Storie originali > Romantico
Segui la storia  |       
Autore: JOR    17/07/2017    1 recensioni
"Io non posso credere di essere diventata tutto questo, quando mi sono trasformata nella persona che sono adesso? La mia vita, prima di quel viaggio era fantastica, monotona certo, ma mai banale, in tutto quello che facevo c’era la mia essenza, il mio essere, tutto quello che rappresentavo. Tutto questo non può avermi veramente cambiato, non pensavo di essere così debole."
La storia è stata revisionata dall'autrice che si  è finalmente preparata mentelmente per ripubblicarla.
Genere: Commedia, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Incompiuta | Contesto: Scolastico
Capitoli:
 <<    >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A




Alle 8.30, elegantemente in ritardo, come sempre, arrivò la mia compagna di banco. La mia salvezza, seconda per importanza solo alla mia famiglia. Si scusò per il ritardo con il professore di filosofia al quale non andava esattamente a genio a causa delle sue continue entrate in ritardo e si diresse con passo svelto verso la sua sedia, accanto alla mia. La mia attenzione, che si era posata sulla sua felpa grigia e bordeaux che tanto amavo, passò poi sui suoi capelli, scompigliati come sempre e rasati ai lati.
-Aggiustati i capelli Bob- le sussurrai, come ogni mattina da quando siamo amiche.
-Ma chi se ne frega- rispose assolutamente indifferente. Eravamo molto simili da questo punto di vista. Non ci facevamo mai influenzare troppo dal giudizio degli altri su cosa insignificanti come queste.
-Hai una penna?- continuò. Da quasi quattro anni a questa parte, ovvero quando siamo diventate amiche, non ricordo un solo giorno in cui lei non mi abbia chiesto qualcosa, che fossero penne, matite, fogli o l'ossigeno.
-Portartela da sola no, eh?- dissi io seccata. Era da tempo che io le davo ultimatum su ultimatum nella speranza che, prima o poi, fosse riuscita da sola a portare tutto il necessario.
-Troppo difficile- mi rispose sorridendo. Ovviamente io, da anima pia qual ero, le prestai la solita penna nera che era oramai diventata sua.
-Di che sta parlando?- mi chiese osservando il mio quaderno già pieno di appunti dopo soli quindici minuti di lezione.
-Platone, l'eros platonico.- risposi con acredine. Non concepivo l'amore come sentimento necessario all'esistenza dell'uomo. Per anni avevo vissuto senza quindi non ne capivo il bisogno. Inoltre le uniche volte in cui ne sono stata vittima le situazioni hanno sempre assunto risvolti negativi che con il tempo ho imparato a riconoscere ed evitare.
-Che palle! Non ne avevamo già parlato due anni fa? Come siamo ritornati sull'argomento?- disse lei con uno sbuffo.
-Non ne ho la minima idea, se devo essere sincera- fui franca con la mia amica la quale mi guardò disperata.
-Allora sapresti spiegarmi in quei venti righi di appunti cosa avresti scritto?- domandò sul punto della rassegnazione.
-Boh, stava parlando di Marx, poi quando è passato a Kant ho smesso di seguire- le rivelai con lo sguardo ancora fisso sulla penna che puntellava il margine bianco del mio povero quaderno a righe, ormai stanco di essere trattato come una pezza dalla sottoscritta.
-E come sarebbe passato a Kant?-Bob mi rivolse un'occhiata accigliata.
-Cosa vuoi che ne sappia Frances- mi ero irritata senza un motivo apparente e la mia amica se ne era accorta: quando usavo il suo vero nome non era mai un buon segno (il suo vero nome è Frances come quello della protagonista di Dirty Dancing, che viene chiamata per tutto il film 'Baby' da qui il mio strambo collegamento mentale e ,di conseguenza, distorsione di Baby in Bob, non chiedetemi perché).
-Ok, ok, la pazza maniaca si sta per liberare dalle catene, rimetti la chiave al suo posto Jinx- disse Bob per farmi sciogliere la rabbia, metodo che funzionò fino a quando il professore non intervenne rendendo vano il tentativo della mia amica di farmi calmare.
