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Autore: Riziero Ippoliti    25/07/2017    2 recensioni
La storia è ambientata un'Italia popolata dai discendenti dei sopravvissuti ad una, oramai antica, guerra nucleare.
Genere: Azione, Science-fiction, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
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I
 
Da qualche parte su questo devastato pianeta, vi era una vasta vallata, avvolta nel buio della notte, in cui il vento soffiava forte. Verso nord grandi nuvole illuminate dalla luna, si andavano addensando. Bagliori di fulmini ne squarciavano l'oscurità. Nella conca circondata da colline e basse montagne dai dolci pendii, c'era un'aria fresca e umida, tipica di fine settembre. La luna, quasi piena, effondeva una luce soffusa nella valle.
Non si scorgevano luci artificiali. La zona era infatti disabitata. Centri abitati abbandonati, rovine sparse, strade in pessime condizioni, cartelli divelti e arrugginiti suggerivano che non era sempre stato così. La parte più meridionale della conca, orientata da sud est a nord ovest, era circondata da reti, e fili spinati e ovunque vi erano cartelli di pericolo che recavano scritto come “Pericolo di morte” o “Pericolo chimico” o “Zona contaminata da isocianato di metile”. Altri cartelli recavano i simboli del pericolo chimico, del pericolo di corrosione chimica e il pericolo di incendi.
Grazie alla luce lunare, nella zona recintata si potevano a vedere le sagome nere di grandi edifici. Una cupola, e una torre. Un'intera città in rovina circondata da una distesa arida, di terra avvelenata. Fuori dalla recinzione invece la vegetazione era rigogliosa, e oramai aveva invaso tutto ciò che restava del passato, nella conca, comprese le rovine di due altre piccole città. Cespugli di rovi, e boschi. Pezzi di muro, ricoperti di edere. In alcuni punti la vegetazione era così fitta che era impossibile attraversarla.
Su questa giungla, sospesi su piloni di metallo e cemento, verniciati di bianco, passavano due tubi circondati da passerelle e intramezzati da traversine. Erano i binari della ferrovia magnetica, che seguivano l'antico tracciato dell'autostrada attraverso i monti Appennini, risalente a quando questa zona era ancora chiamata Italia. Anzi più precisamente Italia Centrale.
Ad un certo punto al frusciare del vento tra la vegetazione si aggiunse un suono lontano. Una luce si avvicinava lungo il tracciato della ferrovia. Un treno magnetico diretto a sud sfrecciò sui binari. Una scia luminosa nel buio di quella campagna abbandonata, seguito pochi istanti dopo da un boato come d’uragano.
Mentre nella conca il suono del treno rimbombava ancora, due veicoli fluttuanti apparvero sulle colline a sud est. Aveva l’aspetto di navi da guerra, lo scafo grigio metallizzato. Sulle fiancate avevano alettoni e file di rotondi oblò. I due veicoli producevano un continuo ronzio, prodotto dai motori. Essi, situati sotto la poppa e sotto la prua, avevano forma circolare, e brillavano di una luce bluastra. Talvolta da essi sprigionavano scariche elettriche. A volo radente i due veicoli discesero il pendio, galleggiando nell’aria, come navi nell’acqua. Giunti ai piedi delle colline svoltarono, virarando lentamente in direzione nord ovest. Mantennero questa direzione per circa dieci chilometri, dopodiché svoltarono verso sud ovest.
Nella plancia di una delle due aereonavi, sulla una poltrona girevole, il capitano osservava la scena dalla grande finestra del ponte di comando. Era sulla trentina. Aveva lineamenti spigolosi e portava la barba. Indossava vestiti comuni. Sulle spalle teneva una giacca, vecchia e consunta, residuo dell'alta uniforme dell’esercito, e la portava con le maniche penzoloni. Solo una delle spalline dorate era rimasta su una delle spalle.
In piedi accanto alla poltrona del capitano, stava un uomo calvo. Era vestito con giacca, cravatta e pantaloni neri, e sotto una camicia bianca. Nel taschino era infilato un paio di occhiali da sole. Sul suo viso completamente glabro, aveva un’espressione fredda. Tenendo la mano appoggiata sullo schienale della poltrona, osservava anch’egli quel che si trovava di fronte all’aereonave.
