo prima praticamente su tutta l’isola di Orb; ma non solo. La Varonè non ricordava di aver mai raccontato tanto di ciò che sapeva a nessuno.
“Non sono nemmeno abituata a parlare così tanto.” pensava, nel corso dei rari silenzi.
Più tempo trascorreva con Daron Vart, più si rendeva conto di quanto lei conoscesse che lui ignorava del tutto. Era stato senza nemmeno interrogarsi che aveva cominciato a spiegargli tutto ciò che gli passava per la testa. In una settimana di viaggio avevano discusso di storia, di filosofia e anche un po’ di poesia, per quanto poco Valyssa ne conoscesse.
Daron non era affatto un pessimo ascoltatore: amava fare domande, e riusciva a non distrarsi quando Valyssa parlava.
C’era qualcosa, in quelle lunghe discussioni sotto il freddo sferzante, lungo la Strada dell’Agavir che pareva non finire mai, che donava a Valyssa un bizzarro senso di piacere. Non si era mai sentita così.

- Varoné? Posso farti una domanda? – Daron aveva distolto lo sguardo dal caminetto acceso e sfrigolante cui stava rivolgendo le sue preghiere a Hrant. Si trovavano a condividere la stessa stanza, all’interno di una locanda di posta, vicino le terre di Aryun. Era ormai il quinto giorno di viaggio e Valyssa aveva stimato che, se avessero continuato a camminare così di buona lena, sarebbero arrivati ad Amrots nel giro di un paio di giorni.
- Dimmi. – Valyssa era seduta sul letto sfatto e stava sciogliendo i capelli: quando viaggiava li teneva fermi in strette trecce per evitare che il vento le desse fastidio.
- Non preghi mai il tuo dio?
- Efrén non ha bisogno di preghiere, Daron. Lui non è come gli altri.
Daron non aveva risposto, ma stava ascoltando.
- Efrén è nato quando di Hrant non esisteva che una eco lontana. La Signora dei Paradossi non aveva ancora ordito le trame degli uomini. Nessuna delle creature di Aniv era nata, e Neiros esisteva solo a Làishì. Nessuno aveva mai sognato.
Daron aveva aggrottato le sopracciglia. Ancora senza parlare.
- Gli dei nascono perché c’è chi crede in loro. Chi li invoca e vuole la loro forza. Un dio è garante di ciò che un uomo può chiedere di ricevere. Efrén e gli altri Pilastri non sono nati dalla preghiera. Non hanno bisogno degli scongiuri degli uomini per continuare esistere. Né di offerte, né di lacrime. I Pilastri non possono morire, Daron.
- Nemmeno gli dei. O no?
Valyssa aveva sorriso, continuando a sciogliere le trecce.
Daron si era alzato in piedi – Ho un’altra domanda.
- Mm-hm.
- Riguarda il giorno in cui hai ucciso Feldak e il suo compare.
- Quello era un sacrificio.
- Hai detto che Efrén non ha bisogno di offerte…
- Non per vivere, esatto. Ma i sacrifici lo calmano. Più ne riceve, più rimarrà silente nel suo giogo nel punto più profondo dell’Oceano.
Daron incrociò le braccia – Non bastano gli dei a tenerlo buono? Aniv e Kesora…
- Aniv e Kesora hanno bisogno di noi uomini solo per esistere, Daron. Non bastano.
- Va bene, ma d’altra parte se ci sei solo tu…
Valyssa aveva sorriso – Non sono sola.
- Comunque la domanda era un’altra.
Valyssa si era stesa sul letto, braccia incrociate dietro la nuca.
- Feldak e il suo compare sembravano quasi… felici di morire. Nel senso… sapevano che li avevi condannati a morte, eppure non hanno emesso un gemito e si sono fatti trascinare in acqua. Mi ero chiesto come fosse possibile, ecco.
Valyssa aveva fatto un sospiro prima di rispondere – Efrén riconosce chi gli è destinato. E non se lo lascia scappare facilmente.
Daron aveva sgranato gli occhi – Vuoi dire che…
- In certe acque, mi garantisce dei poteri. È la conseguenza del patto che ho stretto con lui.
- Che patto?
- Ora basta, Daron. Saprai tutto a tempo debito. Quando torneremo da Amrots. – Valyssa si era voltata da un lato, dandogli la schiena e, dopo quella sera, l’argomento non era stato più toccato.

Amrots si stagliò di fronte ai viaggiatori come una promessa agognata e finalmente mantenuta, protetta da alti declivi che le formavano attorno una specie di alta corona protettiva.
La piccola città si sviluppava tutta ai piedi della collina sopra la quale Levon Kaer, la fortezza e residenza dell’Agavir, dominava tutto il territorio.
Le case erano basse e squadrate, color sabbia, dalle alte e strette finestre a forma di mezzaluna secondo le usanze del sud.
Ad Amrots c’erano solo due strade che si incontravano solo una volta per poi procedere in direzioni opposte: una alla fortezza, l’altra al grande tempio di Hrant, che si sviluppava come un’arena a due piani, con ampi spalti per far sedere il pubblico. Al centro esatto dell’arena, il fuoco sacro del dio, che mai doveva spegnersi.
- Non ho mai capito perché Biktoria è la capitale di Lythra se l’Agavir non ci vive. – disse Daron.
Lui e Valyssa stavano attraversando la strada principale. Amrots non aveva mura. L’unico centro di difesa era rappresentato dalla fortezza di Levon Kaer, che stagliava la sua ombra minacciosa sul resto delle costruzioni sotto di lei.
Per strada non c’era così tanta confusione: non come nei mesi estivi, per quanto il fresco del sud non era nulla paragonato al gelo che Valyssa aveva lasciato a Oker. In giro c’era qualche mercante, un ambulante e qualche questuante che chiedeva l’elemosina. La Varoné scorse anche un paio di Hoglorakan di Hrant che camminavano verso il loro tempio, mazze alla mano.
Le guardie dell’Agavir erano rare da incontrare all’interno della città.
- Mio zio preferisce amministrare da qui, lasciando Biktoria al Sinodo.
Daron aggrottò le sopracciglia – Il Sinodo?
- Il consiglio che si occupa delle faccende della capitale: tre membri della chiesa di Hrant, sei della chiesa di Ramut, una della chiesa di Khendra e un rappresentante delle Gilde. Mia zia, la Basilissa, ascolta ogni seduta in nome dell’Agavir.
Daron scosse le spalle – Sarà. Ma non capisco.
- Mio zio ha sempre sostenuto che preferisce questa posizione per governare. Biktoria è troppo sterminata. Troppo decentralizzata.
Daron aveva annuito lentamente.