-Di che cosa parlate voi due?- chiese il professore mostrandoci un sorriso malefico che riservava solo a noi due.
-E' una noia quest'argomento prof.!- disse Bob.
-Come mai dice questo?- chiese il professore –Lei non è mai stata innamorata?- le domande personali erano, per il nostro 'duo' di disadattate, un tasto dolente che cercavamo in ogni modo di tenere al sicuro dalle dita curiose degli altri.
-Non è questo il punto!- dissi io intromettendomi nel discorso, oramai con l'irritazione che fuoriusciva dalle punte rovinate dei miei capelli decolorati..
-Platone considera l'amore come felicità, ma non necessariamente l'amore ci porta a essere felici, o sbaglio?- sputai questo mio pensiero in faccia al professore, sapevo di avere ragione ma allo stesso tempo ero consapevole che discutere con un filosofo era totalmente inutile; era come parlare con un'idiota: ti trascina al suo livello e ti batte con l'esperienza(il caro Oscar non mente mai). Ed era proprio questo che pensavo della filosofia: una disciplina da ebeti che ti provocava una serie indefinita di seghe mentali su cose metaforiche che quindi, applicate alla realtà, risultavano completamente inutili.
-L'uomo è fatto per amare, per vivere in compagnia di qualcuno. E' una condizione umana, non ci possiamo sottrarre a questo, l'uomo è fatto per stare con gli altri. Se l'uomo è solo non è felice!- affermò lui compiaciuto della sua ovvia quanto scontata risposta; fortunatamente io non la pensavo affatto come lui.
-Perché la nostra felicità deve dipendere da altre persone? Sinceramente a me non va di passare tutta la mia vita con un unico individuo consapevole del fatto che prima o poi mi tradirà e mi lascerà, le persone non sono così affidabili! Non è possibile credere veramente di poter stare per tutta la propria esistenza con qualcuno convinto del fatto che sarà sempre fedele; mentire a se stessi è da stupidi- dissi io, ottenendo il consenso della mia migliore amica che era visibilmente fiera di me.
In tutto questo il resto della classe era rimasto completamente indifferente e disinteressata dalla discussione che si sarebbe potuta creare se solo uno di loro avesse espresso la propria opinione. Ma del resto, cosa mi aspettavo? Che quegli esseri senza encefalo fossero capaci di ragionare da soli e creare un ragionamento di senso compiuto? Come ero in grado di sopportare delle creature così assuefatte dalle superficialità della vita? Erano semplici tessere grigie, di un mosaico grigio che rappresentava l'animo dell'umanità in tutta la sua immensa e infinita stupidità! Ah l'uomo, che creatura facilmente corruttibile! Come si potrebbe vivere così, seguendo quello che ti dicono gli altri? Non riuscivo a concepire come fosse possibile vivere senza il desiderio di pensare in maniera indipendente dallo spirito comune. Certo, era ovviamente più semplice andare avanti senza dover usare troppo il proprio cervello, l'importante era usufruirne solo quando si trattava di scegliere il cellulare nuovo o la marca migliore per il nuovo paio di jeans nuovi. Ma perché io dovrei sottostare alle leggi sociali che mi venivano imposte? Non ci pensavo proprio a vivere subendo la volontà di altri: l'esistenza era la mia e io ci facevo quello che volevo.
Fortunatamente io non la pensavo come loro.

Le altre quattro ore di scuola passarono noiose, lente, pesanti e grigie come sempre. Gli unici schizzi di colore li dovevo alla mia fedele e disturbante compagna di banco sempre pronta a rendermi consapevole del fatto che forse il mondo non era un posto tanto male se riuscivo a trovare persone come lei.
Durante la prima ora, ovviamente, il discorso con il mio professore di filosofia, sempre aperto alle opinioni altrui, finì con una psicoanalisi alla sottoscritta e una “diagnosi” che recitava testuali parole: ‘chi pensa che l’uomo non abbia bisogno di vivere per sempre in compagni di una persona da amare ha qualche problema’.
STOP.
PUNTO.