«Penso che qui vada bene, capitano» disse quando il veicolo giunse sopra una radura.
Il capitano annuì.
«Spegnere i motori, ed estendere i sostegni»
«Sissignore!» rispose il pilota, che cominciò a premere tasti e spostare leve sulla sua postazione. Subito una serie di ronzii e rumori metallici si propagarono per la nave.
Poi il capitano si voltò verso una ragazza, che stava seduta ad una postazione sulla destra della plancia. Aveva i capelli castani, che le scendevano fino alle spalle, e tra le ciocche pendeva un dreadlock, chiuso con una piccola fibbia metallica. Indossava un paio di cuffie, a cui era collegato un microfono.
«Megara, comunica all’altra nave di fare lo stesso!»
«Sì, capitano» disse l’addetta alla comunicazione, stringendosi nella sua giacchetta di pelle. Dopodiché accese la radio e parlò nel microfono: «Aquila 2-DX9, qui Aquila 3-DX8. Spegnere motori ed estendere i sostegni»
«Ricevuto!» fu la gracchiante risposta che venne dalla cassa.
I due veicoli rallentarono e si fermarono a mezz’aria, vicini alla ferrovia magnetica. Lentamente il ronzio dei motori si fece più basso, fino a sparire. La luce bluastra divenne via via fioca, fino a spegnersi. Dalla chiglia di entrambe fuoriuscirono braccia e sostegni meccanici, mossi da sistemi idraulici. Le due aereonavi erano ora ferme nella radura, appoggiate al terreno.
«Fammi parlare con tutta la nave» disse il capitano, facendo un cenno all’addetta alle comunicazioni.
«Sissignore!» rispose lei, spostando una levetta con il dito.
«Ragazzi» disse il capitano, «abbiamo un lavoro da compiere! Tutti a terra e al lavoro! Ricordate che siamo nel territorio del Dominio. La zona è disabitata dai tempi della prima rivolta, tuttavia potrebbero esserci sono sensori e dispositivi d’allarme che possono scattare in ogni momento, quindi attenzione.»
Gli altoparlanti si spensero con un crepitio, e il capitano si alzò e si diresse verso la porta. Tutti i presenti nella plancia lo seguirono, salvo il pilota e l’addetta alle comunicazioni.
«Avvertitemi se c’è qualche problema!» disse loro il capitano, prima di uscire dalla plancia.
«Sissignore» risposero entrambi all’unisono.
La plancia rimase in silenzio, un silenzio rotto solo dal ronzio dei macchinari e dei computer di bordo. La ragazza si appoggiò con il gomito sul banco della sua postazione, ed osservò annoiata il quadrante del radar. Ad intervalli regolari, da un punto verde centrale, si spandeva un cerchio, seguito da un bip. Sospirando si abbandonò sullo schienale della sua poltroncina.
In quel momento una mano le scostò una ciocca di capelli castani dal viso. Il pilota aveva lasciato la sua postazione. Lei gli prese la mano, e la carezzò.
«Stanca?» chiese lui sorridendo.
«Però, che occhio!» rispose lei ridacchiando.
Per tutta risposta, lui prese a massaggiarle le spalle, dopo aver scostato il suo dreadlock. Lei chiuse gli occhi, espirò lentamente e inclinò la testa. Si alzò lentamente tendendosi verso il pilota, ma questi la baciò prima che fosse del tutto in piedi.
«Siamo... siamo in servizio...» cercò di dire l'addetta alle comunicazioni, ma il pilota non l'ascolto e prese a baciarle il collo. Lei si arrese del tutto e lo trasse verso il suo viso, e i due restarono legati con le labbra premute le une sulle altre.

Intanto le operazioni di sbarco si stavano per concludere nella radura, ampia e dal terreno irregolare, disseminato di sassi e radici, che rendevano molto difficile il lavoro. Intorno alla radura si intravedeva quel che restava di uno svincolo, che si diramava dalla strada principale. Il ponte ricurvo era però quasi del tutto crollato, e le sue rovine erano avviluppate dalla vegetazione. Proprio al limitare della boscaglia c’era un cartello appena leggibile, con su scritto: “Ugnano (comune di…)”.
