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Autore: bimbarossa    27/07/2017    0 recensioni
Tutti noi siamo consapevoli che ci sono forze naturali attorno a noi a cui l'uomo non può resistere. Fuoco, Terra, Aria e Acqua. Forze venerate in tutte le culture.
E se qualcuno un giorno, un dio o uno scienziato pazzo, avesse trovato un modo per dare un corpo a tali forze?
E se queste, ora che hanno una bocca per parlare, volessero essere aiutate?
Genere: Avventura, Introspettivo, Mistero | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
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L'Aquila, Abruzzo, Italia

 

5 aprile 2009,ore 22,30

 

La ricordò come una notte calda. Il che era strano perché in quelle zone, in quel periodo dell'anno, le temperature di rado superano i 10 gradi.

Eppure fu una notte calda. Fu la notte più calda ella sua vita.

O meglio, fu la notte in cui ricevette, e diede, più calore.

 

Pronto”

Pronto Angelica, sono io.”

Pietro, ma dov'eri? Sono ore che ti cerco al telefono, è sempre staccato!”

Si, mi dispiace. Come va, ti senti meglio?”

Si, il bambino non fa che tirare calci ma sto meglio. Quando torni? Ehi, ci sei ancora Pietro?”

Si, scusami. Stavo per risponderti. Senti, non posso tornare stasera, ho alcune questioni in sospeso e rimarrò al Fortino. Cenerò e dormirò qui, e poi domani ritorno da te a L'Aquila, va bene?”

Devi proprio? Sono giorni che non dormi a casa! Sei sicuro che sia tutto a posto?”

Si si, non ti preoccupare! Come ti ho detto torno domani, non ci sono problemi, davvero. Tu rimani tranquilla, ok?”

Certo tesoro. Come vuoi tu! Ti amo, lo sai!”

Bene, allora a domani ! Ciao piccola!”

 

Il clic della cornetta che tornava nella forcella fece quasi sobbalzare Pietro Seracchi Della Rocca, mentre la donna nuda che lo guardava, avvolta dalle e nelle lenzuola bianche come la neve che splendeva sui monti, sorrise e si scrollò i lunghi capelli scuri che ricaddero sul cuscino; una cascata che riempì di eccitazione l'uomo seduto accanto a lei, e gli fece sentire un po' meno il rimorso, sommergendo tutte le incertezze che si portava dietro da mesi, da quando si era imbarcato in quella situazione, frustrante ed esaltante insieme.

“Credi che ci avrà creduto?”

La donna rimase muta, in un silenzio che pesava più di tutte le parole che si sarebbero potute usare in quel momento.

A Pietro quella mancanza di risposta non sembrò strana. Anzi, lui sapeva che lei non gli avrebbe mai potuto ribattere, lui sapeva che da quella bella bocca, piccola e color corallo non sarebbe mai uscito alcun suono.

Quella stessa bocca, che si fiondò a baciare senza attendere una sua impossibile replica attirando la testa bruna vicino alla sua, sarebbe rimasta muta, vuota, come una caverna tumida e odorosa di muschio, e che nascondeva un segreto, pur non nascondendo nulla. Perché solo il nulla la riempiva, la dove ci sarebbe dovuta essere la lingua; e i denti, bianchissimi come pezzi di neve, sembravano ancora più grandi, ancora più candidi, ancora più acuminati, come quelli di un vampiro.

L'uomo questo lo sapeva, l'aveva baciata tante volte, proprio come ora, e non provava il minimo disgusto.

Nevvero, ogni cosa di lei, anche quel dettaglio, lo affascinava più di qualsiasi altra cosa, più di sua moglie e della vita che fino a pochi mesi prima divideva con lei.

Come al solito il primo impatto con la sua bocca lo straniva, non ci era abituato. Nessun gioco di lingue che si stuzzicavano e guizzavano, certo, ma neanche nessuna barriera, nessuna controparte che gli impedisse di scavare, sondare ogni anfratto, leccandole il palato, i denti, mordendole le labbra e tutto quello che di morbido e caldo nascondeva.