Davvero interessante dovevo ammetterlo. Come avevo fatto a essere così cieca per tutto quel tempo. Era questa la soluzione ai problemi dell’uomo; sarebbe bastata questa semplice risposta per riuscire eliminare completamente le guerre dalla faccia della terra: chi non capisce che l’uomo ha bisogno di vivere in compagnia ha qualche problema! Quindi era necessario chiudere in manicomi tutti coloro che intraprendevano battaglie con il prossimo, e che quindi non concepivano la compagnia dell’altro, per riportare la pace nel mondo.
-Allora? Per quest’uscita a quattro?- se ne uscì Bob all’improvviso riportandomi alla mente di qualche giorno prima, quando mi propose quel folle piano.
-Quattro? Lo sai come le penso sulle uscite… e sulle persone- risposi io apatica e decisa a non farmi convincere a prendere parte a questa idea venefica.
-Nooo, fidati di me sono simpatici e poi c’è questo ragazzo che è adatto a te, sareste perfetti insieme!- disse con un sorriso a trentadue denti stampato sul volto.
-Sembri più entusiasta di me- risposi poggiando la testa sulla mia mano, stanca dalla lunga giornata di studio.
Non ero la persona adatta alle uscite a quattro non solo perché non avevo mai preso parte a una di queste ma soprattutto perché avevo seri problemi a relazionarmi con qualsiasi persona diversa dalla mia famiglia e dai miei migliori amici. Tuttavia pensai, non sicura se la mia mente fosse consapevole o meno di quello che stava macchinando, che cambiare aria non avrebbe potuto di certo farmi male.
-Quando e con chi- chiesi diretta per evitare qualsiasi tentativo imbarazzante e inappropriato di convincermi–e ti prego fa che non siano dei coglioni patentati- implorai, già al corrente del fatto che tutti gli amici di Bob fossero poco raccomandabili, non perché pericolosi ma semplicemente perché possedevano due neuroni nel cervello: uno scemo e l’altro pure.
-Fanno gli scemi ogni tanto, ma fidati sanno essere seri quando vogliono-
-No, non mi fido, lo sai che sono paranoica e poi conosco già abbastanza gente del genere, non ne voglio aggiungere altri alla lista di persone da evitare, gli alberi mi implorano pietà-
-Perché dovresti essere paranoica? Sono innocui! Ti prego, per una volta da quando ci siamo conosciute, riponi la tua fiducia in me, non te ne pentirai!- questa sdrucciolevole situazione stava per raggiungere il suo apice quindi pensai di allentare la tensione visibile sulla fronte di Bob.
-Ma almeno è carino il mio futuro marito?- chiesi cercando di avere più informazioni su…-Non mi hai detto come si chiama!-
-Enrico è il nome del fortunato, Mario è il nome del mio ‘caro’- mimò le virgolette con le mani.
-‘Caro’?- imitai lei ma con aria inquisitoria e osservandola con circospezione
-Sì, è da un po’ di tempo che ci chiamiamo così. Ha cominciato lui per gioco e ora è diventata un’abitudine- rispose tranquilla, facendomi intendere che tra i due non ci fosse niente più dell’amicizia.
-Oww, sembrate una coppia di sposini!- dissi io divertita. Bob non era persona che pensava di fidanzarsi o sposarsi con qualcuno; ogni tanto le balenava per la testa l’idea che avere dei bambini non fosse un progetto malvagio, ma lei non aveva bisogno di qualcuno da amare.
-Quindi? E’ un sì?-  mi chiese sbattendo ripetutamente le ciglia e facendo labbruccio, nella convinzione che quei semplici e ingannevoli gesti sarebbero riusciti a convincermi.
-Forse si- le risposi intenerita dalla sua espressione, abbattuta dalla sua bravura nel persuadere la gente –Ma se la serata sarà uno schifo ti riterrò responsabile e sarai il capro espiatorio sul quale riverserò tutta la mia collera, ti va bene?- continuai sollevando leggermente l’angolo della bocca rivolgendole un sorriso beffardo.
-Non te ne pentirai!- disse urlando e alzandosi per correre, qualche secondo dopo, fuori dalla porta come ha sempre fatto dall’inizio della scuola. Era costretta ogni giorno a prendere numerosi pullman perché abitava troppo lontano del liceo, infatti si svegliava sempre presto e viveva costantemente di fretta; nonostante questo (anzi, forse proprio per questa ragione), era una ritardataria cronica.