Valyssa era scesa da cavallo, avevano pagato lo stalliere dell’unica locanda della città, Il Riposo dell’Agavir, perché tenessero le loro cavalcature.
- E adesso? – chiese Daron – Verso la collina?
- No. Seguiremo il protocollo. – disse Valyssa.
Daron la fissò interrogativo.
- Vai a Levon Kaer e annunciami ai soldati alle porte.
- Non potremmo andare tutti e due?
Valyssa scosse la testa – È difficile incontrare mio zio. Se non seguiamo le sue regole diventerà impossibile.
Daron fece un lungo sospiro – Va bene, vado subito.
Poi, di fretta, girò sui tacchi e prese a camminare verso la strada che conduceva su per la collina.
Valyssa lo guardò, corrucciata e abbastanza pensierosa, fino a quando non fu ben oltre la sua portata di voce.
“Forse avrei dovuto spiegargli con esattezza come presentarmi… che sciocchezza. Sono sicura che se la caverà.”
Poi voltò le spalle a Levon Kaer ed entrò al Riposo dell’Agavir.

L’unica locanda di Amrots era un edificio a due piani, così grande che Valyssa pensò che metà della popolazione di Oker vi avrebbe potuto alloggiare comodamente. Le pareti erano di pietra, mentre il tetto, che sembrava essere stato sistemato da poco, in ardesia.
Una sola occhiata al posto testimoniò a Valyssa che Il Riposo dell’Agavir era stato completamente riarredato di fresco: i mobili erano stati scelti con gusto, e l’ambiente era ben illuminato da numerose torce e un grande caminetto con il fuoco scoppiettante in fondo alla sala.
Come in tutta Amrots, non sembrava esserci una grande clientela: un paio di avventori bevevano birra, due donne parlavano a voce bassa, un altro gruppo di persone, vicino al caminetto, sembrava giocare ai dadi. Uno di loro, a giudicare dalla stanza che ricordava molto Daron e Sam, forse veniva dallo Skald.
Valyssa fece un paio di passi per rendersi conto che il pavimento era un mosaico, rappresentante fiori e foglie che si arricciavano e attorcigliavano in volute. Vicino al bancone, però, parte delle pietre che formavano la composizione erano completamente saltate e, al suo posto, c’era un grosso spazio grigio e disadorno.
- Kyria! In cosa ti posso servire? – l’uomo al bancone, grasso, un cappello di lana ben calcato su pochi capelli grigi e un incisivo mancante, le si rivolse con un sorriso.
- Un boccale di birra, grazie. E una camera in cui riposarmi.
Quello le versò da bere e fece scivolare il boccale sul bancone – Sei sola, Kyria?
Valyssa portò il liquido ambrato alle labbra – No. Siamo in due.
- Posso darti due camere singole. Di questi tempi non abbiamo tanta ressa.
- E sia. – Valyssa contò un paio di monete dalla tasca e le porse al locandiere, che sorrise un po’ di più nel vedere che il pagamento era avvenuto subito.
- Io mi chiamo Farden, comunque. Ehi, Maryl!
Una ragazza magra come un chiodo e con un occhio pesto uscì dalle cucine.
- Vai a preparare due camere!
La ragazza si dileguò prima che Valyssa riuscisse a incrociarne lo sguardo.
- Allora, come mai ti trovi qui? – chiese Farden, con curiosità malcelata e le mani puntate contro il bancone.
Valyssa alzò le spalle – Devo vedere l’Agavir.
Farden prima fece un’espressione sorpresa. Poi si batté sulla coscia, ridendo così forte che tutti gli avventori alzarono la testa. Persino Maryl, al piano di sopra, si affacciò per capire cosa stesse succedendo.
- Sì, certo! Vedere Apkar. Lo sai che qui ci sono persone che da quando è diventato Agavir non l’hanno mai visto? – Farden rise ancora più forte.
Valyssa accavallò le gambe e lo ascoltò, seria.
- No, dico davvero: mio figlio ha undici anni, è nato lo stesso anno che Apkar ha preso il potere. Vive nella stessa città dell’Agavir e non sa nemmeno com’è fatto. E tu vorresti vederlo?
- Sono sua nipote.