Quella bocca era l'antro delle meraviglie, meraviglie che erano a portata di mano proprio in virtù della sua mancanza, di quella diversità che la rendeva speciale, unica.

Si staccò da lei con il fiato corto, cercando di rallentare il cuore che gli batteva come se avesse corso una maratona.

Cosa gli stava succedendo? Si stava per caso innamorando?

Con la mano scese più giù, accarezzandole il collo bianco come avorio, fino a raggiungere i seni nascosti dai capelli. Voleva trovare i capezzoli ma la massa scura e setosa li nascondeva, e Pietro cominciò a cercare delicatamente, nel tormentoso e delizioso tentativo di trovarli tra quei lunghi fili neri che cadevano come un sipario tra loro due.

Quando li trovo si sporse per succhiarne uno ricoperto da una ciocca, e incurante di questo, si portò alla bocca entrambi. Sarebbe rimasto in quella posizione in eterno, a succhiare quelle delizie della medesima consistenza, vellutata e liscia insieme.

Eppure sentiva crescere un'urgenza nell'inguine; quello non bastava ne a lui ne a lei.

La spinse sul letto, sdraiata, e si fiondò sopra di lei. Era ancora vestito e non aveva nessuna intenzione di perdere tempo, così si slaccio la cerniera dei jeans e le montò sopra allargandole le gambe.

Entrò dentro di lei con una spinta che lo fece gridare mentre la donna spalancò la bocca in un gemito muto, le gambe che lo avvolgevano come spire, i capelli neri aperti a ventaglio sul cuscino.

Ad ogni spinta di doloroso piacere si immergeva di più in lei, esplorando, brandendo, infilzando la sua spada in una roccia durissima e delicata insieme.

Più vi affondava più replicava quei gesti con la lingua nella sua bocca vuota, nella speranza e nell'illusione che entrambi le parti di lui che in quel momento erano dentro di lei la riempissero. Di lui. Di loro.

Eppure, anche quando sentì che lei aveva raggiunto il piacere assieme a lui, perfino in quell'attimo, quella donna misteriosa di cui non sapeva niente rimase distaccata, assente, quasi divinamente trascendente; dall'uomo che la sovrastava con il suo corpo, dall'atto che avevano appena consumato, dall'intero mondo, che per Pietro si era ridotto invece a loro due su quel letto e niente più.

Ecco perché rimase su di lei, dentro di lei, mentre le baciava i capelli e il viso lontano, estraniato.

Un viso che allo stesso tempo allontanava, estraniava, e che gli fece capire che quello vuoto, quello da riempire era lui. Era sempre stato lui.

 

L'aveva conosciuta quell'inverno.

Si ricordava perfettamente quando, perché nello stesso periodo erano iniziate le prime scosse di quello sciame che stava terrorizzando tutti a L'Aquila.

Lui invece aveva altro per la testa. Sua moglie Angelica gli aveva detto che sarebbe presto diventato padre, e subito nella sua mente erano apparse immagini di lui con la sua progenie che visitavano il Fortino, che lo rimiravano, che facevano progetti, che avevano e vedevano un futuro.

Non che Angelica non gli piacesse, con i suoi capelli biondo cenere e i suoi occhi color caffè era molto carina. Bassa e formosa non aveva faticato a conquistarlo, inoltre non poteva sapere che lui si stava già operando per cercare una moglie adatta alla sua nobile prole.

Il Conte Seracchi della Rocca si stava avvicinando alla quarantina e aveva bisogno di eredi, se maschi meglio.

Aveva bisogno di condividere con un figlio la sua vita, e il suo destino.

Non poteva essere che così se eri uno dei più famosi e altolocati esponenti della nobiltà italiana, e se avevi una madre come la sua che non smetteva un attimo di dirgli di doversi sposare e di formarsi una famiglia.

Con questi pensieri e questi obblighi ancestrali un anno prima aveva allora sposato letteralmente la prima ragazza carina e mesta che aveva incontrato, o meglio che sua madre gli aveva presentato, l'ennesima di una lunga lista in cui Pietro si era sempre rifiutato di imbattere.