Il capitano dell'aereonave DX8 camminava avanti e indietro, mentre l'uomo in giacca e cravatta stava in piedi, appoggiato ad uno dei sostegni dell'aereonave, con le braccia conserte. I due osservavano l’equipaggio che scaricava dalla nave alcune casse di legno. Sui coperchi della casse c'era scritto “maneggiare con cura”, e accanto c'era un simbolino triangolare con il disegno stilizzato di un'esplosione. Anche l'equipaggio della DX9 stava facendo lo stesso. La DX9 era leggermente più grande della DX8, ed era priva di armamenti. Era un veicolo da trasporto di materiali.
Dopo aver impartito degli ordini, l'altro capitano si avvicinò al suo collega alzando la mano per salutare. «Malloy, eccoti qui!» disse.
«Vedo che i tuoi ragazzi sono più lenti dei miei, Guerras!» sorrise.
«Per forza: abbiamo portato noi il carico più grande di tritolo!» rispose il capitano Guerras. Poi rise insieme a Malloy.
Anche il capitano Guerras indossava abiti comuni: un paio di jeans e una maglietta a maniche corte. Unico segno del suo comando, era una un cappello simile a quello dei marinai, che ora portava in mano. Vi era una scucitura laddove un tempo stava il simbolo del Dominio.
«Mille chili di tritolo!» disse Guerras, «Se quella robetta che ci avete portato voi dominati è davvero tritolo!» aggiunse poi guardando verso l'uomo in giacca e cravatta.
Questi gli si avvicinò lentamente e rispose con voce seria: «Quelle casse contengono tritolo concentrato! Lui non ha nessun interesse nell'ingannarvi!»
«Ah non ne dubito» disse Guerras, alzando le mani, «Ma mi insospettisce molto il fatto che il dispositivo di scoppio ce lo fornisca lei, agente Berti! Chi ci dice che questa non sia una trappola? Che non volete farci saltare in aria a distanza?!»
L'agente inrociò le braccia e alzò un sopracciglio.
«Vi assicuro» rispose con un ghigno, «che se lo Stato avesse voluto davvero liberarsi di voi Ribelli, non sareste qui adesso. Ma come ben sapete, voi servite a questo paese. Ed è per questo che lui vi aiuta! Chiaro?»
«Vedremo!» rispose Guerras.
Il ribelle e l'agente si fissarono per qualche secondo senza parlare.
Fu il Capitano Malloy il primo a rompere quel silenzio: «Mi dica, agente, perché ci ha consigliato di fare questo lavoretto proprio qui?»
«Semplice: siamo molto vicini ad una zona altamente contaminata, quindi non ci sono pattuglie di controllo a difesa di questa parte della ferrovia!»
«Capisco» rispose Malloy ironico, «Evidentemente anche voi temete l’avvelenamento da radiazioni!»
«Malloy» disse l’agente con aria di sufficienza, «le manca qualche nozione di storia!»
«Allora mi illumini lei, Berti!»
«Con piacere, capitano.» rispose l’agente sarcastico, dopodiché cominciò a raccontare. Le sue parole erano accompagnate dal rumore delle operazioni di scarico, e dalle imprecazioni degli uomini che stavano lavorando.
«Circa quaranta anni dopo il Grande Incendio, venne fondata Europa Nuova, la prima Nazione Sopravvissuta! La capitale era l’unica grande capitale europea rimasta, ovvero Roma»
«Questo già lo sapevamo, Berti!» disse Guerras, ma l’agente lo ignorò.