Farden chiaramente aspettava che Valyssa dicesse qualcosa per continuare a ridere, ma quella risposta non se l’aspettava. Quindi rimase con la bocca semiaperta, senza sapere più cosa dire. Il riso si era mozzato sul nascere.
- Non… non dirai sul serio?
- Sono la Varoné di Oker, Valyssa Klyss. E non mento mai.
Farden abbassò lo sguardo. – Penso che… si sia capito… io non stavo dicendo male dell’Agavir. Non… mi permetterei mai.
- So cosa intendevi. Ma non affliggerti: non sarai argomento di discussione tra me e mio zio, questo è poco ma sicuro.
Farden tirò un sospiro di sollievo, che Valyssa interruppe a metà.
- Nondimeno, attento a fare discorsi del genere con gente che non conosci, la prossima volta. Non tutti i parenti dell’Agavir sono come me.
- Io… sì, Varoné.
Valyssa sollevò il boccale, per suggellare quanto era stato appena detto – Bene. Ora, sono qui anche per vedere un’altra persona. Stando a quanto mi ha detto, dovrebbe alloggiare qui da qualche giorno.
Farden si passò un fazzoletto sulle tempie che brillavano di sudore – Come si chiama?
- Non importa il nome. È un Hoglorakan di Ramut. Non se ne vedono molti ad Amrots, da quanto ne so, quindi dovresti averlo visto.
Farden strinse le labbra – Rischia molto a stare qui. Io gliel’ho detto, Varoné. – e, nel dirlo, si era chinato verso di lei e aveva abbassato di un’ottava la voce.
- Sa badare a se stesso. Dove lo posso trovare?
- Sali le scale al secondo piano, ultima porta sulla sinistra.

Valyssa finì la birra in un paio di sorsate, poi si alzò e, con un ultimo cenno a Farden, salì le scale.
Non si fermò fino a trovarsi di fronte alla porta che il locandiere le aveva indicato. Bussò.
- Avanti, avanti.
Valyssa ebbe cura di chiudersi bene la porta alle spalle prima di girarsi con un sorriso verso l’occupante della camera:
il suo corpo era coperto da una veste nera; il suo viso, celato da una maschera bianca senza segni per le labbra. Il contorno degli occhi sulla maschera era rosso e, sul sinistro, era disegnata una lacrima.
L’Hoglorakan di Ramut si alzò immediatamente e le venne incontro – Valyssa
- Zio Kevon.
Valyssa strinse brevemente l’Hoglorakan in un abbraccio, all’inizio senza risposta. Poi, brevemente, anche le braccia di Kevon si avvolsero attorno alle sue, ma per qualche secondo, e Valyssa le trovò fredde.
- Sono felice che tu sia riuscito a raggiungermi! – disse quando si districò con un passo indietro.
- Ho fatto il possibile.
La voce di Kevon era roca, e usciva stentorea dalla maschera che non aveva buchi per le labbra. Valyssa però non ne aveva mai avuto paura.
Prese posto su una delle sedie – Avevo il dubbio che ti avrei trovato a Biktoria.
La maschera bianca si voltò verso di lei. – Solo tu saresti stata in grado di farmi muovere da Biktoria, in realtà. Per questo posto, poi…
- Il locandiere giù mi ha detto che corri un grosso rischio.
Kevon annuì – Sì. Questa città è di Hrant. I rossi sono sul piede di guerra da quando hanno saputo che un Hoglorakan di Ramut era arrivato ad Amrots.
- Tu certo non sei arrivato di nascosto.
Kevon allacciò le mani dietro la schiena – Non ho nulla di cui vergognarmi. E comunque non parlavo dei Rossi, Valyssa.
- E di cosa?
Kevon parlò solo dopo molti istanti di silenzio. – Ricordi l’ultima volta che siamo stati entrambi ad Amrots?
Lo sguardo di Valyssa si perse nella stanza - Sì…
- Nestan e Taissa erano appena morti.
- Ricordo la sentenza. – Valyssa scattò in piedi.
- Apkar II, l’Invasato, si era fatto predire il futuro dall’indovina, ricordi?
- Zio… non ne voglio parlare.
La voce di Kevon era lontana, per un istante a Valyssa venne da pensare che forse dietro la maschera non ci fosse il viso sconosciuto di suo zio, ma il Vàkuum stesso.
- L’indovina gli disse “in inverno, tra le tombe, quando le lame feriscono il cielo e la foresta si tinge di bianco, la linea tua di sangue tradirà.”
Valyssa non avrebbe voluto, ma sentì che stava tremando. Si strinse nelle spalle, sperando che suo zio non l’avesse notato.
- A Levon Kaer, in quel momento, suo fratello Apkar non c’era. C’erano solo sua sorella minore, Taissa, e mio fratello. Nestan. I tuoi genitori.
- Lo so… c’ero anche io.
Gli occhi scuri di suo zio, l’unica parte del suo corpo che si intravedesse da dietro la maschera, la fissarono gravemente – Cosa ricordi?
Valyssa cadde di nuovo a sedere, la mano sulla tempia che aveva preso ad arderle. Non le piaceva ricordare certe cose. Lo odiava. – Vennero trascinati fuori, in cortile, nel cuore della notte. Lì, l’indovina pronunciò la sentenza. Vennero spogliati di tutto: i loro vestiti, il loro onore. La loro pelle.
Gli occhi di Kevon la fissavano, ma l’Hoglorakan non diceva più una sola parola. Valyssa non voleva abbassare lo sguardo, ma i denti sbattevano furiosamente e, in bocca, sentiva il sapore del sangue.
- Mentre l’indovina ordinava che Taissa e Nestan fossero scorticati, cercavo mio zio. Cercavo l’Agavir. Ma l’Invasato non c’era. Aveva spedito l’indovina a fare il lavoro sporco. Lui però non c’era. Aveva dato l’ordine, adesso poteva dormire felice.
Valyssa affondò le unghie nelle braccia, cercando di dare una fine a quel tremore che la pervadeva tutta. Non ci riuscì.
- Mi hanno obbligata a guardare mentre lo facevano. Mi hanno tenuta ferma con la testa per ore. Ho sentito i miei genitori urlare pietà e ammettere colpe che sapevo non avessero. E avrei fatto di tutto per correre a salvarli, ma loro… mi tenevano ferma. A guardare ogni singolo momento in cui dei miei genitori non rimanevano che relitti sanguinolenti.
Gli occhi di Kevon luccicarono dietro la maschera. Anche quelli di Valyssa, ma ancora la Varoné non pianse. Quando tornò a parlare, la voce le tremò.
- Quella notte ad Amorts c’era luna rossa. Sai cosa dicono gli Hoglorakan di Hrant di questo fenomeno?
- Deve scorrere molto sangue, quando la Luna si tinge di Rosso. – sussurrò Kevon, roco.
- E così fu. Vidi i miei genitori perdere coscienza di sé, impazzire in una lenta agonia. Lo sai, zio? Quella notte mi resi conto che, in fin dei conti, un uomo e una donna senza pelle non sono diversi. Tutti e due nudi, rotti. Morenti.
- Lo sai, Apkar e io stavamo correndo. Per salvarvi.
Valyssa annuì – Una volta finito, mi condussero alla sala del trono. Mio zio l’Invasato se ne stava sul trono. Mi guardò e rise, così piano che avrei potuto scambiarlo per un topo. Poi mi ordinò di inginocchiarmi e di baciare la spada di Levon.
- E poi ti colpì.
Valyssa sfiorò le tre cicatrici che, dalla tempia sinistra, le scendevano fino alla guancia. Annuì seccamente.
- Non sentii dolore. Pensai che i miei genitori ne avevano provato molto di più. Il giorno dopo, tu e zio Apkar siete arrivati. E tu mi hai presa e mi hai portata via.
- A Nots. Dall’Hashvor Parzeg.
Valyssa sentì l’occhio inumidirsi un po’ di più – Non ti ringrazierò mai abbastanza di avermi dato un nuovo padre. Uno come lui.