Angelica era troppo perfetta. Glielo diceva sempre Marinella quando veniva al Fortino.

Marinella era stata la sua seconda, anzi la sua vera madre, da sempre. Fin da quando lo aveva visto in fasce, di ritorno dalla clinica privata da VIP in cui tutti i Della Rocca erano nati e lo aveva stretto tra le braccia. Era stato allora che quella cameriera smunta e scialba e sola era rinata, sbocciata con l'amore e nell'amore verso quel bambino dei padroni che non c'erano mai e quando c'erano erano ancora più assenti.

Marinella ora aveva i capelli bianchi e le rughe ed era anche un po' ingrassata, però era rimasta ancora il suo punto di riferimento, la persona a cui aveva sempre presentato tutte le sue fidanzate che sua madre avrebbe trovato quanto meno impresentabili; era lei che lo aveva consolato appena aveva saputo che doveva partire per il prestigioso collegio svizzero in cui sarebbe dovuto stare 5 anni, ed era sempre stata lei che al suo ritorno lo aveva riconosciuto subito, nonostante fosse più alto di venti centimetri e i suoi capelli castano-bruni scendessero in riccioli ribelli come quelli di un “borghese in cassa integrazione”, l'etichetta che suo padre metteva a tutti quelli che avevano belle speranze ma poca voglia di fare.

Quando mancavano poche settimane al matrimonio lui e Marinella si erano ritrovati nella sala azzurra dell'ala est del Fortino, la donna anziana con i suoi acciacchi e l'uomo virile che non mostrava la minima emozione mentre parlava della donna che stava per impalmare.

“Sei sicuro di quello che fai Pietro? Guarda che a certe cose non si può rimediare!”

“Ma che dici Mari! Siamo nel 21° secolo ed esiste il divorzio.”

Gli rivolse un'occhiata piena di finta sorpresa e vero stupore.

“I Della Rocca non divorziano.”

Pietro non si diede nemmeno la pena di rispondere, come se la lingua gli fosse appena sparita dentro la bocca. In realtà era una sensazione più che famigliare, quella di non contestare verità e comportamenti incontestabili.

E poi la cosa non gli importava molto. Sapeva che quando si sarebbe sposato sarebbe stato fino alla morte. Anche nella sua adolescenza e oltre non aveva avuto molte donne; non era il classico dongiovanni anche se ne aveva l'aspetto e le potenzialità, non era afflitto dalla “sindrome della monta” come suo padre.

Alzò gli occhi alle pareti della stanza azzurra, la sua preferita.

Quel colore gli ricordava il ghiacciaio,quando vi andava con il nonno o con la Marinella giovane e scattante che poteva vedere ancora negli occhi di quella vecchina che gli stava dando lezioni di morale e di vita.

Quell'azzurro talmente chiaro da essere freddo, freddo come la parte sommersa di un iceberg.

No, a Pietro Seracchi della Rocca non importavano le sorti del suo matrimonio, se sarebbe dovuto essere fedele ad una persona che non amava o se avesse dovuto rinunciare a delle tentazioni che erano comunque trascurabili.

No, Pietro Seracchi della Rocca aveva sempre avuto un'altra ossessione.

Marinella lo osservò; il suo silenzio l'aveva preoccupata. Alzò le spalle e sbuffò.

“So quello che devo fare. Tu stai tranquilla e goditi il paesaggio.”

Il Gran Sasso a est risplendeva dei colori del tramonto, le cime che si stagliavano lontane ma vicinissime di un grigio-arancio spettacolare.

“Ti ricordi Marinella quando da piccolo mi raccontava la leggenda di Maia e della montagna?”

Il tono di Pietro era quasi sognante, un tono che aveva e si permetteva raramente.

Anche gli occhi della vecchia balia si fecero sognanti e piccole rughe di amore e tenerezza si formarono sotto le le sue palpebre.

“Certo che mi ricordo, volevi sentire sempre quella vecchia storia, e dovevo raccontartela ogni volta senza saltare neanche un particolare!”