«Era una dittatura militare!» continuò, «tutto ciò che le Isole producevano se lo teneva per sé, e alle Isole solo le briciole. Era ben più brutale del Dominio di cui voi tanto vi lamentate. Era chiaro che una situazione di questo genere non poteva durare a lungo. Infatti la Prima Nazione Sopravvissuta ebbe a durare appena quaranta anni, al termine dei quali in tutto il territorio cominciarono a scoppiare sommosse, rivolte, manifestazioni. Ed i militari che componevano il governo risposero nell’unico modo che conoscevano, signori: sanguinose guerre di repressione, ma l’unica cosa che ottennero fu di instillare ancor più rabbia e odio nel popolo. E qui vicino si è compiuto l’atto che ha scatenato la prima rivolta! Nella città in rovina, vicino a dove ci troviamo, fu indetto uno sciopero generale e le forze di polizia furono respinte dalla folla inferocita. Allora il governo bombardò la città con tonnellate di isocianato di metile. Sapete di cosa si tratta?»
«Davvero usarono quella roba?!» chiese Malloy sgranando gli occhi.
«Esattamente. Gli effetti sono terribili. Brucia la pelle, brucia gli occhi, e ad ogni respiro brucia anche i polmoni. Si racconta che morirono a migliaia nel volgere di pochi minuti, e i pochi sopravvissuti vennero tutti fucilati. Morirono quasi centocinquantamila persone! Questa città» continuò indicando un punto verso sud est, «non è stata colpita da un’arma nucleare bensì chimica, e pertanto non ci sono radiazioni qui!»
Un momento di silenzio, durante il quale i due capitani cercarono di parlare ma non riuscirono a dire nulla e l’agente se ne accorse.
«Il Dominio non vi sembra più tanto male, eh?» chiese ironico l’agente. Poi proseguì: «Ad ogni modo l’aver compiuto questo crimine di guerra, si rivelò un grave errore, infatti fu questo a scatenare la Prima Rivolta! Frange dello stesso esercito si ribellarono, e tutto lo stato mosse guerra al governo centrale, che venne inevitabilmente sconfitto circa sei anni più tardi, quando venne fondata la Repubblica» e anche stavolta l’agente Berti pronunciò l’ultima parola con forte sarcasmo.
«La Repubblica che presto tornerà!» replicarono all’unisono i due capitani.
L’agente Berti sospirò, con condiscendenza.
In quel momento un giovanotto biondo si avvicinò ai due capitani e all’agente.
«Capitano Malloy, Capitano Guerras» disse mettendosi un momento sull’attenti.
«Ebbene?» rispose severo Malloy.
«Signori, il carico è stato posizionato intorno ai piloni della ferrovia»
«Molto bene!» disse Malloy, «Ora tocca a lei, Berti. Ci dia il detonatore!»
L’agente non rispose, e frugò in una borsa che stava poggiata ai suoi piedi. Ne estrasse un piccolo dispositivo metallico, con un schermo digitale e una piccola tastiera.
«Lo posizionerò io, se non vi dispiace, signori» disse l’agente.
«Come vuole lei, ma si sbrighi!» rispose il capitano Malloy con un gesto della mano.
L’agente annuì, e poi si diresse verso i piloni della ferrovia dietro gli alberi, dove gli uomini dei due equipaggi avevano posizionato le casse di tritolo, pronte a far saltare in aria la ferrovia. Le avevano disposte intorno a tre piloni. La ferrovia sarebbe stata letteralmente spezzata, e i binari sarebbero schizzati in aria in frantumi. C’era tritolo sufficiente per distruggere almeno un chilometro di ferrovia e ci sarebbe voluto parecchio per ripararla.
Berti arrivò alle casse di tritolo, seguito dai due capitani, e posizionò il detonatore. Premette alcuni tasti, e il piccolo schermo si illuminò.
«Venti minuti vanno bene, no?» chiese voltandosi verso Guerras e Malloy, e questi annuirono.
Allora Berti collegò alcuni fili, e armeggiò con i tasti finché sul piccolo schermo apparvero dei numeri: 20:00. L’attentato alla ferrovia era pronto.
«Non vi resta che premere il pulsante, appena ce ne andremo e dopo venti minuti…» l’agente aprì con un gesto improvviso le dita della mano, mimando un’esplosione.
«Noi non avevamo intenzione di compiere questo attentato, in questo momento, Berti. Lei ci ha assicurato che farlo ora sarà utile alla nostra causa.» chiese Guerras.