- Ti avrei tenuta io se solo avessi potuto.
Finalmente, una lacrima, una sola, scivolò lungo la guancia della Varoné – Potrei dire che Kevon Ver è un uomo straordinario.
- Ho fatto solo il mio dovere, Valyssa. Molto più, in realtà, di quanto mi fosse richiesto come Hoglorakan di Ramut. Avrei dovuto accettare la vostra morte e bearmi del vostro ingresso nel Vàkuum.
Valyssa si alzò. – Perché non l’hai fatto, allora?
- Chi lo sa? Forse perché sono un pessimo adoratore del mio dio.
- Forse è vero.
- Forse perché, tutte le volte che torno con la mente a quella notte terribile ad Amrots, penso che mio fratello mi manca terribilmente.
Valyssa rimase in silenzio, le mani strette attorno allo schienale della sedia.
Kevon poi la fissò di nuovo – Dimmi di Oker. Come te l’ha lasciata Hamam?
- Male. Dopo la guerra non era rimasto quasi nessuno in grado di combattere. Inoltre un certo Feldak, un bandito a capo di una banda, aveva deciso di terrorizzare gli abitanti e fare il bello e il cattivo tempo. Abbiamo messo fine alle sue aspirazioni, ma abbiamo scoperto che nel villaggio c’è una spia.
- Oh. Ve ne siete occupati?
Valyssa scosse la testa – Ho lasciato qualcuno a farlo.
- Ti fidi dei tuoi uomini, Valyssa?
- Non di tutti allo stesso modo.
- Molto meglio diffidare di tutti che offrire la gola ai lupi. Hai una grande eredità, lo sai, vero?
Valyssa annuì.
- Io, Hamam e tuo padre siamo cresciuti a Oker. Ciascuno di noi, a suo modo, l’ha amata, ma solo Hamam ha scelto di consacrare la sua vita al villaggio.
- In realtà sarebbe toccato a te.
Kevon rise, ma senza alcuna allegria. – Io avevo altri progetti. Sono stato felice di cedere tutto ad Hamam. Era lui il comandante. Io l’Hoglorakan. E Nestan… lui era un visionario, a suo modo. Ma troppo tardi si è reso conto che ciò che aveva creduto un bellissimo sogno in realtà era un incubo.

Valyssa parlò solo dopo un lungo silenzio – Perché mi hai chiesto di ricordare?
- Perché ho cominciato a farlo non appena ho messo piede qui. Mi ero domandato se mia nipote avesse dimenticato o se, al contrario, avesse fatto tesoro di ciò che ha visto.
- Non si impara solo dalla vita, zio. La morte sa essere un’ottima maestra. Questo lo so bene.
Kevon annuì. – Di cosa volevi parlare con me?
- Voglio che tu torni a Oker per occuparti del tempio.
- Mi sembrava di aver capito che tu avessi già una Hogloraka…
- L’ho fatta uccidere.
Kevon rise piano, poi sollevò lo sguardo brevemente al cielo – Oh, Hamam, quindi è così? Una volta morto fai in modo di richiamarmi a compiere il dovere da cui sono fuggito?
- Pensala come vuoi. Io ti stimo come uomo, voglio averti a Oker.
- Ma non stimi il mio dio.
Valyssa sorrise – No, ma lo tengo in considerazione insieme a tutti gli altri. Allora, Kevon Ver, che cosa mi rispondi?
Kevon rimase in silenzio. Poi, Valyssa sentì bussare e la porta si aprì per lasciare passare Daron Vart, sudato come se avesse corso, con i capelli tutti sciolti sulle spalle.
- Ho fatto tutto, Varoné. Ti sta aspettando.
Gli occhi azzurri di Daron incontrarono quelli scurissimi di Kevon. Daron fece una smorfia ma non un passo indietro.
- Nessun problema, ragazzo. Sono suo zio.
La smorfia sul viso di Daron si intensificò.
Valyssa passò la mano sulla spalla del ragazzo – Grazie. Vado subito. Tu aspetta pure qui, ho preso due stanze. Zio, magari continueremo dopo la discussione…
- Non ce ne sarà bisogno. – disse Kevon Ver.
Valyssa si fermò sulla soglia.
- Dammi un paio di settimane per sistemare alcuni affari al tempio di Biktoria. Poi verrò da te.
- Davvero?
- Ho un giuramento da mantenere prima di raggiungere il Vàkuum e il signore Ramut.