“Si, l'adoravo! Tu credi davvero che quell'antica divinità venuta dall'est, dal mare, sia venuta qui e riposi tra le nostre montagne?”

“Sicuro! Ha seppellito suo figlio sul Gran Sasso ed è andata a morire sulla Maiella.” La balia si accomodò meglio lo scialle grigio scuro sulle ginocchia che scricchiolarono stanche. ”Al mio paese si dice che ogni tanto lei risorga e venga qui a vedere la tomba del figlio, per piangerlo, o forse per convincersi che anche gli dei non sono invulnerabili.” Sorrise e rimirò i picchi che continuavano a stagliarsi nell'immensità del tramonto, incuranti di tutto e tutti.

“Alcuni l'hanno anche vista, con lo sguardo triste di chi ha sofferto ma non ancora perso. Lei non può perdere. E' venuta dalla terra e solo essa la può contenere, la può consolare.”

E chi consolerà me? Quel pensiero non sapeva nemmeno perché lo avesse formulato.

Non era una persona triste, o che si piangesse addosso. Aveva accettato le sue responsabilità e i suoi doveri. Anzi, era più fortunato di molti e con la crisi mondiale iniziata l'anno prima era uno dei privilegiati, degli eletti.

Allora perché quella improvvisa tristezza? Avrebbe dovuto riconsiderare l'idea di sposarsi? Avrebbe dovuto riconsiderare l'idea di sposarsi con Angelica?

Ma un Della Rocca non poteva permettersi di riconsiderare un bel niente, quello che aveva deciso era un dato di fatto ormai.

Così si sposò, e alcuni mesi dopo sua moglie gli comunicò che aspettava un bambino.

L'aspettativa di quella paternità tanto attesa gli aveva contorto lo stomaco, e un'ansia che non sapeva neanche di avere lo aveva attanagliato. Era talmente vicino alla meta che aveva trascurato tutto il resto. Tutto il resto era diventato trascurabile.

Fino a che punto lo capì solo quel giorno, il 14 dicembre ricordava, in cui era salito sul ghiacciaio, e l'aveva incontrata.

Essendo il Fortino costruito poco fuori Assergi, vicino alla Funivia, arrivare al Corno Grande, passare per la Sella dei Due Corni e arrivare al Calderone era uno scherzo per uno come lui che era talmente abituato alle salite, alla scalate, a quel tipo di marcia e di movimento che serve per contrastare la pendenza verso l'alto, che su un terreno pianeggiante si trovava sempre a disagio, come se gli mancasse quel necessario ostacolo da superare, con la gamba che si tendeva in una spinta troppo marcata che lo faceva quasi sbandare, vacillare.

Ma i Della Rocca avevano sempre titubato in tempo di pace. Se erano circondati dalla prosperità diventavano impazienti, insofferenti. Così si cercavano i guai, e lui ne aveva trovato uno bello grosso su quella montagna.

Il ghiacciaio in quegli ultimi anni era cresciuto, e la neve ricopriva Campo Imperatore e i tetti dell'Osservatorio astronomico.

La temperatura raggiungeva a malapena i -12° e lui stava benissimo.

Il freddo lo temprava, lo rinvigoriva, gli dava quella lucidità che doveva necessariamente possedere se non voleva fare passi falsi con la sua nuova vita. Tutte le aspettative su di lui le aveva confermate. Di più, aveva in progetto di ampliare il Fortino, così il suo nome, il nome di Pietro Seracchi della Rocca sarebbe stato ricordato e non si sarebbe confuso tra i tanti antenati con il suo stesso cognome, rimasti anonimi e persi nella mischia.

Lui sarebbe emerso, come un germoglio bellissimo in quell'albero genealogico che divorava i suoi membri e la loro storia individuale in nome di una più antica e salda storia collettiva.

Proprio mentre pensava a questo la vide.

Una figura che si confondeva con il paesaggio, che si confondeva con il ghiacciaio.

Fu solo perché si mosse che la sua mente lo registrò come qualcosa di diverso, di estraneo, un tentativo abortito, forse volutamente, di confondere e confondersi con l'ambiente circostante.