«Certamente, e sarà utile anche a noi» rispose Berti. «Voi riuscirete a causare un bello scompiglio nel Dominio, distruggendo uno tratto ferroviario importante come questo, e noi avremo la giustificazione per instaurare leggi e regolamenti più repressivi verso Operai ed Elettori».

Intanto nella plancia dell’aereonave DX8 il navigatore e l’addetta alle comunicazione erano ancora legati in un abbraccio. Le mani di lui si erano insinuate sotto la maglietta e ne stavano carezzando la schiena, e il cinturino del reggiseno. A sua volta lei stava carezzando i fianchi di lui. A turno si baciavano la bocca e il collo. Entrambi respiravano affannosamente.
In quel momento ai loro sospiri, s’aggiunse un suono. Era un allarme. Dovette suonare tre volte prima che la ragazza si staccasse dal navigatore, scuotendo la testa. Respirando profondamente, deglutì e indossò nuovamente le cuffie. Sul quadrante del radar erano apparse due tracce, che si avvicinavano rapidamente al punto centrale. La forma dei due oggetti, i loro movimenti e la loro velocità non lasciavano dubbi su che cosa fossero.
«Guarda la traccia» disse il pilota.
«Sì, lo vedo. Sono apparse all’improvviso…» constatò lei. Poi esclamò: «Dispositivo antiradar!»
Premette un tasto sulla consolle e cominciò a chiamare il capitano.
«Capitano! Capitano!»
«Qui Malloy, che succede?» rispose il capitano, con una voce metallica dalle casse.
«Capitano, aereonavi da guerra in avvicinamento!» disse la ragazza.
«Ricevuto!» gracchiò la voce del capitano dall’altoparlante.

Il capitano Malloy strinse nelle mani il suo comunicatore per un momento, poi si voltò verso l’agente. Si avventò su di lui e lo afferrò per la cravatta, stringendola come un cappio: «E così lui lo sapeva vero?! E così lui ci aiuta, vero?!»
Berti, rantolò, tentando di risponder, ma non riuscì ad articolare alcuna parola. Aveva perso la sua calma e la sua sicurezza. Malloy lo lasciò andare con una spinta, e poi corse veloce verso gli uomini che stavano pigramente raccogliendo le attrezzature.
«Ragazzi, via! Navi nemiche in avvicinamento» gridò.
Un brusio si sparse nella folla formata dai due equipaggi. Gli uomini cercarono di mantenere la calma e di radunare le attrezzature, ma non appena nella conca risuonò il boato lontano delle due aereonavi nemiche, si diffuse il panico. Corsero tutti verso i sue veicoli parcheggiati, e si accalcarono intorno alle scalette. Cominciarono a salire uno alla volta, mentre quelli che restavano indietro gridavano, imprecavano ed insultavano chi gli stava davanti. I più impazienti, spinti anche dal riecheggiare delle aereonavi del Dominio che si faceva sempre più vicino, si arrampicarono sui sostegni idraulici. Un gruppo di sei uomini in preda al terrore fuggì nella boscaglia. A nulla valsero i tentativi dei due capitani di calmare i rispettivi equipaggi.
Quando infine anch’essi riuscirono a salire, dettero subito ordine di riaccendere i motori e di disimpegnare immediatamente l’area.
«Torniamo subito al Vettore» disse Malloy.
Il pilota non se lo fecero ripetere due volte, e i motori emisero nuovamente quella luce bluastra e quel ronzio elettrico. Il veicolo si sollevò in aria, sopra il bosco e, puntando la prua verso sud est, partì, seguito dall’altro. Il bosco sotto di loro diventò un mare impetuoso, blu e verde scuro.

Intanto quelli che erano fuggiti, senza salire sulle aereonavi, continuavano a correre. Dopo aver percorso più di un chilometro, si trovarono in un’altra radura, ancor più ampia di quella precedente. Si fermarono per qualche minuto a riprendere fiato, poi ripresero la marcia. Tentarono di aggirare il grande prato, correndo lungo il limitare del bosco. Quello che correva più lentamente, un uomo sulla quarantina che faticava più dei suoi compagni a tenere il passo, si trovò a guardare in basso e notò un puntino di luce verde che li seguiva sul terreno.