Quando si presentò alle maestose mura di pietra di Levon Kaer, Valyssa non fu fatta accomodare nella sala del trono, come aveva pensato, ma in uno dei corridoi. Da una parte, dopo aver rivangato vecchi ricordi insieme a Kevon, le faceva piacere non tornare nel posto dove Apkar II aveva ucciso i suoi genitori. Dall’altra, però, si chiese perché la guardia che le avevano affidato, che le camminava davanti con un mantello con su intessuto il leone senza criniera, simbolo dei Klyss, la stesse conducendo in un intrico di corridoi dalle mura strette che sembravano tutti uguali.
Non c’erano finestre che indicassero la sua posizione nella fortezza. Non c’erano arazzi o dipinti, né mosaici. Solo stretti corridoi di pietra, alcuni così bassi che Valyssa dovette chinarsi insieme alla guardia per passare.
Non fece domande a chi la accompagnava, che era rimasto in silenzio da quando gli avevano detto di accompagnarlo dall’Agavir, all’ingresso.
Finalmente, i corridoi divennero più larghi, e Valyssa si vide sbucare di fronte a una porta che quasi scompariva nel muro. Lì davanti, in attesa, c’era un uomo alto, vestito completamente di nero, con lo sguardo torvo e una nera barba ispida.
- Sceriffo Josyp. – salutò Valyssa.
- Puoi andare. – a un solo cenno di Josyp, la guardia scomparve alle spalle di Valyssa, che si trovò da sola con lo Sceriffo dell’Agavir.
- Seguimi.
Senza nemmeno guardarla in faccia o rispondere al saluto, Josyp di Managhir, il terzo uomo più importante del regno di Apkar III, la fece entrare dentro la porticina a scomparsa.
Ancora una volta, tra l’iniziare una conversazione e lasciarsi condurre, Valyssa decise che fosse più saggio propendere per la seconda.
Fu Josyp, dopo aver afferrato una lanterna nel nuovo corridoio, ancora più stretto e angusto dei precedenti, ad iniziare il discorso.
- E così l’Agavir ti vuole vedere. – non era una domanda.
- Esatto.
- Questa storia non mi piace, Valyssa Klyss.
- Che io sappia, Sceriffo, non ci chiamiamo per nome.
Josyp si fermò di colpo, poi si voltò verso Valyssa, continuando a reggere la torcia. – Io chiamo per nome chi mi pare e piace. Tu mi piaci poco, Valyssa Klyss, come d’altronde tutti i parenti dell’Agavir. E ancora di meno mi piace la situazione in cui ci hai fatto cacciare.
- Cos’avrei fatto io? – Valyssa alzò un sopracciglio. Sentiva montare un sentimento di odio cocente verso quell’uomo.
- Hai letto le ultime nuove, uccellino? Pare che abbiamo perduto Ftorà.
- Pare che sia successo perché uno dei vostri Hashvor se l’è svignata, Josyp di Managhir.
Josyp chiuse la mano libera a pugno, così strettamente che le nocche diventarono bianche – Zandalos, quella faccia di merda che non è altro. L’avevo avvertito che l’avrei scotennato seduta stante.
- Cosa?
- Storia lunga. – Josyp ricominciò a camminare, a passo piuttosto pesante, come se fosse stizzito da qualcosa.
- Mi piacciono le storie.
- È stato alla fine della guerra contro i Bernebi. Tutti i generali che comandavano la difesa di Ftorà erano morti. Di fronte all’Agavir, Zandalos ha cercato di prendersi tutti i meriti e si è fatto chiamare Difensore di Lythra. Ma io e l’Agavir sapevamo che Zandalos non aveva partecipato alla battaglia: era rimasto dentro un buco a tremare come un cazzo moscio nella figa di una puttana, quello. Allora sono andato da lui, l’ho sbattuto al muro e gli ho detto di non cantare vittoria e che, entro un anno, sarei tornato a strizzargli il collo dentro un cappio.
Valyssa fece una smorfia – No, aspetta, quindi vuoi dirmi che gran parte della situazione che si è creata è stata colpa tua?
Josyp si fermò di nuovo, di colpo. – Che diamine stai dicendo, donna?
- Vahram Zandalos ha venduto tutto quello che aveva nel corso dell’ultimo anno. Quando sono andata a Ftorà mi sono accorta che aveva grattato persino i fregi dalle statue.
Josyp sbuffò – Tipico. E allora?
- E allora, idiota, abbiamo perso perché Zandalos non era pronto a combattere, ma a fuggire.
Il viso di Josyp trasfigurò immediatamente in una maschera di rabbia. Le guance olivastre si puntellarono di macchie rosse – Tu, pezzo di
- Non ha tutti i torti, Josyp. La ragazza è sveglia, dovresti ascoltarla.