Sembrava una creatura dell'Era Quaternaria, rimasta intrappolata quando i ghiacci si erano spinti a sud, un essere di un'altra epoca, o forse di nessuna e di tutte, l'antica divinità venuta dal mare che aveva scelto le montagne come sua dimora e dannazione eterna.

Per un attimo Pietro Seracchi della Rocca pensò davvero che potesse trattarsi di Maia, di ritorno dalla tomba del figlio, poiché sentì improvvisamente e senza motivo un inspiegabile dolore che si insinuò nella sua gola, come se avesse respirato aria gelata, la cui natura, di questo dolore, gli sembrava avere la stessa origine e consistenza di quello per la perdita di un figlio, della mancanza estrema e senza fondo di qualcosa e di qualcuno.

Solo allora si rese conto di essere solo, su quella montagna, nella sua vita, nella sua anima; solo allora si accorse della desolazione che lo circondava, e il bianco sterminato della neve e del ghiacciaio persero il loro lucore, quell'illusione di pace e morbidezza, per diventare ciò che veramente erano.

Freddo, e dura pietra, e cristalli di gelo.

La donna si stava avvicinando, unico altro essere nel raggio di kilometri, o anni luce. Pareva che scivolasse sulla neve ghiacciata come una pattinatrice, con una grazia e una saldezza di una montagna bellissima. Il suo lungo abito bianco azzurro splendeva e accecava, e il mantello dello stesso colore svolazzava alle folate intrise di neve di quella mattina luminosa e ventosa.

Il cappuccio gli impediva di vederne i capelli ma due lunghe righe nere e dritte come inchiostro colante le scendevano sui seni.

Lentamente ma inesorabilmente fu a portata di voce, quella voce che, ma ancora lui non lo sapeva, lei non avrebbe potuto emettere, e che, Pietro si rese conto con stupore, lui aveva perso. Poté così vedere la sua pelle candida, simile al burro inglese, o ad antico avorio, la stessa tonalità che contraddistingue le persone asiatiche; anche gli occhi erano vagamente a mandorla, ma invece di essere neri come carbone erano di quello stesso bianco azzurro del ghiaccio che calpestava, che calpestavano, dello stesso azzurro della stanza ad est, la sua preferita, che dal Fortino spaziava la vista per la catena del Gran Sasso, spaziava la vista verso un'alba che sembrava un tramonto.

“Sa....salve.”

Dio, almeno gli era tornata la voce! Quella visione era talmente surreale che si chiese se non stesse sognando tutto.

Eppure si sentiva fermo sulle gambe, anzi non si era mai sentito più saldo e sicuro di se stesso e del terreno sotto di lui.

La donna non emise suono alcuno, solo un semplice sorriso con gli angoli della bocca, che fu più esplicito e diretto di qualunque frase.

“Stai bene?” Non sapeva perché ma il fatto che una donna vestita con una semplice tunica quando si era sotto zero su un ghiaccio a quasi 3'000 metri di quota gli pareva molto strano.

Gli passò per la testa che forse era una matta appena scappata da un manicomio, eppure gli sembrava troppo lucida, forse più di lui, forse più di chiunque altro essere del creato.

La osservò in faccia con la netta sensazione che per poter avere una risposta avrebbe dovuto vederla, scorgerla, decifrarla sul suo viso.

Gli occhi chiarissimi si adombrarono e una piccola ruga apparve sotto una guancia, come se ci stesse pensando.

“Hai freddo?”guardò a destra e a a sinistra, ma per le pendici innevate si potevano vedere solo la nebbia a valle e le creste delle montagne della Laga.

 

Questa volta il sorriso fu aperto e splendente, come la visione di una cima dopo una tempesta. Chissà perché la sola idea che lui pensasse che lei avesse freddo era comica.

“Senti, c è qualcuno con te? Non posso proprio lasciarti qui, forse dovrei informare la polizia, o i medici!”

Sbuffò con teatralità e si avvicinò ancora di più alla donna, come per sincerarsi che non fosse un miraggio e che i medici non servissero a lui.