Non ebbe il tempo di gridare, né tantomeno di avvertire i suoi compagni. Non ebbe neanche il tempo di realizzare. Riuscì solo a percepire il suono del veicolo nemico alle sue spalle e poi un boato. Due boati. Tre boati. Decine, centinaia di boati in rapida successione.
Una sventagliata di mitragliatrice li investì in pieno.
L’uomo che aveva visto il laser di puntamento, fu colpito da questa prima raffica di proiettili. Il suo busto, letteralmente strappato dalle gambe saltò in aria, schizzando sangue e perdendo budella. Una seconda raffica colpì gli altri uomini. I proiettili penetrarono nelle loro carni squarciandole. Anche i loro corpi vennero smembrati.
Il veicolo passò a volo radente sopra quel che restava di loro, fendendo l’aria. Dopodiché si sollevò nuovamente sopra le chiome degli alberi e si unì alla sua compagna, che si era già data all’inseguimento delle aereonavi ribelli.

Queste ultime furono raggiunte nel volgere di pochi istanti. Le aereonavi nemiche, dalla livrea blu oltremare, presero subito a mitragliare quelle ribelli.
«Megara, collegami con Guerras» fu l’ordine concitato del capitano Malloy.
«Sissignore!»
«Guerras, qui Malloy. Dividiamoci, cerchiamo di confonderli!»
«Ricevuto» gracchiò l’altoparlante in risposta.
Subito i due veicoli si separarono. L’aereonave DX8 continuò la sua corsa verso sud est, mentre la DX9 virò verso nord-est accelerando. Lo stesso fecero le due aereonavi nemiche. Benché la DX9 avesse aumentato di molto la velocità, grazie anche al fatto che non era più gravata dal carico di tritolo, il veicolo nemico gli fu subito alle calcagna. Era evidente che le navi nemiche erano molto più veloci e agili. I nemici continuarono a bersagliare di mitra il veicolo ribelle, che privo di armi non poteva far altro che fuggire, tentando di schivare i colpi nemici. All’improvviso l’aereonave del Dominio rallentò allungando le distanze, benché continuasse ad inseguire la DX9.
Guerras, che era un capitano esperto, capì subito quel che stava per succedere. Lanciò ordini disperati ai suoi uomini.
«Scendere di quota... virare verso nord...» gridò.
Ma era troppo tardi.
Dal veicolo nemico si sprigionò una fiammata. Un cannone aveva lanciato un missile. Il proiettive volò rapidissimo verso la poppa della DX9, lasciandosi dietro fiamme azzurre. L’aereonave ribelle tentò di schivarlo virando, ma il missile era dotato di un sistema di inseguimento. Sfrecciando nell’aria il dardo colpì la poppa della DX9 lateralmente e, scoppiando, danneggiò il motore posteriore. Questo emise una serie di scariche elettriche, per poi esplodere. Dapprima la poppa dell’aereonave si impennò ma poi, non più privata del suo peso, ricadde verso il suolo trascinando con sé il resto del veicolo.
All’impatto con il suolo il veicolo non si fermò, ma continuò a procedere in avanti, per inerzia. Talvolta la prua sbatteva contro il terreno per poi rimbalzare puntando verso l'alto. In questa folle corsa, il veicolo scavò un profondo solco, abbattendo tutti gli alberi e rovine che incontrava, finché la prua andò a schiantarsi contro una rupe. La poppa era ormai completamente fracassata, ed aveva preso fuoco. Le paratie erano divelte, e dai cavi elettrici recisi ad intervalli regolari si sprigionavano scintille e fiammate.
A questo punto buona parte dei membri dell'equipaggio, capitano compreso, erano morti infilzati dalle lamiere arsi vivi dal fuoco. I pochi sopravvissuti cercarono di abbandonare il veicolo in fiamme.
Ma in quel momento l’aereonave nemica compì una rapida virata di centottanta gradi, e salì di quota. Subito dopo si gettò in picchiata contro la carcassa morente della DX9. Due lampi di luce, e questa volta partirono due missili. I due dardi raggiunsero l’obiettivo fiammeggiando. Colpirono la nave e ne incendiarono il carburante. L’aereonave ribelle esplose con un terribile boato, in una palla di fuoco che incendiò il bosco circostante.