La voce chioccia proveniva da una grata posta sul muro esattamente tra Josyp e Valyssa.
- Ma Apkar…! – ringhiò Josyp.
- Adesso basta, amico mio. Torna indietro a qualunque mansione tu debba dedicarti.
La voce dietro la grata era sottile come quella di un bambino e assolutamente priva di qualsiasi carisma. Eppure, chissà per quale motivo, Josyp non solo abbassò la cresta, ma sorpassò Valyssa con un “con permesso” detto tra i denti e scomparve nel corridoio, lasciandola quasi al buio.
- Zio? – sussurrò Valyssa alla grata. Non riusciva a vedere niente là dentro.
- Sì, anche io sono tuo zio. – Apkar rise solo una volta – So che hai visto Kevon.
- Già. Magari possiamo parlare in un posto meno angusto?
- Non ti piace qui? – non c’era modo di capire, dal timbro chioccio della voce, se Apkar stesse scherzando o meno.
- Preferirei vederti.
La grata emise un sospiro – Nessuno vuole mai vedere l’Agavir. Se cercano di farlo, normalmente, mi vogliono assassinare. Ma tu sei mia nipote e sei figlia della mia sorella preferita. Per te faccio un’eccezione nella speranza che tu non sia diventata completamente pazza.
- Ai Klyss capita, no? – Valyssa si guardò attorno.
- Continua fino alla biforcazione, poi vai a destra e poi di nuovo a destra. Intanto ho delle cose da dirti, ti parlerò dalle grate.
- Non puoi dirmele dopo?
La grata rise nervosamente – No.
Valyssa prese a camminare nella semioscurità – Ti ascolto.
- Ho capito cosa è successo, mia cara nipote. Mi dispiace che tu sia caduta in quel brutto inghippo. In realtà sapevo già dalla fine della guerra di avere un traditore tra gli Hashvor. Giusto perché tu lo sappia, ecco.
- Ma perché non l’avete fermato?
- Smettila di fare così tante domande, mi fai venire l’emicrania.
- Zio…
- Se ho l’emicrania non riesco più a parlare. Ultimamente la gente continua a imbottirmi di domande e io ho la voce bassa, parlo lentamente, non riesco a rispondere a tutte.
Valyssa serrò la bocca con un sospiro.
- Dunque, tu chiedi un esercito, Valyssa, ma io non te lo posso dare.
- Cosa? Perché?
- Piano! L’emicrania…
- D’accordo. – Valyssa abbassò la voce – Perché?
- Perché Mateos Ovaghin è un piccolo specchietto per le allodole.
Valyssa poggiò la mano contro il muro – Cosa?
- Quello che conta di questo attacco non è ciò che lui ha fatto a Ftorà. La sua missione è proprio cercare di fare in modo che l’attenzione di tutti noi si concentri su mentre dovremmo… dovremmo guardarci i piedi, ecco.
- Non ti capisco.
- Perché non sei l’Agavir – la grata emise un gemito come se Apkar dietro stesse soffocando.
- E allora? Che altro?
- Ho mandato Eric a informarsi.
- Ah, giusto, il tuo Viraz. Mi chiedevo perché mancasse all’appello.
- Eric mi ha detto che i nostri usignoli del Kev si stanno radunando attorno a Re Renard per preparare un massiccio attacco da sud.

Valyssa sgranò gli occhi – Quindi quello che sperano è che tu divida le forze?
- In realtà penso che Renard sia un completo coglione. A lui, poveretto, non l’avranno spiegato che un esercito si può dividere. Probabilmente avrà pensato che avrei mandato tutte le mie forze in massa a Ftorà per stanare Mateos Ovaghin. Ma questo non importa adesso. Purtroppo per noi, Renard ha buoni generali.
- E quindi? – Valyssa svoltò nel punto indicato dall’Agavir, sperando che quel corridoio finisse presto.
- Posso farla breve? Ho un rospo alla gola.
- Sì.
- Grazie. Tu tornerai nei territori di Ftorà. Una volta lì, hai il permesso dell’Agavir di radunare tutti i vassalli: Beran, Chambar, Metak e Tenav, sì, pure quello là. Mettetevi in forze e date il colpo di grazia a Ovaghin.
- Posso farlo?
- Mancando l’Hashvor, sì. Puoi. Sei mia nipote!
- Lo farò!
- In tutto questo, Eric e io ci occuperemo del macello che il Re di Kev sta preparando per noi al sud. Credo che sia la volta buona che a Biktoria mi facciano il colpo di stato, sai?
- Dici sempre così, zio. – sbottò Valyssa. Il corridoio divenne ancora più stretto e dovette piegarsi.
- Odio dover uccidere la gente. È sempre un tale bagno di sangue.
- Sei l’Agavir. Devi.
- Non volevo fare l’Agavir, lo sai. Volevo fare il pescatore. Poi mio fratello maggiore è diventato pazzo. Qualcuno doveva tenere su il regno, no?
- Ti piace pescare? Davvero?
- Lo adoro. Attenta alla testa, nipote.

Valyssa abbassò di botto la testa per non trovarsi uccisa: sul soffitto basso erano stati attaccati degli spuntoni di vetro acuminati.
- Come facevi a sapere dov’ero?
- Ho tirato a indovinare. Oppure parlo con Efrén, come te.
Valyssa strinse i denti e rimase in silenzio.
- E ah: manderò Josyp ad Oker quanto prima. Dovresti vederlo: ti odia tantissimo e la sola idea di prendere ordini da te gli fa cadere i capelli.
- Ho già visto, grazie. Non puoi mandarmi qualcun altro?
- No. Ho solo due amici a questo mondo, e intendo sfruttarli. Eric e Josyp hanno i loro difetti, e sono più dei pregi, direi. Però almeno sono fedeli.
- E va bene. Quale sarà il compito di Josyp?
- Supervisionare che tutto vada bene. Uccidere brutalmente chiunque rompa le uova nel paniere. Cose da Sceriffo dell’Agavir.
- E chi sono io per dirti di no?
- Non puoi farlo. Ecco, sei arrivata.
Il corridoio si alzava di colpo e conduceva a una porticina di legno. Valyssa la aprì piuttosto felice che quell’incubo fosse finito.