“E' pericoloso stare qui. Non hai neanche una tuta o l'abbigliamento adatto. Vieni, ti porto a casa mia!”

Non sapeva perché si fosse offerto, non sapeva perché a dispetto di tutto portasse una sconosciuta mezza folle al Fortino. Sapeva però che non poteva lasciarla, che non avrebbe più potuto.

E non le aveva nemmeno chiesto il suo nome.

 

“Ma si può sapere che ha in mente Pietro?”

Marinella era molto, molto agitata. In quella casa stavano succedendo cose inammissibili, che la inquietavano parecchio.

Da quando tre mesi prima, in una giornata di sole e neve Pietro se ne era venuto con quella sconosciuta dagli strani abiti, non c'era più stata pace.

Non che Marinella o altri della servitù avessero protestato, Pietro era pur sempre il padrone, ma la sua ospite non era certo una persona comune.

Se ne stava sempre da sola, nel suo ostinato e altezzoso silenzio, e rimaneva nella sua camera che nello stupore della vecchia era stata approntata nella sala azzurra, che era adibita precedentemente come salottino da lettura. Nessuno, nessuno in tutti i lunghi anni che lei era in servizio lì aveva osato toccare la sala azzurra, proprio in virtù di essere la preferita del padrone, in cui si rintanava quando voleva essere lasciato solo o con la compagnia di Marinella.

Ora quella donna portava nei suoi silenzi una ventata di rivoluzione che sapeva di terra tombale smossa e profanata.

Neppure Marinella era consapevole del perché di tanta personale avversione.

Certo, sapeva che Pietro, da quando c'era lei, passava sempre più tempo al Fortino, e che dormiva nella stanza della ragazza.

Era vecchia e aveva visto molte cose nella vita, compreso il padre di Pietro che non riusciva a resistere ad una gonna che sventolava neanche se avesse voluto. Naturalmente Pietro non era della stessa pasta del defunto conte Della Rocca ma ad un'amante Marinella poteva anche abituarsi.

Però non poteva abituarsi a quell'amante, una donna di cui non si conosceva nulla, e sospettava che nemmeno il suo piccolo padroncino(per lei rimaneva sempre un bambino!) ne fosse informato poi molto di più. Inoltre qualcosa, qualcosa di indefinibile e che non poteva razionalizzare, razionalizzare a sufficienza per portarlo come prova, la pervadeva ogni volta che incontrava quegli occhi freddi e duri, dello stesso colore del ghiaccio. A Marinella quella granitica e alcionica placidità faceva venire in mente la calma e serena distesa di neve sui monti, una coltre così immacolata che era facilissimo cadere in trappola. Perché grattando la superficie c'era sempre un baratro mortale pronto ad accoglierti.

 

Pietro non ricordava come fossero diventati amanti, come quelle gambe di freddo avorio lo avessero cinto per accoglierlo dentro di se.

Era successo troppo in fretta, come un desiderio che si fosse esaudito non appena fosse stato espresso.

La prima sera in cui l'aveva portata al Fortino stava leggendo nella sala azzurra quando lei era entrata nella stanza, statuaria e solida come un pilastro, come un terreno e pagano idolo della fertilità. Aveva lasciato cadere la sua inconsueta tunica ed era rimasta nuda, con le fiamme del camino che rendevano la sua pelle di un arancio dorato, e i suoi capelli neri ancora più scuri, come il fondo di un crepaccio.

Inizialmente lui non si era mosso, il libro ancora nelle mani e la bocca leggermente aperta nel tentativo di respirare.

Si sentiva come se fosse in alta quota e l'ossigeno fosse improvvisamente scomparso dalla stanza; i pensieri poco consoni ad un uomo sposato che aveva fatto su di lei per tutto il pomeriggio e che aveva tentato di spingere sotto il livello della coscienza, ora riemergevano e lo riempivano interamente fino a quando non l'attirò a cavalcioni su di sé, e non colmò quei pensieri e quel vuoto che lei gli aveva scavato dentro, una buca profonda che arrivava fino al fondo di se stesso.