Io, una volta vista scomparire la mia amica oltre la soglia, mi alzai senza fretta e mi avvicinai al banco di Irene (la ragazza con la quale ero venuta a scuola), per tornarcene insieme a casa.
-Allora? Che fai questa sera?- mi chiese sorridendo per spostare, subito dopo, l’attenzione sul suo cellulare. Irene era sempre stata una ragazza allegra, con la felicità stampata sul volto e, nonostante andassimo praticamente sempre d’accordo e la trovassi simpatica rispetto alle altre persone che rientravano nella mia cerchia di ‘amici’, non ero mai riuscita a considerarla una migliore amica. C’era feeling tra noi due, ci capivamo e la pensavamo allo stesso modo su un sacco di cose, ma c’era sempre stato qualcosa in lei che non mi aveva reso possibile comprenderla completamente. O forse la colpa era stata la mia, chi poteva saperlo.
-Niente, come sempre- risposi sprezzante mentre mi infilavo gli auricolari nelle orecchie. Il resto del mondo divenne troppo rumoroso e, in quel momento, riuscii a trovare la tranquillità solo grazie ai Green Day. Boulevard of broken dreams; non avrei potuto chiedere di meglio.
ORE 15.03
Avevo finito di mangiare da poco ma la fame si era già ripresentata alle porte del mio stomaco, tuttavia, il desiderio di rimanere stesa sul letto era più forte di qualsiasi altra cosa. Mi stavo distruggendo i timpani con qualche cantante del quale ignoravo l’esistenza che mi era stato propinato da spotify, così come tutte le canzoni che stavo ascoltato da quasi un’ora a questa parte ma non mi lamentavo, erano sempre meglio di niente.
La televisione era accesa sul primo canale e stava facendo il telegiornale.
Parlavano di cronaca nera.
Da mesi ormai discuteva sempre delle stesse cose. Il terrorismo dilaniava la vita di tutti senza fare discriminazioni tra adulti e bambini. Nessuno poteva salvarsi da questa catastrofe che si diffondeva a macchia d’olio per tutto il mondo. Eravamo tutti inermi sotto la volontà di malati che sostenevano di combattere per un Dio, da loro venerato, e che puniva tutti coloro che venivano considerati eretici.
Terrore. Era questo quello a cui miravano. La verità era solo quella. Colpire le persone nel quotidiano, nella semplicità in modo da spaventarle e renderle incapaci di affrontare la giornata, facendole vivere con la paura di una morte imminente, in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, con qualsiasi persona. In modo da bloccare tutto. Se blocchi la vita delle persone fermi tutto: fermi l’economia, la politica, la guerra e tutto ruota attorno a chi ha il vero potere in mano. Non i governi, i terroristi. Era questa la triste realtà, ma io nel genere umano ci credevo sotto questo punto di vista. Gli uomini sono testardi, caparbi e non si arrendono troppo facilmente, ma non avrei saputo dire quella lotta per il potere a cosa avrebbe portato. Molto probabilmente ad ancora più distruzione; quel temuto scontro fra parti avrebbe, presumibilmente, potuto uccidere l’intera umanità. O forse saremmo ricaduti in una terza guerra mondiale; quasi certamente era il mio cervello a macchinare scenari catastrofici di un’umanità che potrebbe salvarsi da sola se solo si mettesse d’impegno.
Improvvisamente, tuttavia, la musica s’interruppe privandomi di un sottofondo musicale necessario per la fabbricazione dei miei pensieri filosofici; fui costretta a rispondere a causa dell’insistenza del chiamante.





SPAZIO AUTRICE
Eccomi qui, elegantemente in ritardo come sempre. Spero riusciate a perdonarmi ma non so se potrò mantenere il ritmo *coff*pigra*coff*.
Spero, inoltre, che mi facciate sapere i vostri pareri riguardo la storia!
A presto! (si spera)
Baci. xXx

  
Leggi le 1 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
 <<    >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Romantico / Vai alla pagina dell'autore: JOR