Le si aprì di fronte una stanza di media grandezza, ammobiliata solo con una sedia e una brandina di legno. I muri della stanza erano rivestiti di grate. Al centro esatto c’era una scala a pioli che conduceva verso una botola in alto. E, in piedi vicino alla scala, c’era Apkar III, l’Agavir di Lythra.
Valyssa aveva sempre giudicato che suo zio materno fosse un uomo dall’aspetto piuttosto anonimo: aveva i capelli corti, la barba mediamente curata, gli occhi cerchiati di nero perché, come ricordava sempre, era insonne. Vestiva con un’armatura di cuoio, della stessa qualità che avrebbe potuto indossare l’ultima delle guardie fuori dal castello. Apkar III era l’uomo più potente di Lythra eppure aveva l’aspetto di una nullità.
- Ciao Valyssa. – la salutò con un cenno della mano.
- Perché l’hai fatto, zio? – chiese Valyssa, che sentiva il viso scottare come per la febbre.
- Non per metterti alla prova o per una metafora, questo è certo. Non sono Kevon Ver.
- E allora?
- Mi sento molto più al sicuro a parlare qui dentro. Odio che la gente mi interrompa quando discuto con te. Adoro discutere con te, sei così intelligente. Siediti.
L’Agavir le indicò una delle sedie, che Valyssa afferrò per sedersi di fronte a lui.
- Questo è il momento in cui mi dici che ti sono mancato.
Valyssa lo guardò fisso. Trascorsero attimi di silenzio imbarazzante. Apkar si sedette.
- Sapevo che non ti ero mancato affatto. Ad ogni modo, ti è tutto chiaro, vero?
Valyssa annuì. – Ero venuta qui per chiederti un esercito. Non potevo pensare che…
- … ci stessero serrando da nord e sud? Questo capita un anno sì e uno no. Non ci pensare più e fai ciò che devi.
- La presenza di Josyp dovrebbe spronare gli altri Varonos a muoversi.
Apkar annuì tre volte – Sì. Sì. Bene. E quando avrete finito, dovrete scendere a sud per darmi una mano.
- Questo è certo. – accordò Valyssa.
- Se fossi l’Agavir sapresti che niente è certo. Ti devo dire altro? Sì! Kissag Klyss è vivo.
- Il figlio di…
- Di mio fratello Apkar II, sì. È scampato a Sikinti.
Valyssa incrociò le braccia senza dire niente, pensierosa.
- Se dovesse uscire fuori di nuovo, ecco, la situazione sarebbe piuttosto incresciosa.
- Immagino. E dove sarebbe il ragazzo?
- Eric mi ha fatto sapere che l’ultima volta è stato visto proprio a Ftorà. – Apkar alzò le spalle con una certa ingenua noncuranza molto ben costruita. – Quella città è un posto davvero pericoloso per un ragazzo. Sono suo zio, sono preoccupato!
Valyssa fece un cenno – Terrò gli occhi aperti.
- So che non lo uccideresti. Ma… cercalo lo stesso.
- Lo farò. C’è altro? Spero di sì perché non voglio tornare indietro tanto presto.
- Oh, non preoccuparti. Userai l’altra strada – Apkar fece un cenno alla scala a pioli e alla botola.

Valyssa si rialzò e si preparò ad andare, ma Apkar la fermò. – In realtà ho un’altra missione da affidarti. Potrà sembrarti una richiesta un po’ strana, ma ti prego di seguirla pedissequamente per come ti dirò.
Valyssa rimase in silenzio. Inspiegabilmente, il cuore cominciò a batterle più forte, e non riuscì a spiegarsi il perché fino a quando Apkar le porse la spada che teneva assicurata alle spalle: una bastarda, avvolta in un bel fodero di cuoio.
- Prendila. – la invitò l’Agavir.
Quando Valyssa si fece consegnare la spada, fu attraversata come da una scossa, che le sconquassò il corpo dalla testa ai piedi. Un violento e unico tremore la fece sobbalzare. La spada, invece, rimase, immota tra le sue mani.
- Questo è un artefatto? – quando parlò aveva la bocca impastata e le labbra secche.
- Questa spada contiene due principi magici: Non-Vita e Acciaio annerito dal dolore.
Valyssa tremò ancora, ma questa volta cercò di non darlo a vedere e fissò suo zio dritto negli occhi – Tu vorresti farmi credere che questa spada…
- Ha sfiorato un dio? Sì. – concluse l’Agavir.
Valyssa rigirò la spada tra le mani, ma senza sfoderarla. Qualcosa, come una voce di ammonimento nella sua testa, le ingiungeva che era meglio lasciarla così com’era. – Di chi era, zio?
- Di un grande uomo e un caro amico.
- E cosa c’entro io?
L’Agavir fece un lungo sospiro, poi la fissò negli occhi e sorrise nervosamente – Valyssa, un giorno, quando questa guerra sarà finita, tu dovrai prendere questa spada e portarla in un posto vicino Oker. Lo chiamano Bosco dei Seicento.
- Tutti sanno dov’è. Perché dovrei andarci?
Valyssa non ricordava di aver mai visto l’Agavir parlare in tono tanto grave.
- Quando sarai al centro del massacro, poggia la spada su una delle pietre. A quel punto, tu non dovrai più preoccupartene. Chi di dovere verrà a prenderla e tu potrai andare via illesa.
- Non dovrei preoccuparmene? Zio, questa spada potenzialmente…
- Questa spada, Valyssa, non è per te. – sbottò l’Agavir con voce chioccia. – E tu non la userai. Mai, per nessuna ragione. Sono stato chiaro?
- Non prendermi per una stupida. So cosa comporta.
Apkar III fece un lungo sospiro – Fai esattamente come ti ho detto. Ora puoi andare. Il mal di testa si fa insistente.
- Prova a riposare.
- In riva al fiume, mentre aspetto che i pesci si attacchino all’amo. Mi piacerebbe molto, sai?
- Certo, come no.
- Quando fai quelle smorfie mi ricordi tua madre. Una vera sfortuna che nostro fratello abbia deciso di suicidarsi dopo averla uccisa e non prima. Taissa era davvero la mia preferita. – Apkar sorrise, ma solo per un istante. – Su adesso, vattene.