Persino quando aveva scoperto che era priva di lingua non si era fermato. Quella anormalità era perfettamente normale in un essere come lei, una creatura sfuggente fatta di ombra e silenzi, una creatura così diversa dalle altre donne, così diversa da Angelica, da sembrare partorita dalle profondità infernali della terra.

E lei era sicuramente il suo demone, che lo ossessionava, che lo confortava, che lo comprendeva.

Pietro non aveva mai voluto imbastire un triangolo ma ci si era ritrovato dentro, catapultato da quella ragazza che minuta e alta, silenziosa e bruna contrastava in maniera lampante con sua moglie, una moglie che piano piano stava diventando il negativo dell'altra, l'ostacolo al nuovo corso della sua esistenza con il suo demone personale, il suo adorato demone personale.

Angelica non si era mai inserita veramente nella sua dimensione, nella sua dimensione vera. Nella sua grande passione.

Raramente era venuta al Fortino, preferendo stare nella loro comoda casa all'Aquila. La storia del posto, di come era stato costruito dagli antenati Della Rocca non le interessava e ogni volta che il marito attaccava con le origini pre-romane della costruzione, di come Ludovico della Rocca avesse partecipato alla fondazione dell'Aquila, o di quando i fascisti avevano occupato il castello-fortezza per farne un presidio mentre costruivano la Funivia lei subito sospirava rassegnata e riprendeva a leggere i libri sulla gravidanza che si accumulavano sui ripiani.

Invece la sua ospite, in quei lunghi mesi che portavano verso la primavera, nel suo caratteristico e ormai famigliare, e amato silenzio, lo seguiva con gli occhi mentre le mostrava i nuovi progetti che intendeva apportare, con un entusiasmo che nella sua immaginazione di pochi mesi prima condivideva con il suo futuro erede, ma che ora, anche questo era stato soppianto dalla persona che era divenuta il fulcro di tutto, e che si era fusa con la sua passione per quella dimora atavica fino a diventare, lei e il Fortino un essere unico, imprescindibile, necessario, una parte fondamentale, il vertice di quel triangolo amoroso che dava consistenza e profondità ad ogni cosa, compresi gli altri due componenti, lui e Angelica in questo caso.

Anche se in realtà era stato lui ad inserirla nel loro matrimonio(e anche se Angelica non ne sospettava nemmeno l'esistenza)adesso era il suo demone a reggere il gioco e gli altri due partecipanti si erano dileguati nelle retrovie come personaggi secondari e scadenti.

Era davvero la donna che stava osservando in quel momento accanto a lui, nel letto, al buio dopo avere fatto l'amore, ad essere la primadonna di quella situazione assurda.

Talmente assurda e coinvolgente ormai che Pietro non si era neanche reso conto, mentre si univa a lei, della scossa di terremoto che aveva svegliato tutta la servitù del Fortino.

In molti volevano dormire fuori e stavolta anche Marinella, sempre calma e imperturbabile da quando era iniziato lo sciame sismico, non voleva passarci un minuto di più lì dentro.

Senza svegliare la sua compagna che risposava addormentata tra un groviglio di neri capelli e membra morbide, era riuscito a convincere tutti che non c'era nessun pericolo, che pure questa faceva parte della lunga serie di fenomeni tipici di quella zona e dell'Italia intera.

Si addormentò anche lui, abbracciato a quel corpo muto ma che gli parlava come nessuno aveva mai fatto con lui, e sognò di non avere più la fede. Al suo posto c'era sangue, sudiciume, terra e pezzi di fango, e mentre si guardava costernato la mano una voce, una voce che non aveva mai sentito lo chiamava, lo chiamava dall'interno della sua mano, dall'interno del mondo, dall'interno della sua anima.

Si sveglio sudato e ansante. La fede spiccava alla luce che proveniva dalla finestra aperta, così come spiccavano le lenzuola bianche e vuote. Vuote di lei.

Con un balzo fu subito fuori dalla stanza, fuori dal Fortino.

Pietro, vieni da me! Pietro, sii la prima pietra del mio grande tempio che divorerà il tuo!