Il veicolo del Dominio compì un’agilissima virata verso l’alto, a pochi metri dal suolo, e non appena fu salita a parecchie centinaia di metri sopra il tetto del bosco, virò ancora, verso sud est andando a raggiungere la compagna.
Quest’ultima stava incontrando non poche difficoltà nel seguire la DX8. Benché fosse più lenta e meno agile dei veicoli del Dominio, essa era dotata di armamenti sufficienti a tener loro testa. L’aereonave nemica lanciò numerosi missili, ma ogni volta la DX8 riusciva a confonderne il sistema di puntamento lanciando a sua volta dei missili, o scendendo verso il suo per poi risalire all’ultimo secondo.
«Vediamo di cosa sono capaci questi bastardi! Aumentare la velocità, virare verso ovest e scendere di quota!» ordinò Malloy.
«Sissignore» rispose il pilota.
L’aereonave compì una lunga virata, invertendo la rotta, e si abbassò. Cominciò a sfrecciare sopra la boscaglia, sfiorando le chiome più alte, come una nave farebbe tra le onde. L’aereonave nemica gli tenne subito dietro, aumentando la velocità. Intanto gli addetti alle armi di entrambi i veicoli continuarono a lanciarsi contro raffiche di mitragliatrice, e batterie di missili. Le munizioni di entrambi stavano per terminare.
«Frenare» gridò Malloy.
«Cosa?!»
«Ho detto, frenare!»
«Ma capitano…»
Malloy lo interruppe, si alzò dalla sua poltrona, e spodestò il pilota dalla sua postazione. Prese i comandi, e operò una brusca frenata, tanto che chiunque a bordo non si stesse reggendo fu sbalzato in avanti. L’aereonave nemica che procedeva a grande velocità, non riuscì a frenare in tempo. Nel tentativo di evitare lo schianto, compì una virata.
L'impatto con poppa della DX8 avvenne lateralmente. Barcollando a mezz’aria, il veicolo nemico sembrò cadere verso il suolo, riuscendo però a riprendere il controllo, mentre il veicolo ribelle venne sbalzato in avanti con la prua rivolta verso il basso. Malloy riuscì però a rimettere la nave in assetto di volo, ed operò un’altra virata, riprendendo la rotta verso sud est. Dopodiché si alzò, restituendo la postazione al pilota.
«Capitano» disse l’addetta alle comunicazioni, «le tracce nemiche si allontanano. Li abbiamo seminati.»
«No, Megara, ti sbagli» rispose il capitano con aria seria mentre riprendeva posto sulla sua poltrona, «non li abbiamo seminati. Ci hanno lasciato andare. Non costituiamo una minaccia, per loro. Notizie della DX-8?»
Megara scosse la testa, e il capitano chinò il capo.
Poi si voltò verso l’agente Berti che stava appoggiato ad una paratia, con la fronte imperlata di sudore. Berti fece per aprir bocca, e alzò le mani, ma Malloy lo fermò con un gesto.
«Per quanto riguarda lei, Berti» disse con disprezzo, «verrà con noi alla nostra base. Lì ci spiegherà quali fossero i suoi ordini.»
«Io non posso rivelare tutti i miei ordini, sono tenuto…»
«Le assicuro che ce li dirà. Levatemelo da davanti!» disse rivolgendosi a due dei suoi uomini, che prontamente afferrarono l’agente per le braccia e lo condussero fuori dalla plancia.
Nel mentre che veniva trascinato via, Berti continuava gridare: «Aspettate… ragionate… se l’avessi saputo, credete davvero che sarei rimasto con voi…» ma nessuno lo ascoltò.
«Non era mai successo che il Dominio ci tradisse così…» commentò Megara.
«Mai, è vero.» rispose il capitano.
«Cosa può significare?»
«Significa che il tacito patto stipulato quasi trenta anni fa tra noi Ribelli e il Dominio, è stato appena rotto. Significa che questo tempo di pace volge al termine. Significa, insomma che lo scontro aperto è ormai vicino!»
   
 
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