Valyssa era arrivata a metà della lunga scala a pioli quando si voltò di nuovo verso Apkar che la guardava con le mani dietro la schiena e con tutta l’aria di chi era lì puramente per caso, non certo perché era l’Agavir.
- La spada ha un nome?
- Io la chiamo Neraspina.
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Nota:
Il regno di Lythra ha i suoi titoli e i suoi dei, e sono parecchio diversi dai nostri.
Qui, un brevissimo nb:

Agavir = Re
Basilissa= Regina
Hashvor/Hashvina = Conte/Contessa
Varonos/Varoné =
Barone/Baronessa

Mastsa/Kyria = Signore/Signora
Hoglorakan/Hogloraka =
Sacerdote/Sacerdotessa
Viraz = Corrispettivo di “Ciambellano
Sinodo = Gran Consiglio del Regno di Lythra. Ha sede a Biktoria.
Levon Kaer = Castello di Amrots

Hrant = Dio del Massacro
Ramut = Dio della Morte
Neiros = Dio dei Sogni
Aniv = o la Ruota che Crea, dio della Creazione e dell’Alchimia


Efrén = Uno dei Quattro Pilastri. Dominio sulle acque, sui fluidi e sul cambiamento. Fu imprigionato da Kesora e Aniv per evitare la distruzione del mondo.
Vàkuum = Uno dei Quattro Pilastri. Dominio sul Nulla e sullo Spazio Vuoto. Si pensa che Ramut l’abbia soggiogato.
Thòa = Uno dei Quattro Pilastri. La Signora dei Paradossi che vede nel multiverso. Si è ritirata in un punto invisibile al tempo.

Láishì = Oltretomba, il luogo dove dimorano gli dei.

Regno di Lythra = La regione di Lythra non è che una porzione minima dell’isola di Orb. Da sempre sottoposta a vessazioni, la città di Biktoria vede l’inizio della religione di Ramut, e sempre qui scoppia il primo focolaio che farà decadere l’Impero di Hrom. Adesso è una monarchia sotto la famiglia Klyss, che vede il suo antenato più celebre in Levon il Grande, il più famoso dei capi bernebi che discese lungo Lythra, la conquistò e ne divenne re. Gli dei più venerati sono Hrant e Ramut. La capitale è Biktoria, dove siete il Sinodo, anche se il re ha la sua residenza ad Amrots. Il re attuale è Apkar III della famiglia Klyss. Il suo simbolo è il leone senza criniera.

Skald = Regione al nord di Lythra, abitata da popolazioni tribali e dedite alla razzia, spesso in guerra contro Lythra e Kosvor. La regione fu conquistata due generazioni fa dai Krigeren, “gli uomini di ferro” che venerano Morgen. Gli abitanti originari, gli Aniveth, sono stati ridotti in schiavitù, anche se sono tuttora presenti molti focolai di rivolta. Le divinità principali sono Aniv e Morgen ma, da qualche anno, sta prendendo piede il culto di Hrant. La capitale è
Fæstning Himmel. Il re attuale è Håkon II della tribù Errdrager, gli uccisori di draghi. Il suo simbolo è un drago rosso con le ali ripiegate.

Repubblica di Hrom = Grande regione al sud di Lythra. Un tempo sede di un grande Impero che riuniva quasi tutta l’isola di Orb (con la sola eccezione del Loniros). A causa del suo incredibile sincretismo, è un crocevia di culture, lingue e religioni diverse. A Hrom si può venerare qualsiasi dio senza restrizione. La capitale è Hesanan. I nomi delle famiglie di senatori più importanti sono: Valerius, Kaesus, Octavius.


Regno di Kev =
Piccola regione tra Lythra e la Repubblica di Hrom. Le divinità principali venerate sono Arsha e Kesora. Al momento, in guerra aperta contro i Grendel, è spesso e volentieri ai ferri corti anche con il regno di Apkar III. La capitale è Villefleurs. Il re attuale è Renard IV della famiglia Lucine. Il suo simbolo è lo scudo bianco e rosso di Arsha.

In questo capitolo sono successe molte cose: innanzitutto, Valyssa e Daron sono arrivati ad Amrots. Che cosa ne pensate della città? Che impressione vi ha fatto?
Riguardo Kevon Ver, invece? Che genere di persona vi è sembrato (fermo restando che si tratta pur sempre di un Hoglorakan di Ramut)?
Finalmente si è scoperto qualcosa di più sulla storia di Valyssa. Ve la aspettavate così? Come vedete la figura di Apkar II? Un folle senza motivo, oppure aveva qualche motivo di fare ciò che ha fatto?
E poi, finalmente, si è visto l’Agavir. Qualcuno già lo conosceva, qualcuno lo aspettava e si chiedeva se sarebbe arrivato, prima o poi, il momento per lui di sbucare fuori. Adesso è accaduto: cosa ne pensate? Vi piace? Ma soprattutto: che idea vi siete fatti del piano di Apkar III e della guerra che intende combattere? Ed è una buona idea spedire Josyp di Managhir, lo Sceriffo, a controllare il lavoro di Valyssa?
Alla fine, una domanda a chi ha letto il
Cavaliere della Spina Nera: riconoscete questa spada? Come mai, secondo voi, è saltata fuori proprio adesso, e perché Apkar l’ha consegnata proprio a sua nipote?

Prossimo aggiornamento:
24 luglio

   
 
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