La cantilena che sentiva in testa lo spingeva, lo guidava senza remore all'esterno del palazzo, nel freddo della notte che faceva condensare il suo alito. Non aveva avuto nemmeno il tempo di prendere qualcosa con cui coprirsi, tuttavia non ne aveva bisogno.

Sentiva un calore, come quello di due sassi che si sfregano l'un l'altro che si diffondeva nel suo petto, qualcosa che aumentava e gli dava la spinta per non sentire niente, per sentire tutto.

Non seppe come arrivò alla radura. Vedeva solo una figura chiara e con il cappuccio in testa a coprirle i lunghi e lisci capelli scuri, la stessa figura, fredda e nata nel ghiacciaio, che irraggiava adesso quel fuoco e quella spinta che avrebbe potuto spezzare l'intero pianeta.

Faticò non poco a riconoscerla. Era la stessa donna che lo aveva capito, ascoltato, che aveva condiviso le sue aspettative per il suo futuro, per il loro futuro insieme; eppure non lo era, non lo era mai stata.

Quell'essere sembrava davvero un demone, non il suo personale che aveva amato, ma uno con una natura universale e terribile.

La domanda che per mesi non aveva avuto il coraggio di porre, che gli faceva tremare le gambe, ora bruciava sulle sue labbra come sale, come sangue.

“Chi sei?”

La creatura demoniaca e spaventosa serrò le sue di labbra e gli occhi divennero trasparenti e spettrali.

In quell'attimo una scossa fortissima, che pareva venire da poco sotto i suoi piedi si riverberò in lui, come un sasso in uno specchio d'acqua o come un colpo al cuore.

Un colpo che solo ora sapeva, con la certezza delle illuminazioni divine venire direttamente dall'essere in attesa, che era sempre stato in attesa, accovacciato e rintanato nel suo guscio cavernoso per poi esplodere in quella devastazione senza limite.

L'entità che fino a poco prima poteva condividere il suo destino era l'essenza stessa di quel terremoto, l'essenza stessa delle montagne che sembravano tremare anch'esse, l'essenza stessa di quel luogo che Pietro Seracchi della Rocca aveva eretto come suo piedistallo e che adesso si spezzava senza pietà.

Vide nel buio che non era buio il suolo spaccarsi, vene scure di un mostro, quel mostro che se ne stava impassibile e ferma al suo fianco a contemplare il disastro, apparire nel terreno e inghiottire ogni cosa, mentre l'ala est del Fortino cedeva come se fosse fatta di gelatina tremolante e cadeva giù in un fracasso silenzioso.

Sentiva le urla dei suoi dipendenti, e sulle altre voci quella di Marinella che chiedeva aiuto, che lo chiamava.

Si volto per l'ultima volta verso il suo demone, nella speranza illusoria che lei non fosse lì ma nel suo letto, e che lui potesse ancora salvarla se fosse riuscito ad entrare in casa.

Preferiva questo, preferiva la possibilità che lei e lui potessero morire sotto il collasso della costruzione.

Ma lei non poteva rientrare in quella casa, così come non poteva essere salvata o morire.

Quell'edificio era il suo arrogante piedistallo, il baluardo suo e quello dei suoi antenati, che la sua adorata nemesi stava smantellando con la facilità della forza della natura che era.

Tutto questo passò nella sua mente intanto che scrutava, che rimirava il suo volto, poi si voltò e corse barcollando verso il castello che si sfaldava sotto i suoi occhi.

Terra.

Nella sua presuntuosa sicumera da nobile aveva preteso di poter domare, di poter amare Terra.

Questo fu il suo ultimo pensiero,che lo fece ridere istericamente, prima che una pietra di una colonna dell'entrata vacillasse e proiettasse la sua ombra su di lui.

Poi sentì uno strappo, e vide il suo anello con lo stemma nobiliare, non quello con la fede, volare via insieme al suo dito, sopra di lui,e cadere lontano inghiottito dalle tenebre.

E inghiottito dalle tenebre fu anche lui, in un luogo dove neanche il dolore poteva raggiungerlo, in una grotta così profonda che non vi era ritorno. 

  
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